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Promessi Sposi, Capitolo VI

Il capitolo VI dei Promessi Sposi è una lezione di story-telling.

Oh, d’accordo: non solo il VI… ma siccome oggi pomeriggio introduco il VI alla UTE, lasciate che mi concentri su quello.

Tanto per cominciare, il capitolo precedente è terminato con un cliffhanger, vale a dire costringendo il lettore a voltar pagina, a iniziare il capitolo successivo benché siano le tre e venticinque del mattino… In effetti, se ci pensate, quand’è che mettete giù un libro? A fine capitolo. Ebbene, se la fine del capitolo vi lascia con il fiato sospeso, la tentazione di dare una sbirciatina alla pagina successiva è forte. E una volta data quella sbirciatina, una volta cominciato un altro capitolo… chiunque abbia passato la notte in bianco su un libro sa di  che cosa sto parlando.

Ebbene, il capitolo V, dopo una consistente seconda parte dedicata a far montare la tensione fra Don Rodrigo e Padre Cristoforo, s’interrompe nel momento in cui i due passano in un’altra sala per parlare da soli. A questo punto sappiamo che il signorotto è sovreccitato e di cattivo umore, che il cappuccino ne ha dovute mandar giù abbastanza da far perdere la pazienza a un santo…

Verrà un giorno....gifInizia il capitolo VI, così in medias res che di più non si potrebbe, con Don Rodrigo che, in tutta insolenza, chiede a Padre Cristoforo che cosa voglia. E qui comincia una delle scene celebri del romanzo, un dialogo turbolento, inframezzato dai pensieri dei due contendenti, ma specialmente del frate, in un crescendo che culmina nel celebre “Verrà un giorno…”. Scena scura, mossa, quasi concitata.

Subito dopo, il nostro frate esce dal castello, ma non prima di avere scambiato qualche parola in segreto con il vecchio servitore: sussurri, misteri, dubbi, e qualcosa che non si può dire, non ancora… il servitore verrà domani. Sospensione, visto?

Intanto, rapido cambio di scena: eccoci a casa di Lucia, dove Agnese pontifica ed espone la sua ultima brillante idea. Anche qui si congiura, ma il tono è ben diverso. Una congiura casalinga, semplice e piena di scrupoli, tra una madre che vuol essere scaltra ad ogni costo, un giovanotto impetuoso e una ragazza così integra che non par nemmeno vera… Colori chiari.

Poi via, prima a casa di Tonio, con la famiglia riunita attorno alla polentina bigia, e dopo all’osteria. Nuove congiure all’acqua di rose, tra un Renzo determinato e un Tonio cui non par vera la sua buona sorte: lui, che ha avuto in sorte anche l’intelligenza del fratello, che è in credito di bugie con la moglie, saprà aiutare Renzo proprio a puntino. Il lettore sorride.

Di nuovo chez Lucia, dove arriviamo sulla coda di una discussione madre/figlia. Lucia non si smuove, ma Renzo e Agnese supplicano, rimbrottano, perfezionano il loro piano… forse ci siamo? Forse la ragazza cede? Toc-toc! Si bussa alla porta, e chi arriva è… Padre Cristoforo! Prima di aprire, Agnese sussurra alla figlia di tenere la bocca chiusa, e il sipario si chiude. Se ne starà zitta Lucia? Che dirà Padre Cristoforo (il quale, noi sappiamo, non porta buone notizie)? Procederanno lo stesso i nostri congiurati? E come andrà a finire? Fingete di non avere letto i PS a scuola, ed ecco che avete un altro cliffhanger.

Insomma: ritmo, alternanza di toni e colori, manovre differenti che s’incrociano… aggiungete che ogni tratto di caratterizzazione dei personaggi muove la trama in avanti (l’ostinazione e l’orgoglio di Don Rodrigo, l’ingenua furberia di Agnese, le remore di Lucia, il debito di Tonio…), e si capisce che gli autori dei manuali di scrittura non hanno inventato nulla.

 

 

Parliamo di Logica

Siccome (qualora il particolare fosse sfuggito a qualcuno) ho l’influenza, la serata al cinema è saltata. L’amica con cui dovevo uscire si è giustamente rifiutata di venire a farmi compagnia e adottare un po’ dei miei agenti virali, però mi ha mandato in prestito un DVD.

Inkheart.

“E’ proprio il tuo genere,” mi ha detto. “Gente che leggendo ad alta voce tira fuori cose e persone dai libri.”

