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Di Fanciulle, Rilevanza & Pasticcini

DemelO Fanciulla Che Vuole Scrivere, tu che mi tormenti perché legga qualcosa di tuo, e poi ti offendi quando ti faccio notare che Voler Scrivere non basta… E non dire che non ti sei offesa, per favore: se gli sguardi potessero fulminare, io adesso sarei un toast. Mai sottovalutare la lunga esperienza di una editor in fatto di fulmini oculari… O in fatto di pensieri del genere “Non-ha-capito-niente-che-cosa-c’entra-la-tecnica-questo-è-il-contenuto-del-mio-cuore-e-il-frutto-della-mia-ispirazione-e-questa-mi-parla-di-uso-della-lingua-l’importante-è-il-contenuto-non-la-forma…”

No, o Fanciulla: non leggo nel pensiero – è l’umana natura.

E ho tutta la simpatia possibile, sai? Ci sono passata prima di te, tutti ci siamo passati. Solo che tu te la sei presa a morte e sei scappata via salutando a metà, prima che potessi raccontarti una piccola storia.  È un istruttivo aneddotino in fatto di consapevolezza, pesi e contrappesi, che potresti applicare con qualche soddisfazione in una nuova stesura del tuo racconto… Ebbene, nell’improbabile caso in cui tu dovessi decidere di dare un’altra occhiata da queste parti, eccoti una storia del secolo scorso – quando non ero molto più grande di quanto tu sia adesso:

“La Rilevanza è tutto,” mi fa Victoria, e lo dice in un tono che implica la maiuscola per Rilevanza. E poi, siccome vede che io sorrido e annuisco, siccome siamo sedute al tavolino di una konditorei a Vienna, siccome si fa tardi, leva gli occhi al cielo e decide di lasciar perdere.

Però Victoria è persistente e, una volta che ciascuna è tornata a casa propria, mi manda una mail piuttosto oracolare, il cui contenuto, tradotto, suona più o meno così:

Alcesti è intelligente ma non s’impegna. Bradamante non s’impegna ma è intelligente.

Tutto qui, ma basta perché la folgore si abbatta sui miei neuroni appisolati e li galvanizzi in attività: è vero, la rilevanza è tutto!

Perché, diciamocelo: Alcesti è quasi un caso disperato, e per intelligente che sia non giungerà mai da nessuna parte, se non impara ad impegnarsi. Ispira persino poca simpatia, che diritto ha la gente sveglia di non impegnarsi? Bradamante, invece, è tutta un’altra questione. Bradamante, è vero, non s’impegna, ma la sua intelligenza incoraggia a sperare che lo farà. È troppo intelligente per non capire l’importanza dell’impegno e, nel frattempo, è di quelle simpatiche persone piene di potenzialità. Lasciamo solo che maturi…

E chi l’avrebbe mai detto? Il più elementare dei tricks di rilevanza ha un afflato pseudo-evangelico: quello che viene dopo conta di più.

La meraviglia delle sfumature: con un minimo spostamento di parole si ribalta la sostanza del giudizio contenuto in una frasettina. Questa non è matematica: spostando l’ordine dei fattori il risultato cambia, oh se cambia!

Doppia morale: da Demel fanno dei pasticcini oltre ogni descrizione; e la rilevanza (pardon: Rilevanza) è, se non tutto, parecchio.

Se non fai sul serio, o Fanciulla, è lo stesso. Ma se davvero Vuoi Scrivere, allora prova: comincia con questo – in fondo è una cosa piccola. Rileggi e riscrivi badando alla rilevanza. All’interno della coppia di aggettivi (se proprio devi usarli a coppie…), della frase, del paragrafo, della pagina, della storia intera. E poi rileggi ancora, possibilmente ad alta voce, e bada alla differenza.

E non farmi sapere – non serve. Dovrebbe importare molto più a te che a me.

Cari auguri.

A Parte la Scrittura

grantorinoFLposterfullDiscutevasi ieri sera a cena di “Gran Torino”.

