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Gen 25, 2011 - scrittura    No Comments

Corso Di Scrittura Narrativa A Nogara (VR)

CORSO DI SCRITTURA NARRATIVA.JPGSono davvero felice di annunciare il mio nuovo corso di scrittura, organizzato dall’associazione LOGiCA presso la biblioteca di Palazzo Maggi a Nogara (VR).

Da febbraio ad aprile, dieci incontri alla scoperta dei meccanismi, degli elementi, delle tecniche – una specie di giro dietro le quinte della scrittura di una storia, con uno spirito decisamente hands-on.

Non ci limiteremo a vedere come funziona: proveremo a costruire trame, a caratterizzare personaggi, a creare atmosfere,  a giocare col linguaggio, a raccontare attraverso il dialogo, il punto di vista e l’azione… esploreremo e sperimenteremo la pratica del mestiere – quella che serve per dare forma all’ispirazione.

Non vedo l’ora!

Le iscrizioni sono aperte fino al 31 gennaio, e i dettagli e i contatti si trovano qui.

Ott 20, 2010 - scrittura, televisione    No Comments

Sul Potere Terapeutico della Fiction Italiana

Ho cercato di fare finta di niente per qualche giorno ma – come avrei anche potuto aspettarmi – non funziona: non so se sia influenza propriamente detta, ma di sicuro è un raffreddore maiuscolo.

Questa settimana, tra tutte quelle possibili… groan.

Il risultato è che, sentendomi per la maggior parte del tempo la testa imbottita di cotone idrofilo, biglie di vetro e prosciutto cotto, I’m not up to much, e va a finire che guardo più televisione del consueto.

E’ così che mi sono imbattuta in un episodio di La Ladra, con Veronica Pivetti. Premetto che a me la signora Pivetti è molto simpatica, ma il minimo che si possa dire è che non deve avere un gran discernimento in fatto di copioni… Una rapida ricerca rivela soltanto che la fiction è stata “ideata” da Dido Castelli e Giovanna Gra – e non è chiaro se siano responsabili anche della scrittura materiale. Se lo sono, buona fortuna.

Spiego: la ladra eponima è Eva Marsiglia (er… sì), ristoratrice e, nella puntata che ho visto, più riparatrice di torti che grassatrice. Un bel dì al ristorante capita una fanciulla insidiata dal pur sposatissimo datore di lavoro via ignobile ricatto: se non cedi ti licenzio, e visto che il tuo candido marito è appena rimasto senza lavoro… Eva/Veronica, con un terzetto d’improbabili amiche, parte alla riscossa con un piano che contempla un soggiorno sotto falso nome nell’albergo del Malvagio, pastiglie di viagra tagliate alla cipolla (cui il malvagio è allergicissimo) e una falsa squadra medica di pronto intervento. Naturalmente, prima della fine, il Malvagio ha firmato inconsapevolmente un contratto a tempo indeterminato per l’ignara fanciulla, la cui virtù è salva insieme al posto di lavoro, e tutti vivono felici e contenti.

Tranne la sospensione dell’incredulità dello spettatore, perché persino attraverso l’intontimento da raffreddore ho notato una trama piena di buchi delle dimensioni della Lombardia. Nessuno s’insospettisce delle false dottoresse? Nessuno controlla l’identità del falso soprano bulgaro nella stanza accanto? Nessuno nota che il viagra corretto è stato comprato nella farmacia di una delle protagoniste? E il fatto più irritante è che si sarebbero potuti risolvere alcuni di questi problemi con una certa facilità: in fondo, bastava che le nostre eroine dirottassero la chiamata al vero 118 e che il malvagio non denunciasse l’avvenuto per coprire le sue malefatte… e invece no: dovevamo avere l’appagante scena finale in cui il commissario di Polizia – non si sa se semi-compiacente o semi-cretino – chiede proprio alla farmacista in questione una consulenza sul viagra tagliato alla cipolla…

Seguono goffe menzogne, che il commissario prende per buone prima di dedicarsi alle gioie del palato. “La vita è strana” “E la cipolla è indigesta”… tutti ridono, Eva/Veronica fa l’occhiolino alla telecamera, i malvagi sono puniti, la virtù trionfa sotto il naso dell’autorità. Hurrà.

Aggiungete il fatto che i personaggi sono caratterizzati con l’accetta e la caricatura è il registro preminente, aggiungete un pizzico storia d’amore con uno chef e una spruzzatina di guai del figlio adolescente, et voilà.