Incoraggiata da questa recensione, e dal fatto che il cast comprende Helen Mirren e Paul Bettany, ho guardato Inkheart. Oh, è un film carino, sia ben chiaro. Peccato che dia tutto un nuovo senso all’espressione “buchi nella trama”… Ora, non ho letto il libro da cui è tratto, per cui non posso dire se la colpa sia dell’autrice originaria (una Cornelia Funke, tedesca) o degli sceneggiatori.

[Ora, se qualcuno non vuole sapere come va a finire Inkheart, sarà bene che si fermi qui: le mie analisi narrative tendono ad essere faccende truci e prive di scrupoli.]

Quello che so per certo è che, se all’inizio della mia storia affermo ripetutamente e con fermezza che l’eroe non ha controllo sul modo in cui fa uscire la gente dai libri, non posso farglielo acquisire come se nulla fosse, e poi perdere di nuovo con altrettanta inspiegata facilità, a seconda di quel che mi serve per la trama.

E non è che non possa far consistere il grande segreto nel leggere i passaggi che si riferiscono alla persona/cosa/evento atmosferico che voglio estrarre dal libro… Posso, ma se lo faccio, non devo aspettarmi che il mio protagonista, impiegando metà della storia a rendersene conto, ottenga una candidatura per il Nobel.

Invece, se la regola di base della faccenda è che per ogni personaggio uscito dal libro, una persona vera deve entrarci, non posso sovvertire la faccenda a fini puramente umoristici, barattando il ciclone del Mago di Oz (con annessa casa di Dorothy) in cambio di un mezzo personaggio.

Ma d’altra parte, se tutto questo andirivieni di gente vera e non vera non produce cambiamenti nel testo scritto, e quindi non c’è veramente traccia di chi è entrato nel libro, come si fa a “leggerlo fuori”?

Poi, (anche sorvolando sull’importanza, permanenza e immortalità della parola scritta, su cui tutti predicano diffusamente) se alla fine la figlia dodicenne dell’eroe può salvare mamma, papà, prozia, amici e mondo intero (sconfiggendo i malvagi per soprammercato), scrivendosi un finale alternativo sul braccio e leggendolo ad alta voce, perché deve aggiungere al finale stesso qualificazioni gratuite che impediscono il ritorno nel libro all’unico personaggio che proprio ci vuole tornare? Sì, lo sappiamo: perché così suo padre può fare il bel gesto di rispedire a casa questo alleato un po’ dubbio. Solo che non è un motivo narrativamente valido. Tanto più che, per farlo, che cosa deve produrre il paparino? Ma è naturale: una copia del libro, miracolosamente sopravvissuta! Ma come? si chiede a questo punto lo spettatore*, perché non possono semplicemente “riscriverlo” a casa, come hanno fatto con due terzi del cast durante il climax? Hanno persino l’autore al seguito, perbacco!

Sì, appunto.

Tutto ciò per dire, che il lettore/spettatore si aspetta una logica nelle storie che legge. Anche nel fantasy più bizzarro, anche nella storia più surreale, mi aspetto una serie di leggi intrinseche al mondo che lo scrittore crea. E mi aspetto che, una volta stabilite, queste leggi funzionino in modo uniforme. Oppure, che l’unica costante sia la mancanza di uniformità, come nel caso meraviglioso delle avventure di Alice, ma vedete il paradosso? Persino nella mancanza di regole c’è almeno una regola!

E non vale solo per i generi speculativi: è lo stesso principio per cui, in qualsiasi genere, i personaggi devono agire in modo credibile, gl’incidenti stradali devono rispettare le leggi della fisica, le svolte della trama devono seguire il principio di causa ed effetto,  gli eventi devono essere inquadrati negli usi, costumi e leggi dell’epoca in cui sono ambientati…

Se lo scrittore trascura la logica, il lettore si sentirà imbrogliato (illogicità dolosa) oppure deluso (illogicità colposa), e nessuna delle due situazioni tende a condurre ad un verdetto favorevole.

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*A costo di ripetermi: magari poi Frau Funke è innocente, e nel libro è tutto chiaro, logico, trasparente, ialino… Non lo so, e tengo a precisarlo.

 

Il Questionario di Proust

Proust.jpgIl Questionario di Proust era un gioco di società in voga nei salotti del XIX Secolo, una specie di antenato dei test della personalità fatti per divertimento. Proust non l’ha inventato, lo ha solo reso celebre partecipando al gioco: qui ci sono le sue risposte, complete di riproduzione del foglio su cui le scrisse.

