Browsing "scrittura"

Circhi, Sipari e Strozzature

Parlavamo del sipario della conoscenza, ricordate?

Ebbene, per gentile concessione dello scrittore e insegnante di scrittura creativa Larry Brooks, il papà del favoloso sito Story Fix, ecco a voi la traduzione di un’interessante variazione sulla struttura narrativa aristotelica. Struttura in due Punti Trama, due Strozzature e uno Snodo Centrale.

A parte il fatto che è presentata a forma di tenda da circo (a tre piste), la struttura non è diversissima da Tre Atti & Tre Disastri, ma lo schema è pieno di acute osservazioni sulla progressione della storia. Personalmente sono affascinata in particolare dallo Snodo centrale – quel terremoto nella comprensione del protagonista di cui, per l’appunto, parlavamo lunedì – e dalle due Strozzature, aperture sul punto di vista dell’Antagonista.

tent.png

LEGENDA:

I Punto Trama: è il singolo evento più importante di tutta la storia, è ciò che guida o spinge il protagonista attraverso tutti gli alti e bassi a seguire. E’ dove la storia inizia, dove il conflitto principale fa la sua comparsa in scena. Dovrebbe arrivare circa a un quarto dall’inizio, alla fine della fase di preparazione.

I Strozzatura: qualcosa di semplice e rapido, mostrato al lettore dal punto di vista dell’antagonista, per ricordargli che l’antagonista è là fuori, con cattive intenzioni nei confronti del protagonista. Circa a 3/8 della storia.

Snodo Centrale: è dove il sipario della conoscenza si scosta per il protagonista e/o il lettore. A cambiare non è tanto la storia, quanto la comprensione di ciò che sta accadendo da parte del protagonista e/o del lettore. Se è messo a parte dell’epifania, il protagonista passa qui dall’atteggiamento di reazione a quello di attacco.

II Strozzatura: attorno ai 5/8 della storia, è il momento di dare un’altra occhiata al punto di vista dell’antagonista, per mostrare al lettore che ci sono buone o cattive sorprese in serbo per il protagonista.

II Punto Trama: è l’ultimo momento utile per aggiungere alla storia informazioni che consentiranno al protagonista di fungere da catalizzatore per la conclusione della storia. Dopo questo punto – attorno ai 3/4 della storia, non c’è più posto per ulteriore esposizione: si usano solo informazioni e personaggi già in campo.

È logico, non si tratta di prescrizioni tassative, ma dell’esposizione di una serie di principi che si sono solidificati in millenni di narrazione. Per di più, è un’esposizione originale, intelligente e più percettiva della media, piena di buone domande che, nel progettare la struttura di un romanzo, sarebbe salutare porsi prima o poi.

_______________________________________________________

Qui potete vedere – e scaricare – il PDF originale, opera della grafica Rachel Savage.

Gen 15, 2016 - grilloleggente, scrittura, teatro    3 Comments

Nemmeno Una Donna

silhouette-woman-draftingHo ricevuto domande a proposito della nota a questo post, e al docente americano che si stupì perché “non scrivevo personaggi femminili”…

Spiego. C’era questo corso di scrittura teatrale, e l’idea era che facessimo pratica ed esercizio scrivendo un 10-minute-play, ovvero un atto unico in miniatura della durata di dieci minuti è giù di lì. È un genere più diffuso e praticato di quanto noi si possa credere – nel senso che Oltre l’Acqua* queste robine tascabili non sono solo per esercizio, ma arrivano in scena, hanno concorsi dedicati e generalmente riscuotono molto apprezzamento. E non a torto, perché scriverle bene, le robine tascabili, non è per niente facile.

Ad ogni modo, tornando a noi e al corso, venne il momento di sottoporre al docente la prima pagina. Nella mia prima pagina entravano in scena due giornalisti anni Trenta – il direttore di un quotidiano e il suo redattore capo. Ora non starò a dire che la pagina fosse un granché, perché non lo era. Il docente mi fece qualche osservazione sensata – ma quello che lo perplimeva e stupiva più di tutto era che, essendo io una donna, avessi scelto due protagonisti maschili e nemmeno una donna. Silhouette-teacher

Gli chiesi lumi. Trovava forse che i due fossero poco convincenti? Scritti male? Non adatti al contesto? Inefficaci, blandi o che altro? No, fu la risposta, per niente – però erano due uomini, e io una donna.

