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Gente Vera E Personaggi

English: This photograph was taken in Lyon, Fr...In realtà, ormai sono passati anni da quando A. S. Byatt ha dichiarato che piazzare in un romanzo gente vera – viva o morta – è riprovevole e pericoloso.

“Proprio non mi piace l’idea di basare un personaggio su qualcuno,” disse nel 2009 in un’intervista in occasione della sua candidatura al Man Booker Prize. “È come appropriarsi della vita e della privacy altrui. Inventarsi qualcun altro è un po’ come usargli violenza.”

E procedeva spiegando come conoscesse casi di gente giunta al suicidio per essersi “ritrovata” in un romanzo, e come lei per prima cercasse di parlare di sé il meno possibile con certi colleghi romanzieri, sempre così interessati a quel che si ha da dire…

Ecco, io la Byatt la ammiro molto, ho letto diverse cose sue e mi piacciono davvero tanto – ma questa sua boutade mi ha lasciata davvero perplessa.

Potremmo cominciare col dire che lei per prima ha basato parecchi personaggi su “qualcuno”. In Possession, per dire, può darsi che Ash sia una commistione tra Browning e Tennyson, ma nessuno mi toglierà di mente che Christabel sia Christina Rossetti in diguise. Per non parlare di The Biographer’s Tale, i cui ritratti di Ibsen, Galton e Linneo fanno abbastanza a pugni con il veemente attacco contro quegli scrittori che “mescolano realtà e finzione.” Entrambi libri vecchi di uno o due decenni, nel 2009, questo è vero – peccato che nel suo titolo candidato al Booker di quell’anno, The Children’s Book, apparisse gente come Oscar Wilde o Rupert Brooke… cui però, a suo dire, non aveva messo in bocca nulla d’inventato…

hilary_mantel_preferred_1_june_2016_credit_anita_corbin-399x600Mah. Sarà stato per questo che più di un giornale, all’epoca, vide in tutta la faccenda un attacco, nemmeno troppo velato, contro la sua rivale per il Booker, la romanziera storica Hilary Mantel – che, guarda caso, le soffiò la vittoria…

Ma in fondo non è questo il punto. Da nessuna parte è scritto che le grandi scrittrici debbano essere sempre sensate ed obbiettive, giusto? Il punto è che, se la signora Byatt avesse ragione, i romanzieri storici si ritroverebbero il campo severamente limitato. Perché se è vero che si può sempre lavorare sulla gente fittizia sullo sfondo di fatti veri, è vero anche che parte del fascino del genere consiste nella possibilità di indagare la mente, la mentalità, le motivazioni e le idee di quei personaggi che la storia l’hanno forgiata.

Ho fatto qualche tipo di violenza ad Annibale e all’Ammirabile Critonio, cercando d’intessere una personalità attorno all’ossatura nuda dei documenti (pochini) che sono arrivati fino a noi? Ho mancato loro di rispetto, nel cercare di leggerli attraverso i secoli? Se sì, è un crimine che mi ritrova in buona compagnia. Provate a immaginare il genere senza nessun personaggio storico… non resta granché, temo. histnov

E poi, non si tratta soltanto del romanzo storico – anzi. A voler essere cinici, i romanzi storici sono proprio il problema minore, perché se non altro nessuno ci si suiciderà sopra. Ma tutto il resto? Tutti gli altri? Tutti i parenti, genitori, coniugi, amici, insegnanti, colleghi, nemici, conoscenti, contatti occasionali degli scrittori, quelli che sono serviti ad alimentare millenni di narrativa? Perché se è vero che nessuno scrive a prescindere da se stesso, lo è altrettanto che nessuno scrive a prescindere da chi gli sta attorno. Magari non saranno sempre ritratti dal vivo, magari si tende a combinare più persone in un personaggio, ma chi non ha mai, mai, mai basato almeno in buona parte un personaggio su una persona vera alzi la mano – e non si aspetti di essere creduto.