Non bastandomi tutto ciò, mi sono imbattuta anche nel trailer di Terra Ribelle, fiction in costume costata (leggo) 12 milioni, scritta da Peter Exacoustos, Daniela Bortignoni e Stefano Piani. Regia di Cinzia TH Torrini. Ho visto solo il trailer e mi è mancato il cuore di sorbirne anche solo un minuto di più, ma mi è bastato per evincerne gli elementi seguenti: le due nobili sorelle, una convenzionale e l’altra anticonformista; i due amici d’infanzia, uno l’ombroso figlio del padrone, l’altro il solare figlio di padre ignoto (cosa scommettete che prima della fine ci scappa l’agnizione?); l’amore contrastato che sfida le convenzioni sociali; il bieco padronato oppressivo (con qualche eccezione di padronato benintenzionato ma cieco a quanto sono oppressivi i suoi agenti); le fortune di famiglia da salvare tramite matrimonio combinato; la lotta per la libertà, i diritti, l’uguaglianza eccetera; una squadra di attori che sgranano gli occhi, corrugano la fronte e serrano la mascella; tra la gente giovane e bella, i biondi sono buoni a prescindere, generosi e ribelli, i bruni prendono una cattiva piega (ma scommettete che si redimono, prendendola nelle costole o meno?); dialoghi che è un caritatevole eufemismo definire atroci; scene in cui c’è davvero gente che cavalca verso il tramonto, tanto perché a nessuno sfugga il parallelo Maremma/Far West!  

Abbiamo pensato ad una storia ambienta nella Maremma alla fine dell’800 che possa trasportare il pubblico televisivo nelle macchie che si affacciano sul mare, nei contrastati frangenti di una storia d’amore decisa dal destino, in un drammatico scontro tra il diritto di essere felici e la costrizione alla miseria, in una fuga verso una natura selvaggia, spesso nemica, quasi un luogo dell’anima, dove poter cavalcare, lottare e amare, cinguettano gli autori sul sito dedicato alla fiction… oh, feu, feu, feu!

E fin qui gli ululati: ma possibile che, nel produrre una serie, non si possa investire qualcosina di più nella qualità della scrittura? Che non si possa rispettare un po’ di più l’intelligenza dello spettatore? And so on, ranting away

Dopodiché si dà un’occhiata ai dati e si scopre che domenica sera Terra Ribelle è stato il programma più visto con il 20% di share, e che La Ladra ha sempre navigato a sua volta intorno alle stesse cifre che, a sentire l’Auditel, sono di tutto rispetto. Segno evidente che tra i cinque e i sei milioni di Italiani non hanno nulla da ridire sulla qualità di scrittura di entrambe le produzioni, e che in definitiva i produttori offrono quello che il mercato domanda.

Personalmente, a costo di rendermi colpevole di snobismo di genere, non vedo l’ora di smaltire il raffreddore e tornare lucida: la fiction italiana non ti farà guarire, ma di sicuro ti motiva a farlo.

Ott 8, 2010 - scrittura    9 Comments

Come Non Scrivere Un Romanzo

La settimana scorsa, in recensione a Come Non Scrivere Un Romanzo. Una Guida Per Evitare i 200 Errori Più Comuni, l’ultima novità in fatto di manuali di scrittura, ad opera di Howard Mittelmark e Sandra Newman, Il Giornale ha pubblicato un articolo di Daniele Abbiati, che francamente ho trovato un tantino gratuito.

Abbiati definisce il libro “un brogliaccio slegato, incoerente, noioso e senza capo né coda”. Su questo non mi pronuncio: non ho letto Come Non Scrivere Un Romanzo, e può benissimo darsi che sia tutto ciò e anche di peggio. E se non l’ho letto, perché diamine ne parlo? Non ne parlo affatto, faccio notare. Quello di cui parlo è l’articolo di Abbiati, che contesta sarcasticamente a Mittelmark e Newman di avere bocciato, nella loro ansia pedagogica, una quantità di capolavori della letteratura universale, come la Recherche, il Don Quixote, la Coscienza di Zeno e via dicendo.

Ha-ha. Very funny.

Divertente, perché in realtà i consigli di M&N riportati nell’articolo sono solidi (se non terribilmente originali) principi narrativi, come “Evitare di scrivere scene nelle quali il personaggio ricorda o rimugina sul proprio passato e basta.” E Proust, allora? tuona Abbiati. Si dà il caso che Proust fosse, per l’appunto, Proust. Bisogna sapere dannatamente bene quello che si fa per interessare il lettore a una scena (let alone uno o più libri interi) in cui non si fa altro che strologare standosene seduti in poltrona. Bisogna essere estremamente originali, padroni dei propri mezzi e, meglio di tutto, bisogna averlo fatto per primi o giù di lì. E poi, volete che vi dica qualcosa di semi-sacrilego? Se tentasse di pubblicare oggi, difficilmente Proust troverebbe un editore – il lettore odierno non sta volentieri a contemplare un narratore che ricorda e rimugina.

Il che ci viene ribadito quando M&N affermano che “una caratteristica comune a quasi tutti i manoscritti che restano inediti è una selvaggia sproporzione tra introspezione e azione a tutto vantaggio della prima.” A nessuno piace sentirsi dire lungamente ciò che potrebbe essere mostrato, indipendentemente dalle sigarette di Zeno.

E l’articolo continua così, citando casi letterari dal poco pertinente all’estremo, per concludere con una citazione di Checov: “Scrivendo faccio pieno assegnamento sul lettore, nella presunzione che aggiungerà da sé gli elementi che mancano nel racconto.” Molto bello, ma altra epoca, altro mercato editoriale, altra mentalità. E può darsi benissimo che Come Non Scrivere Un Romanzo sia l’ennesima rifrittura di cose già dette, ma sbeffeggiandolo come fa, Abbiati non rende un gran servigio all’apprendista scrittore, incoraggiando l’idea che la scrittura sia una solitaria coltivazione delle idiosincrasie individuali, anziché l’elaborazione di uno stile personale dopo che si sono imparate le buone vecchie regole e studiate con umiltà e passione le grandi eccezioni.

