Browsing "considerazioni sparse"

La Tettonica Delle Lingue

la dante, adotta una parola, lingue viveVi ricordate di Adotta una Parola – l’iniziativa de La Dante? Ne avevamo parlato qui un paio di anni fa (pittkins, come passa il tempo…), e da allora ogni tanto ripasso da quelle parti e sbircio tra i lemmi e adotto qualche altro orfanello, più o meno a seconda di quel che sto scrivendo.

Per dire, nel corso dell’ultima visita ho adottato Sonettista, Marineria, e una manciatina di altre cose – e tra l’altro mi sono mangiata le unghie per essere stata preceduta su Anemofilo… 

Perché non so che farci, a me le parole desuete piacciono proprio tanto. Forse fin troppo. Perché a parte tutto, posso anche divertirmi a usare “sesquipedale” in conversazione, ma non posso fare a meno di pensare che, se è uscito dall’uso, un motivo ci sia…

Ne parlavo qualche giorno fa con F., che lamentava il diluvio di usi invalsi – cose che dieci, o anche solo cinque anni fa consideravamo sbagliatissime, e adesso ormai sono inestirpabili. Tipo, per citare un pet peeve personale, “Vicino casa.”

In questi casi, lo riconosco, la tentazione è quella di continuare a fare sesquipedali e teatralissimi sobbalzi ogni volta che qualcuno racconta di come non riesce a parcheggiare vicino casa, e produrmi in esclamazioni di “A! a! a! Vicino A casa! A casa!!”…  E non è come se non cedessi alla tentazione con qualche frequenza – ma sempre con qualche remora. Sempre con la sensazione di arroccarmi su posizioni che la battaglia ha già ampiamente superato.

E badate, non sto parlando di veri e propri orrori grammaticali, crimini sintattici e spaventi lessicali, ma di quei cambiamenti, quegli aggiustamenti, quegli scivolamenti che capitano, e capitano di continuo nella storia delle lingue.

Perché il fatto è che le lingue non stanno ferme. Mai. Cambiano, si evolvono, assorbono, si gonfiano, cambiano colore, si arricchiscono e impoveriscono, rapinano le altre lingue nei vicoli bui, semplificano la loro struttura, scivolano le una verso le altre, le une nelle altre, le une sopra le altre, si adattano, si mescolano, si ibridano e fanno un sacco di cose – che non sempre sembrano lodevoli a chi le vede succedere. E tuttavia succedono, ed è quello che rende vive le lingue vive.

E cercare di fermarle, o anche soltanto di trattenerne il flusso, ha sempre un che di artificiale – e nessuna lingua artificiale ha mai funzionato davvero. Non è così che funziona. E questo è, ammettiamolo, parte del fascino del gioco.

E quindi, Adotta una Parola è un bel gioco, e temo che continuerò ad usare sesquipedale, versipelle, corrusco e tutte quelle altre belle parole che mi piacciono tanto, e temo anche che continuerò a storcere il naso sugli usi invalsi, perché in fondo ho, almeno in parte, l’animo di una purista conservatrice con un certo gusto antiquario… Ma sarà sempre con una vaga sensazione di causa perduta – e ricordandomi che tutto quel che a noi adesso pare l’apice della più forbita correttezza, in qualche secolo passato avrà fatto inorridire qualche purista conservatore.

Cyrano 2.0

lettera damore per lui

Siete abbacinati come lo sono io? È la query con cui qualcuno che non so – ma presumo, o almeno spero, una ragazzina – ha raggiunto SEdS via Google, in un momento che non so tra il primo di novembre e oggi. Proprio così come la vedete.

E guardate, accantoniamo pure il fatto che un apostrofo, roseo or otherwise, fra le parole d e amore ci sarebbe stato proprio bene. Ammetto che è un fatto maiuscolo da accantonare, ma concediamo il beneficio del dubbio, della fretta, delle tastiere temperamentali – e accantoniamolo.

Resta il fatto che qualcuno, volendo scrivere una lettera d’amore, ha pensato bene di cercarsene una già pronta su internet. La mia prima reazione è stata, confesso, d’incredula ilarità – finché non ho pensato che in fondo, nell’impulso di fondo, non c’è nulla di terribilmente diverso da quello che muove Christian a rivolgersi all’amico nasuto e facondo, o la Marilù di Giana Anguissola a levarsi la scarpa e battere con il tacco sul pavimento per convocare dal piano di sotto Rossella che ha la media dell’otto…

In fondo, non è come se Cyrano tenesse in gran conto i desiderata stilistici di Christian. Ilettere d'amore, cyrano de bergerac, giana anguissola, yahoo answersl tema è uno e si esprime in tre parole, e poi lo svolgimento è affar suo – tanto che, da un certo punto in poi, le lettere continuano all’insaputo del supposto mittente. Il che suggerisce inquietanti immagini di lettere che continuano ad arrivare, spedite da qualcosa a mezza via tra un e-Cyrano e Hal 9000… Ma non divaghiamo.