Avete presente? Clint Eastwood. Duemilanove, mi si dice – e io ci credo. L’ho visto al cinema quando è uscito e poi di nuovo più di recente e a pezzetti ma, se devo dire la verità, non mi piace. Magari a voi sì – e allora per favore non tiratemi oggetti pesanti, e/o considerate la possibilità di andare a leggere qualche altro post – ma non so che farci: non mi piace, non mi piace e non mi piace. Trovo da ridire soprattutto sulla scrittura. A parte il fatto che la storia è telegrafata allo spettatore fin dal primo istante in cui entra in scena la famiglia di immigrati coreani (e non basta il relativo twist del finale a riscattare la prevedibilità), quello che secondo me nuoce di più a questo film sono i dialoghi pedestri e la sommaria caratterizzazione dei personaggi.

E per carità, magari per i dialoghi si può incolpare la traduzione. E altrettanto magari, in fatto di personaggi, la cosa è in parte intenzionale, e l’idea era quella di partire dalla fiera dello stereotipo etno-sociale per giungere ad un quadro molto differente, ma la realizzazione, per quel che ne ricordo, manca di sottigliezza in un modo imbarazzante. Così, si parte circondati da una serie di personaggi sterotipati (il protagonista polacco, reduce tormentato della guerra di Corea; la ragazzina – guarda caso – coreana tosta e intelligente), macchiettistici (ho ricordi di un barbiere italiano…) o addirittura grotteschi (la truce nonna coreana) che appesantiscono tutta la prima metà del film e sono incongrui nella seconda.

L’impressione è che lo sceneggiatore sia partito con nobili intenzioni, abbia lasciato che i personaggi gli sfuggissero di mano, e si sia ritrovato con un manipolo di caratteri da sitcom e con quelli abbia tentato di far passare il messaggio. A colpi di accetta.

Ma non è questo il punto. Il punto è che ieri sera, quando ho espresso le mie perplessità, E. mi ha detto “Può darsi, ma a parte quello è un bel film, no?”

Ebbene, non lo so. Clint Eastwood è ben lungi dall’essere il mio attore preferito (e il doppiaggio sopra le righe non aiuta), la regia non mi colpisce in modo particolare, gli altri attori, la fotografia e la colonna sonora sono perfettamente dimenticabili… ma supponiamo che fosse tutto meraviglioso. Supponiamo che la recitazione, il passo registico, la musica e la fotografia fossero da togliere il fiato: sarei capace di trovarlo “un bel film” a scapito della cattiva scrittura?BWS

La risposta è no.

Sarò deformata mentalmente, ma non posso vedere un film se non come una storia raccontata più che soltanto a parole. Di conseguenza, non posso fare a meno di vedere gli altri aspetti della produzione (interpretazione, regia, fotografia, colonna sonora, ecc…) come emanazioni della struttura narrativa. Ci sono ovviamente tipi di film in cui l’impatto spettacolare, le astronavi, la circonferenza toracica delle donne, lo slapstick o whatnot hanno deliberatamente il sopravvento, ma non è quello di cui sto parlando qui. E ci sono anche casi in cui un ritmo trascinante, un’interpretazione carismatica o una fotografia mozzafiato possono riscattare in parte una storia che non sta in piedi da sé. Un buco di trama, se rivestito con cura o contrabbandato con abilità, si può perdonare, ma la cattiva scrittura no. La cattiva scrittura condiziona le interpretazioni (c’è un limite a quello che il più grande degli attori può fare con del pessimo dialogo), impiccia la regia, distrae da tutto il resto, e irrita nel profondo.

Si può dire quello che si vuole, ma se i personaggi di un film, le loro parole, le loro motivazioni, la loro evoluzione, le loro scelte e la loro storia suonano fasulli – per eccesso o per difetto – perché dovrebbe importarmi del film?