Set 23, 2010 - scrittura    No Comments

La Scrittura da Dentro a Guidizzolo

LocGuidizzolo.jpgA quanto pare, questa è la Shameful Self-Promotion Week, e allora lasciate che vi dica che martedì 28 inizio una nuova versione di La Scrittura da Dentro presso la Biblioteca di Guidizzolo (MN).

Nuova, perché questa volta è in quattro lezioni soltanto, quattro incontri di due ore ciascuno – e dico “soltanto”, ma in realtà in questi ultimi quattro anni LSdD* si è reincarnato in molteplici variazioni, con un numero d’incontri compreso tra due e sei.

Ogni volta è stato necessario ripensarlo in parte: quali sono le cose veramente fondamentali? A che cosa posso rinunciare? Meglio concentrarsi sulla teoria o alternarla ad esercitazioni pratiche? Le persone che ho davanti saranno più interessate a un tour guidato dietro le quinte o a un apprendimento hands-on? Ad analizzare testi o a sperimentare delle tecniche?

Il risultato è che LSdD è diventato un corso estremamente versatile, fatto per essere adattato facilmente alle esigenze di una scuola, di una biblioteca, di un’università della III età. E’ un corso di scrittura e di lettura al tempo stesso, con un nucleo di fondamentali, un equilibrio variabile tra teoria e tecnica, e margini abbastanza ampi per poter aggiustare il tiro in corsa.

Questa volta ci si concentra su trama e struttura, punto di vista e voce narrante, caratterizzazione dei personaggi, dialoghi e linguaggio, con una certa quantità di esercizi pratici e le consuete digressioni sul perché aprire il cuore e versare il contenuto sulla pagina non è, in linea di massima, una buona idea.

Per chi sta a Guidizzolo o in ragionevoli vicinanze, le iscrizioni sono aperte fino a sabato. Per chi fosse interessato pur abitando altrove, LSdS e io siamo for hire: se volete segnalarci alla vostra biblioteca, scuola, istituzione culturale o altro…

Er, sì. Come dicevo, shameful self-promotion.

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* Dove si vede che la gente farebbe bene a considerare le implicazioni degli acronimi prima di battezzare corsi, seminari e cose del genere…

Ago 21, 2010 - scrittura    4 Comments

Dodici Sane Idee e Mezzo

7192.jpgQuesto poster mi ha colpita perché, a differenza di molti che si trovano in giro, si concentra non tanto sui principi della scrittura, quanto sui tratti che costituiscono la mentalità dello scrittore.

Peccato per il titolo: “Le Uniche 12 Regole di Scrittura di Cui Avete Davvero Bisogno” è una pessima descrizione del contenuto. Non si tratta di regole, in primo luogo, ma di abitudini, deformazioni professionali, tratti di buon senso (o di scarso buon senso, a seconda dei punti di vista), constatazioni di fatto – il tutto molto, molto pratico. Alcuni sono talmente ovvi che viene da dubitare di doverli scrivere su un poster – e magari proprio per questo è facile che scivolino sotto il radar – altri sono divertenti, altri ancora sono confortanti rassicurazioni. Nel complesso descrivono in modo passabilmente accurato come funziona uno scrittore. Incidentalmente, sono anche tutti ottimi consigli per superare il terribile Blocco dello Scrittore…

Poco tempo fa un giornalista che m’intervistava mi ha chiesto cosa significa all’atto pratico scrivere libri, come funziona la faccenda nella vita quotidiana… se lo avessi avuto presente allora, avrei potuto fargli leggere questo poster.

1) Se scrivi ogni giorno, ogni giorno farai progressi. Ovvero: pratica, pratica, pratica; esercizio, esercizio, esercizio. Non c’è davvero altro modo di acquisire esperienza generale, padronanza dei mezzi e scioltezza nell’esecuzione.

2) Se ti ci annoi tu, figurati il lettore. Scrivere è difficile, è faticoso, può essere frustrante, ma non dovrebbe essere mai noioso. Passo, ritmo e scioltezza cancelleranno (o nasconderanno bene) difficoltà, fatica e frustrazione nel testo finito, ma la noia traspare sempre – e si comunica inevitabilmente al lettore.

3) Creati una disciplina e vedi di atternertici. Il che non significa “E guai a te se non scrivi ogni giorno dalle otto di sera alle tre del mattino”, ma cose più assennate come “assegnati un ragionevole conto-parole quotidiano o settimanale, e sforzati di raggiungerlo ogni giorno fino alla fine del libro, perché niente è facile come saltare un giorno (che vuoi mai che sia!), saltarne due, saltare una settimana, scivolare nel purgatorio della procrastinazione e da lì precipitare nell’inferno del famigerato Blocco. It hurts, believe you me.