Perché lo tiro in ballo? Perché i casi, quando si crea un personaggio, sono in genere due: a) c’è una prima, meravigliosa fase di ebollizione in cui il nostro personaggio prende vita quasi da sé… poi bisogna strutturare tutto quello che è germogliato in un insieme coerente (almeno dal punto di vista dell’universo della finzione); oppure b) serve un personaggio che svolga una certa funzione ma, a parte la funzione, non se ne sa granché… solo che le funzioni pure e semplici non somigliano molto a della gente verosimile.

In entrambi i casi, per mettere ordine o per costruire, ci sono metodi peggiori di un questionario. Ci sono delle domande; si danno delle risposte; ci si chiede che cosa si sa del personaggio; si aggiunge/specula/teorizza/deduce quello che non si sa. E’ più facile restare coerenti davanti a una bella serie di domande scritte.

Ora, esistono centinaia di “schede personaggio” di varia provenienza, da quelle con decine di voci a quelle che si concentrano su pochi tratti salienti; da quelle puramente psicologiche a quelle che sembrano un formulario per la carta d’identità; da quelle asettiche a quelle in cui bisogna rispondere con la voce del personaggio… Tra l’altro, ogni insegnante di scrittura creativa ha la sua. Qualche volta ne posterò qualcuna, ma non è difficile trovarne su e giù per la rete.

Confesso di non averne una preferita: la mia prima scelta tende ad essere quella di Lajos Egri, perché è molto completa, ma quasi mai mi fermo lì: il più delle volte ne faccio un buon numero, più diverse che sia possibile, in modo che coprano aspetti diversi, sollecitino risultati differenti. E il Questionario di Proust tende ad essere utile: ci si cala nei panni del personaggio e via… Non è davvero esauriente e di certo non basta da solo (a meno che non lo si utilizzi per un personaggio secondario), ma costringe a pensare con la testa del personaggio, il che è sempre un esercizio utile. Lo si può anche tenere per i giorni di pioggia, quando si è bloccati: invece di incaponirsi davanti alla pagina vuota, invece di scagliare maledizioni seriali allo schermo bianco, si tira fuori il Q di P e ci si dà dentro. Nella migliore delle ipotesi si farà qualche scoperta utile (you never know the ways your subconscious mind will chose to tell you something), nella peggiore ci si sarà distratti per mezz’oretta dal ginepraio, ed è già qualcosa.annibale.jpg

A titolo d’esempio, voilà il mio Annibale alle prese con il Questionario:

Il tratto principale del mio carattere
L’intensità, la volontà feroce e inarrestabile. Ho perseguito ciò che volevo, sempre, al di là di ogni ragionevolezza e del mio stesso bene, e ho trascinato con me un esercito e una città interi.

La qualità che desidero in un uomo.
L’intelligenza: non ho pazienza per gli stupidi, non sopporto di averne attorno. A un uomo intelligente, d’altro canto, posso perdonare molti difetti.

La qualità che preferisco in una donna.
La comprensione. E poi la misura, il controllo: temo gli eccessi sentimentali più della punta di una spada.

Quel che apprezzo di più nei miei amici
La lealtà e l’intelligenza.

Il mio principale difetto.
La facilità alla collera e all’umor tetro. Il terrore di perdere il mio talento che a volte mi paralizza.

La mia occupazione preferita. 
Ideare una battaglia. Plasmare il terreno, la luce, gli uomini, la paura, le passioni, la tracotanza e il ferro in una vittoria perfetta.

Il mio sogno di felicità.
Non perdo tempo a sognare la felicità. Assaporo la gioia violenta del trionfo quando posso, la rimpiango quando non posso averla, ma non è un fine in sé. E amo l’intensità dei grandi sogni, il respiro delle imprese che occupano una vita intera.

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia:
La sconfitta. O la vittoria: che sarebbe di me, chi sarei, se non avessi una guerra, un nemico, un sogno da inseguire?

Quel che vorrei essere.
Nessun altro che me stesso.

Il paese dove vorrei vivere.
La Cartagine felice della mia infanzia, forse. Ma nemmeno questo è vero: ho vagato troppo, in avanzata, in trionfo e in fuga, per sapere ancora dove vorrei vivere.

Il colore che preferisco.
Il colore cangiante e chiaro che ha il cuore delle fiamme.

Il fiore che amo.
I gigli d’acqua, come quelli che mia moglie portava nei capelli.

L’uccello che preferisco
Il falco: vigile, sanguinario e fedele.

I miei autori preferiti in prosa.
Ogni storico che sappia leggere l’animo di quelli di cui scrive.

