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Pintereston Pinterestoni…

PinterestPinterest, sì… oh dear.

Sono entrata in Pinterest ai tempi in cui ci si entrava su invito. Non è più così, vero? In realtà non lo so – perché, appunto, ci sono entrata anni e anni fa, su invito di un amico, e con un certo divertito scetticismo.  No, perché davvero: mi si era detto che era terribilmente addictive, ma che poteva esserci mai di così interessante nel raccogliere figurine digitali? Così creai una piccola bacheca chiamata History, Stories, Books and Theatre, ed ero convinta che non sarei mai andata oltre, perché davvero: figurine digitali…?

Pinterest1Un paio di giorni e svariate centinaia di figurine più tardi, Pinterest era diventato il mio nuovo Pozzo delle Ore Perdute. Il giusto contrappasso per il mio divertito scetticismo, immagino.

Ma quando me ne resi conto, era troppo tardi. Cominciai a creare bacheche per libri prediletti, velieri, nevicate cinema muto e altre ossessioni, e poi per cose che ossessioni non erano – dal piccolo artigianato alle combinazioni di colori ai rapaci notturni… E mi sentivo in colpa da matti per tutto il tempo che dedicavo alla cosa – ma nondimeno…

Poi arrivarono le bacheche dedicate al teatro: una per le mie cose rappresentate, una per le luci, una per i costumi, una per le scenografie – e questo cominciava ad avere un’aria un pochino più seria e utile, abbastanza per acquietare un nonnulla la mia coscienza. E intanto il conto delle Ore Perdute lievitava. Pinterest2

E poi fu la volta delle bacheche dedicate alla scrittura: il disastro, la beresina procrastinativa… pincrastinazione? Alas, mi piace avviare una bacheca per ogni nuovo progetto, e mi piace avere un posto dove raccogliere immagini rilevanti, idee visive, suggestioni, links e atmosfere – e tanto più perché, lasciata a me stessa, non sono una persona terribilmente visiva. Il problema è che mi piace un po’ troppo. È terribilmente facile convincersi di star facendo qualcosa di utile writing-wise – e tutti sappiamo dove conduce questa strada, vero?

Quindi sì, lo confesso: mi chiamo Chiara, e ho una dipendenza da Pinterest. Lo trovo tanto utile quanto dilettevole, ed è persino diventato parte del mio processo di scrittura – ma non è di nessun aiuto nella mia costante lotta alla procrastinazione.

Ogni tanto ho l’impressione di disintossicarmi, e poi ci ricado. Una nuova bacheca per un motivo o per l’altro, qualche immagine di qua e di là, un’idea cui associare un’immagine… ed ecco che sono ricaduta giù per la tanta del Pinconiglio. È successo di nuovo ieri, per dire – hence questo post.

Non so che dire. Passerà. O non molto. E… non per volervi trascinare lungo sentieri pericolosi – ma, in caso vi siate incuriositi, le mie bacheche sono qui.

Nevica!

nevicata.jpgE no, in realtà non nevica più – e anzi, sta piovendo – ma ieri… ah, ieri è nevicato per tutto il giorno, ed è stata una di quelle giornate magiche e sospese…

Quindi sì, ho avuto la mia nevicata. La prima vera e propria nevicata da anni a questa parte – e mi ritengo soddisfatta.

Magari lo sarei ancora un nonnulla di più se non ci piovesse subito sopra… ma non cavilliamo, volete? Sono soddisfatta*.

E per dimostrarlo, ecco qui uno scampoletto rilevante di Maxence Fermine:

La neve è una poesia. Una poesia che cade dalle nuvole in fiocchi bianchi e leggeri. Questa poesia arriva dalle labbra del cielo, dalla mano di Dio. Ha un nome. Un nome di un candore smagliante. Neve.