4) La poesia non deve necessariamente essere in rima. La poesia non deve necessariamente essere in rima. Chissà se Marlowe aveva questa massima graffita sul muro della sua stanza a Cambridge, mentre creava il blank verse

5) Evita i luoghi comuni, nella vita e nella scrittura. Qualche post fa si parlava di frasi logore e del loro valore, e si concludeva che il luogo comune è graziato solo se proprio in virtù del suo logorio produce una diversa sfaccettatura di significato. Guai ad essere diversi per il gusto di essere diversi, ma vale sempre la pena di domandarsi se non ci sia un modo nuovo per dirlo.

6) Gli scrittori leggono. Gli scrittori leggono un sacco. Gli scrittori leggono in continuazione. E non leggono tanto per fare, ma con l’orecchio sempre teso al linguaggio, alle strutture, alla caratterizzazione, ai pregi, ai difetti, al mestiere e all’arte altrui – così come guardano la televisione, vanno al cinema, a teatro e all’opera – e anche ai concerti.

7) Fai elenchi delle tue parole preferite, dei tuoi libri preferiti, dei tuoi posti e delle tue cose preferite. E, aggiungerei io, leggi tutte le liste che ti capitano sott’occhio – dai credits alla fine dei film all’indice analitico degli atlanti – Per eccentrico che sembri, è un ottimo esercizio. A parte la bellezza delle parole, dei titoli e dei nomi in sè (che dovrebbe comunque essere una gioia per uno scrittore) non c’è limite alle idee, agli accostamenti, alle figure di pensiero, alle immagini, agli spunti che possono balzare fuori da una lista. I neuroni di uno scrittore sono sempre in cerca di questo genere di giocattoli tra cui creare connessioni…

8) La storia non deve necessariamente avere una morale. Però deve sempre significare qualcosa, perché sennò non è una storia. Non è una storia se non è cambiato qualcosa tra l’inizio e la fine (o se qualcuno non paga il prezzo del mancato cambiamento), ma non è scritto da nessuna parte che il cambiamento debba essere in bene, o che tutti debbano vivere felici e contenti, o che il bene, la bontà e l’amore debbano trionfare.

9) Portati sempre dietro un taccuino. E una penna di scorta. E tienine anche sul comodino. Perché è inutile dire “poi me lo ricordo”, ed è micidiale quando la biro muore proprio mentre si sta annotanto una Grande Idea. Chiunque si sia alzato nel cuore della notte per annotare una folgorazione, chiunque abbia preso un appunto con la matita per gli occhi sul biglietto del tram, chiunque abbia smarrito il tovagliolino di carta con il Titolo Perfetto balenato durante una festa, spargerà qualche lacrimetta sulla saggezza di questo n° 9.

10) Fa’ una passeggiata. Balla. Leva le erbacce. Lava i piatti. E poi scrivi su quello che hai fatto. A volte, quando ci si blocca, non c’è altro rimedio che fare qualcosa d’altro, qualcosa di completamente slegato dalla scrittura. Però (cue: Tema di Tara) Noi Siamo Scrittori, e quindi dopo avere levato le erbacce prenderemo nota della consistenza della terra umida tra le dita, della soddisfazione vendicativa nell’assassinare la gramigna, del ronzio dei bombi tra i grappoli del glicine… Dopotutto, domani è un altro giorno.

11) Non accontentarti di uno stile solo. Sperimenta! Stili, generi, punti di vista, voci narrative… Per curiosità, per esperimento, per gioco, per colpevole piacere, per vacanza, per studio, per cambiare, per ribaltare i propri schemi. Ci sono sempre più buone ragioni per sperimentare che per non farlo – e non si sa mai che cosa si può trovare una volta girato l’angolo.

12) Impara a raccontare entrambi i lati della storia. Per questo la lettura consigliata è The Master of Ballantrae, di Stevenson. In realtà, raccontare più lati o nasconderne qualcuno può fare tutta la differenza del mondo, e non sempre è bene che il lettore sappia proprio tuttto – ma per sapere cosa nascondere e come farlo, bisogna essere in grado di raccontare tutto quanto.

12 e 1/2) Piantala di fissare questo post(er) e scrivi qualcosa! E qui non c’è bisogno di spiegazioni, I guess, se non il fatto che, senza parere, la dodicesima regola e mezzo ci riporta con una certa eleganza al n° 1. Carino, no?  

Ago 20, 2010 - cinema, scrittura    2 Comments

Ossignor!

Leggendo i commenti alla tirata di Josh Olson, mi sono imbattuta in un altro e sesquipedale esempio di snobismo di genere:

Forse ricorderete la storia: Olson è uno sceneggiatore hollywoodiano, un aspirante collega gli chiede di leggere la sua paginetta di sinossi per una sceneggiatura, Olson – pur seccato dalla richiesta – legge la sinossi, la trova orribile e inveisce pubblicamente.

