Ott 20, 2010 - scrittura, televisione    No Comments

Sul Potere Terapeutico della Fiction Italiana

Ho cercato di fare finta di niente per qualche giorno ma – come avrei anche potuto aspettarmi – non funziona: non so se sia influenza propriamente detta, ma di sicuro è un raffreddore maiuscolo.

Questa settimana, tra tutte quelle possibili… groan.

Il risultato è che, sentendomi per la maggior parte del tempo la testa imbottita di cotone idrofilo, biglie di vetro e prosciutto cotto, I’m not up to much, e va a finire che guardo più televisione del consueto.

E’ così che mi sono imbattuta in un episodio di La Ladra, con Veronica Pivetti. Premetto che a me la signora Pivetti è molto simpatica, ma il minimo che si possa dire è che non deve avere un gran discernimento in fatto di copioni… Una rapida ricerca rivela soltanto che la fiction è stata “ideata” da Dido Castelli e Giovanna Gra – e non è chiaro se siano responsabili anche della scrittura materiale. Se lo sono, buona fortuna.

Spiego: la ladra eponima è Eva Marsiglia (er… sì), ristoratrice e, nella puntata che ho visto, più riparatrice di torti che grassatrice. Un bel dì al ristorante capita una fanciulla insidiata dal pur sposatissimo datore di lavoro via ignobile ricatto: se non cedi ti licenzio, e visto che il tuo candido marito è appena rimasto senza lavoro… Eva/Veronica, con un terzetto d’improbabili amiche, parte alla riscossa con un piano che contempla un soggiorno sotto falso nome nell’albergo del Malvagio, pastiglie di viagra tagliate alla cipolla (cui il malvagio è allergicissimo) e una falsa squadra medica di pronto intervento. Naturalmente, prima della fine, il Malvagio ha firmato inconsapevolmente un contratto a tempo indeterminato per l’ignara fanciulla, la cui virtù è salva insieme al posto di lavoro, e tutti vivono felici e contenti.

Tranne la sospensione dell’incredulità dello spettatore, perché persino attraverso l’intontimento da raffreddore ho notato una trama piena di buchi delle dimensioni della Lombardia. Nessuno s’insospettisce delle false dottoresse? Nessuno controlla l’identità del falso soprano bulgaro nella stanza accanto? Nessuno nota che il viagra corretto è stato comprato nella farmacia di una delle protagoniste? E il fatto più irritante è che si sarebbero potuti risolvere alcuni di questi problemi con una certa facilità: in fondo, bastava che le nostre eroine dirottassero la chiamata al vero 118 e che il malvagio non denunciasse l’avvenuto per coprire le sue malefatte… e invece no: dovevamo avere l’appagante scena finale in cui il commissario di Polizia – non si sa se semi-compiacente o semi-cretino – chiede proprio alla farmacista in questione una consulenza sul viagra tagliato alla cipolla…

Seguono goffe menzogne, che il commissario prende per buone prima di dedicarsi alle gioie del palato. “La vita è strana” “E la cipolla è indigesta”… tutti ridono, Eva/Veronica fa l’occhiolino alla telecamera, i malvagi sono puniti, la virtù trionfa sotto il naso dell’autorità. Hurrà.

Aggiungete il fatto che i personaggi sono caratterizzati con l’accetta e la caricatura è il registro preminente, aggiungete un pizzico storia d’amore con uno chef e una spruzzatina di guai del figlio adolescente, et voilà.

Non bastandomi tutto ciò, mi sono imbattuta anche nel trailer di Terra Ribelle, fiction in costume costata (leggo) 12 milioni, scritta da Peter Exacoustos, Daniela Bortignoni e Stefano Piani. Regia di Cinzia TH Torrini. Ho visto solo il trailer e mi è mancato il cuore di sorbirne anche solo un minuto di più, ma mi è bastato per evincerne gli elementi seguenti: le due nobili sorelle, una convenzionale e l’altra anticonformista; i due amici d’infanzia, uno l’ombroso figlio del padrone, l’altro il solare figlio di padre ignoto (cosa scommettete che prima della fine ci scappa l’agnizione?); l’amore contrastato che sfida le convenzioni sociali; il bieco padronato oppressivo (con qualche eccezione di padronato benintenzionato ma cieco a quanto sono oppressivi i suoi agenti); le fortune di famiglia da salvare tramite matrimonio combinato; la lotta per la libertà, i diritti, l’uguaglianza eccetera; una squadra di attori che sgranano gli occhi, corrugano la fronte e serrano la mascella; tra la gente giovane e bella, i biondi sono buoni a prescindere, generosi e ribelli, i bruni prendono una cattiva piega (ma scommettete che si redimono, prendendola nelle costole o meno?); dialoghi che è un caritatevole eufemismo definire atroci; scene in cui c’è davvero gente che cavalca verso il tramonto, tanto perché a nessuno sfugga il parallelo Maremma/Far West!  

Abbiamo pensato ad una storia ambienta nella Maremma alla fine dell’800 che possa trasportare il pubblico televisivo nelle macchie che si affacciano sul mare, nei contrastati frangenti di una storia d’amore decisa dal destino, in un drammatico scontro tra il diritto di essere felici e la costrizione alla miseria, in una fuga verso una natura selvaggia, spesso nemica, quasi un luogo dell’anima, dove poter cavalcare, lottare e amare, cinguettano gli autori sul sito dedicato alla fiction… oh, feu, feu, feu!

E fin qui gli ululati: ma possibile che, nel produrre una serie, non si possa investire qualcosina di più nella qualità della scrittura? Che non si possa rispettare un po’ di più l’intelligenza dello spettatore? And so on, ranting away

Dopodiché si dà un’occhiata ai dati e si scopre che domenica sera Terra Ribelle è stato il programma più visto con il 20% di share, e che La Ladra ha sempre navigato a sua volta intorno alle stesse cifre che, a sentire l’Auditel, sono di tutto rispetto. Segno evidente che tra i cinque e i sei milioni di Italiani non hanno nulla da ridire sulla qualità di scrittura di entrambe le produzioni, e che in definitiva i produttori offrono quello che il mercato domanda.

Personalmente, a costo di rendermi colpevole di snobismo di genere, non vedo l’ora di smaltire il raffreddore e tornare lucida: la fiction italiana non ti farà guarire, ma di sicuro ti motiva a farlo.

Sul Potere Terapeutico della Fiction Italianaultima modifica: 2010-10-20T08:12:00+02:00da laclarina
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