Feci notare che negli Anni Trenta le direttrici di quotidiani erano pochine – così come le redattrici capo – e mi sentii dire che non era quello il punto. Né costui mi disse, come avrebbe potuto fare con qualche ragione, che oggidì la Protagonista Forte tira moltissimo a teatro come nei romanzi – ma nemmeno questo era il punto. Il punto era, evidentemente, che secondo il mio docente le donne dovrebbero scrivere donne.

silhouette-manE badate bene, non sto facendo del femminismo spicciolo. Mi irriterebbe altrettanto sentir dire (o implicare) che gli uomini devono scrivere uomini. Perché allora, seguendo questa logica, che deve fare il povero scribacchino di fronte a un’ambientazione che gli preclude personaggi del suo stesso sesso? Bryher non avrebbe mai dovuto scrivere The Player’s Boy perché nei teatri elisabettiani non c’erano donne? E Bernanos&Poulenc** avrebbero fatto meglio a lasciare Les Dialogues des Carmelites a delle colleghe? Insomma, se una storia ha/deve avere, richiede/mi pare più adatta ad avere/mi piace di più se ha dei protagonisti maschili, allora non è una storia che dovrei scegliere di scrivere? Che non dovrei voler scrivere? E questo perché non è quel che ci si aspetta, perché ci sono dubbi congeniti sulla mia capacità di scrivere uomini convincenti, perché fa di me una donna stramba?

Come che sia, la trovo un’applicazione molto letterale, molto miope e più che un po’ deprimente del sopravvalutato (e spesso male interpretato) adagio “Scrivi ciò che sai”. E questa, tutto sommato, è ancora la migliore delle ipotesi – perché otherwise si tratta di un discorso terribilmente sessista.

Capite perché quel corso non mi piacque molto?

 

________________________________

* Abbiate pazienza, devo ancora smaltire un lieve mood giacobita…

** Presumo che, se vale per gli scrittori di parole, valga anche per quelli di note?

E Intanto il Pubblico Che Fa?

JeffHatchHam_Edit_32514State a sentire che cosa dice Jeffrey Hatcher nell’introduzione al suo libro The Art and Craft of Playwriting. Traduzione mia:

Magari col vostro dramma volete rimediare a un torto, o espiare una colpa, o far ridere, o cambiare il mondo… Ok – ma ricordatevi sempre questa domanda – che R. Elliott Stout, il mio insegnante di teatro alla Denison University, aveva incorniciato e appeso sopra la sua scrivania:

E INTANTO IL PUBBLICO CHE FA?

David Mamet […] una volta disse che far passare al pubblico due ore in un teatro significa chiedere molto a una persona. Contate le ore che anche il più occasionale degli spettatori passa là al buio*,  e vedrete che prima di compiere ottantatre anni, a quello spettatore occasionale piacerebbe riaverne indietro parecchie, di quelle ore… Ecco, il nostro mestiere a teatro è far sì che il nostro ottuagenario non rimpianga un singolo momento di quelli che ha passato al buio in platea.

Pensate a tutte le volte in cui siete andati a teatro alla fine di una giornata lunga, dura e faticosa. Dio sa com’è che avete il biglietto, e mentre si fanno le otto, volete solo andarvene e tornare a casa il prima possibile. Dando un’occhiata al programma scoprite con orrore che lo spettacolo ha non uno ma due intervalli. Sarete fortunati se siete a casa per le undici o mezzanotte… Cercate con gli occhi l’uscita, ma prima che possiate fare la vostra mossa la folla si zittisce, le luci di sala si spengono e voi siete intrappolati – e sotto sotto sapete che mettersi a strillare “al fuoco!” sarebbe brutto… Ed ecco che sono passati quaranta minuti, le luci si riaccendono, la folla sciama verso il foyer – e voi non vedete l’ora di scoprire che cosa succederà nel secondo atto. Tornate alla vostra poltrona ben prima che si apra il sipario, perché non volete perdervi una parola. E all’improvviso è il secondo intervallo, e questa volta non vi alzate affatto, perché state discutendo il dramma con lo sconosciuto seduto accanto a voi. E poi le luci si spengono di nuovo, e prima che ve ne accorgiate il sipario si è richiuso definitivamente, gli attori hanno lasciato il palco e voi siete ancora impegnati ad applaudire, siete ancora lì al vostro posto e non volete andarvene, e state cercando di ricordarvi l’ultima volta che vi siete sentiti così a teatro…