>E, giacché ci siamo, anche una di quelle cose un pochino nonsense che si pescano girando qua e là per la Rete (o SNFSedSquando qualcuno, conoscendo la vostra ossessione per la neve, ve le segnala)…

Qui trovate un generatore di fiocchi di neve personalizzati. Dovete soltanto inserire un nome, una citazione – o, in realtà, qualsiasi cosa che si scriva in lettere, numeri e simboli – e vedrete comporsi il vostro fiocco di neve… Quello qui di fianco, per esempio, dice “Senza Errori di Stumpa”. And yes, I know – ma non vi fate idea di quanto sia grazioso. E addictive…

Ah well, niente. Così.

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* E in realtà c’è qualcosa nell’impermanenza delle nevicate… Prima o poi dovrò scriverci su qualcosa.

Segni di Felinità

Questo post è, in buona parte, per M. – cui ho accennato all’esistenza di Solange qualche giorno fa, nel corso di una conversazione che poi ha finito col virare in tutt’altre direzioni… Ma adesso mi è tornato in mente, e per varie ragioni mi pare brutto che M. resti senza Solange più a lungo di così. Per cui, ecco qui.

In generale non vado pazza per i fumetti – ma ci sono eccezioni. Una è questa deliziosa strip americana, 9 Chickweed Lane, di Brooke McEldowney.

New York e dintorni, madre ex insegnante universitaria (ha lasciato la carriera accademica per gestire una fattoria), figlia ballerina classica e pianista, nonna terribile, corteggiatori, amici e parenti… ma il personaggio più favoloso è appunto Solange, la gatta siamese. Anzi, pardon: La Gatta. Tanto da essersi guadagnata una specie di sottoserie tutta sua, Hallmarks of Felinity – vale a dire, più o meno, “Segni di Felinità”.

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E ho detto che questo (rapidissimo) post è per M. – ma in realtà è per chiunque abbia (o abbia mai avuto) un gatto, per chi adora i gatti, per chi detesta i gatti, o un gatto in particolare, e per chiunque si sia mai soffermato a domandarsi che cosa mai stesse passando per la testa di un gatto. Perché, in qualche magico modo, Solange è Tutti i Gatti…

Diciotto!

2018Ossignore… ri-gennaio!

Sì, sì – un’altra volta, e non ci si può fare assolutamente nulla, se non iniziare l’agenda nuova e… ballare? Non la migliore delle metafore, nel mio maldestro caso – but never mind. Tutto sommato, suona ragionevolmente bene, soprattutto dopo avere contemplato quella meraviglia che è Roberto Bolle l’altra sera.

E allora, o Diciotto, apriamo le danze.

No, wait: prima ricapitoliamo un attimo. Com’è andata con il Diciassette? Non del tutto male, direi.

Volevo condurre il romanzo in qualche genere di porto isolano e, come dicevasi, non è precisamente approdato, ma ha ricevuto promettenti rassicurazioni sulla rotta.

Jan18Volevo darmi da fare in fatto di teatro, e… well. Il Fantasma di Canterville, il Pasticciaccio Brutto, l’Edipo, l’ingresso da socia nell’Accademia Campogalliani, il corso di scrittura teatrale, la prima stesura di un altro play nuovo che non ha nemmeno un titolo… Sì, credo che il Diciassette conti decisamente come un buon anno, theatre-wise.

E volevo uscire un pochino dai sentieri battuti (i miei sentieri battuti, per cominciare), e anche qui non posso dirmi del tutto insoddisfatta, considerando tutto quanto: ho cominciato a scrivere in un campo interamente nuovo – il che è stato complicato, stimolante ed estremamente istruttivo; ho seguito un e-corso di tecnica poetica del CalArt, e vale la descrizione al punto precedente; ho sceneggiato un piccolo cortometraggio sulla lotta allo spreco alimentare; ho lavorato alla riduzione teatrale di un romanzo che non mi è mai piaciuto granché, e l’ho guardato trasformarsi nel più intenso workshop della mia vita; mi sono riaccostata dopo più di vent’anni alla tragedia greca – e ci ho trovato gusto… Sì, direi che anche qui ci siamo.