Non ho usato il verbo “alimentare” a caso: la letteratura si nutre di gente, almeno tanto quanto la gente consuma letteratura. E gli scrittori sono, alla fine fine, un genere ragionevolmente incruento di vampiri. Ragionevolmente incruento, ma vorace. E se, in linea generale, non compiono sacrifici umani, è pur vero che talvolta scrivere anestetizza un tantino la coscienza, e poi esistono cose come gli incidenti, le vendette, i danni collaterali e gli effetti preterintenzionali…

Il che mi fa ricordare la polemica della signora inglese che, qualche anno fa, scrisse alla HNR lamentandosi di come una romanziera avesse romanzato i suoi antenati. E mi fa ricordare Charlotte Brontë, maestra nel farsi nemici e offendere amici nella sua ansia creativa. E mi fa ricordare la spiritista tedesca secondo cui i morti fanno il diavolo a quattro per dettare le loro storie ai romanzieri storici. E mi fa ricordare C. che, una volta in cui ci scambiavamo confidenze, si bloccò e mi chiese se la stessi studiando per scriverla…

Perché il fatto è, o Lettori: se non basiamo i nostri personaggio su qualcuno, di chi – di che scriveremo?

 

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Facce

FacesMi è stato fatto notare che il mio romanzo in corso ha un sacco di personaggi, e che la caratterizzazione diventa sempre meno dettagliata e vivida mano a mano che ci si allontana dal centro – ovvero dal protagonista.

“Il che è anche normale,” mi si è detto, “ma c’è una certa quantità di gente, né protagonisti né comparse – e questa gente è un pochino generica.”

E a dire la verità è un dubbio/timore che nutrivo già – ma speravo, in quella maniera vaga in cui si sperano queste cose, che non si notasse troppo. Invece, a quanto pare, si nota, e quindi occorre riparare in qualche modo.  In particolare, mi ritrovo con due compagnie di attori da… ravvivare. Well, due compagnie e mezzo – o una compagnia e mezzo, se volete. O forse piuttosto una compagnia, più una compagnia, più qualche altro di contorno… Ah well, never mind. Le vicende, fusioni e passaggi delle compagnie elisabettiane costituiscono una storia intricata e tutt’altro che certa – ma questa gente è tutta storica. Di qualcuno sappiamo di più, di qualcuno sappiamo di meno o quasi nulla, ma tutti costoro sono esistiti.

VoiceChartNon che questo sia terribilmente importante ai fini pratici – se non per l’occasionale aneddoto che mette in luce un temperamento, oppure per una provenienza regionale che può influire su vocabolario e speech patterns per creare una voce individuale. E proprio da questo ho iniziato, preparandomi una tabella in cui riassumo tipo di voce e idiotismi per ciascuno di costoro. Dopo tutto sono attori, e il modo in cui parlano e usano la voce è rilevante, giusto? Anche solo la differenza tra una stage-voice e la voce normale è un tratto di caratterizzazione.

Nondimeno, la gente non è solo voce, e quindi ho aggiunto alla tabella una colonna per l’aspetto fisico e una per maniere, modo di muoversi e cose del genere. E non dovete pensare che non ci fosse nulla di tutto ciò finora: nel compilare la tabella mi sono consolata nel notare che in realtà alcuni degli attori sono ragionevolmente completi come sono – altri sono abbozzati in maniere promettenti, e qualcuno è curiosamente blando. Ed è in particolare su questi ultimi che sto lavorando.Faces3

E però mi accorgo che anche i più dettagliati sono un po’ vaghi quando veniamo a parlare di aspetto fisico. Non c’è nulla da fare, non sono una persona visiva e non sono fisionomista – il che si traduce in figuracce terribili nella vita quotidiana, e in una banda di attori senza volto nel romanzo. O non proprio senza volto – ma… hanno voci, maniere, predilezioni, movenze, ma non si vedono in faccia.