Ecco, questo è il nostro mestiere di autori teatrali. È quel che facciamo: questa gente stanca, che avrebbe tutte le ragioni per tornarsene a casa, noi la obblighiamo a restarsene incollata alla sua poltrona. E a volerci restare. E a tornare la prossima volta.

Ecco. Sì, sì – . È quello che facciamo. Quello che vogliamo fare. Rendere lla gente in platea felice di essere obbligata in questo modo.

Credo di volerla incorniciare a appendere anch’io, questa domanda…

__________________________________________________

* Be’, è ovvio che le ore in questione tendono ad essere di più in un paese anglosassone…

Piccolo Bollettino Così

guillotine1Al volo, abbiate pazienza – perché un conto sono i buoni propositi, e un conto è metterli in atto in questi giorni di parenti e crisantemi…

Allora, si dice che chi ben comincia sia a metà dell’opera, giusto?

Ebbene, io ho cominciato con un’improvvisa folgorazione: perché, o Clarina, cominciare nel 1587? Vuoi davvero farlo? Perché non iniziare invece con la fine di dicembre del 1588, amputare tre capitoli, scrivere un inizio pressoché nuovo e vivere felici?

Così adesso ho avviato un nuovo file di Scrivener in cui il romanzo inizia a fine ’88, e sto scrivendo una prima scena nuova di zecca, e il conto parole ricomincia daccapo.

Credo di avere decapitato il mio romanzo… Quel genere di decapitazioni da cui si dice che la storia media tragga beneficio.

Il romanzo ne trae beneficio? E io sto vivendo felice?

Guardate, proprio non lo so.

Non ancora.

Vi saprò dire.

Attorno al Romanziere

john_irvingOgni tanto, a quanto sembra, la moglie di John Irving si trova su un aereo con destinazione Amsterdam, o Vienna, o altrove – e, una volta arrivata, si ritrova a visitare negozi di tatuaggi, ospedali, organi storici, pensioncine, ristoranti ungheresi e altri luoghi bizzarri. Senza sapere perché.

O meglio – il perché lo sa benissimo: suo marito è un romanziere che si documenta di prima mano. Va a visitare le città, cerca i posti, parla con la gente, fa domande… Solo che non ne mette a parte sua moglie. Non fino in fondo. Questo lo so per avere visto un documentario in cui Irving discuteva dettagliatamente il suo processo creativo, e la moglie compariva ogni tanto a raccontare come, leggendo il romanzo finito, le capiti in continuazione di “scoprire” perché siano andati nell’un posto o nell’altro, o perché abbiano incontrato la tale o tal’altra persona. E magari ogni tanto, a lavori in corso, alla signora Irving capita di chiedere qualche informazione, qualche indizio – ma ottiene ben poco.

Irving è il genere di scrittore che si tiene ben vicine le carte, e lo fa con tutti. Con l’amico medico cui si rivolge per sapere se è possibile morire in un modo o nell’altro, con gli sconosciuti che intervista per avere informazioni tecniche, e persino con i membri del suo team di ricerca… Ebbene sì: ci sono scrittori che hanno un team di ricerca, gente che trova il giusto ospedale, la giusta segheria, il giusto detective olandese, i giusti organi da sentir suonare. E però, come la signora Irving, non sa di che si tratta fino alla fine.

Mi chiedo se sia più affascinante o frustrante: beneficiare di occhiate oblique a un romanzo in corso, coglierne questo o quello scampolo, domandarsi come debbano combinarsi tra loro… E continuare a domandarselo fino alla fine – e poi, di solito, trovarsi di fornte a qualcosa di del tutto inaspettato. La consorte e l’assistente intervistate nel documentario ne parlano come se fosse divertente ed elettrizzante – ma non posso fare a meno di chiedermi, e ho la sensazione che, personalmente, diventerei matta.