Magari questa piccola nativa digitale ha in qualche modo assorbito l’idea che le lettere d’amore siano l’apice del romanticismo.* magari non ha ben chiaro come articolare il discorso al di là di TVB, TVTB e TVTTTTTB, e un confuso e persino lodevole senso che per una volta le sigle non bastino l’ha spinta a cercare aiuto. E magari, di questi tempi digitalizzati, in assenza di amici nasuti e amiche con la media dell’otto, o forse temendo di essere presa in giro, la fanciulla ha pensato di cercare la lettera nello stesso posto in cui cerca le canzoni da scaricare, i desktop col vampiro e i temi già svolti… 

E però ci viene da dubitare: anche ammettendo che del narratore dei Promessi Sposi e delle espressioni algebriche non le importi un bottone (al di là dell’evitare un’insufficienza e metterci il minor tempo possibile), forse di quel che scrive al ragazzino del suo cuore potrebbe importarle un po’ di più… E mentre Christian sa che Cyrano è un poeta e Marilù ha dimestichezza con le medie di Rossella, come sa la nostra fanciulla che le lettere damore che trova in rete siano anche solo vagamente decenti?

Ma in fondo, forse, non le interessa poi troppo – né quello né il rischio di essere sgamata. Da un lato, dubito che il Rossano medio d’oggidì sia incline a scegliere, tenersi o lasciare una morosa sulla base della sua prosa eloquente e fiorita. Né, in tutta probabilità, il ragazzino rastrellerà la rete in cerca di lettere damore per lui…

Il che però introduce un’altra domanda. Supponendo che, dopo essere rimasta delusa qui, la nostra implume abbia proseguito le sue ricerche, davvero avrà trovato in rete lettere damore preconfezionate? Incuriosita, e anche per vedere come una ricerca del genere potesse condurre a SEdS, ho fatto una picola indagine, e ho scoperto che la risposta è: eccome! lettere d'amore, cyrano de bergerac, giana anguissola, yahoo answers

Già la search box di Google mi offre tutta una serie di affascinanti possibilità: non solo la fanciulla ha avuto da scegliere tra la lettera d’amore per lui, la lettera d’amore per lui triste e, se non basta, anche la lettera d’amore per lui** commovente, un’abbondanza di lettere d’amore bellissime o stupende, o addirittura la lettera d’amore più bella…

Ed è poi vero che, seguendo i link, si trovano per lo più collezioni di frasi più o meno celebri, più o meno à la Baci Perugina – facendo sorgere il dubbio che le nuove generazioni non abbiano ben chiara la distinzione tra lettera e citazione – oppure siti in cui un pubblico per lo più femminile mette in piazza lettere d’amore vere o immaginarie. Ma c’è anche il sempre sconcertante Yahoo Answers, dove si trovano threads come questo. Date un’occhiata e badate a come la richiedente specifichi che la lettera è per un terzo anniversario e dev’essere abbastanza lunga – manco fosse in pasticceria – e badate a come la più apprezzata delle risposte sia quella che contiene la lettera su richiesta, e come nessuna delle obiezioni sensate riceva un singolo voto – ad eccezione di una, che sensata è, però contiene quanto meno un paio di ogniuno.

Insomma, si direbbe che a questa generazione sembri sufficientemente normale cercare lettere d’amore già pronte come se fossero torte con la glassa – senza curarsi dell’altrui sintassi o grammatica,*** sprezzando il rischio di essere sgamati…

E credetemi, mi sento vecchia nel dirlo, e anche un pochino acida, ma non posso fare a meno di sospettare che non sia tanto questione di contenuto, quanto di packaging. Si scrive la lettera perché fa tanto romantico, e più suona come i dialoghi di Twilight, meglio è – perché il punto non è quel che si scrive. Il punto è averlo fatto, e poter dire: ho mandato al mio ragazzo una lettera damore, e appartenere al club di quelle che scrivono lettere damore, appendono lucchetti ai ponti e tengono Romeo e Giulietta sul comodino. 

___________________________________________

* Tiro a indovinare: ci si scambiano lettere d’amore in Twilight?