E questo significa due e mezzo su tre. Non male, direi.

E adesso, Diciotto. Che fare di quest’anno tutto nuovo e intonso?

  • 2018Dance

Oh dear. Ma sapete che in definitiva le intenzioni sono ancora quelle dell’anno passato? Il romanzo, il teatro, i sentieri meno battuti… Ha funzionato bene, e sono tutte cose su cui vale la pena di lavorare ancora e far di meglio. Quindi, perché no?

Non sono sicura che valga del tutto, ma tant’è. Aggiungiamoci la ferma intenzione di non trascurare gli amici come ho vergognosamente fatto per tutto il Diciassette, presa com’ero ad occuparmi del romanzo e del teatro e a trotterellare per sentieri inusuali. E anche l’intenzione di occuparmi un po’ di più di faccende pratiche e quotidiane. Oh – e combinare qualcosa qualcosa con SEdS, una buona volta. Suona come un anno, che dite?

E allora ci siamo. Diciotto, a noi due: danziamo!

E voi, o Lettori? Che intenzioni avete?

 

Bugiarda, Ipocrita – e Impaziente

JaneLiarSi era a lezione e si discuteva dei motivi che spingono un autore a scrivere una specifica storia. A un certo punto…

Allieva – Per raccontare la propria esperienza umana, per comunicare ciò che si ha dentro.

Io (che sono cinica) – Sì, anche questo. Soprattutto qui da noi, dove impera l’autobiografismo narrativo.

Un’altra Allieva – All’estero non è così?

Io – Nel mondo anglosassone, per esempio, da meno a molto meno.

Allieva – Ah, ma questo è perché gli Inglesi sono ipocriti!

Ecco che ci risiamo

Ho levato un sopracciglio e chiesto se allora solo l’autobiografia è sincera e tutta la narrativa non autobiografica è per sua natura menzognera e ipocrita. L’allieva cui non piacciono gli Inglesi non è stata molto chiara in proposito, e degli altri, qualcuno era decisamente contrario all’idea, qualcuno dubbioso. Poi purtroppo la discussione ha virato in altra direzione, e siamo passati oltre.

Però, reitero: ecco che ci risiamo, con l’idea che scrivere consista nell’aprirsi le coronarie e versare il contenuto sulla pagina. E quando non è così, allora si scrivono bubbole irrilevanti nella migliore delle ipotesi, e deliberate menzogne nella peggiore.

Qui, a dire il vero, eravamo a mezza strada: lo scrittore che “inventa” le sue storie è (britannicamente) ipocrita. Non so se riuscirò ad approfondire la faccenda – e potrei sbagliarmi – ma per ora sono costretta ad assumere che l’ipocrisia consista nel nascondere la propria vera natura dietro uno schermo di finzione non autobiografica…?

Il che, in teoria, non incide sulla qualità della narrativa in questione. Ora, di nuovo, non ho indagato – ma dubito che la signora in questione voglia sostenere che tutta la narrativa anglosassone (e/o non autobiografica) sia inferiore a quella italiana (e/o autobiografica). O almeno lo spero vivamente. E, una volta chiarito questo, riecco la sciaguratamente radicata idea che l’autobiografia goda di qualche genere di superiorità morale, di un grado di sincerità preclusa all’invenzione narrativa.

JaneEyreConfessione (autobiografica!): questo piccolo scambio mi ha riportata indietro di qualche decennio, all’asilo – dove, nelle rare occasioni in cui mi azzardavo a coinvolgere qualche altro implumino nei miei make-believe o a raccontare qualcuna delle storie che immaginavo, le suore mi punivano perché ero bugiarda. E sì, ricordo almeno un’occasione alla Jane Eyre, in cui fui piazzata in piedi in mezzo alla stanza. “La vedete? Lei dice le bugie!”

Inutile dire che in quell’asilo non rimasi a lungo – e che ne dite? magari sono i postumi di questo trauma infantile a rendermi così spinosetta e reattiva sull’argomento?