Ad ogni modo, non è il tipo di tormento che io infligga ad amici, parenti e affini. agastheatre400

Anzi.

Pare che, fin dalla prima giovinezza, possieda una certa tendenza a discutere di quel che sto scrivendo. A discuterne in vasta e particolareggiata abbondanza. Con chiunque mi stia a sentire. O anche se non mi si sta poi troppo a sentire. Per quanto, negli anno, abbia fatto sforzi per imparare a contenermi, “Che cosa stai scrivendo, Clarina?”  o “E come va il romanzo, Clarina?” sono ancora domande pericolose. Pericolose nel modo per cui abbattermi a sediate, dopo un po’, si configura come legittima difesa. E stavo per dire “senza nemmeno il beneficio dei viaggi”, ma non è del tutto vero. Benché sia difficile portare alcunchì in epoca elisabettiana, ho trascinato amici e famigliari in giro per Londra inseguendo posti, ipotesi, tracce residue, vecchie mappe… Mi sono rivista in qualche fotografia, intenta a tenere concioni con un luccichio matto negli occhi…

E non lo so, ma vedendo il documentario in questione mi è sorto il dubbio: forse amici, parenti e affini preferirebbero che lavorassi à la John Irving?

 

Lug 9, 2015 - scrittura    2 Comments

Piccolo Bollettino Felice

sparkEpifania!

Mentre mi facevo una seconda tazza di tè, c’è stato un piccolo sussulto, una morris dance neuronale: sostituendo un personaggio in una scena, quella scena e una serie di scene successive acquistano tutto un altro, più interessante e più utile significato, tendendo per bene l’arco di una sottotrama, dando una motivazione nuova e più sinistra a un personaggio secondario, complicando la vita a protagonista e deuteragonista e migliorando le cose in generale.

Come dicevo, epifania!

Oh, ma mi piace la piega che sta prendendo questa revisione…

 

E Si Riparte

keep-calm-and-start-revisingCi siamo. Oggi comincio la revisione. Il mese è passato, e ormai il paio d’occhi nuovi dovrebbe essere cresciuto.

Sono stata bravina – nel senso che per un mese non ho sfiorato la prima stesura nemmeno con l’orlo della veste. Non mi credevo capace di resistere tutto un mese, e invece sì.

Bravina e niente di più, perché mi ero riproposta di scrivere altro durante la pausa, e invece non ho fatto granché. Però in compenso ho collezionato idee. Non è il passatempo ideale, nelle circostanze, ma ho mezzo quaderno di appunti su due idee e mezzo completamente nuove e un paio di vecchie cose che tornano a farsi sentire… Not good. O meglio: ciò è bello in senso assoluto, ma rischia di essere un po’ d’impiccio al momento…  Ma – e questo è più incoraggiante, ho raccolto fecola per la seconda stesura.

Sì, fecola, you know. Quella specie di farina di patate che si usa per addensare le creme e i sughi. Ebbene, intendo fecola linguistica e descrittiva, e un paio di idee per la mia voce narrante. Idee che non mi dispiacciono affatto, if I say so myself.

E quindi oggi si comincia. L’intenzione è di cominciare raccogliendo appunti e annotazioni, facendo qualche piano e cominciando a rileggere la prima stesura. Vorrei anche rispolverare How To Revise Your Novel, il corso di Holly Lisle che avevo seguito qualche anno fa. Non tutto si adatta alle mie esigenze, ma ci sono parecchie idee e suggerimenti che ho trovato ottimi nel corso di altre revisioni. revise

E comunque è del tutto inutile che stia qui a strologarci su e a far piani sui piani che farò. Il fatto si è che mentre da un lato non vedo l’ora di ricominciare dall’altro sono un po’ in ansia. Ned mi è mancato nel corso di questo mese – e ciò è bello – ma iniziare la seconda stesura è… impegnativo. Il senso di galoppo e di vacanza della I stesura, la necessità di buttar giù la storia prima di tutto… tutto ciò è passato. Adesso è questione di tirare le fila, di dare una forma precisa, di definire i particolari, le voci, i posti, le vie, i SOMETHING che ho disseminato per strada. Per non parlare del finale… C’è un che di definitivo, nell’idea di una seconda stesura, e…

Oh well. Non c’è niente come cominciare, giusto?