E così adesso credo che mi metterò al lavoro con Google Images e Pinterest, e metterò insieme una gallerietta di facce per i miei attori – ritratti, teatro, cinema, rievocazioni, whatnot – e vedremo che cosa salta fuori. È un metodo che ho utilizzato ancora, e so che funziona, e quindi perché non mi sia passato per il capino di farlo finora non saprei dire – ma tant’è.

Forse perché GI e Pinterest sono luoghi pericolosissimi, dove si sa quando si entra, ma non quando si esce, né dove si va a finire? Può essere, oh, può essere…

Ah well, se non ricompaio, sapete dove venire a cercarmi.

Lug 4, 2018 - Storia&storie    No Comments

Napoleone e il Parroco

Nap3Qualche anno fa mi capitò l’occasione di consultare e trascrivere dei registri parrocchiali di fine Settecento, in un villaggio qui vicino. Ero a caccia di informazioni dirette sul passaggio delle truppe napoleoniche dalle mie parti tra il 1796 e il 1797 – e, mentre la maggior parte dei parroci tagliò l’angolo all’arrivo dei Francesi, finii col trovar traccia di uno che non l’aveva fatto.

Nap2Don Francesco Doni non solo rimase bravamente nella sua parrocchia, ma annotò quel che accadeva nei suoi registri, tra una nascita, un matrimonio e un funerale: annotazioni, segnate da frettolose manicule,  e scritte in un curioso miscuglio di Latino ecclesiastico e quelli che dovevano essere ricordi degli studi classici di Don Doni*. La scrittura era scolorita e sbavata qua e là – grazie alla qualità dell’inchiostro e al clima men che asciutto delle mie parti – ma ancora ragionevolmente leggibile. NapArcole

E così lessi dell’attesa trepidante, dello stillicidio di notizie sull’avanzata inarrestabile dei Francesi – preceduti da una nomea di saccheggiatori violenti e miscredenti che spinse parroco e parrocchiani a tentar di proteggere il poco argento della piccola parrocchia. Nel villaggio, come altrove, ci si affrettò a redigere nuovi inventari che attribuivano a privati la proprietà di oggetti preziosi e opere d’arte – misura ingenua e destinata a rivelarsi del tutto inutile. Tale era la paura che, quando una ragazza diciassettenne del villaggio morì di malattia, la si seppellì in gran fretta e senza cerimonie… a quel punto i Francesi erano vicini: stavano assediando Mantova, a una decina di chilometri appena.

La grafia e le manicule di Don Doni segnavano un’agitazione crescente, man mano che gli invasori si avvicinavano. Alla fine arrivarono, e alcuni furono alloggiati nel villaggio. Ci scappò anche il morto – un cinquantenne locale che riuscì a litigare con i soldati per motivi sconosciuti, e ne ebbe tre colpi di sciabola (ensis, nell’aulica e precisa descrizione di Don Doni) in faccia, morendo dopo quattordici ore di dolorosa agonia.

NapReddition_de_MantoueMa quel che davverò abbatté il parroco, se dobbiamo fidarci della sua grafia viepiù disordinata e del linguaggio drammatico, fu la caduta di Mantova, nel febbraio del 1797, dopo mesi di battaglie e vani tentativi di rompere l’assedio. Alla fine gli Austriaci si ritirarono e i Francesi, che avevano lasciato il villaggio qualche settimana prima, tornarono e requisirono l’argento. Don Doni allegò al registro il breve inventario e un verbale in Italiano – notevolmente acido sul rifiuto dei Francesi di firmare una ricevuta. Nap1

Una piccola storia, alla fine – e senza la minima traccia della battaglia nel mio villaggio che stavo cercando di documentare… Eppure c’era un che di toccante nella prosa latina di Don Doni, viepiù colorita con l’incalzare degli eventi. Nel trovare in quelle piccole annotazioni la paura del parroco, la sua indignazione, il suo rancore e la sua afflizione. Per quanto ne so, dopo la caduta di Mantova se ne tornò a segnare nei registri nascite, morti e matrimoni e nient’altro. Forse la calata dei Francesi fu il solo momento della sua vita in cui Don Francesco Doni si sentì passare accanto la storia – e le sue annotazioni ne restituiscono un resoconto molto vivido.