Ora, per quanto Josh Olson sia una persona sgradevole, stento a credere che qualcuno abbia potuto davvero scrivergli questo commento:

Olson descrive la storia dello sceneggiatore così: “I personaggi vagano senza scopo, compiono azioni senza motivo, scompaiono, ricompaiono, vengono arrestati per crimini non specificati e prendono decisioni dissennate ed epocali senza nessuna particolare ragione.” Tutto questo somiglia molto a Il Processo di Kafka.

Poi Olson dice: “Mezzo paragrafo è dedicato a descrivere il profumo e la consistenza di un cibo, ma l’evento centrale della crisi è sbrigativamente liquidato in una frase.” Questo somiglia a Gita al Faro di Virginia Woolf.

“La morte del protagonista non è nemmeno menzionata. Una frase descrive una scena in cui è presente, e la successiva descrive la gente che va al suo funerale.” Questo somiglia a molti lavori di Hemingway e Faulkner, con le loro omissioni deliberate di momenti cruciali e particolari rilevanti. 

In altre parole, Mr. Olson, una persona che avesse anche solo un briciolo di vero talento o integrità artistica non scriverebbe filmacci per Hollywood come fa lei, per poi spendere inutilmente tante parole al solo scopo di distruggere pubblicamente i sogni di qualcun altro. Lei non scriverà mai nulla che valga veramente la pena di essere letto, con la sua ossessione per il “venire al punto”.

Di fronte a discorsi del genere posso azzardare solo due spiegazioni alternative: stupidità abissale o pura e semplice malafede – a meno che non si tratti di una combinazione di entrambe. Obiettiamo prima di tutto che la sinossi di una sceneggiatura è la sinossi di una sceneggiatura, ovvero un tipo di scrittura specializzata e strettamente funzionale. Chi la scrive non dovrebbe preoccuparsi di emulare Kafka, Woolf o Hemingway, ma di presentare la sua storia in pochi paragrafi, nel modo più razionale, avvincente e comprensibile di cui è capace. “Ben scritto” in questo caso significa due cose soltanto: chiaro ed efficace. Per echi letterari ed ellissi ermetiche ci sarà tutto il tempo nella sceneggiatura, grazie tante.

Quindi, tre paragrafi su quattro del commento sono dissennati. Adesso veniamo alla parte in mala fede: la disonestà intellettuale del passaggio dai presunti meriti letterari della sinossi all’indegnità artistica e umana di Olson è di una spudoratezza rimarchevole nel suo genere. A) JO non sa riconoscere la buona scrittura quando se la trova davanti; B) ma d’altra parte, JO scrive sceneggiature cinematografiche (orrore, orror!); C) e prende a calci i cuccioli; D) e in fondo, che altro ci si può aspettare da un uomo ossessionato dalla fabula?

Noterete che l’argomento finale – destinato a sancire l’inferiorità morale e artistica di Olson – non è tanto il fatto che abbia maltrattato pubblicamente l’aspirante sceneggiatore, quanto la sua ributtante pretesa che una storia “venga al punto”. Insomma, è chiaro come il giorno: tutta questa gente che farnetica di trama, struttura, solidità e principi narrativi è crassa, venale, volgare e costituzionalmente incapace di veleggiare nelle regioni rarefatte della VERA ARTE, scritto in tutte maiuscole – empireo a cui Hollywood non dovrebbe nemmeno permettersi di aspirare!

Come dicevasi nel titolo: ossignor…

Ago 19, 2010 - libri e fumetti, scrittura    1 Comment

Calvin, Hobbes e l’Ispirazione

Ancora Calvin & Hobbes. Traduzione mia.

Copia di writing-and-creativity.png

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

How very, very true. Una scadenza incombente, trovo, è uno stimolo quasi infallibile, e mi piace pensare che questo sia il motivo per cui mi riduco sempre all’ultimo momento – e non viceversa. Le muse andrebbero raffigurate con un calendario in mano!

Ma d’altra parte, leggo che siamo geneticamente programmati per funzionare meglio nelle emergenze… interessante concetto. Ne riparleremo.

Ago 13, 2010 - scrittura, teorie    8 Comments

Scrittura ed Efficacia Secondo Orwell

george-orwell-writing.jpgNel 1946 George Orwell scrisse un saggio intitolato Politics and the English Language, in cui lamentava una serie di difetti che affliggevano il giornalismo di entrambi i lati dell’Oceano, a scapito di chiarezza, efficacia e comprensibilità della scrittura. Come s’intuisce dal titolo, ciò che Orwell deplorava non era tanto un’epidemia transatlantica d’incuria, quanto un uso deliberato di certi vezzi a fini ideologici, demagogici o manipolatori.

Si potrebbe discutere molto sulla validità della lettura di Orwell applicata a cinquant’anni abbondanti di distanza – non solo al giornalismo ma anche alla narrativa. Per ora, limitiamoci a dare un’occhiata ai sei punti principali del saggio, il rimedio che Orwell prescriveva per combattere la genericità dilagante della scrittura.