 

Ott 31, 2014 - scrittura    2 Comments

NaNoWriMo

The setup for NaNoWriMo at home, if I need to ...

NaNoWriMo, semmai non lo sapeste, sta per National Novel Writing Month – Mese Nazionale della Scrittura di Romanzi.

È una cosa nata Oltretinozza – e in un certo senso solo Laggiù potevano inventarsela: una maratona di scrittura lunga un mese, in cui tutti sono invitati a metter mano all’idea che accarezzano da secoli senza mai metterla in pratica, o a riprendere in mano qualcosa di abbandonato e finirlo… It matters not: l’idea è quella che, alla fine di novembre, si siano messe insieme 50000 parole di romanzo – in teoria tutta una prima stesura.

Ora, prima di inorridire e bollare l’intera faccenda come un’Americanata, considerate.

Considerate le potenzialità antiprocrastinazione di un mese del genere. Considerate la pura e semplice forza di propulsione motivazionale dell’idea di scrivere dalle 1500 alle 2500 parole al dì. Considerate quanti progetti di scrittura non partono mai – o naufragano malinconicamente – perché non si scrive mai oggi quel che si può rimandare a domani. Diciamo la verità: impegnarsi in pubblico a scriverescriverescrivere, trovare il modo d’inserire nell’agenda il tempo che serve, prendere l’abbrivo e andare… se è vero che, come dice Mary Heaton Vorse, l’arte di scrivere è l’arte di applicare il fondo dei pantaloni a una sedia, allora NaNoWriMo è proprio quel che ci vuole.

Poi, si capisce, tutto dipende da come lo si fa. Nella sua versione più utile ed efficace, NaNoWriMo non consiste affatto nel sedersi con un quaderno il 1° di novembre aspettandosi che la Musa si presenti all’appuntamento per dettare la sua quota di parole. L’idea è di passare ottobre – e magari anche settembre – a pianificare, progettare, documentarsi, prescrivere… Così da arrivare all’inizio con le idee chiare su quel che si vuol fare. Il che forse leva qualche patina romantica alla faccenda, ma le dà molto più sugo. Dopotutto, a che serve scribacchiare freneticamente per un mese, se alla fine ci si ritrova con cinquantamila parole di divagazioni inutilizzabili?

Poi è chiaro che NaNoWriMo si può fare anche nella più inutile e gratuita delle maniere, giusto per dire “L’ho fatto…” Ho visto siti in cui si consigliavano scorciatoie per gopnfiare il conto parole: sequenze oniriche – perché tanto è un sogno, non deve avere senso – e descrizioni dettagliatissime e roba del genere… Ma questo è l’umano libero arbitrio, giusto? Con un minimo d’impegno non c’è nulla, ma nulla che non si possa fare in maniera del tutto futile, dannosa e/o stupida. E parimenti, con un minimo d’impegno, non c’è nulla che non si possa fare per bene. Writing

Detto ciò, NaNoWriMo io non l’ho mai fatto. Tutti gli anni accarezzo brevemente l’idea, e tutti gli anni la lascio ricadere nel limbo da cui si è affacciata. Perché sono una procrastinatrice tremenda. Perché predico assai meglio di quanto razzoli. Perché novembre è un mese micidiale – ma d’altra parte, quale non lo è?

Ed è un peccato. Quest’anno lo è ancora di più, perché ho un’ideuzza nuova che mi piacerebbe sviluppare – e un writing month cadrebbe proprio a pallino. O almeno una writing week, ma temo che anche quella al momento sia fuori dal novero delle possibilità. E comunque l’ideuzza nuova è cosa dell’altro giorno – decisamente tardino per cominciare domani…

Ma se siete più bravi di me… Be’, non sono certa di consigliarvi di decidere oggi e cominciare domani – ma se per caso avete già un romanzo progettato e mai iniziato, se avete faldoni di documentazione, idee e schemi, allora questa potrebbe essere una buona occasione per buttarvi. E poi, a dire il vero… state a sentire: anche se siete un po’ meno pronti, anche se si tratta soltanto di iniziare la prescrittura o la progettazione, o la documentazione… perché non cominciare a lavorarci quotidianamente per tutto il mese, istituire un po’ di quella disciplina così fondamentale per scrivere – anche senza un conto parole quotidiano?