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* No, non c’è modo di scriverlo senza che sia lievemente buffo – per cui…

Se Avete Amato Tamerlano…

Avete mai badato al meccanismo per cui ogni successo si porta dietro un subisso di imitazioni scritte con la penna intinta nell’ansia di salire sul carro del vincitore editoriale?

O cinematografico, in realtà – ma in narrativa è reso particolarmente spudorato da, you know, le sciagurate fascette: Il Nuovo Xxx, L’Erede di Yyy, Se Avete Amato Zzz…

Ma in realtà il meccanismo è più vecchio delle fascette, più vecchio delle colline. Why, Omero aveva i suoi imitatori. A dire il vero, non è nemmeno detto che “Omero” non stia per “un capofila fortunato e un certo numero di gente che seguiva i suoi passi”…

Ma non occorre che torniamo così indietro – almeno non oggi. Oggi parliamo di Robert Greene.

Ora, Robert Greene era uno di quegli robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaautori usciti dall’Università che abbondavano nella Londra elisabettiana. Master of Art a Cambridge, figlio forse di un locandiere e forse di un artigiano insolvente, Robin era arrivato a Londra dopo avere abbandonato una moglie ricca – o così racconta lui, ma non è chiaro se ci sia da fidarsi.

E una volta a Londra, frequentò con gusto i bassifondi, si prese per amante la non troppo rispettabile sorella di un brigante di strada e, in generale, si rese tanto cospicuo quanto poteva. Tra teatri, bordelli e arene per gli orsi era universalmente conosciuto per i suoi abiti color cacca-d’oca, per la barba rossa tagliata a punta e per uno spirito alquanto abrasivo. La sua intenzione era la stessa di tanti altri squattrinati gentiluomini lavati nel Cam: guadagnarsi da vivere scrivendo. Il teatro sembrava la via più facile e più redditizia, ma non è che Greene ci sapesse molto fare. A quanto pare, solo una delle sue commedie incontrò qualche favore – e le sue tragedie erano considerate repertorio da provincia. Del che Greene incolpava non se stesso, ma i tempi, la crassa stupidità del pubblico e degli impresari, la malvagità e avidità congenite degli attori e, soprattutto, la concorrenza. La concorrenza non laureata, in particolare, gli dava il mal di stomaco…

Per sua fortuna, Greene aveva, se non altro, un dono per la prosa. Da un lato i romances, storiellone melodrammatiche piene di colpi di scena narrati in uno stile che oggi definiremmo purpureo. E dall’altro i libelli. I suoi saggi sulla vita dei bassifondi, sui trucchi dei truffatori e sulle disgrazie degl’ingenui laureati nella città malvagia ebbero un colossale successo. Un successo che sarebbe bastato a mantenere un uomo di moderato buon senso… ma Greene, tra vino, gioco e donne, era sregolato persino per i laschi standard elisabettiani.

E poi a un certo punto si convertì. Per iscritto. Un Pizzico di Buon Senso Acquistato a Prezzo di un Milione di Pentimento è l’ultimo libello che, secondo tradizione, il buon uomo avrebbe scritto sul letto di morte. La diatriba è livorosissima e ce n’è per tutti, compresi gli attori e gli altri scrittori, primi tra tutti l’ateo Kit Marlowe (chiaramente avviato all’inferno…) e un misterioso Corvo Arrampicatore che si fa bello con le piume altrui – e che in tutta probabilità è Shakespeare*, quell’accidenti di campagnolo senza laurea.

Quando il Pizzico fu pubblicato, Robin Greene era già morto per indigestione (o, di nuovo, così vuole tradizione) di aringhe in salamoia e vino del Reno.

E che c’entra tutto ciò con gli imitatori?