E allora, al lavoro.

Seconda stesura.

Vi farò sapere.

 

Di Fanciulle, Rilevanza & Pasticcini

DemelO Fanciulla Che Vuole Scrivere, tu che mi tormenti perché legga qualcosa di tuo, e poi ti offendi quando ti faccio notare che Voler Scrivere non basta… E non dire che non ti sei offesa, per favore: se gli sguardi potessero fulminare, io adesso sarei un toast. Mai sottovalutare la lunga esperienza di una editor in fatto di fulmini oculari… O in fatto di pensieri del genere “Non-ha-capito-niente-che-cosa-c’entra-la-tecnica-questo-è-il-contenuto-del-mio-cuore-e-il-frutto-della-mia-ispirazione-e-questa-mi-parla-di-uso-della-lingua-l’importante-è-il-contenuto-non-la-forma…”

No, o Fanciulla: non leggo nel pensiero – è l’umana natura.

E ho tutta la simpatia possibile, sai? Ci sono passata prima di te, tutti ci siamo passati. Solo che tu te la sei presa a morte e sei scappata via salutando a metà, prima che potessi raccontarti una piccola storia.  È un istruttivo aneddotino in fatto di consapevolezza, pesi e contrappesi, che potresti applicare con qualche soddisfazione in una nuova stesura del tuo racconto… Ebbene, nell’improbabile caso in cui tu dovessi decidere di dare un’altra occhiata da queste parti, eccoti una storia del secolo scorso – quando non ero molto più grande di quanto tu sia adesso:

“La Rilevanza è tutto,” mi fa Victoria, e lo dice in un tono che implica la maiuscola per Rilevanza. E poi, siccome vede che io sorrido e annuisco, siccome siamo sedute al tavolino di una konditorei a Vienna, siccome si fa tardi, leva gli occhi al cielo e decide di lasciar perdere.

Però Victoria è persistente e, una volta che ciascuna è tornata a casa propria, mi manda una mail piuttosto oracolare, il cui contenuto, tradotto, suona più o meno così:

Alcesti è intelligente ma non s’impegna. Bradamante non s’impegna ma è intelligente.

Tutto qui, ma basta perché la folgore si abbatta sui miei neuroni appisolati e li galvanizzi in attività: è vero, la rilevanza è tutto!

Perché, diciamocelo: Alcesti è quasi un caso disperato, e per intelligente che sia non giungerà mai da nessuna parte, se non impara ad impegnarsi. Ispira persino poca simpatia, che diritto ha la gente sveglia di non impegnarsi? Bradamante, invece, è tutta un’altra questione. Bradamante, è vero, non s’impegna, ma la sua intelligenza incoraggia a sperare che lo farà. È troppo intelligente per non capire l’importanza dell’impegno e, nel frattempo, è di quelle simpatiche persone piene di potenzialità. Lasciamo solo che maturi…

E chi l’avrebbe mai detto? Il più elementare dei tricks di rilevanza ha un afflato pseudo-evangelico: quello che viene dopo conta di più.

La meraviglia delle sfumature: con un minimo spostamento di parole si ribalta la sostanza del giudizio contenuto in una frasettina. Questa non è matematica: spostando l’ordine dei fattori il risultato cambia, oh se cambia!

Doppia morale: da Demel fanno dei pasticcini oltre ogni descrizione; e la rilevanza (pardon: Rilevanza) è, se non tutto, parecchio.

Se non fai sul serio, o Fanciulla, è lo stesso. Ma se davvero Vuoi Scrivere, allora prova: comincia con questo – in fondo è una cosa piccola. Rileggi e riscrivi badando alla rilevanza. All’interno della coppia di aggettivi (se proprio devi usarli a coppie…), della frase, del paragrafo, della pagina, della storia intera. E poi rileggi ancora, possibilmente ad alta voce, e bada alla differenza.

E non farmi sapere – non serve. Dovrebbe importare molto più a te che a me.