** Ma esistono, in abbondanza, anche per lei.

*** Nel mio cinismo dubito che si tratti di una faccenda à la Wilde, con Cecily che si commuove sulla (e di fatto falsifica la) cattiva grammatica delle lettere di Algy all’epoca della rottura del fidanzamento.

Ott 27, 2013 - considerazioni sparse    2 Comments

Il Gatto di Simon

…Che in realtà è abbastanza il Gatto universale – ciò che è stato recentemente riportato alla mia attenzione.

Avete mai provato a lasciare da soli un gatto e una scatola?

O a mettervi tra un gatto e il suo pranzo?

E buona domenica.

A Mano

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88“Sei veloce a battere al computer,” disse l’Osservatore casuale.

“Hm…” mugugnò la Clarina, senza staccare lo sguardo dallo schermo, né i polpastrelli dalla tastiera.

“Ma usi tante dita?” insisté l’OC, benché potesse vederlo benissimo da sé.

“Dalle sette alle nove, a seconda delle giornate,” rispose la Clarina – un po’ perché era vero, e un po’ per far sobbalzare l’OC.

Alla periferia del campo visivo della Clarina, l’OC sobbalzò debitamente, e poi digerì l’informazione per un pochino. Non chiese da che cosa dipendesse la variazione da giornata a giornata – quella è una domanda che, di solito, pone la gente di formazione scientifica.

“Io più di due dita proprio non le so usare,” disse invece, a digestione ultimata. E lo disse con quel tono vagamente superiore che in genere prelude – e anche questa volta preludeva a… “Io scrivo a mano. Non riesco a pensare con una tastiera, e non so immaginare come tu ci riesca.” 

La Clarina avrebbe potuto dire che non era nata così, che era questione di abitudine e pratica, che col suo genere di lavoro era una necessità… Ma prima che potesse decidere se valeva la pena di distrarsi…

“scommetto che non sai nemmeno più scrivere a mano,” disse l’Osservatore Casuale, con una vaga nota di trionfo nella voce. scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88

E fu allora che la Clarina si fermò per la prima volta, si girò a guardare l’OC e protestò appassionatamente che non era, non era e non era vero.

Perché non è vero affatto: non solo so ancora scrivere a mano, ma lo faccio quotidianamente – e magari lo faccio in una grafia che legioni di insegnanti, colleghi, dipendenti, clienti e corrispondenti hanno definito e definiscono “decorativa ma illeggibile”, but still.

E anzi, a dire la verità, in anni in cui ce n’era necessità, avevo anche adottato una grafia alternativa e semistampata – che a suo tempo non impedì a un dipendente di decifrare un mio “Emanuele” come “Bmannek”, e che mi ostino ad usare ancora per compilare moduli, documenti vari e bollettini… 

Ma tutto ciò era per dire che l’uso massiccio del computer non mi ha tolto la capacità di scrivere a mano. Why, un’abbondanza di appunti a mano fa ancora parte del mio metodo, e uso quantità industriali di taccuini su cui strologo per iscritto, annoto, appunto, abbozzo, faccio liste e promemoria…

E devo dire che negli anni ho sviluppato una predilezione per i taccuini Moleskine, di cui adoro la carta liscia e consistente e vagamente cream-coloured. Per carità: mi piacciono tanto i quaderni rilegati di carta fiorentina o di Fabriano, magari tagliati a mano, belli e significativi. Solo che la grana… la grana è come la mia grafia: decorativa e poco pratica. Quando scrivo a mano mi piace farlo in maniera scorrevole, senza aver l’impressione di andare in bicicletta su una sterrata… Il che fa sì che abbia poca pazienza anche per la carta riciclata, in cui tutte le punte s’impicciano, sopratutto quelle di matita a mina dura.

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88Oh sì, le matite: per anni ho scritto quasi esclusivamente a matita. Anche a scuola – tutto a matita, tranne i compiti in classe. Matite HB – dal tratto netto quando sono temperate bene, né troppo dure né troppo morbide. La prima stesura di Annibale, dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo, più di vent’anni fa, l’ho scritta tutta a matita. E sì, c’erano anche quei portamine di plastica, ma siamo sinceri: chiamarle matite è quasi un sacrilegio. Tutt’altra cosa sono quei portamatite che consentono di usarle fino al mozzicone più ridotto. Ne ho uno bellissimo, d’argento e lacca nera. Non lo uso granché perché sbilancia la matita, ma è molto chic. L’equivalente scrittorio di un bocchino da sigaretta.