C’entra perché abbiamo detto che Greene non aveva un gran talento per il teatro, ma non per questo non ci provava. robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragona

Nel 1588, quando le due parti del Tamerlano di Marlowe travolsero Londra, Greene dovette masticare parecchia bile. Immaginate: al Rose si replicava all’infinito, i bambini nelle strade giocavano a Sciti e Persiani, la gente citava a gran voce Holla, ye pampered jades of Asia!, e nelle taverne i bevitori brindavano alla salute di Alleyn & Marlowe – un vilissimo attore e un ragazzino appena uscito da Cambridge…

Be’, ma perché non posso farlo anch’io? dovette dirsi Greene. Così prese il Tamerlano, lo spostò in Spagna**, cambiò i nomi dei personaggi, riscrisse – ma non troppo, mantenendo la trama pressoché identica… et voilà! Alphonsus, King of Aragon era pronto per le scene.

Pare di vederle, le altre compagnie, quelle che non potevano avere Marlowe e il Tamerlano. Venghino, siore e siori, venghino ad ammirare le terribili vicende di Alphonsus, il Tamerlano di Spagna…

E per un po’ funzionò – ma non per molto. La gente, dopo avere visto e rivisto Tamerlano, se ne andava in cerca di altre emozioni consimili, ma poi… be’, Alphonsus non era Tamerlano. E non era questione della scopiazzatura della trama – pratica pressoché quotidiana in un mondo senza diritti d’autore. Il pubblico elisabettiano non aveva particolari obiezioni alla stessa storia in altra salsa, ma era smaliziato: andava una volta e poi, constatando che i versi erano brutti, i dialoghi legnosi e i personaggi mollicci nella loro altisonanza, non tornava più.

robert greene, christopher marlowe, tamerlano, alfonso re d'aragonaLe compagnie provarono a portarsi l’Alphonsus in provincia, dove si supponeva che i campagnoli fossero di bocca buona, ma niente da fare. I cortili di locanda, le sale delle corporazioni e i prati delle fiere si riempivano di gente che, accorsa per vedere il nuovo Tamerlano, non si faceva scrupolo d’interrompere la rappresentazione ululando “dateci Tamerlano!”

Ma, a parte i rovelli (immaginari, lo ammetto) di Greene, avrebbe potutto funzionare. Anzi, funzionava tutto il tempo, e aveva funzionato prima, e ha funzionato dopo e, ho tanto idea, funzionerà sempre. Perché in fondo, come nascono e si ramificano i sottogeneri, se non perché, come Oliver Twist, dopo avere assaggiato qualcosa, il pubblico ne vuole ancora?

La speranza è sempre che il pubblico sappia distinguere. In mancanza di quello, si può sempre confidare che, prima o poi, il passare del tempo faccia da setaccio tra gli Alfonsi e i Tamerlani.

 

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* Una teoria alternativa è che si tratti in realtà di Ned Alleyn. Considerando il livore che Greene nutriva nei confronti degli attori, non è del tutto implausibile – ma resta da provare che Alleyn abbia davvero mai scritto alcunché.

** Ambientazione esotica, col brivido aggiuntivo del cattolicesimo e dell’inquisizione…

Rivoluzioni a Teatro

Se Hodges ha ragione, se davvero il teatro è il modo in cui l’umanità fa le prove di se stessa, allora non c’è da stupirsi che, come l’umanità, il teatro non sia mai statico, che sempre si muova e cambi, per evoluzioni e rivoluzioni… piccoli cambiamenti incrementali e quotidiani e drammatiche innovazioni che hanno un “prima” e un “dopo”…

Ed è proprio di questo che Mario Zolin e io parleremo alla UTE di mantova per due venerdì consecutivi:

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Comincio io, con Londra, e poi sarà la volta di Mario, con Venezia sarà un viaggio alla scoperta di come le rivoluzioni siano a volte opera di un singolo scrittore o attore – e a volte di un’intera società.