1) Mai usare una metafora, una similitudine o un’altra figura retorica che si è abituati a vedere stampata. Sembra facile, sembra ovvio, ma non lo è. Ci sono figure retoriche che sono diventate luoghi comuni. La resa dei conti, il canto del cigno, il tallone d’Achille, l’ultima spiaggia, l’arena politicae compagnia cantante sono talmente logorati dall’uso che non suscitano più nessuna risposta nel lettore. Il problema è che sono così comode e automatiche che le si usa senza quasi accorgersene. Quando cessa di stimolare il pensiero (o almeno l’attenzione) associando concetti in modo inedito, la figura retorica decade al rango di blando riempitivo. La scelta è tra cassarla del tutto e sostituirla con un’immagine nuova, che colpisca e stimoli il lettore.*

2) Mai usare una perifrasi al posto di un verbo o sostantivo. Fare uso di invece di usare, utilizzare, consumare; andare incontro a invece di affrontare, incontrare, attendersi; i militi dell’Arma invece de i Carabinieri. Questa la prenderei con il proverbiale granello di sale, perché ci sono circostanze in cui una perifrasi può esprimere un’infinità di sfumature (dall’atterrita cautela al sarcasmo più pungente, passando per molti stadi intermedi) ma si può qualificare con un riferimento al n° 1 e al n° 3: mai usare una perifrasi logora, e mai usare una perifrasi che non aggiunge significato – a sfumature o a palate, a scelta.

3) Mai usare una parola difficile al posto di una semplice. Una parola lunga al posto di una breve, sarebbe una traduzione più letterale, perché in Inglese le parole lunghe tendono ad essere di origine latina – e perciò di uso erudito, quando non pretenziose. In italiano non è sempre così (ialino ha cinque lettere in meno di trasparente), ma il concetto non cambia. Un uso eccessivo di parole distrae, irrita e confonde il lettore – e il lettore distratto, furibondo o confuso non è un lettore felice: nella peggiore delle ipotesi, potrebbe anche sentirsi manipolato. Ricordate Calvin e Hobbes? Poi possono esserci buone ragioni letterarie per usare parole difficili: l’importante è sapere quel che si fa. Ne riparleremo al punto 5, 

4) Se è possibile eliminare una parola, eliminarla. Sempre. Secondo Ezra Pound la grande letteratura non è altro che linguaggio caricato di tanto significato quanto ne può portare. Di conseguenza, ogni parola che non aggiunge significato alla frase in cui si trova non fa altro che diluirne l’efficacia. Uno degli esercizi più illuminanti che si possano fare è prendere qualcosa che si è scritto (articolo, racconto, post – meglio cominciare con qualcosa di breve) e riscriverlo in due terzi o metà delle parole. La quantità di parole inutili che si scopre di poter potare è sempre uno shock. La maggiore efficacia della versione breve tende ad essere una sorpresa. Provare per credere.

5) Mai usare un verbo passivo al posto della voce attiva. Posto che in certe circostanze il passivo è cosa – se non proprio buona e giusta – necessaria, non si può negare che L’uomo è stato morso dal cane è più fiacco de Il cane ha morso l’uomo. Provate a leggerle entrambe ad alta voce per sentire quanto è più compatta e fluida la seconda versione.

6) Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o una parola gergale al posto dell’equivalente in Italiano corrente. Qui farò bene a dichiararmi colpevole ancor prima di cominciare, visto il mio indiscriminato e selvaggio uso di espressioni inglesi. In questo post ho tentato di trattenermi, ma avrete notato che ci sono appena cascata di nuovo: che cos’è che sto scrivendo? un post. Ho appena perso dieci punti… Si capisce, Orwell scriveva in epoca pre-Internet – e scriveva in Inglese**: potrei davvero scrivere che ogni mattina mi siedo all’elaboratore e scrivo una pagina del mio diario elettronico da pubblicare nella Rete, dopodiché controllo se ho ricevuto qualche lettera elettronica, apro Finestre e mi dedico al mio lavoro di curatrice editoriale? Potrei, ma siamo sinceri: nessun lettore si farebbe un’opinione elevatissima della mia salute mentale. Fondamentalmente, il punto è avere ben presente il tipo di lettore per cui si scrive e mantenersi comprensibili.

Ecco fatto. Nel 1946 Orwell combatteva una crociata che aveva per stendardi semplicità stilistica e trasparenza intellettuale, e la sua ricetta si restringe a tre parole (di cui un aggettivo): buon senso, efficacia. Queste regole, come tutte le regole di scrittura, sono una guida di massima. Non delle forche caudine inesorabili, ma un piccolo radar ausiliario da tenere sempre in funzione – formulato in pochi punti chiari e semplici da memorizzare. Ho davvero bisogno di questa figura retorica, di questa parola, di questa forma verbale? Se la risposta è sì, bene, grazie e avanti tutta; se è no, sarà valsa la pena di essersi posti la domanda.

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* Il che mi fa ricordare un analogo consiglio di Margie Lawson: give them fresh fundamentals, ovvero descrivete le reazioni basilari con immagini nuove.

** Agli Anglofoni piace negare che l’Inglese sia una lingua voracemente acquisitiva. Qualcuno, come James Nicol, lo ammette: Inglese – una lingua che si apposta nei vicoli bui per assalire le altre lingue e

Ago 2, 2010 - cinema, scrittura    19 Comments

C’era una volta, in una galassia lontana lontana…

StarWarsIV.jpgIeri sera ho riguardato Guerre Stellari per la zillionesima volta, e non c’è niente da fare: tutte le volte resto colpita dal modo abilissimo in cui la sceneggiatura combina e manovra elementi narrativi vecchi come le colline.