In fatto di penne è stato più faticoso. Trovo che le Pilot scorrano bene. Quelle di plastica usa e getta, intendo. Possibilmente senza bottone, perché detesto quando mi ritrovo a schiacciarlo automaticamente mentre penso. Clic e clac e clic e clac… Mi dò fastidio da sola, e però appena mi distraggo ricomincio. La Penna a Sfera della mia vita, invece, non l’ho mai trovata. Tutti ne riceviamo da qualcuna a un diluvio nel corso della nostra vita* – ma a me non è mai capitato d’inciampare in quella giusta. Colpa mia, sia chiaro: ne ho tante, bellissime, ma nessuna è mai diventata La Penna.scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88

Con le stilografiche è andata meglio e peggio al tempo stesso. Possiedo da anni una meravigliosa Lady Agatha della Waterman, che scrive come un sogno e ha inchiostro di colori bellissimi come il blue-black e il sepia. Alas, dopo qualche anno di uso intenso ha cominciato a perdere e, nonostante innumerevoli pellegrinaggi per la riparazione, non è più stata la stessa. In compenso c’è questa stilo di plastica fluorescente e ultratrentenne, di marca misteriosa ma innegabilmente buona, visto che da decenni continua a scrivere – e bene – qualunque cosa le capiti. Come il ponte di Kashi, è brutta come il peccato – però fa il suo mestiere.

Però adesso non scrivo con la stilografica. Ho sperimentato un po’ con le penne a gel (non sgradevoli quando funzionano bene, pur se leggermente erratiche) ma alla fin fine, quando non scrivo a matita, in genere uso Point 88 della Stabilo. Sono pennarellini, è vero, ma scorrono bene, lasciano un tratto netto, durano ragionevolmente a lungo e tra i tanti colori ho ritrovato qualcosa di simile al blue-black e al sepia della mia amata Lady Agatha. E anche un grigio che somiglia alla mina di una matita. E magari non è del tutto sensato scrivere con una penna perché scrive come una matita, ma tant’è.

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88Dopodiché, a fini di documentazione, ho provato a scrivere con cose bizzarre come pennini di varia natura, penne d’oca temperate, stili su tavolette cerate e chiodi intinti… no, non nel sangue – tranquilli. Ma quelli sono stati esperimenti e, pur con tutto il mio penchant per i secoli passati, devo confessarmi lieta di vivere in un’epoca di matite HB, Point 88 e Moleskine. 

E voi? Scrivete a mano? Con che cosa scrivete? Su che cosa scrivete? E scrivete leggibilmente?

 

______________________________________________

* Cena di laurea. Siamo in cinque – la neodottoressa, suo fratello e tre invitati. Tre pacchetti. La festeggiata apre il primo… penna. Levo le sopracciglia, incrocio lo sguardo del fratello e mormoro “Anch’io…” e il terzo invitato coglie e ci guarda inorridito. Tre penne su tre, povera ragazza.

Piove, Piove, O Pastorella

Avete badato che fa freddo? E avete badato che piove?

E allora…

Me la cantava mia nonna quand’ero bambina, ma non sapevo che venisse da un’operetta del 1780 chiamata Laure et Pétrarque.

Il pleut, il pleut, bergère
Presse tes blancs moutons
Allons sous ma chaumière
Bergère vite allons
J’entends sous le feuillage
L’eau qui tombe à grand bruit
Voici venir l’orage
Voici l’éclair qui luit

Entends-tu le tonnerre ?
Il roule en approchant
Prends un abri, bergère
À ma droite en marchant
Je vois notre cabane
Et tiens voici venir
Ma mère et ma soeur Anne
Qui vont l’étable ouvrir

Bonsoir, bonsoir ma mère
Ma soeur Anne, bonsoir
J’amène ma bergère
Près de nous pour ce soir
Va te sécher, ma mie
Auprès de nos tisons
Soeur, fais lui compagnie
Entrez petits moutons

Soignons bien, oh ma mère
Son tant joli troupeau
Donnez plus de litière
À son petit agneau
C’est fait allons près d’elle
Eh bien donc te voilà
En corset qu’elle est belle
Ma mère, voyez-la !

Soupons, prends cette chaise
Tu seras près de moi
Ce flambeau de mélèze
Brûlera devant toi
Goûte de ce laitage
Mais tu ne manges pas ?
Tu te sens de l’orage
Il a lassé tes pas

Eh bien voilà ta couche
Dors-y jusques au jour
Sur ton front pur ma bouche
Prend un baiser d’amour
Ne rougis pas bergère
Ma mère et moi demain
Nous irons chez ton père
Lui demander ta main

E buona domenica. E se per caso siete da queste parti e se vi va, ci vediamo a teatro.