Avanti, provate! Avete la mia benedizione – e magari, sappiatemi dire, volete?

Gen 24, 2014 - musica, scrittura    No Comments

Di Chopin e Thomas Mann

 

English: Thomas Mann, Nobel laureate in Litera...C’è verso la fine de I Buddenbrook questa bellissima pagina in cui il giovane Hanno improvvisa al pianoforte. Mi è ritornata in mente l’altra sera, mentre ascoltavo Chopin suonato da Marta Argerich – e poi di nuovo ieri sera, nel corso di un bellissimo concerto a base di Beethoven, Elgar e Tchaikovskij. Badavo alla sete con cui l’orecchio (non l’organo uditivo, ma l’insieme di organo, cervello e concetto di musica) aspetta la risoluzione di un tema, un passaggio di tonalità, il concludersi di una successione di accordi, la nota dopo il trillo…

E allora mi è tornato in mente Hanno Buddenbrook, del quale non si può dire che compone, perché di quel che fa al pianoforte non scrive nulla: insegue immagini, suggestioni, memorie, accosta suoni, prepara quel momento che appaga l’orecchio e poi lo ritarda all’estremo, cercando l’attimo perfetto in cui questa attesa raggiunge le vette squisite e molto anguste dello struggimento. Tutto questo Thomas Mann lo descrive con dovizia di particolari, alla fine di un capitolo teso a dimostrare come Hanno sia inadatto alla vita – e difatti non vivrà a lungo: il capitolo successivo si apre parlando di tifo. Anche la musica di questo ragazzo così smarrito è solo un’iridescenza di aspirazioni informi: bellezza, grandezza, arte, vita, tutto passa sulla tastiera di Hanno coi colori più vaghi e più irreali, sempre fuori portata – tranne per quell’attimo perfetto, l’ultimo accordo, l’ultimo arpeggio, l’ultima nota, che viene ed è già passato.

Ciò che colpisce è che Thomas Mann usa per descrivere queste improvvisazioni una versione più lucida e più consapevole della tecnica prestata a Hanno: le immagini si susseguono, la musica viene evocata, lo struggimento e la brama di compimento suggeriti e spostati sempre appena un passo più oltre… Il lettore scivola di frase in frase, di nota in nota, aspettando una risoluzione, un appagamento, un compimento, e poi ancora. Hanno

Anche Chopin fa questo. Chopin, Beethoven, Elgar, Tchaikovskij e tutta la musica occidentale, a dire il vero – ma in Chopin, nell’eleganza nuda del pianoforte solo, il principio è più evidente: l’artista crea un bisogno e lo risolve creandone un altro, e via così in un susseguirsi curvo (arco o cerchio) che conduce da un principio ad una fine. E in scrittura vale lo stesso: lo scrittore offre una domanda, la cui risposta genera un’altra domanda, e via più o meno vertiginosamente, ma sempre conducendo il lettore, trascinandolo senza mai lasciarlo andare.

Il passo “musicale” di Mann, con la sua descrizione minuziosa e il colpo crudele del tifo nella pagina successiva, è una dimostrazione geniale, costruita con la lucidità di chi conosce bene l’esercizio per averlo praticato all’infinito su di sé, prima di sperimentarlo sui lettori. Sono le ultime due pagine e mezzo del capitolo II della parte undicesima: andrebbero rilette spesso, studiate e assorbite. Andrebbero ripetute a mo’ di devozioni per non dimenticarsi mai quello che fa uno scrittore – creare un problema (un bisogno, una domanda), complicarlo e poi dargli una soluzione che è un altro problema.

