Annibale, Di Nuovo? – II

Annibale, dicevamo…

Dove eravamo rimasti? Ah sì. Eravamo rimasti alla decisione che, dopo tutto, forse era meglio un romanzo.

Anche perché nel frattempo col teatro credevo di avere chiuso – little I knew, ma non importa. Allora ero convinta di avere chiuso, e comunque non anticipiamo.

E romanzo fu. La stesura propriamente detta richiese più o meno un anno, e la soddisfazione maggiore fu Antioco di Siria, il Gran Re. Antioco non veniva dagl’inizi teatrali, era una scoperta recente, una possibilità di identificazione per il lettore e qualcuno con cui Annibale potesse parlare. E di fatti parlavano parecchio: la struttura era diventata un dialogo lungo una notte, con Antioco che, fresco di sconfitta ad opera dei Romani, sfogava la sua bile in un interrogatorio impietoso, e Annibale che raccontava, non raccontava, ricordava…

Ah, la sensazione di arrivare in fondo a un romanzo e non esserne insoddisfatta. È fatto. Meglio che potevo. Finito.

E devo ammettere un pochino di smarrimento: ma come – dopo vent’anni era tutto finito? Finito per non tornare mai più? Ma, d’altra parte, era lo stesso senso di vuoto che avevo immaginato per Annibale la sera dopo Canne, e quindi andava bene anche quello. Era ome essere ancora all’interno del romanzo, in qualche maniera…

Dopodiché, sapete anche voi che procurarsi un agente e un editore è una faccenda lunga e truce. Credo che ne abbiamo già parlato, e comunque non è del tutto rilevante qui, se non per l’euforia di tenere in mano la prima copia stampata con il Goya in copertina, e della prima presentazione all’Accademia Virgiliana, nientemeno… bei momenti, ma non divaghiamo.

E poi la proposta di un adattamento teatrale. Lions Club, progetto didattico per le scuole, Hic Sunt Histriones, e nessun altro che G.-La-Regista, ovvero la mia insegnante di teatro, back in the day.

Gioiosa riunione – con il romanzo, con il teatro e con G.? Sssì… fino a un certo punto.

Perché era molto bello riprendere in mano il Somnium, ma condensare duecento e tante pagine in meno di un’ora di spettacolo è un mestiere, e doverlo fare per le scuole mi metteva in uno spirito abominevolmente didattico, con il quale G. non concordava affatto.

Prima stesura.

Settimane di silenzio.

“Non dovremmo incontrarci per discutere eventuali modifiche?” “Già fatto, grazie.”

What the hell!? Tempestoso incontro. Prima stesura macellata da altri. Ira funesta della Clarina.

Seconda stesura.

Perplessità di G.-La-Regista. “È teatro per le scuole, mica SuperQuark!”

Doom. Gloom. Despair.

Terza stesura.

“Questa non sei tu. Possibile che sia questo che volevi scrivere quando hai cominciato…?”

Possibile che sia questo che volevo…?

Folgorazione.

Quarta stesura: via la cronologia, via la struttura scolastica. C’è Annibale, c’è Antioco, c’è la luce delle torce, ci sono i fantasmi di Annibale, c’è il giavellotto – e tutto comincia da Canne e da Maarbale: nimini dii nimirum dederunt… Il cerchio che si chiude. Oh, non avete idea del momento a notte alta, del rendersi conto all’improvviso che ero tornata al punto di partenza: Maarbale. Con i dubbi. Sul palcoscenico.

Stavolta va bene. G. ne fa uno spettacolo asciutto e spigoloso. Mi sa che magari a tratti sia un po’ ermetico per i fanciulli… “Chissenefrega. Abbi fiducia nel teatro e nei fanciulli. I fanciulli capiscono,” è il verdetto di G. “Basta che ci siano le emozioni – e qui ci sono.”

E bisogna dire che sia vero se, a vent’anni dal primo incontro con Tito Livio, ci sono volte in cui, mentre assisto alle prove, mi ci emoziono ancora per conto mio. Poi non vuol dire, perché questa faccenda e io abbiamo una lunga storia, e perché nulla mi convincerà mai che sia solo questione di emozioni – ma fa nulla. Lo spettacolo è bello, e gira, e piace.