Perché devo confessare: in realtà, se la discussione che dicevo si è arenata è stato per colpa mia. “Spero di non sconvolgere nessuno dicendo che gli scrittori inventano,” ho detto, con più sarcasmo di quanto fosse il caso. Il che ha divertito la maggior parte della classe, ma non è stato dialetticamente carino da parte mia. Avrei dovuto invece argomentare che in realtà nessuno scrive a prescindere da se stesso e che, specularmente, la sincerità assoluta non esiste da nessuna parte, men che meno in narrativa – ma non l’ho fatto.  E ho sbagliato.

Cercherò di riparare alla prima occasione, riprendendo la discussione se appena sarà possibile e se i tempi ristretti del corso lo permetteranno – perché è giusto e perché l’argomento merita di essere discusso sul serio, non risolto con una battuta.

 

 

Tre Sorelle sul Balcon

GrandmammaCircola dalle mie parti (o almeno vi circolava qualche decennio fa, quand’ero un’implumina), questa piccola filastrocca:

Din Don, campanon,
Tre sorelle sul balcon:
Una che fila, una che taglia,
Una che fa i cappellini di paglia.

Me la cantava la mia meravigliosa nonna e, per qualche motivo, quest’immagine di tre sorelle sedute una accanto all’altra, perennemente occupate nei loro compiti specifici, mi dava un’impressione men che domestica. Le immaginavo severe – nonostante il dettaglio civettuolo dei cappellini…

ParcheE non posso dire di avere speso molti pensieri sulla filastrocca, crescendo – fino a quando, decenni più tardi, mi sono resa conto di chi (o che cosa) siano queste tre sorelle. Andiamo: tre figure femminili, una fila, una taglia – ed è chiaro che i cappellini di paglia sono lì per rima… Non sono le Moire, nella mia filastrocchetta d’infanzia? O le Parche. O forse le Norne – anche se quelle, più che filare, tessono il destino (o talvolta lo incidono).

Favoloso, non trovate? Il mito –  e non un mito qualsiasi, ma quello del fato e del suo funzionamento) – che scende lungo i millenni, si semplifica, si traveste, diventa quasi irriconoscible, ma non del tutto, e seguita ad essere tramandato, in rima e ritmo, come si faceva intorno al fuoco tutti quei millenni orsono. Sono assolutamente affascinata.

E spigolando per la Reticella ho trovato* quest’altra versione:

Din don campanon,
quattro vecchie sul balcon:
una che fila, una che taglia,
una che fa i cappelli di paglia,
una che fa i coltelli d’argento
per tagliar la testa al vento.

Strudwick_-_A_Golden_ThreadQui le filatrici sono vecchie e in numero di quattro – ma, sospetto, più che altro per ragioni eufoniche. Badate, tuttavia, al particolare dei coltelli d’argento: nel mito l’inflessibile Atropo si descrive munita di “lucide cesoie”… Ci siamo di nuovo, non trovate?

Lo ripeto un’altra volta: è magnifico. C’è in una poesia di Seamus Heaney il brivido di scoprire che un vecchio oggetto di uso comune, o una curiosità lasciata a impolverarsi su uno scaffale è in realtà qualcosa di antico, carico di storia e di significato… Ebbene, non è così per questa storia? Un mito antichissimo e potente, nascosto sotto i colori di una filastrocca per bambini?

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* Su un sito chiamato Filastrocche.it.

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Contenere I Danni

Mail:

Conosci i Consigli a un giovane conferenziere, di Paolo Rossi?

angellis-pieter-1685-1734-fran-a-market-square-with-a-man-add-1532524No, non li conosco – e dunque seguo il link contenuto nella mail, e raggiungo un vecchio articolo sul sito del Sole 24 Ore, e leggo… e, ad essere del tutto franchi, inorridisco un pochino. O quanto meno mi chino a recuperare il mio mento da terra. O se volete – e potreste volere, ed avreste anche ragione, perché mi piace pensare di essere the un-dramatic type – levo un sopracciglio.