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Mag 17, 2013 - concorsi, scrittura    2 Comments

In Viaggio – Un Concorso

Oggi vi segnalo la seconda edizione del concorso letterario indetto dal Comune di Roncoferraro (MN).

Quest’anno il tema è, per l’appunto, In Viaggio – nel più lato o nel più stretto dei sensi… E in realtà, a ben pensarci, le possibilità sono pressoché infinite. 

comune di roncoferraro, concorso letterario

Il termine per l’invio dei testi (in prosa o in poesia) è il 29 giugno, e della giuria fa parte anche la vostra affezionatissima – per cui, se decidete di partecipare, non ditemelo.

Per informazioni, dettagli e practicalities in generale, scaricate il regolamento.pdf e la locandina.pdf.

Bonne chance!

Consigli A Una Giovane Poetessa

Alla liceale che gli chiedeva quali consigli avrebbe dato a qualcuno di giovane che desiderasse dedicarsi alla poesia, Seamus Heaney ha risposto quattro cose – che, a mio timido avviso, valgono perfettamente anche per la prosa:

In primo luogo leggere. Leggere tanto. Perché leggere risveglia la mente, e perché c’è un genere di felicità nel leggere cose che piacciono, nel trovare ispirazione per sviluppare una voce propria.

E questo ne segue logicamente: sviluppare una voce propria, una voce che renda felici e che spinga a scrivere. Che faccia desiderare di scrivere.

Poi di trovare un po’ di silenzio per scrivere – e di trovarlo spesso. Se si ha intenzione di diventare professionisti, in un modo o nell’altro bisogna trovarlo tutti i giorni, questo silenzio, questa quiete in cui concentrarsi e lavorare.

E infine, un amico o due. Gente con cui condividere l’interesse per la poesia e per i libri, con cui parlare a notte alta, gente con cui scambiare letture, incoraggiamento, critica costruttiva e sogni… Senza prendersi troppo sul serio, per carità. Qualcuno di affine, per tenersi in carreggiata a vicenda.

Perché, dice Heaney, la poesia è una fine combinazione di tecnica e di mistero. Per farne ci vuole una certa quantità di fiducia in se stessi e nel proprio talento, e ci vuole la pazienza d’imparare la tecnica, e ci vuole infinita pratica per affinare, imparare, cogliere l’ispirazione, cesellare. E poi nascondere la fatica certosina della creazione sotto la fluidità dell’opera finita.

È il lavoro di una vita. Un lavoro dannatamente difficile – ma, secondo Seamus Heaney, intessuto di molta felicità. 

Apr 3, 2013 - pessima gente, scrittura    4 Comments

Sulla Letizia Del Lieto Fine

Mi si fa notare che tendo a parlare – e scrivere – di lieto fine con lo stesso enfatico disgusto con cui parlerei e scriverei di scarafaggi, e adesso sento la necessità di spiegare un pochino.

Pare che non abbia mai avuto fiducia nel Vissero Per Sempre Felici E Contenti. Pare che, a quattro anni, dopo una lettura di Cenerentola con il finale canonico, continuassi a chiedere: ma proprio per sempre? Proprio proprio? E non succede più niente? Forse avevo qualche dubbio sulla capacità di Cenerentola, col suo passato da colf, di adattarsi alla vita di corte…

Ma di fatto, non posso fare a meno di chiedermi: e dopo? Siamo certi che a gennaio Scrooge non torni avaro e bisbetico? O che Lizzie Bennet e Mr.Darcy non si scoprano dopo tutto incompatibili? O che Sigognac non si vergogni un po’ di Isabella che per sedici anni è stata un’attrice girovaga? O che Lauretta e Rinuccio prima o poi non si lasceranno coinvolgere dall’ostilità fra le famiglie?

Insomma, di solito un lieto fine arriva o per conciliazione di estremi o per ricostruzione di un intero distrutto dalle circostanze. Tra la prima e l’ultima pagina ci sono stati guerre, rivoluzioni, drammi familiari, adulteri, crimini, separazioni e disastri misti assortiti, o almeno dovrebbero esserci stati. Il lieto fine è, nella migliore delle ipotesi, un equilibrio precario, e mi rifiuto di credere che sia definitivo.