A partire dall’introduzione su sfondo di cielo stellato*: Capitolo 4 – Una Nuova Speranza. Ovvero, o Spettatore, bada ben che adesso ti precipito in medias res che di più non si potrebbe, non solo in azione, ma nel bel mezzo di una storia già iniziata, una storia vecchia ed epica, che non mi prenderò la briga di raccontarti fin a qui, se non per accenni e spizzichi**.

E poi… bam! Enormi astronavi che inseguono astronavi più piccole (non parteggi già istintivamente per la lepre, o Spettatore?), e molta agitazione sull’astronave-lepre, con questi soldati dall’aria superannuata e vagamente coloniale, questi corridoi pieni di fumo… Non si mette bene. Enter i droidi, che forniscono un po’ d’informazioni essenziali: a) siamo alla frutta; b) stavolta per la principessa sono guai.

Che la situazione non fosse rosea l’avevamo intuito, ma quello che dovevamo scoprire qui è che c’è di mezzo una principessa. Una volta ho partecipato a un workshop, il cui insegnante ci ha spiegato come certe parole siano concettualmente e connotativamente più attraenti di altre. “Su una scala da uno a dieci,” diceva, “principessa è probabilmente a 856.” Come dire che se Leila fosse stata una senatrice o una presidentessa non sarebbe stato assolutamente lo stesso. Tra l’altro, abbiamo visto le astronavi, abbiamo visto i droidi, non c’è il minimo dubbio che siamo in piena fantascienza: che ci fa di preciso qui una principessa***? Sii debitamente curioso, o Spettatore.

Anche perché, per il momento, di lei vediamo ben poco: giusto un paludamento bianco, e poi via, a conoscere il Malvagio. Il Malvagio ha una di quelle entrate che sembrano prese da un romanzo gotico di fine Settecento… ma che dico? L’entrata è presa dai romanzi gotici di fine Settecento, punto. Cue: ominous music. Tra vortici di fumo, un misterioso personaggio in armatura e mantello nerissimi**** avanza lungo il corridoio cosparso di cadaveri*****, e i suoi supersoldati scattano sull’attenti. Chiaramente, siamo davanti a Qualcuno. In rapida successione lo vedremo spezzare il collo con totale indifferenza al comandante che reclama status diplomatico, terrorizzare i suoi subordinati, e più o meno scavalcare il suo comando… Il tutto senza togliersi l’elmo nero, il tutto continuando a respirare male assai… Qui c’è malvagità, o Spettatore, ma c’è anche mistero: chi è costui? Da dove viene? Che cosa vuole? Ha una redenzione in vista? Un’attenuante? Una tragica storia alle spalle?

Indi vediamo un po’ meglio la principessa. Avrà pure le trecce e il lungo abito bianco, ma decisamente non è una damigella indifesa: maneggia un folgoratore con letale disinvoltura e, portata davanti al Malvagio, mente e insulta – o almeno ci prova. Quindi scopriamo che non è nuova a questo genere di numeri (ma a dire il vero lo sapevamo già: “Questa volta per la principessa non ci sono speranze,” aveva detto D3BO), lei e il Malvagio si conoscono bene, ed è amica dei ribelli. Ribelli è un’altra di quelle parole, detto per inciso. Dunque, ricapitoliamo: da una parte ci sono i ribelli comandati da una tosta e graziosa principessa in bianco, e dall’altra gli oppressori rappresentati da un crudele signore della guerra in mantello nero. Per chi parteggi, o Spettatore?

E non dimentichiamoci i droidi, per favore. Prima di essere catturata, la principessa è riuscita a contrabbandarli fuori dall’astrolepre, ma… in un esempio da manuale di “La Vostra Soluzione Ha Appena Creato Un Problema Ancora Più Grosso”, i malvagi se ne sono accorti, e scendono a loro volta sul pianetino sabbioso, dove – non avere dubbi, o Spettatore – Qualcosa sta per accadere.

Ecco qui: la scena è stabilita, completa di dosi industriali di conflitto. E per di più – colpo di genio – finora dei protagonisti abbiamo visto poco o nulla, e quasi tutto ci è stato mostrato dal punto di vista di due droidi! Simpatici droidi, chiaramente intelligenze artificiali dalla spiccata personalità******, ma pur sempre esseri artificiali creati dall’uomo.

Oh… ho l’impressione che George Lucas abbia appena fatto qualcosa alla mia sospensione dell’incredulità: ha inziato a raccontarmi una storia di genere, presentandomela come il capitolo intermedio di una storia narrata, e mostrandomela attraverso gli occhi meccanici di due macchine intelligenti. Dimenticati di avere un’incredulità da sospendere, bambina: non hai bisogno di credere a niente, questa e una storia e tutto può succedere!

Guerre Stellari dovrebbe essere testo di studio obbligatorio.