Premio Speciale Della Giuria

A Stagionalia.

Un’altra volta.

Lo so, lo so…

È sempre il premio speciale della giuria*…

Ma comincio a pensare che sarà sempre così finché mi ostinerò a scrivere questo genere di cose.

Quale genere di cose, dite?

Be’, giudicate voi:

Cliff era il proprietario dell’unica agenzia funebre express del Maine.

E questo sono io.

No, non Cliff. Io sono “Cliff era il proprietario dell’unica agenzia funebre express del Maine.”

Sono un romanzo. O almeno, si suppone che lo diventi. Per il momento sono dieci parole. Se lo chiedete a me, credo che dovrei essere un racconto. A parte tutto il resto, alla velocità con cui mi sta scrivendo, sarò fortunato se arrivo a 2000 parole prima che lei abbia settant’anni. Cortino, come romanzo.

Per di più, lei non sa un bel niente di agenzie funebri, e ancora meno del Maine. Mi ha buttato giù un pomeriggio, cinque mesi fa o giù di lì, perché ha letto questa faccenda dei funerali express, che l’ha fatta sobbalzare. E cinque mesi dopo se ne sta qui a mordersi il labbro con l’aria di chi medita un assassinio.

Il mio assassinio.

Per qualche ragione, per la mancanza di feminicidi, amori difficili, abbandoni e abusi, perché non c’è nulla di più cruento che qualche giocattolo narrativo smontato**, si direbbe che io dia l’impressione di non fare sul serio. 

È come per i romanzi storici. In qualche maniera, non è serio. Non è the genuine article.

Oh be’…

Il resto de Le Morte Stagioni & La Presente, premio speciale della giuria a Stagionalia, lo potete scaricare e leggere qui.

______________________________________

 * “E che titolo!” mi ha detto Davide Bregola… Già. Che titolo.

** In realtà una guerra c’è. Sullo sfondo e di ter- no, quarta mano, ma c’è. E c’è anche un certo numero di morti – data la professione di Cliff… Si vede che non basta.

Mar 8, 2013 - considerazioni sparse    7 Comments

Niente Mimose, Per Favore

“No, io leggo solo libri scritti da donne,” dice con aria compiaciuta, mentre versa nel caffè d’orzo la terza bustina di zucchero di canna. “Sono un’altra cosa.”

Le sue due giovani compagne di tavolino la guardano ammirate, e annuiscono.

“Anch’io amo molto le scrittrici donne,” annuncia una delle due, e la creatura dello zucchero di canna le sorride con approvazione.

E a nessuno salta in mente di chiedere alla fanciulla se conosce molte scrittrici uomini…

“E’ inutile,” prosegue la capobranco, “le donne hanno un’altra sensibilità. Un altro… sguardo.” E disegna le virgolette nell’aria con gli indici.

“Certe storie le può raccontare solo una donna,” rincara la terza componente di questa piccola sorority letteraria, e si guadagna anche lei il suo bel sorriso rassicurante. “Prendete La Casa degli Spiriti…”

Ah, ecco. Era solo questione di tempo.

“Ah, Isabel Allende!” esclamano in coro le altre due.

“È unica.”

“È meravigliosa.”

“Con questi personaggi femminili così forti e al tempo stesso dolci.”

“Così solari.”

“Anche il film è bellissimo…” azzarda la discepola che ama molto le scrittrici donne – ma questa volta la capobranco storce un pochino la bocca.

“Ovviamente non è la stessa cosa,” la fanciulla si affretta a rientrare nei ranghi. “E comunque una storia così avrebbe potuto scriverla solo la Allende.”

“Per certi sentimenti, per certe emozioni ci vuole solo una donna,” dice l’altra discepola.

“Guarda, nemmeno Coelho – e a me Coelho piace – ma nemmeno lui.”

E la capobranco si alza e raccoglie armi e bagagli scuotendo i riccioli con un’ombra di compatimento. Coelho, per carità. “No, guardate, è inutile. Una donna ha un altro sguardo.”

Ed escono tutte e tre in processione, con l’officiante in testa. Amen.

E a me viene in mente Marion Zimmer Bradley, che curava (cura?) antologie di racconti fantasy al femminile, e in una prefazione raccontava della quantità di gente che le scriveva per protestare contro l’inclusione di autori maschi. Perché le donne avevano un altro sguardo. Perché gli uomini non avevano la capacità, la sensibilità, il diritto di scrivere protagoniste femminili. Con buona pace, immagino, di gente di carta come Anna Karenina e Natasa Rostova, e Isabel Archer, e Lucy Honeychurch – per citarne solo qualcuna.