Guardate Il Barbiere di Siviglia: il sipario si chiude con il Conte Almaviva che impalma Rosina, liberandola dal tutore tiranno. Eugè, giusto? Be’, non proprio, visto che all’epoca delle Nozze di Figaro il Conte è già un farfallone amoroso abituale. Si direbbe che il fine non sia stato poi così lieto. O, ancora meglio, si direbbe che il lieto fine sia una circostanza effimera e non una certezza incisa nella pietra.

Oppure Dobbin: per tutta la considerevole durata di Vanity Fair, William Dobbin ama in silenzio Amelia, la aiuta con discrezione e delicatezza in un’infinità di circostanze, la salva dal disastro finanziario senza farglielo sapere, sopporta devotamente ogni stupidità e mancanza di considerazione e via dicendo. Admirable fellow. Alla fine, Amelia si scopre innamorata di lui e lo sposa. Felici e contenti? Non proprio: dopo averla amata tanto a lungo, Dobbin scopre Amelia un po’ al di sotto di tanta devozione. Oh, continua ad essere ammirevole, resta un marito affettuoso e protettivo e tutto quanto, ma il lieto fine non l’ha reso felice*.

Morale? Il lieto fine ci manda a dormire più contenti per una sera, ma siamo franchi: come antidepressivo funziona solo fino alla prima piccola, semplice, ovvia domanda: e poi? E a parte questo, non è come se i finali tristi non fossero soddisfacenti. “Ti è piaciuto?” chiesero a mia madre, all’uscita dal cinema dove aveva visto Il Dottor Zivago, e lei: “Oh sì! Ho pianto tanto!”

Mi si dice che dico così in un affanno di autogiustificazione, perché i miei romanzi finiscono tutti maluccio anzichenò. Non saprei. Il mio primo protagonista, secoli fa, l’ho gettato sotto un taxi mentre partiva per arruolarsi nella Guerra di Spagna. Allora la mia amica F., una dei miei lettori sperimentali preferiti, m’informò sentitamente che ero un’omicida, e che non mi avrebbe mai, mai, mai perdonata. E infatti, quasi vent’anni dopo, ogni tanto me lo rinfaccia ancora. Non posso dire di essermi riformata, da allora, ma credo di avere delle attenuanti. Potrei dire, a parte il povero Ned, che è difficile scrivere romanzi storici incentrati su guerre, sollevazioni e assedi senza un conto vittime… Ma in realtà il punto è l’ineludibile piccola domanda: e poi? Che ne sarà dei miei personaggi dopo la fatidica paroletta di quattro lettere? In un certo senso – e se volete dire che è morboso, fate pure – uccidere i propri personaggi è l’unico modo di assicurarsi definitivamente del loro destino: una volta che sono morti, non può succedere loro più nulla, giusto?

Oddìo, forse non proprio, considerando la storia che sto scrivendo, in cui i guai del protagonista non fanno che raddoppiare in numero e grado nel momento in cui muore, ma in via generale e fantasmi a parte… Non tanto i cornicioni che cadono, quanto Pascoli, you know, e gli aquiloni, e l’unico, unicissimo merito che sia disposta a riconoscere al detestabile L’Eleganza del Riccio

Be’, d’accordo – non è detto e mi rendo conto che suona un po’ allarmante. Però diciamo che, mercato permettendo, e se non ci sono ulteriori volumi in programma, personalmente appartengo alla scuola di pensiero** secondo cui muore giovane chi è caro al suo autore.

E voi? Li assassinate, i vostri personaggi? E perdonate gli autori che assassinano i loro?

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* A titolo di paradosso, si può sostenere che Dobbin sarebbe morto più felice se l’avesse presa nelle costole a Waterloo, prima che – eccetera eccetera.