Cari auguri.

A Parte la Scrittura

grantorinoFLposterfullDiscutevasi ieri sera a cena di “Gran Torino”.

Avete presente? Clint Eastwood. Duemilanove, mi si dice – e io ci credo. L’ho visto al cinema quando è uscito e poi di nuovo più di recente e a pezzetti ma, se devo dire la verità, non mi piace. Magari a voi sì – e allora per favore non tiratemi oggetti pesanti, e/o considerate la possibilità di andare a leggere qualche altro post – ma non so che farci: non mi piace, non mi piace e non mi piace. Trovo da ridire soprattutto sulla scrittura. A parte il fatto che la storia è telegrafata allo spettatore fin dal primo istante in cui entra in scena la famiglia di immigrati coreani (e non basta il relativo twist del finale a riscattare la prevedibilità), quello che secondo me nuoce di più a questo film sono i dialoghi pedestri e la sommaria caratterizzazione dei personaggi.

E per carità, magari per i dialoghi si può incolpare la traduzione. E altrettanto magari, in fatto di personaggi, la cosa è in parte intenzionale, e l’idea era quella di partire dalla fiera dello stereotipo etno-sociale per giungere ad un quadro molto differente, ma la realizzazione, per quel che ne ricordo, manca di sottigliezza in un modo imbarazzante. Così, si parte circondati da una serie di personaggi sterotipati (il protagonista polacco, reduce tormentato della guerra di Corea; la ragazzina – guarda caso – coreana tosta e intelligente), macchiettistici (ho ricordi di un barbiere italiano…) o addirittura grotteschi (la truce nonna coreana) che appesantiscono tutta la prima metà del film e sono incongrui nella seconda.

L’impressione è che lo sceneggiatore sia partito con nobili intenzioni, abbia lasciato che i personaggi gli sfuggissero di mano, e si sia ritrovato con un manipolo di caratteri da sitcom e con quelli abbia tentato di far passare il messaggio. A colpi di accetta.

Ma non è questo il punto. Il punto è che ieri sera, quando ho espresso le mie perplessità, E. mi ha detto “Può darsi, ma a parte quello è un bel film, no?”

Ebbene, non lo so. Clint Eastwood è ben lungi dall’essere il mio attore preferito (e il doppiaggio sopra le righe non aiuta), la regia non mi colpisce in modo particolare, gli altri attori, la fotografia e la colonna sonora sono perfettamente dimenticabili… ma supponiamo che fosse tutto meraviglioso. Supponiamo che la recitazione, il passo registico, la musica e la fotografia fossero da togliere il fiato: sarei capace di trovarlo “un bel film” a scapito della cattiva scrittura?BWS

La risposta è no.

Sarò deformata mentalmente, ma non posso vedere un film se non come una storia raccontata più che soltanto a parole. Di conseguenza, non posso fare a meno di vedere gli altri aspetti della produzione (interpretazione, regia, fotografia, colonna sonora, ecc…) come emanazioni della struttura narrativa. Ci sono ovviamente tipi di film in cui l’impatto spettacolare, le astronavi, la circonferenza toracica delle donne, lo slapstick o whatnot hanno deliberatamente il sopravvento, ma non è quello di cui sto parlando qui. E ci sono anche casi in cui un ritmo trascinante, un’interpretazione carismatica o una fotografia mozzafiato possono riscattare in parte una storia che non sta in piedi da sé. Un buco di trama, se rivestito con cura o contrabbandato con abilità, si può perdonare, ma la cattiva scrittura no. La cattiva scrittura condiziona le interpretazioni (c’è un limite a quello che il più grande degli attori può fare con del pessimo dialogo), impiccia la regia, distrae da tutto il resto, e irrita nel profondo.

Si può dire quello che si vuole, ma se i personaggi di un film, le loro parole, le loro motivazioni, la loro evoluzione, le loro scelte e la loro storia suonano fasulli – per eccesso o per difetto – perché dovrebbe importarmi del film?

 

Ott 31, 2014 - scrittura    2 Comments

NaNoWriMo

The setup for NaNoWriMo at home, if I need to ...

NaNoWriMo, semmai non lo sapeste, sta per National Novel Writing Month – Mese Nazionale della Scrittura di Romanzi.