 

Apr 9, 2018 - Storia&storie    3 Comments

Racconti di Prigionia

Livia Calciolari – storico, docente e buona amica – pubblica un nuovo libro. Ed è una piccola gemma di tradizione orale: sette racconti di altrettanti soldati mantovani, prigionieri durante la Seconda Guerra – chi dei Tedeschi, chi dei Russi, chi degli Americani o degli Inglesi.

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Livia raccoglie e restituisce le voci di questi uomini che, ormai anziani, raccontano di marce estenuanti nelle steppe e di famiglie adottive in capo al mondo, di crudeltà e di compassione, di amicizia e d’indifferenza, di depressione e di volontà irriducibile – accendendo i riflettori su un aspetto della guerra generalmente e ingiustamente trascurato. E lo fa con un’equilibratissima commistione di rigore storico e di simpatia umana, che rende Racconti di Prigionia una lettura tanto toccante quanto illuminante.

Se questo specifico lato umano della storia vi incuriosisce, vi aspettiamo alla presentazione di Racconti di Prigionia, venerdì 13 alle ore 18, nella Sala Paolo Pozzo del Museo Diocesano di Mantova, al n° 55 di Piazza Virgiliana.

Oh – e il libro si trova qui.

Apr 4, 2018 - Poesia, Storia&storie    No Comments

Barbari&Tartari

Dave Pearson Sailing to ByzantiumE oggi che ne direste di un po’ di poesia? Nello specifico Aspettando i Barbari, di Kostantinos Kafavis (Tratto da Poesie, Oscar Mondadori editori, Milano, 1961. A cura di Filippo Maria Pantani.)

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia o Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei caselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti serii)
Perché rapidamente le strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.

Tra il buzzatiano e il bizantino, nevvero? E niente, oggi va così.

Storidentikit

AileanBreacStewartVi ricordate di Alan Breck Stewart?

Non è del tutto impossibile, considerando la frequenza con cui vi tormento in proposito, e in realtà ne abbiamo parlato di recente.

Ad ogni modo, questa volta non è del tutto colpa mia: potete biasimare Caroline Wilkinson, dell’Università di Dundee, cui qualche anno fa è parso bello fare una ricostruzione della faccia dell’Alan storico – Ailean Breac (o Breic) Stewart – e il risultato lo vedete qui accanto.

Come è successo? Be’, la professoressa Wilkinson ha trattato Ailean come ogni altro sospetto omicida di cui non si conosca la faccia: ha tracciato un identikit sulla base delle testimonianze.

Perché le testimonianze scritte ci sono – sia legate all’omicidio del detestatissimo agente della Corona Colin Cambell nel 1752, sia unrelated – e parlano di un giovanotto dalla faccia lunga e stretta segnata dal vaiolo, dagli occhi azzurri e infossati, dai capelli ricci e scuri e dal naso lungo…

A dire il vero parlano anche di uno scervellato violento e inaffidabile – ma a dirlo era James Stewart, il padre adottivo che fu impiccato per l’omicidio in questione, di sicuro ingiustamente e forse al posto di Alan, che si era reso uccel di bosco. Una punta di astio e/o di panico da parte del povero James sarebbe più che comprensibile, ma sospetto che il fascino di Alan sia tutta farina del sacco Stevenson, e l’originale fosse ben poco raccomandabile.

E in effetti, qui sopra, l’aria raccomandabilissima non ce l’ha, giusto?AppinMurder

Grazioso e simpatico esercizio – ma con un limite sesquipedale: le testimonianze essendo per l’appunto scritte e vecchie di duecentosessant’anni e passa, non sono verificabili in nessun modo. Non è come se a Dundee potessero convocare James Stewart, o l’avvocato di Colin Campbell presente all’omicidio, o gente dell’entourage di Ailean e chiedere loro se la ricostruzione è somigliante… Sono certa che la professoressa Wilkins abbia considerato altri fattori, come fenotipi e strutture facciali dei discendenti Stewart e dei ritratti d’epoca, ma non posso fare a meno di chiedermi a che punto sia intervenuta l’immaginazione dei ricercatori – magari colorata da Stevenson…