E mi viene in mente Manda Scott, nei cui libri le donne sono tutte benintenzionate, ragionevoli, generose, profonde, in gamba, intuitive, coraggiose, capaci di sacrificio e chi più ne ha più ne metta – e gli uomini… er, no.

For goodness’ sake.

Oggi e tutti i giorni, per favore, siamo sensate. Non vogliamo essere considerate il sesso debole, ma dobbiamo essere il sesso speciale? Quelle che hanno l’esclusiva di certe storie – certi sentimenti, certe emozioni? Quelle brave e buone sulla fiducia? Quelle forti e dolci e solari?

No, grazie. Sia chiaro: sono molto lieta di essere una donna – ma preferirei essere considerata, nel bene e nel male, prima come individuo che come membro standard di una categoria.

E vorrei essere letta perché scrivo bene – non perché sono una scrittrice donna, thank you very much.

 

 

 

Gen 9, 2013 - considerazioni sparse    4 Comments

La Felicità A Fascicoli Settimanali

Ci avete mai badato? Ogni anno a settembre, puntuali come antirondini (o controrondini, fate un po’ voi…),  tornano le raccolte a fascicoli.

Non è che non ce ne siano un po’ tutto l’anno, ma quando le vacanze/ferie finiscono, la scuola ricomincia, si torna al lavoro, le giornate si accorciano, le foglie mostrano il primo sospetto d’oro, le sere si rinfrescano, l’autunno fa cenni all’orizzonte – è allora che arrivano a stormi interi: bambole, militaria, orologi, collezioni di minerali, modellini navali da montare, set di scacchi, DVD didattici o nostalgici, immagini sacre, attrezzi da cucina, soldatini di piombo o whatnot – sempre in un numero biblico di imperdibili uscite settimanali. 

E restiamo dentro la metafora aviaria per notare che, proprio come gli uccelli migratori, ciascuna raccolta a fascicoli vola in formazione a V, e alla testa dello stormo non c’è quasi mai il primo pezzo in ordine cronologico o logico – ma il più attraente, quello che un sacco di gente comprerà. Che so, Papa Woitila, la Ferrari, Napoleone… Non che ci sia alcunché di male, per carità: in fondo è lo stesso principio per cui è bene che la prima riga, il primo paragrafo, la prima pagina di un romanzo catturino il lettore nella più irrevocabile delle maniere possibili. E non voglio fare della sociologia spicciola, ma mi diverte sempre vedere che cosa viene usato come esca, quali sono le icone all’interno di uno specifico genere, che cosa si considera più attraente per il target di mercato… Per dire, al momento c’è questa collezione di berretti militari: in che cosa consisterà la prima uscita? una bustina della Luftwaffe o un copricapo dell’Armata Rossa?

E con questo giungiamo alla ragione per cui scrivo adesso di questa faccenda settembrina. Perché non so se non ci avessi mai badato prima o se sia una relativa novità di quest’anno, ma di uscite a fascicoli ne vedo pubblicizzare in quantità anche in questi giorni.

Vuoi vedere che non è – o non è più – questione di settembre? Avete presente il diluvio di servizi sulla depressione/stress da rientro che tutti i telegiornali ci propinano ogni benedetto anno alla fine dell’estete? Avete presente come tra gli immancabili consigli degli esperti ci sia sempre quello di crearsi un nuovo hobby – o qualcosa del genere?

Ecco, gli editori di raccolte a fascicoli giocano proprio su questo: il ritorno alla routine, la conseguente malinconia, il desiderio di qualcosa di ludico, qualcosa da aspettare ogni settimana, il bisogno di un piano di piccole* gratificazioni a lunga scadenza. Aggiungeteci l’effetto assuefazione, il fascino delle piccole rate e il gusto della collezione** e il gioco è fatto. Poco importa se alla fin fine non s’imparerà mai la notazione musicale da autodidatti***, se non si monterà mai il modellino del veliero russo, se non si giocherà mai una singola partita con gli scacchi vestiti da elfi e orchi. Per un certo numero di settimane si pregusterà, aspetterà e godrà l’Uscita Settimanale, ci si sentirà (o quanto meno si avrà l’impressione di sentirsi) un pochino più felici – e l’editore farà ottimi affari.