Perché, vedete, questo Decalogo scritto da un attempato studioso per il giovane studioso che va a fare una conferenza o a leggere una relazione a un congresso, insegna proprio questo: a leggere una conferenza.

A leggerla.

A sedersi davanti a una platea con un rigoroso massimo di quindici cartelle da 2000 battute ciascuna, e leggere. A leggere lentamente, a voce alta, senza false civetterie nei confronti del microfono, senza mangiarsi le citazioni e impegando pause sapienti – così che la platea non si addormenti indipendentemente dalla qualità del contenuto.

Se poi si riesce a leggere dando l’impressione di non leggere affatto, tanto meglio – ma questo è qualcosa che solo pochi grandi sanno fare.

Insomma, capite, il distillato della saggezza italiana in fatto di arte di parlare in pubblico, sfornato da uno storico delle idee e proposto quasi con reverenza dall’inserto culturare del Sole, non è altro che un solido, sensato, equanime, garbato e ragionevolissimo esercizio di contenimento dei danni.

Nemmeno un accenno al fatto che in realtà leggere una conferenza dovrebbe essere proprio l’extrema ratio, se per disgrazia non si può fare altrimenti. Che in realtà sarebbe meglio provare, ripetere, sperimentare ed esercitarsi fino ad essere in grado di dirla, la conferenza – e non leggerla.  Perché nulla riesce a dare l’impressione di non leggere come… be’, come non leggere affatto. speaker

E adesso non vorrei sembrare la solita anglomane, ma non so bene come evitarlo: provate a cercare su google qualcosa di equivalente – in Inglese.* Vedrete che ogni singolo decalogo per conferenzieri vi raccomanderà di non leggere, di ripetere e provare finché non riuscite a gestire il vostro materiale come se fosse una conversazione, di sentire la reazione del pubblico e comportarvi di conseguenza – e soprattutto, ancora, di non, non, non leggere.  Perché  siamo sinceri: provate a ripensare all’ultima conferenza cui avete assistito. Odds are che, se il relatore leggeva, vi siate annoiati a morte anche se l’argomento vi interessava.

Sì, vero?

Lo immaginavo.

E poi non è che un relatore che non legge sia garanzia assoluta di una conferenza stellare – quella è tutta un’altra faccenda – e di certo preparare una conferenza così è faticoso, richiede un sacco di lavoro e di tempo in più e un pizzico di senso del teatro… Però tende ad essere infinitamente più interessante sia per chi parla che per chi ascolta, e non avete idea di quanto diminuisca il rischio di incrociare l’occhio vitreo della signora in prima fila e sapere con raggelante certezza che, mentre finge di ascoltare, sta compilando a mente la lista del supermercato.

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* Oppure qui trovate una traduzione dei TED Commandments – spediti a chiunque venga invitato a tenere una conferenza TED. E no, “Non Leggere” non c’è – perché davvero, a nessuno salterebbe in mente di leggere una conferenza TED…

Fiori Secchi, Primavera e Distrazioni

Pressed daisiesA volte succedono graziose serendipità, vero?

Per dire, “L’Officina delle Arti”, di Ricciotto canudo (Edizioni di Bianco e Nero, 1966), in biblioteca a Mantova non c’è. Però si procura tramite prestito interbibliotecario. E quando arriva dalla Biblioteca Augusta di Perugia, sfogliandolo ci si trovano tre margherite essiccate, pressate tra le pagine a mo’ di erbario.