I miei poeti preferiti.
L’Omero dell’Odissea.

I miei eroi nella finzione.
Ulisse, intelligente prima di ogni altra cosa.

Le mie eroine preferite nella finzione.
Non ne ho.

I miei compositori preferiti.
[talvolta capita che qualche domanda non si applichi a qualche tipo di personaggio…]

I miei pittori preferiti.
[…e allora si passa oltre, naturalmente]

I miei eroi nella vita reale.
Il Grande Alessandro e Pirro

Le mie eroine nella storia.
Elissa, la figlia del Re di Tiro, sulla cui nave i miei avi raggiunsero la costa che sarebbe diventata Cartagine.

I miei nomi preferiti.
I nomi ci sono cari a seconda di coloro che li portano. A mio figlio avevo dato quello di mio padre.

Quel che detesto più di tutto.
La stupidità.

I personaggi storici che disprezzo di più.
I Diadochi, che si contendevano brandelli d’impero mentre Alessandro moriva. E certi consoli romani come Longo e Varrone, se mai passeranno alla storia. E Filippo V di Macedonia… Temo di avere imparato a disprezzare la mediocrità, e a discernerla in molti, troppi uomini passati e presenti.

L’impresa militare che ammiro di più.
Le conquiste di Alessandro, le campagne di Pirro. Forse dovrei ammirare anche Scipione, che mi sconfisse.

La riforma che apprezzo di più.
Quella con cui volli attaccare gli speculatori di guerra a Cartagine, anche se mi costò l’esilio.

Il dono di natura che vorrei avere.
Tra i molti doni che ho avuto, mi è mancata la capacità di amare.

Come vorrei morire.
In battaglia.

Stato attuale del mio animo.
[questa domanda ci conduce a una questione interessante: quando? Ovviamente, l’Annibale venticinquenne all’inizio delle sue imprese risponderebbe ben diversamente dal vecchio Annibale esule in Siria. Ma questo si applica anche a diverse altre domande, in realtà… A volte è interessante fare il questionario più di una volta, immaginando che il personaggio risponda in varie fasi della sua vita, e studiare i cambiamenti. Per il momento, supporremo che a rispondere sia Annibale esule in Siria] L’amarezza, il risentimento, il rimpianto delle grandi cose che non ho potuto compiere.

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
Non sono un uomo indulgente. Né con me stesso, né con gli altri.

Il mio motto: Persevero sempre.

E se ne andò di qua e di là

Nei corsi di scrittura americani possono succedere cose bizzarre, a volte. Come per esempio, dover realizzare un video di due minuti che illustri uno specifico problema di scrittura. Cose che capitano. Così come capita, scrivendo, di partire con un’idea, dipartirsene poi per la tangente (o per la tangenziale, come mi disse una volta un muratore) e ritrovarsi… be’, non dove ci si aspettava di arrivare. Il che può essere una piacevole sorpresa oppure un disastro.

Cattiva notizia: è più spesso un disastro che una piacevole sorpresa. Buona notizia: quasi tutto si può sistemare; è a questo che servono revisioni e seconde stesure.

Questo è il mio piccolo video in proposito. Si capisce tanto che mi piacciono i film muti?

 

Tempeste Cerebrali

Ricordo di avere già accennato alle meraviglie del brainstorming in qualche protopost, ai tempi in cui questo blog era un tentativo ancora molto sperimentale. Oggi vorrei essere più specifica e segnalare qualche strumento utile che si può reperire in rete.

Per cominciare, confesso che sono una scettica convertita. Quando la meravigliosa Holly Lisle cominciò a parlarci del brainstorming come una delle tecniche più utili che uno scrittore potesse imparare, ricordo di avere sollevato un sopracciglio. Cosa? Pensiero disorganizzato per risolvere i problemi? Immaginatemi con un’espressione da we-are-not-amused. Salvo poi capire che lo facevo già, senza nemmeno saperlo, nella maniera istintiva e priva di tecnica che in genere porta risultati insufficientemente cotti. 

Per anni, quando scoprivo di avere incasinato me stessa, la trama e i personaggi, il mio metodo è consistito nello sdraiarmi al buio con le cuffie del lettore cd nelle orecchie, ed esaminare il ginepraio da tutti i possibili punti di vista. Posso aggiungere che la musica che utilizzavo per queste sessioni era invariabilmente Five Variants of Dives and Lazarus di Vaughan-Williams, e che la cosa aveva una certa tendenza a funzionare, se non alla prima, alla seconda o alla terza volta…

Quindi, in definitiva lo facevo, il brainstorming. Solo che lo consideravo una tecnica d’emergenza, tipo respirazione artificiale, da usarsi ad un solo scopo e solo in casi disperati.