______________________________________________________

* Naturalmente “piccole” è un concetto relativo. Conosco gente che è partita con l’idea di raccogliere i pezzi di un innocente set di scacchi fantasy e, tra un’espansione e l’altra, ha finito con lo spenderci migliaia di euro…

** “In fondo al suo cuore, ogni essere umano è un criceto,” mi disse una volta una persona saggia.

*** E sì: questo è un dettaglio autobiografico.

Buoni Propositi

duemilatredici, anno nuovo, buoni propositi, procrastinazione, scritturaBuoni propositi per l’anno nuovo…

Sì, d’accordo, oggi è il due, e la giornata giusta sarebbe stata ieri, ma fa nulla. Diciamo di essere ancora in tempo, e facciamo buoni propositi.

1. Quest’anno intendo concentrarmi sulla scrittura. No, sul serio. Quest’anno voglio scrivere parecchio. Prima di tutto, scrivere. Ho un romanzo fermo a metà strada, momentaneamente parcheggiato nella corsia di servizio, ed è più che tempo di rimettercisi d’impegno. Ho due atti in seconda stesura e sto aspettando notizie da un paio di lettori sperimentali, dopodiché sarà ora di sistemarlo una volta per tutte. Ho un atto unico in ultima stesura, quasi – quasi – pronto per essere consegnato. Ho una mezza dozzina di progetti, tra vecchi e nuovi, su cui non vedo l’ora di cimentarmi. Avrete visto dal PBN che ho iniziato un atto unico miniature nuovo, ieri sera, perché non so se sia vero che chi scrive il primo dell’anno scrive tutto l’anno, ma mi è parso che, iniziare il nuovo corso, ci fossero modi peggiori di un inizio nuovo. Essì, forse avrei potuto dedicarmi a qualcosa che avevo già iniziato e che intendo finire, ma va bene lo stesso. Quel che conta è che il nuovo corso è iniziato.

2. Occasioni. Non perderne nemmeno una e, se possibile, crearne. Mai pensarci dopo, mai lasciar correre, mai dire “sarebbe bello ma…”, mai accantonare anche la più remota delle possibilità. Vero: se non ci provo non può andar male, ma non può nemmeno andar bene. Per cui, quest’anno ci si proverà. Si coglieranno tutte le possibilità che si presentano e anche qualcuna che non ha poi tutta quest’aria di volersi presentare, .

3. Corollario inevitabile dei due propositi precedenti: guerra alla procrastinazione. Posso voler scrivere un romanzo e un play dopo l’altro fino al prossimo dicembre, ma è ovvio che non succederà mentre cerco il nome cinquecentesco di un tipo di tessuto che forse – forse – potrebbe servirmi di qui a una decina di capitoli, o cerco su Pinterest il giusto tipo di paesaggio primaverile inglese con le siepi di biancospino. Mi piacerebbe dire che ogni volta in cui sarò tentata di procrastinare in un modo qualsiasi, mi metterò di buzzo buono e scriverò cinquecento parole, ma mi conosco: tutto quel che posso dire è che mi impegnerò seriamente.

E adesso basta così, perché tre buoni propositi sono, in my expercience, un’abbondanza di lavoro per un anno soltanto.

Ne riparliamo di qui a un anno, volete?

E voi? Che buoni propositi avete fatto per il Tredici?

Nov 21, 2012 - considerazioni sparse    11 Comments

Domare Gli Implumi

Allora, per prima cosa fate un salto su strategie evolutive* e leggetevi questo post. E poi passate dal Blog di Siminore, e leggete quest’altro post.

Fatto? Anche i commenti?

E allora parliamone.

Perché la mia prima reazione nel leggere il post di Davide è stata: oh sì. Tristemente sì. È capitato anche a me. I gruppetti di gente seduta di tre quarti**, i bisbigli, le facce annoiate/ostili/superiori, il silenzio tombale in cui cadono i vostri attempts at humour e le vostre domande…  

E dico gruppetti, badate. La dinamica in un’aula scolastica è diversa da quella di una platea. Tra i banchi si vedono piuttosto distintamente crocchi, alleanze, gerarchie – ed è una faccenda del tutto diversa dal singolo fanciullo annoiato. Perché i crocchi vengono dalla necessità di dimostrare che si è troppo cool per degnare di un briciolo di attenzione l’anziana signora che parla di… oh, di qualsiasi cosa, importa davvero poco.

Perché sì, signori: il fatto è che per questi ragazzini siamo vecchi. Ho quasi quarant’anni, probabilmente sono più stagionata delle loro madri e, quando avevo la loro età, la mia idea di soglia della vecchiaia si era appena spostata dai diciotto ai venticinque.