E sembra sempre un pochino incompiuto, se lo chiedete a me…* Ma è un’incompiutezza vaga e quasi dolce, una wistfulness di fondo che è inseparabile da tutto quel che ho scritto. Non è forse vero che, ogni volta che mi cade l’occhio su un passaggio del romanzo, vedo treni merci di cose che potrei fare diversamente, che potrei fare meglio…? 

È una condizione diagnosticata, un male con cui si vive, e non ci penserei quasi più – anche se ogni tanto fa capolino un’idea nuova legata ad Annibale. Personaggi secondari che meriterebbero una voce, una storia, un monologo. Qualcuno lo inizio, qualcuno lo progetto, qualcuno lo annoto su un fazzolettino di carta… Ho tanti di quegli appunti in proposito, sparsi tra hard disks e taccuini, da cavarne un altro volume collaterale. E chissà, chissà che prima o poi…

E ogni tanto dico, a nessuno in particolare, che non mi dispiacerebbe riprendere in mano il play. Lavorarci ancora un po’. Allungarlo. Ma lo dico così, alla maniera in cui si dicono certe cose, e nessuno mi prende sul serio – salvo M., l’attore che interpreta Annibale e che, ogni volta che ci incontriamo dopo non esserci visti per un po’, me lo chiede: e allora, stai riscrivendo…?

Ma la risposta è sempre no: non sto riscrivendo. Non ancora. Magari mai. È, dopo tutto, una di quelle cose che si dicono. Finché…

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

E non dico di sì, ma nemmeno dico di no. E il tarlo s’insedia e rode. Non mi andrebbe di riscriverlo un po’? Di eliminare certe superstiti necessità didattiche e un singolo compromesso stilistico che allora avevo inghiottito di traverso? Di riportare in scena altra gente del romanzo, come il segretario spartano Sosila, il veterano numida senza nome, la bella Capuana…? Di rendere più robusto il finale?

 Ah be’, il fatto è che mi andrebbe. Mi andrebbe dannatamente – e tanto più perché adesso ho idee tecniche più chiare di quattro anni fa. Ho studiato, ho scritto e ho pensato parecchio, nel frattempo. Potrei fare di meglio, rimettendoci mano.

Per cui, a occhio e croce, sì. Ci sarà un altro Annibale per le scene – e sarà molto diverso. Non so troppo bene quando, ma che diavolo, ci sarà. Così come, prima o poi, ci saranno i racconti collaterali. E qualche monologo, in tutta probabilità. E, col tempo, persino una versione rimaneggiata del romanzo.

E gli anni, vedete, gli anni si avviano ad essere venticinque, ma è molto, molto chiaro che Annibale Barca e io non abbiamo ancora finito.

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* E no, M.: non per mancanza della scena del Navarca…

Annibale, Di Nuovo? – IIultima modifica: 2013-03-04T08:10:00+01:00da laclarina
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6 Commenti

  • Per adulti??

  • 😀 Eh, va’ a sapere, questi ozi di Capua…

  • Povero Annibale, lo stai spremendo come un limone!

  • Mi sembra il minimo, visto che lui mi ossessiona da quasi un quarto di secolo…

  • Ma che meraviglia!Questa tua decisione di riscriverlo ora che sei più matura tecnicamente e anche pensando ad un pubblico un po’ diverso mi sembra ottima.
    Non ci trovo niente di male o di strano.
    Voglio dire…pittori famosi e bravissimi hanno dipinto nella loro vita tante volte la stessa scena (di solito scene sacre) e molto spesso è interessantissimo vedere come si sia evoluto la loro twcnica e la loro poetica.
    Eppoi anche i tempi cambiavano e anche il gusto di chi guardava i loro quadri.
    Perciò Clarina, vai!Faccio un grandissimo tifo per te!

  • Grazie, Cily! Sì, in effetti anch’io sono curiosa di vedere che cosa riesco a farne di diverso, libera da certe necessità e con le idee tecnicamente più chiare… stiamo a vedere.

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