Adesso che sono più vecchia e più saggia ho scoperto che non è così. Le tempeste cerebrali (suona semi-epico in Italiano, vero?) sono uno strumento utilissimo e versatile. Sciogliere un nodo della trama, caratterizzare un personaggio, ideare un titolo, individuare un finale, definire una sottotrama, legare tra loro varie sottotrame, pescare l’aggettivo perfetto… non c’è praticamente limite a quello che si può fare con una buona tempesta. L’importante è non farlo come se fosse un compito in classe: lo scopo non è produrre tabelle perfette o cinque paragrafi di prosa squisita, ma piuttosto stimolare il cervello a cercare soluzioni alternative, associazioni nuove, idee inaspettate.

I metodi sono vari.

Musica e buio – a patto di usare sempre la stessa musica ben conosciuta (deve fare da sfondo e aiutare la concentrazione, non provvedere l’esperienza d’ascolto della vita) e di poter accendere la luce e prendere appunti in qualsiasi momento. E sia chiaro, lo cito qui come citerei la mongolfiera tra i mezzi di locomozione: bello e pittoresco, ma non si è affatto sicuri di arrivare dove si vuole (o da qualche parte affatto).

Clustering – per gente visually oriented. Si disegna un rettangolo in mezzo al foglio e ci si scrive dentro la domanda o il problema, e poi si comincia a buttar giù quello che viene in mente. Tutto – ma proprio tutto – va bene. Singole parole, idee, domande, pensieri compiuti, schizzi, disegnini… Chiudere ogni singolo articolo in un ovale aiuta a limitare la confusione. E poi si tracciano collegamenti, paralleli, ramificazioni, e da ciascun ovale si può ripartire con altre associazioni, e via così… L’importante è procedere, procedere, procedere… magari darsi un tempo limite, diciamo dieci minuti, e per quei dieci minuti continuare senza pensarci troppo, seguendo anche le direzioni più strambe, senza preoccuparsi di ortografia, grammatica e logica. Funziona bene con carta e penna (e magari qualche pennarello colorato per stabilire visivamente certe parentele o gerarchie), ma è meglio usare fogli grandi. Per chi vuole provare a farlo al computer, ci sono, crederci o no, software appositi. Il più celebre è Buzan’s iMindMap, ma esistono buone alternative gratuite. Una è Freemind, piuttosto semplice da usare e senza particolari fronzoli; oppure c’è Cayra, molto colorato, e con il non trascurabile vantaggio di poter rendere le mappe virtualmente tridimensionali, ma un po’ macchinoso nell’uso. Personalmente preferisco carta e penna (forse non ho mai imparato come si deve a usare Cayra), con una notevole eccezione. A suo tempo avevo scaricato la versione gratuita di ConceptDraw Mindmap, che sembrerebbe semplicemente un mindmapping software un pochino scarno se non fosse per la funzione “brainstorming”: c’è un timer e c’è una box in cui si digita, come detto sopra, tutto quello che viene in mente. Ogni volta che si schiaccia invio, il programma crea un ovale nuovo nella mappa. A tempo terminato, si può procedere a sistemare, spostare, collegare… E’ così che sono arrivata al titolo del mio ultimo romanzo. Il link conduce al sito ufficiale, dove si può scaricare la versione completa per 30 giorni di prova gratuita… mi par di ricordare che, trascorsi i 30 giorni, rimanga solo la versione limitata gratuita, ma sinceramente non mi ricordo: non c’è altro che provare, temo.