È una cosa nata Oltretinozza – e in un certo senso solo Laggiù potevano inventarsela: una maratona di scrittura lunga un mese, in cui tutti sono invitati a metter mano all’idea che accarezzano da secoli senza mai metterla in pratica, o a riprendere in mano qualcosa di abbandonato e finirlo… It matters not: l’idea è quella che, alla fine di novembre, si siano messe insieme 50000 parole di romanzo – in teoria tutta una prima stesura.

Ora, prima di inorridire e bollare l’intera faccenda come un’Americanata, considerate.

Considerate le potenzialità antiprocrastinazione di un mese del genere. Considerate la pura e semplice forza di propulsione motivazionale dell’idea di scrivere dalle 1500 alle 2500 parole al dì. Considerate quanti progetti di scrittura non partono mai – o naufragano malinconicamente – perché non si scrive mai oggi quel che si può rimandare a domani. Diciamo la verità: impegnarsi in pubblico a scriverescriverescrivere, trovare il modo d’inserire nell’agenda il tempo che serve, prendere l’abbrivo e andare… se è vero che, come dice Mary Heaton Vorse, l’arte di scrivere è l’arte di applicare il fondo dei pantaloni a una sedia, allora NaNoWriMo è proprio quel che ci vuole.

Poi, si capisce, tutto dipende da come lo si fa. Nella sua versione più utile ed efficace, NaNoWriMo non consiste affatto nel sedersi con un quaderno il 1° di novembre aspettandosi che la Musa si presenti all’appuntamento per dettare la sua quota di parole. L’idea è di passare ottobre – e magari anche settembre – a pianificare, progettare, documentarsi, prescrivere… Così da arrivare all’inizio con le idee chiare su quel che si vuol fare. Il che forse leva qualche patina romantica alla faccenda, ma le dà molto più sugo. Dopotutto, a che serve scribacchiare freneticamente per un mese, se alla fine ci si ritrova con cinquantamila parole di divagazioni inutilizzabili?

Poi è chiaro che NaNoWriMo si può fare anche nella più inutile e gratuita delle maniere, giusto per dire “L’ho fatto…” Ho visto siti in cui si consigliavano scorciatoie per gopnfiare il conto parole: sequenze oniriche – perché tanto è un sogno, non deve avere senso – e descrizioni dettagliatissime e roba del genere… Ma questo è l’umano libero arbitrio, giusto? Con un minimo d’impegno non c’è nulla, ma nulla che non si possa fare in maniera del tutto futile, dannosa e/o stupida. E parimenti, con un minimo d’impegno, non c’è nulla che non si possa fare per bene. Writing

Detto ciò, NaNoWriMo io non l’ho mai fatto. Tutti gli anni accarezzo brevemente l’idea, e tutti gli anni la lascio ricadere nel limbo da cui si è affacciata. Perché sono una procrastinatrice tremenda. Perché predico assai meglio di quanto razzoli. Perché novembre è un mese micidiale – ma d’altra parte, quale non lo è?

Ed è un peccato. Quest’anno lo è ancora di più, perché ho un’ideuzza nuova che mi piacerebbe sviluppare – e un writing month cadrebbe proprio a pallino. O almeno una writing week, ma temo che anche quella al momento sia fuori dal novero delle possibilità. E comunque l’ideuzza nuova è cosa dell’altro giorno – decisamente tardino per cominciare domani…

Ma se siete più bravi di me… Be’, non sono certa di consigliarvi di decidere oggi e cominciare domani – ma se per caso avete già un romanzo progettato e mai iniziato, se avete faldoni di documentazione, idee e schemi, allora questa potrebbe essere una buona occasione per buttarvi. E poi, a dire il vero… state a sentire: anche se siete un po’ meno pronti, anche se si tratta soltanto di iniziare la prescrittura o la progettazione, o la documentazione… perché non cominciare a lavorarci quotidianamente per tutto il mese, istituire un po’ di quella disciplina così fondamentale per scrivere – anche senza un conto parole quotidiano?

Avanti, provate! Avete la mia benedizione – e magari, sappiatemi dire, volete?

Pagine:«123456789»