“Oh, bizzarro…” si sorride, e si mettono da parte le margherite. Il portafortuna di qualcuno in vista di un esame di storia del cinema? Chi lo sa…

Ma il lavoro incombe, e si passa l’oretta successiva a caccia di passi riportati nel libro che si sta finendo di tradurre dal Francese. Solo che ogni tanto, di tra le pagine, salta fuori una violetta. pressed violet

E allora non si può fare a meno di pensare alla studentessa che, in un giorno di primavera, è andata a studiare al parco – doveva essere marzo o aprile, magari la prima bella giornata primaverile, di quelle che invitano a cercare un quadrato d’erba per stenderci un plaid. O forse le residenze studentesche a Perugia hanno giardini in cui crescono le violette? Alcuni paragrafi del buon Canudo sono segnati, appena appena, con un punto tracciato a biro accanto all’indentatura. Colore e forma (più un minuscolo cerchiolino che un punto vero e proprio) suggeriscono una BIC blu. Viene da pensare a un astuccio dimenticato a casa. La biro c’era lo stesso, perché tutte abbiamo una biro nella borsetta. Però poi si direbbe che la proprietaria della biro si sia distratta ogni tanto: una margheritina qui, un paio di violette là, poi una violetta sola… Oh, be’: Canudo non è precisamente di quelle cose che si leggono tutte d’un fiato.

pressed flowersChiusa parentesi. Il lavoro incombe (si è promesso di consegnarla la settimana prossima, questa traduzione…), e una volta finito con Canudo, c’è Greenberg che aspetta lo stesso trattamento. E intanto fuori la giornata è deliziosa, e la primavera è in anticipo di almeno dieci giorni, e sarebbe pur bello andarsene a violette e margherite… magari aggiungerne una tra le pagine?

Al lavoro, donna! Non distrarti, che la traduzione non si fa mica da sola. E però… chissà com’è andato quell’esame di Storia del Cinema a Perugia?

In Timida Lode della Procrastinazione Tattica

ProcrastinITParlavasi di procrastinazione, giusto?

E nei commenti, con L., rimuginavasi di diagnosi, guarigioni e cose così. Il che però mi ha dato da pensare – e oggi bisogna proprio che faccia qualcosa che sembrerà un po’ un’inversione a U. O almeno…

Parliamo di scadenze, volete? Vere o artificiali. Qualche tempo fa, nell’intento di finire una stesura in termini ragionevoli, mi imposi di scrivere 1500 parole di romanzo al dì in mezzo a una certa quantità di altre cose – un numero più che ragionevole per i miei ritmi. E in effetti funzionò, come mi aspettavo perché mi conosco e so di lavorare meglio con una scadenza. E tuttavia…

Il fatto è che passavo un sacco di tempo a spostare virgole, cercare immagini di finestre Tudor, farmi una tazza di tè dopo l’altra, controllare la posta, far piani per quello che avrei scritto fra una stesura e l’altra, consultare il beneamato Historical Thesaurus, eccetera eccetera, fino a che non mi restava meno di un’ora prima delle prove/lezione/appuntamento/ora di cena/… E allora, in quell’oretta scarsa, mi riscuotevo e buttavo giù otto o novecento parole di cui non ero troppo dispiaciuta. E poi ripetevo più tardi – di solito a notte fonda fondissima – e finivo col superare le millecinquecento parole quotidiane, ma sempre a forza di frenetiche orette all’ultimo momento…

Ecco, questa a me piace chiamarla Microprocrastinazione, o meglio ancora Procrastinazione Tattica. E non si può negare che in qualche modo funzioni, anche se questo non lo rende necessariamente il più razionale o il più sano dei metodi. Però che devo dire? Funziona – tanto che faccio così anche a livello strategico. A voi non è mai capitato di avere mesi davanti prima di una scadenza – e ridurvi all’ultima settimana per consegnare? Mi si dice che sia una condizione piuttosto comune. Poi l’umanità si divide tra quelli per cui funziona e quelli per cui produce disastri. Io sono di quelli per cui funziona – e infatti continuo a farlo. Talvolta mi chiedo vagamente: e se invece, per una volta, provassi a usare davvero tutto il tempo di cui dispongo? Talvolta ci provo perfino, ma alla fin fine il fatto è che per lo più lavoro meglio sotto pressione, e quando la pressione non c’è la creo artificialmente. Procrastinando.