** In compagnia, a quanto pare, di Victor Hugo… 

Istitutrice Privata – O Giù Di Lì

Da un un mese e mezzo ho un lavoro come… mah, se non suonasse tanto bruttino quanto pretenzioso, direi come writing coach.

Tutto è nato da una valutazione – uno di quei manoscritti che un autore invia per averne un parere dettagliato. E il parere non era, temo, dei migliori. C’era qualche idea, qualche intenzione, ma l’esecuzione lasciava molto, molto a desiderare – tanto da soffocare la buona idea iniziale.

Questo è un genere di verdetto che si formula con tutto il tatto possibile, cercando di far passare il concetto che voler scrivere è condizione necessaria ma non sufficiente per saper scrivere, che c’è tutta una tecnica, che… Insomma, il repertorio abituale – ma con grazia. 

Le reazioni possono variare. Dal gelido ringraziamento al commosso entusiasmo*, dagli insulti alla richiesta di valutazione di una seconda stesura sei mesi più tardi… E poi c’è R. che, dopo avere letto la valutazione, ha deciso che se c’è una tecnica, allora lui la vuole imparare.

“Ma non voglio fare un corso di scrittura: ne ho già fatto uno, ed era una cosa un po’ new age. A posteriori vedo che non ho imparato granché. Voglio qualcuno che mi segua personalmente, che mi mostri punto per punto quello che non va, e mi aiuti a migliorarlo, che m’insegni la tecnica…”

E così adesso stiamo facendo qualcosa che sta a metà tra un editing molto approfondito e un corso di scrittura individuale. R., che credeva di cominciare a riscrivere subito la sua novella riga per riga, è rimasto sorpreso iniziando da teoria ed esercizi, e al momento è nella fase del Millepiedi di Kipling – non sa più troppo bene quale sia la prima zampa da sollevare per camminare… Però è un millepiedi molto entusiasta. Dice che sta scoprendo un sacco di cose di cui non sospettava nemmeno l’esistenza. Comincia a vedere archi narrativi dappertutto, si sorprende a descrivere a mente tutti i posti in cui si trova. Ha una comprensione nuova della complessità della scrittura, della consapevolezza e del pensiero che ci vogliono.  Per cominciare è qualcosa, direi.

E dal mio punto di vista, tutto ciò è molto istruttivo.

Tenere corsi di scrittura a una quindicina di allievi è interessante e rivelatore, ed è stato fondamentale per sistematizzare il mio approccio alla scrittura – ma il feedback è sempre un po’ quel che è. Non sono tantissimi gli allievi disposti a “fare i compiti”, perché il timore dell’analisi, del giudizio dell’insegnante e dei compagni, è sempre forte. Col risultato che seguire davvero il progresso degli allievi durante il corso non è facile. Invece con un singolo è tutto molto diverso. Di volta in volta si lavora su un aspetto particolare, si comminano esercizi, li si corregge in dettaglio, li si fa rifare se occorre, e poi si combinano le tecniche nuove in quello che, se tutto va bene, sarà un pezzo della nuova stesura. E si tocca con mano quel che funziona e quel che no. 

È stimolante. È rivelatore. È istruttivo. È di notevole soddisfazione. E sarà molto utile per il prossimo corso da quindici che mi capiterà. E per la mia scrittura, anche – il che non guasta proprio mai.

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* Sì, non spessissimo, ma succede anche questo.

Vivo E Reale (Un Post Assai Spudorato)

E oggi ci si compiace un pochino – bear with me.

È solo che mi arriva per posta il Quaderno della trentatreesima edizione del Premio Leonforte. Ricordate il Premio Città di Leonforte? Quello in cui Somnium Hannibalis* strappò una segnalazione di merito nella categoria della narrativa edita? Quello alla cui premiazione non potei partecipare grazie all’ennesima influenza?