Oh well. Non sarò io a lamentarmi. In fondo non si tratta di risolvere un omicidio – anche se a volte, a sentire due Scozzesi che ne discutono, si sarebbe indotti a credere che l’Appin Murder sia faccenda della settimana scorsa – ma l’idea di applicare questo genere di strumenti per ricostruire facce storiche ha più che un po’ di fascino, e mi piacerebbe molto vederla utilizzata su altra gente. La National Portrait Gallery non ha prezzo. Per tutto il resto…

 

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* Yes, yes, I know: il povero David e tutto quanto. Non cominciamo nemmeno.

The Capricorn Bracelet

The capricorn BraceletAl volo per dirvi che The Capricorn Bracelet è andato come l’acqua nel giro di un pomeriggio. Ottima acqua.

Sei racconti, sei soldati romani – e viepiù britannicizzati, da legionari a exploratores lungo il Vallo – attraverso i secoli, da Boudicca alla caduta di Massimiano. Le meraviglie principali sono sei voci diverse con un’ombra di aria di famiglia, e il senso del tempo, gli alti e bassi di Roma, l’ombra di un’epoca che passa e declina nelle piccole cose quotidiane – perché questi soldati che gradualmente dimenticano di appartenere alla gens Calpurnia sono gente che pensa, ma non con il senno di poi della loro autrice… Rosemary Sutcliff sapeva quel che faceva.

E mi è piaciuto scoprire che queste storie erano nate in origine come scripts radiofonici per la BBC: una sorta di Ora dei Ragazzi, badate. Poi, a programma terminato, e desiderando un po’ più di spazio per muovercisi, Miss Sutcliff riprese i suoi sei Romani e ne fece una raccolta di racconti.

PuckKipling è nell’aria? Assolutamente. Puck of Pook’s Hill aleggia sui racconti come uno spirito protettore. L’idea d’altra parte alla Sutcliff venne da lì, e l’omaggio è dichiarato. C’è persino un irriverente cavalleggero chiamato Pertinax, come l’amico del kiplingiano Parnesius. E c’è quella vaga malinconia di fondo, che in Kipling veniva dall’innocenza di Dan e Una, temperata appena dai libri di scuola, di fronte al candore senza prescienza ovvia di Parnesius. Anche Kipling, goes without saying, sapeva quel che faceva.

Con Miss Sutcliff, in fondo, Dan e Una siamo noi. Noi lettori, e i ragazzini inglesi che ascoltavano queste storie alla radio, lette da qualcuno di quei magnifici attori di cui l’Isoletta sembra avere riserve innumeri…

Ragazzini e adulti, immagino, perché – com’era abitudine di gente come Sutcliff e Kipling – non c’è nulla in queste storie che suoni condiscendente o predigerito o smaccatamente didattico o in alcun modo da bambini. Solo il fascino di belle storie avvincenti e ben narrate… Doveva esser bello essere fanciulli in un’epoca in cui gli scrittori trattavano i lettori fanciulli come creature senzienti, cui offrire domande anziché risposte già pronte, don’t you think?

Dic 15, 2017 - Storia&storie    2 Comments

Biondo Era E Bello E Di Gentile Aspetto

Manfred_CrownedUna volta, quando avevo diciassette o diciotto anni, durante un’interrogazione sulla Divina Commedia, qualificai la definizione di Manfredi di Svevia come “usurpatore del Regno di Sicilia” dicendo che tutto è relativo.

Allora avevo (e ce l’ho anche adesso) molta simpatia per Manfredi di Svevia, il più notevole tra i figli di Federico II, soldato, poeta, musicista e legislatore, buon sovrano, uomo dalla mente aperta e sconfitto tragico.