Freewriting – e questo è il mio preferito, perché ho stabilito da lungo tempo che non sono una persona visiva (o visuale? mah…), ma trovo che scrivere sempre d’aiuto. In un certo senso è più intuitivo del clustering, un po’ come pensare per iscritto. Ci si pone una domanda, e si cerca di rispondere, anche se lo si fa con altre domande. Perchè? Che cosa? Chi? Come? e soprattutto, l’impareggiabile, insostituibile, meravigliosa E se invece…? accompagnata da suo cugino germano Oppure? La regola è sempre la stessa: sono solo appunti che nessuno vedrà, quindi non stiamo a preoccuparci di ortografia, grammatica e sintassi. Per dirla tutta, non stiamo nemmeno a preoccuparci soverchiamente della logica, per il momento. L’importante è buttar giù idee, principii di idee, idee potenziali… qualcosa di buono nel mucchio si trova sempre. Spesso e volentieri più di qualcosa. Qualche volta lo faccio in forma di dialogo, qualche volta lo faccio in Inglese, spesso mi ritrovo con più opzioni di quante me ne servano, e allora segue la deliziosa agonia di scegliere fra due (o più) possibilità, tutte allettanti, tutte promettenti… può essere difficile, ma è cieli interi al di sopra di non sapere come continuare! Naturalmente, l’opzione prima è di farlo con carta e penna (su un quaderno apposito, magari rilegato in pelle, fa tanto artista al lavoro…). Personalmente, la maggior parte delle volte lo faccio al computer. E siccome mi secca avere file di Word disseminati per tutto l’hard disk, ho scaricato My Simple Friend, un journaling software che salva da sé quello che scrivo e che tiene tutto insieme, facilitando il reperimento e la consultazione di appunti, tempeste cerebrali, annotazioni, esperimenti e qualsivoglia altro straccetto di scrittura estemporanea. Tutto nello stesso posto: chiunque sia disordinato come lo sono io capirà il pathos della faccenda.

Sembra fumoso? Lo è meno di quanto sembri, ed è maledettamente utile. Siete scettici? Lo ero anch’io, finché non ho provato. O meglio, finché non ho imparato a farlo con qualche rilassatezza. Come detto più sopra, non c’è altro che provare.

Cose che non sapremo mai

In teoria, la fedeltà alle fonti storiche è il primo articolo del mio credo di autrice. Voglio dire: in un mondo perfetto, il mestiere del romanziere storico consisterebbe nel ricreare quello che non sappiamo sulla base ed entro i limiti di ciò che sappiamo.

Il mondo non essendo perfetto, alle volte il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo è un tantino confuso, e anche ciò che sappiamo non è poi così certo.

Il mondo non essendo perfetto, inoltre, i romanzieri storici hanno una certa tendenza a non razzolare tanto bene quanto predicano. O almeno io ce l’ho. Sia chiaro: faccio sempre del mio dannato meglio per non contraddire nessuna fonte certa, per attenermi ai fatti, per essere tanto precisa quanto posso con date, luoghi e persone…

E tuttavia, se esistono versioni differenti, fonti che riportano diversamente lo stesso avvenimento, la stessa battaglia, lo stesso personaggio? Non è colpa mia, giusto? E succede, sapete? Forse non avete idea di quanto spesso succeda… E che cosa può fare in questi casi una povera ragazza? *makes cocker spaniel eyes*

Be’, questa povera ragazza ha raggiunto un compromesso con se stessa e con la Storia: in caso di fonti non uniformi o contrastanti, sceglie sempre la versione che le fa più comodo dal punto di vista narrativo…

Sì, sì, questa ragazza sa perfettamente che esistono gerarchie delle fonti e criteri per stimarne, se non proprio stabilirne, l’affidabilità affidabilità, ma al tempo stesso, ringrazia spesso il Cielo che, per le sue vie e ragioni imperscrutabili, l’ha condotta a scrivere narrativa anziché saggistica.

Piccolo esempio illuminante: visitando il palazzo dell’Ajuntament a Barcellona, ci si ritrova a un certo punto nel Salò des Cròniques, dove nel 1929 Josep Maria Sert ha dipinto un ciclo di affreschi che narrano le vicende di Roger de Flor, cavaliere senza macchia e senza paura, che dopo aver generosamente salvato l’Impero Bizantino da qualche tipo di Turchi, viene ricompensato con l’inganno, il tradimento e l’omicidio. Che pessima gente sono questi Bizantini… Ebbene, più guardavo gli affreschi, più mi sembrava che ci fosse qualcosa di strano. Ero certa di avere ricordi in proposito: i nomi erano quelli, il secolo era quello, eppure la storia non quadrava. Poi, folgorazione! Ma certo, Roger de Flor, ex Templare, pirata e capitano della Compagnia Catalana, una delle più costose, pericolose e celebri compagnie mercenarie del XIII secolo! A sentire i bizantinisti anglosassoni (gente come Norwich e Runciman), il suo “generoso aiuto” veniva ad un prezzo astronomico, che comprendeva, tra molte altre cose, la mano di una principessa imperiale), e una volta respinti i Turchi, i Catalani si erano rivelati il classico rimedio peggiore del male, scatenandosi in saccheggi, incendi, stupri e distruzioni miste assortite in giro per l’Impero… E allora i Bizantini, che non andavano tanto per il sottile, avevano adottato la sperimentata tecnica tradimento-assassinio. Quando si dice a mali estremi… con quel che segue.