E questo è un altro ostacolo da aggiungere alle dinamiche del branco. Un po’ di tempo fa mi è capitato di trovarmi a cena con alcuni insegnanti in scuole diverse, e tutti lamentavano il momento in cui anche la classe più deliziosa, curiosa e interessata decide come un sol fanciullo di chiudersi in un guscio. Diventano cinici, fanno a gara a chi è più disinteressato e a chi fa di meno – e le ragazzine sono peggio dei ragazzini, gemeva un’insegnante di Lettere che ho visto all’opera e ho constatato essere molto in gamba. Una volta non era così

E che posso dire? È vero.

Esperienza dello scorso anno: HSH ha messo in scena il mio Somnium per sei classi tra quinte elementari e prime medie, e allo spettacolo era abbinata una serie di incontri sul passaggio dalle fonti storiche al testo teatrale e dal testo allo spettacolo. No, non scuotete la testa: è molto meno dreary di quanto possa suonare. E in effetti le quinte elementari hanno partecipato con un entusiasmo gratificante oltre ogni misura, facendo ricerche di loro iniziativa, sommergendomi di domande, provando a scrivere piccole scene a partire da aneddoti storici e fornendo un Annibale bambino per lo spettacolo… Poi si passava alle prime e lo stesso progetto incontrava silenzi, blank eyes e file di bambine che si osservavano le doppie punte.

Salvo poi il singolo fanciullo (o fanciulla) che viene a cercarti quasi di nascosto durante l’intervallo per chiederti il titolo di un libro che hai citato, o un particolare storico o teatrale, o com’è scrivere un libro… Ed è chiaro che in classe non poteva – ma proprio non poteva.

Dopodiché non è sempre così – e anzi, ho lavorato con un certo numero di incantevoli terze medie, ma c’è quel momento in cui smettono di fidarsi degli adulti, e da lì la storia può prendere varie direzioni.

Ad ogni modo, tenete conto del fatto che una conferenza e un laboratorio che dura settimane o mesi non sono assolutamente la stessa cosa. La conferenza/incontro/singola lezione è rischiosissima: o li catturi o non li catturi – e se non intendono farsi catturare, se sono particolarmente maleducati, se gli insegnanti non si sforzano almeno un po’, è una battaglia persa in partenza e pressoché*** impossibile da recuperare nel giro di un’ora.

Ma con un po’ di tempo a disposizione, le cose possono cambiare. A un certo punto dite o fate qualcosa che li incuriosisce. O si lasciano prendere dal fascino del teatro, della scrittura o – qualche volta – della storia. E allora cominciano a chiamarvi “Profe, profe…” a farvi domande a raffica, a salutarvi se v’incrociano per strada****, a fidarsi di voi, a volervi impressionare.

E non si tratta di corteggiarli, sapete? Sono una persona estremamente impaziente, non ho nessuna simpatia preconcetta per gli implumi come categoria e non faccio mistero della mia preferenza per gli esemplari svegli. Se dovessi corteggiare terze medie, starei fresca. È solo che, con un po’ di tempo per studiarli, di solito si trova il modo di ottenere la loro attenzione e, ripeto, la loro fiducia. Di convincerli che non sono terribilmente simpatica, ma vale la pena di starmi a sentire.

Ci vuole tempo, non sempre funziona con tutta la classe – anzi, diciamo pure che non sempre funziona, period. Quando funziona, un branco di implumi motivati è capace di cose sorprendenti. Può essere uno spettacolo intero o un po’ di occhi tondi e brillanti di fronte alla scoperta che la storia non è poi così morta e polverosa.

Per contro l’occasione singola… che posso dire? Mi terrorizza abbastanza, perché il disinteresse, il branco, il cinismo in erba, la maleducazione, l’immaginazione rattrappita, l’incapacità di astrarre ci sono. E non è divertente sbatterci contro. 

E voi? Pensieri? Idee? Impressioni? Esperienze? Come ve la cavate con gli implumi?

 

_______________________________________________

* Nota per il Dr. Dee: ho imparato a non metterle, le maiuscole, but it so very much goes against the grain

** Ai  fanciulli tendo a parlare nelle scuole, quando voltare la sedia non è un’opzione, e così c’è la variante Trequarti.

*** Sì, va bene, ci sono storie di miracoli compiuti in corsa, di folgorazioni collettive, di colpi di reni e catture prodigiose. In genere succedono nei film americani.

**** E più tardi, nell’istante in cui il sipario calerà e il laboratorio sarà finito, le ragazzine faranno a gara nel darvi del tu e chiamarvi per nome, mentre i ragazzini continueranno a chiamarvi Profe fino alla fine dei giorni…