Ecco, dicevo, mi arriva per posta il Quaderno, e dentro ci sono un paio di pagine dedicate a SH, la mia nota biografica, un brano del romanzo (Annibale cinico – ma meno di quanto vorrebbe – a proposito del suo ritorno a Cartagine) e la motivazione della giuria.

Un paragrafo sul perché SH è piaciuto loro abbastanza da affibbiargli quello che, a tutti gli effetti della meccanica del premio, è poi un secondo posto. E siccome non è un paragrafo del tutto insoddisfacente, siccome è sempre interessante vedere che cosa un lettore trovi in un libro, siccome lo scrittore medio, se ha l’occasione di fare un po’ di ruota, la fa, ecco qui la motivazione della Giuria:

Attraverso la ricostruzione di un dialogo denso e serrato tra Antioco III, re di Siria ed Annibale Barca – frutto di un felice connubio tra accurata documentazione storica e vivace estro creativo – l’Autrice ci consegna la fisionomia umana ed esistenziale del grande comandante cartaginese. Con finezza psicologica ed una scrittura esperta, agile ed avvincente, restituisce corpo e voce, vita e sangue, cuore e sentimenti, ricreando un ritratto “vivo e reale” di Annibale, nella sua duplice antinomica dimensione di “capo”, eroico e tenace, e di “uomo”, vulnerabile e lacerato dai dubbi e dalle sofferenze. Di un “capo” e di un “uomo” che seppe interpretare e fronteggiare, fino in fondo, con responsabilità e profondo senso del dovere, il compito – la missione – cui, per destino, fin da giovane, si sentì necessariamente chiamato.

Ecco. E naturalmente mi piace molto quel che dicono della mia scrittura, della documentazione, del mio estro creativo… ma quel che mi piace di più, è che i due terzi della motivazione siano dedicati ad Annibale – perché è di lui che si tratta. Era lui che volevo portare in luce, lui che doveva emergere dalla narrazione, il più vivo possibile. “Vivo e reale,” hanno pensato in Sicilia.

E allora mi sovvengono le morte stagioni e la presente, e un certo numero di lettori che mi hanno detto di avere cambiato idea su Annibale dopo avere letto SH, e l’insegnante di Liceo che lo fa leggere ai suoi studenti come corollario di Tito Livio, e l’attore per il quale adesso Annibale è il mio Annibale. E ogni volta che mi capita di rileggerne una pagina mi dico che, dovessi riscriverlo, ci sono tante, ma proprio tante cose che adesso farei diversamente – e però si direbbe che almeno una non mi sia riuscita poi troppo male, e che il mio Annibale sia… vivo.

Come dicevo, non del tutto insoddisfacente.

 

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* E più ci penso, più giungo alla conclusione che se sarà mai ripubblicato – quando sarà ripubblicato – bisognerà riconsiderare per bene il titolo…

Gente Nei Guai

E oggi, abbiate pazienza, un po’ di spudorata autopromozione.

Torna Gente Nei Guai, il mio corso di scrittura narrativa, nella versione in otto incontri – ma preceduto da due incontri introduttivi, tenuti da Alessandra Vedovello, che parlerà di narrazione orale e narrazione scritta…

Sapete che qui siamo spudoratamente anglosassoni per formazione e predilezioni, che non crediamo granché alla mistica della scrittura, e molto di più alla tecnica, al duro lavoro e all’immaginazione coniugata con la disciplina.

Il risultato si è che, in genere, a Gente Nei Guai si smontano e rimontano giocattoli, si fanno scoperte e ci si diverte un sacco.

Qui sotto c’è qualche dettaglio:

gente nei guai, chiara prezzavento, scrittura creativa, legnago

Qui c’è il sito di Scrittura & Arti Varie.

Mentre qui potete scaricare condizioni e programma.pdf.

E se volete farvi un’idea dei principi e del tono del corso, potete scaricare Lo Scrittore di Buon Senso, il mio piccolo non-manuale di scrittura.

Che dite, ci vediamo a Legnago in ottobre?