Rogerelaprincipessa.jpgInsomma, due storie diametralmente opposte. A sentire Norwich, Roger era un pessimo soggetto; i Catalani hanno l’aria di pensarla diversamente. A Barcellona c’è una Calle Roger de Flor. Ci sono monumenti, hotel, istituti intitolati a lui. Ci sono siti web celebrativi… Una rapidissima ricerca su Google rivela almeno una trilogia di romanzi storici che ha Roger e i suoi Catalani, o Almogàvares, per eroi, ma non mi stupirei se ce ne fossero altri.

E tuttavia, se io volessi scrivere un romanzo i cui protagonisti ed eroi fossero gli Imperatori Paleologi, Andronico II e Michele, intenti a salvare il loro impero da quello stormo di cavallette, gli Almogàvares, capitanati dal crudele, esoso ed infingardo Roger? Il bello è che potrei! Anzi, non sono nemmeno certa che qualcuno non l’abbia già fatto – di sicuro le fonti lo consentirebbero senza eccessivi patemi d’animo.

La morale di tutto questo è varia. In primo luogo, un romanziere storico può fare pressoché di tutto anche conservando una coscienza decente; e questo è cosa buona e giusta per la letteratura, se non proprio per il fegato degli storici. In secondo luogo, ma in realtà questo è il punto fondamentale, non da oggi penso che la Storia abbia un quid d’inafferrabilità. I contemporanei la narrano con un’ottica deformata dalla loro posizione al suo interno; i posteri la interpretano da distanze cronologiche e culturali che non possono non essere deformanti a loro volta. Aggiungiamo a questo che i documenti vanno perduti, o sopravvivono in modo parziale, o vengono trascurati, e che il peso relativo dei fattori di valutazione cambia attraverso i secoli… E’ inevitabile: come dice Gianni Granzotto nel suo Annibale, “ci sono cose che non sapremo mai. Cose che non sappiamo più”.

E questo è forse uno degli aspetti più affascinanti della Storia. Per gli storici, sono vuoti da riempire cercando e ricercando, e per i romanzieri è un’iridescenza (o un’opacità, a seconda dei casi) da raccontare ancora e ancora, da ricreare, da immaginare. E non sempre nello stesso modo, anzi.

Alla fin fine, la forza vitale di tutte le cose risiede sempre in ciò che ancora non sappiamo.

 

Ago 2, 2009 - scrittura    No Comments

Disciplina

“The art of writing is the art of applying the seat of the pants to the seat of the chair.” — Mary Heaton Vorse (1881-1966), American writer …

Un peu brutal, ma ragionevolmente vero. E’ così facile dire “scrivo più tardi”, o “prima devo lavare i piatti/controllare la posta/ascoltare il radiogiornale/telefonare a mamma/preparare la lista del supermercato/… Credo che la procrastinazione sia la prima causa di morte metaforica per gli scrittori. Presentatemi uno scrittore immune, perché io non ne conosco.

Personalmente sono una procrastinatrice cronica e pericolosa (per me stessa e per gli altri, perché quando a fine giornata non ho scritto quanto volevo divento intrattabile), ma sto cercando di uscirne.

Per cui ho deciso di scrivere almeno 250 parole al giorno.

Almeno.

Non sono molte (un paio di paragrafi, di solito, o mezza paginetta di dialogo), e quindi è qualcosa per cui posso tranquillamente trovare il tempo tutti i giorni. D’altro canto, nulla impedisce che scriva di più, e in genere va proprio a finire così: una volta che ho scritto le mie 250 parole, da un lato mi sento in pace con la coscienza, dall’altro non sto più procrastinando, ho aperto il rubinetto, le idee sono lì, io sono lì… non c’è altro da fare che andare avanti.

Per dire: Mercoledì: 254 parole; Giovedì: 1224 parole; Venerdì: 423 parole; Ieri: 895 parole; Oggi: 1198 parole.

E di fare assai meglio non dispero.

Apr 9, 2009 - scrittura    No Comments

Story Making

Devo dire che l’Università della III Età è una continua fonte di sorprese.

Ero preoccupata per questa lezione di scrittura, che comprendeva anche un esercizio pratico. Temevo che i miei studenti si sarebbero chiusi in dubbioso silenzio, mentre io proponevo di abbozzare una struttura in tre atti a partire da tre conflitti scelti a caso. Lo temevo molto.