“Nondimeno usurpatore. Tecnicamente, non puoi negare che lo fosse…”

E forse tecnicissimamente parlando, avrei anche potuto – ma non era questo il punto: usurpatore o meno, Manfredi restava ammirevole.

E direi che non ero la sola a pensarlo. Date un’occhiata al Purgatorio, e ditemi che Dante non ha un debole per Manfredi – non foss’altro che per la fine che fa a Benevento e dopo, vittima di un un caso da manuale di Pessimo Vincitore… Non so voi, ma ho sempre considerato “Or le bagna la piogga e muove il vento” il singolo verso più triste, più desolato e più strappacuore di tutta la letteratura… E no, per una volta non c’è competizione con l’originale virgiliano. A mio timido avviso, in fatto di pathos, Virgilio rimane indietro di parecchie lunghezze – e non credo che si spieghi tutto con la progressiva ghibellinizzazione di Dante di cantica in cantica.

In secoli più recenti c’è il tedesco Ernst Raupach che, per poco che fosse simpatico a Goethe, va infilato nel novero dei Romantici tedeschi. Prolifico autore di tragedie, commedie e drammi storici, bisogna dire che negli Hohenstaufen trovasse un’infinità d’ispirazione, perché dedicò loro un ciclo di quindici drammi quindici, tra cui un Manfred, Fürst von Tarent, in cui Manfredi parte magnanimo, trabocca fascino per una manciata di atti e finisce più o meno martire.

Manfredi2Sull’usurpazione, semmai, insiste di più Francesco Domenico Guerrazzi, nel suo La Battaglia di Benevento. Però è chiaro che, pur facendone uno spregiudicato afferratore di corone altrui, anche Guerrazzi è tutt’altro che immune al fascino di Manfredi, vero protagonista di questa storiellona di tradimenti e controtradimenti, bizzarrie soprannaturali, amori contrastati, agnizioni e tutto l’armamentario.*  Questo Manfredi è un grand’uomo senza essere una gran brava persona, ma d’altra parte Guerrazzi era così preso nella sua furia propagandistica antipapalina, che una piccola usurpazione tra parenti diventa una faccenduola quasi veniale.

Di contemporaneo (2009) non sembra esserci altro che un Manfredi di Svevia – la mia vita: l’avventura più bella, di Luigi Vellucci – e lo cito molto en passant perché non ho proprio idea. Da titolo e copertina, inclino a credere che si tratti di un romanzo per ragazzi, ma chi può dire?

Manfredi3E poi non so se ci sia altro… Be’, ci sono le biografie – per lo più tedesche, ma credo che citerò l’adorante Manfredi, dell’italiano e meravigliosamente nomato Eucardio Momigliano – e però nemmeno un decimo della narrativa che ci si aspetterebbe a proposito di un personaggio del genere. Insomma, un principe imperiale di dubbia nascita, re di fatto a diciotto anni, uomo di molteplici perfezioni, poeta e guerriero, sfortunato in varie maniere fino alla fine che si sa…

Non c’è da stupirsi, direi, del piccolo diluvio di opere liriche in proposito. A me ne risultano almeno tre di inequivocabili, ma ci sono almeno altri due possibili titoli – un Manfredo e un Manfredi, che potrebbero essere il nostro, oppure potrebbero essere Byron stuff. Di libretti ne no letto uno soltanto**, e presenta un Manfredi baritono, magnanimo, generoso e retto, buon fratello, buon sovrano, buon amico, buon comandante e chi più ne ha più ne metta.

Però ripeto: considerando il personaggio (usurpatore o meno), l’epoca, la dinastia, la vicenda in generale, le vicende particolari e il finale – e Dante, non è strano che ci sia così pochino in fatto di romanzi?

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* Se proprio lo volete leggere, lo trovate su LiberLiber – ma poi non venite a lamentarvi, perché non è come se ve lo consigliassi.

** E so che la maggior parte della gente non legge libretti d’opera per diletto, ma ve lo segnalo lo stesso.

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