E magari è solo un’altra di quelle gradevoli illusioni – come l’utilità immaginaria e il nome di multitasking – con cui rivestire le ore passate a cercare finestre Tudor, ma se invece, dopo tutto, non tuttissima la procrastinazione venisse per nuocere?

 

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Ahimé, povero Mug…

Mug Oh, catastrofe(tta) domestica…!

E, per una volta, non è nemmeno colpa della Terribile Pru*.

Il mio mug shakespeariano ha reso l’anima. O forse non è proprio del tutto vero – ma ha sostenuto danni che lo invalidano à jamais per fare quel che è stato concepito per fare – ovvero contenere tè.

O almeno si suppone, perché…

Lasciatemi spiegare: il mio mug shakespeariano viene da Londra. Dal Globe, per la precisione. Acquistato al bookshop dopo la mia prima visita, insieme a un libro sulle ultime scoperte archeologiche in fatto di teatri elisabettiani e giacobiti.

“Per favore, un incarto robusto,” dissi al giovane commesso, indicando il mug. “Deve volare fino in Italia.” E il ragazzo, con un sorriso da un orecchio all’altro, prese la plastica con le bolle e ne avvolse un acro non solo attorno al mug, ma anche al libro…

E vi racconto questo per spiegare che il mug non può avere subito danni da trasporto – tanto più che quel viaggio periglioso lo fece nel bagaglio a mano, trattato con la tenera cura che di solito si riserva ai neonati. E una volta a casa cominciò ad avanzare serii titoli per la posizione di Mug Prediletto, in fiera competizione con l’altrettanto londinese (e, mi si dice, ormai più o meno introvabile) mug dei libri, proveniente da un negozietto di Covent Garden… D’altra parte è delizioso, you see, interamente coperto di spiritosi disegnini di personaggi shakespeariani…

Finché, questa mattina presto, poco dopo averci versato dentro la mia prima dose mattutina di Earl Grey al latte…

Tinnnng!

Non so se abbiate esperienza o idea di quanto sia terribilmente musicale il rumore della porcellana che si fessura. Lo strillo di una Clarina che si trova improvvisamente inzuppata di tè bollente lo è assai di meno – ma sono particolari. Il fatto si è che il mug shakespeariano adesso ha una sottilissima fessura che lo divide quasi a metà, e non potrà mai più contenere liquidi caldi o freddi. Mai più, alas and alack…

Ora, siccome dubito che qualcuno produca un mug fatto per non resistere al contatto prolungato con il tè caldo, posso solo immaginare un difetto di fabbricazione o un incidente prima del mio acquisto. O forse gli ha fatto male la lavapiatti? O forse il mug dei libri ha giocato slealmente in qualche modo per liberarsi del rivale? Ma ad ogni modo non è come se il post mortem servisse a qualcosa – se non a farmi dubitare che valga la pena di comprare un altro mug shakespeariano alla prossima occasione londinese.

Però, dopo essermi asciugata il tè di dosso e aver mugugnato un po’ sulla triste sorte dell’arnesetto, ho pensato che ci sono altre cose che un mug può contenere – non tutte liquide. Penne, per esempio, e matite. Sempreché, mi si è fatto notare, la fessura non corra ulteriormente… Così ho telefonato al colorificio di fiducia e ho chiesto come si sigilla una fessura nella porcellana per evitare che sviluppi ambizioni e, dopo un po’ di ipotesi, mi si è detto che, s giuro di non mettere mai più del tè nella porcellana in questione, il Superattack ha buone possibilità di domare la fessura.

Morale? Adesso il mug shakespeariano, rattoppato con la supercolla, se ne sta mogio su uno scaffale, in attesa di diventare un portapenne shakespeariano. È pur sempre una carriera, non vi pare?

 

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* Il vasetto di peperoncini ripieni sott’olio fracassato sul pavimento della cucina ieri sera è un altro discorso…

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