Invece, quando ho sciorinato la mia lista di conflitti:

* Uomo/Natura

* Sacrificio per Passione

* Trasformazione,

e ho cominciato a suggerire che cercassimo possibili connessioni fra i tre, la classe si è… non c’è altra parola: si è accesa. Domande, suggerimenti e proposte sono fioccati, tutti si sono lasciati prendere dal gioco, tutti hanno partecipato, persino la signora che, in gran segreto, mi aveva chiesto di non essere sollecitata a partecipare perché non se la sentiva.

In venti minuti abbiamo costruito una trama in tre atti che, se non era un delirio di originalità, aveva però tutto quello che serviva: personaggi, struttura, conflitto, punti di svolta, azione ascendente e discendente, nonché due finali alternativi. Poi ci abbiamo giocato e l’abbiamo ambientata in cinque o sei posti e periodi storici diversi, e quando proprio non ci è rimasto più nulla da fare (e avevamo ampiamente sforato l’ora di lezione), una signora ha alzato la mano e ha chiesto “Possiamo farlo ancora? Se ci dà altri tre conflitti diversi…”

Ok, a me insegnare non sempre piace. Ma quando vedo che gli allievi trovano gusto in quello che stanno facendo, potrei quasi convincermi che è un’occupazione meravigliosa.

E poi, a titolo di ciliegia sulla torta: “Da quando seguo il suo corso, leggo in modo diverso, con una consapevolezza nuova. Non credo che scriverò mai, ma sto imparando a leggere di nuovo.”

L’ho già detto che adoro l’Università della III Età?

Ott 8, 2008 - scrittura    3 Comments

Chiamatemi Cristoforo

Sono sbarcata in America!

Terzo posto nello Short Story Contest di Literary Magic, rivista elettronica di linguistica.

Who-hoo!

***

(Per chi ha voglia di leggere la storia, una volta nella Home Page, fate click su Contest Results.)

Set 4, 2008 - scrittura    2 Comments

Dimostrazione Scientifica

Dice Thomas Mann che “Uno scrittore è una persona per cui scrivere è più difficile che per gli altri.”

Quante volte, in occasione del consueto regalo di gruppo al collega che si sposa, vi siete sentiti ingiungere “il biglietto lo scrivi tu!”, con l’implicazione che scrivere meravigliosi, originali, profondi biglietti augurali sia cosa da nulla per lo scrittore (più o meno aspirante) della compagnia?

E poi che succede? Che vi sedete alla scrivania con il dannato biglietto e una penna, fissate il primo e mordete la seconda per tutta la pausa pranzo, cacciate il tutto nella borsa e ci pensate e ripensate, e nulla viene. Poi, nel momento meno opportuno, vi viene in mente qualcosa e lo buttate giù, salvo constatare che non vi piace del tutto e che adesso dovete procurarvi un altro biglietto. Allora cominciate a scrivere in brutta copia su un foglio A4, sostituendo verbi e modificando l’ordine degli elementi della frase, disperandovi a ricordare chi diavolo sia l’autore di quella citazione che potrebbe essere perfetta per l’occasione, cercando il giusto equilibrio tra spirito, affetto e sincerità…

“E allora, hai finito?” chiede ogni tanto qualcuno.

E la risposta è no, e allora comincia la pioggia di battute sulla Divina Commedia, voi v’innervosite, stracciate il foglio A4 in coriandoli molto piccoli e dite agli spiritosi che se lo scrivano loro, il biglietto. Seguono, in ordine sparso, ulteriori frecciatine sul temperamento degli artisti, suppliche e hints al fatto che il matrimonio è tra meno di una settimana.

Allora vi rimettete all’opera, producete tre versioni del biglietto d’auguri e, in un sussulto di buon senso, cassate le due più brillanti perché sono troppo brillanti, troppo letterarie per la vita reale.

Così vi resta quella elegante e semplice e affettuosa, quella che farà piacere agli sposi, quella di cui tutti i vostri co-donatori, nel firmare, penseranno “ero capace anch’io!”

E qualcuno ve lo dirà, anche. Ed è vero: qualcosa del genere lo avrebbero saputo scrivere anche loro, e in un decimo del tempo che ci avete messo voi. Qualcosa del genere; non lo stesso.

 Perché uno scrittore non è chi produce belle parole una dietro l’altra come una gallina d’allevamento scodella uova: lo scrittore cattura, plasma, cesella e intreccia le parole, e tutto senza che la fatica e l’arte siano evidenti nel risultato finale.

Per questo è più difficile.