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* La prima volta che ho visto Spaceballs ho rischiato di strozzarmi con il tè: If you can read this, you need no glasses

** Ed è un’idea talmente buona che, se fosse stato per me, la seconda trilogia non avrebbe mai visto la luce, lasciando allo Spettatore l’agio di ricostrurire i precedenti a sua immaginazione e preferenza.

*** Non è che le principesse siano del tutto inaudite in fantascienza, vedi A Princess of Mars, di E.R. Burroughs, datato 1917, ma restano un nonnulla inconsuete: sii preparato, o Spettatore, perché è probabile che le cose non siano come te le aspetti.

**** E se pensate che il color coding non sia sottile, è perché non sta affatto cercando di essere sottile.

***** L’avevamo detto che per questa gente non si metteva molto bene. C1P8.jpg

****** Pur non essendo una principessa galattica, pur non contrabbandando piani di astronavi e pur non pilotando caccia stellari, voglio anch’io un C1P8.  A quanto pare, potrei.

Questionario di Proust II

L’avevo detto, del QdP – discreto strumento per la creazione di un personaggio – esistono molteplici varianti. Questa che segue è parte della versione riportata nel Character Workshop del Gotham Writers’ Project: solo le domande diverse da quelle dell’altra volta, giusto per integrare. La traduzione è mia, le risposte di Annibale del mio Somnium Hannibalis.

  • Quale consideri il tuo più grande successo? Me ne riconosco due: Canne e l’aver salvato Cartagine dalla rovina dopo Zama – entrambi sciaguratamente effimeri.

 

  • A quale, tra le cose che possiedi, attribuisci maggior valore? L’anello che porto al dito, con il suo veleno potentissimo nascosto nel castone. Non riconosco a nessuno il diritto di prendere la mia vita, se non a un nemico in battaglia o a me stesso.

 

  • Chi o che cosa ami più di tutto al mondo? Il brivido possente della battaglia, e le ombre dei miei morti mi perdonino per questo. 

 

  • Qual è il tuo viaggio preferito? Ricordo con gioia la traversata che mi portò da Cartagine a Gades quando avevo dieci anni, colma di attesa e di tutte le promesse del mondo.

  

  • Quando e dove sei stato più felice? A Canne, dopo la battaglia. A notte alta la piana era un mare di roghi a perdita d’occhio. Il vento faceva crepitare le fiamme e portava le voci dei soldati che acclamavano. Quella fu una notte felice. La stanchezza, il sangue, le voci, i fuochi, l’adorazione ebbra negli occhi dei soldati, e il mio nome gridato come quello di un dio da quarantamila uomini…

  

  • Qual è la tua più grande paura? Perdere la mia guerra. Da bambino ho giurato per il mio nome, per me stesso e per il mio destino di essere la spada e lo scudo di Cartagine, qualunque cosa me ne venisse in cambio. Non so più chi sarei, senza la mia guerra.

 

  • Qual è la tua più grande stravaganza? La crudeltà. Nella collera, nella frustrazione, nell’impazienza, a riemergere è una sete di sangue antica come gli idoli fenici che la mia gente venera sin dalla notte dei tempi.

  

  • Qual è il tuo più grande rimpianto? Avere lasciato l’Italia come ci ero arrivato, né vincitore né vinto, senza avere sconfitto Roma, senza avere portato a compimento il sogno dei Barca. Se avessi avuto più uomini, più denaro, più sostegno da Cartagine… chi può dire che cosa avrei saputo fare?

   

  • Qual è il tratto di te stesso che ti dispiace di più? Mi irrita, dopo tanti anni e tanto vivere, conservare ancora l’ingenuità di lasciarmi trascinare dai miei sogni. Ancora adesso non so parlarne con freddezza, e la mia ambizione veemente e il mio rancore spaventano gli uomini che potrebbero essermi alleati.

  

 

  • Quale consideri la virtù più sopravvalutata? L’umiltà. Nessun ha mai fatto nulla di grande per umiltà – se non quando umiltà era un altro nome che si dava all’orgoglio.

 

  • In quali occasioni menti? Ogni volta che la necessità lo impone.

 

  • Quali parole o espressioni usi spesso? Parlo tanto spesso del pericolo romano che i consiglieri del Re di Siria hanno imparato a levare gli occhi al cielo prim’ancora che cominci.

 

  • Se potessi cambiare una sola cosa di te stesso, quale sarebbe? Non vorrei cambiare nulla. Ci sono lunghe notti insonni in cui vorrei saper trovare pace, ma non è vero. Non c’è giorno della mia vita, non c’è azione compiuta, non c’è parola detta che rinneghi o che non senta di dover pagare con un prezzo di rimorso.  

  

  • Se dopo la morte potessi rinascere in un’altra persona o una cosa, chi o cosa vorresti essere? Un uomo tra dieci secoli, per vedere che cosa ricorderà il mondo di Annibale Barca, di Cartagine e della guerra con Roma. Oppure il fuoco, per conoscere l’ebbrezza della gloria senza il rovello infinito del pensiero.

 

  • Qual è il tuo motto? Persevero.