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Lo Sbregaverze: congedo con coda musicale

E così siamo giunti alla fine: cala il sipario sulla Fenomenologia dello Sbregaverze. Chiudiamo, abbiate pazienza, pindareggiando un pochino.

Immaginateli, tutti in fila, ombre scure nella luce di taglio, che s’inchinano con un gran fiorire di cappelli piumati… E dietro di loro, nell’ombra tra le quinte, i loro autori.

Di sicuro non è un caso che diversi di loro abbiano compiuto le loro più o meno memorabili gesta nel XVII Secolo: D’Artagnan, Cyrano, Morgan… Il Seicento, questo secolo pittoresco e tumultuoso, si presta bene. Tutti ne abbiamo quest’idea, non è vero? Intrighi, congiure, galeoni, duelli per uno sguardo storto e via dicendo: il terreno di coltura ideale per gli Sbregaverze.

Gli altri, le orbite eccentriche di questa piccola galassia, in definitiva non si scostano troppo: Crichton alla fine del ‘500, Alan attorno alla metà del Settecento, e Madame Sans-Gène, la più atipica, a cavallo tra Sette e Otto… ma possiamo capire sia lei che Sardou: c’erano una rivoluzione e un impero in corso, parbleu!

Gente di passione triste, figurine ripescate dalla storia per essere cavalieri dell’aspirazione inappagata, campioni di un romanticismo amarognolo, non è strano che non abbiano ispirato più opere? Opere liriche, intendo. Ce ne sono soltanto due, ed eccole qui, a titolo di congedo.

Una è la Madame Sans-Gène di Umberto Giordano, da cui vediamo Catherine intenta a cantarne quattro alle sorelle dell’Imperatore:

 

E poi il Cyrano de Bergerac di Alfano, in un videino bizzarro che cuce insieme un pezzetto di ouverture, un pezzetto di I Atto e la fine del finale… La regia è un po’ stramba, ma Cyrano è Placido Domingo.

 

Ecco qui. Finito. Gente che troverebbe posto a mala pena nelle note a pie’ di pagina della Storia, se la Letteratura non ne avesse fatto dei simboli indimenticabili. Chissà che cosa penserebbero il vero Alan, l’autentico Cyrano, il D’Artagnan storico, e Catherine, e il Critonio, e Morgan di queste loro lunghe ombre, silhouettes nere stagliate contro la luce d’oro, come simboli araldici, chi più chi meno perfetto, della sublime incapacità dell’uomo di riconciliarsi alle cose vere?

Ehi di coffa! (Ed altre espressioni marinare)

A quanto pare, a nessuno è piaciuto abbastanza Henry Morgan da farci un film, con l’eccezione di una produzione italo-francese del 1960, il cui protagonista però è Steve Reeves. Siccome Reeves è quello che di solito faceva Maciste, ho arbitrariamente deciso di non considerare Il Pirata Morgan un film rilevante.

Ora, non è che Morgan non compaia mai, ma di solito è un personaggio secondario. Di sicuro, siamo lontani mille miglia da Steinbeck. Come in questo caso, Il Cigno Nero, in cui il Nostro è già diventato governatore della Giamaica, e rimane abbastanza sullo sfondo, a dare gli ordini che mettono in moto la trama, se di trama vogliamo parlare:

E poi quest’altro: Captain Blood. Il motivo ufficiale è che Rafael Sabatini basò liberamente il suo pirata fittizio su Morgan (nel romanzo Peter viene deportato nelle Americhe dopo essersi messo nei guai con la sollevazione di Lord Monmouth); ma è tutta una scusa per giustificare la mia debolezza per i vecchi, ingenui, adorabili trailer cinematografici:

 

Henry Morgan, lo Sbregaverze Bugiardo

Sì, Henry Morgan nel senso del Pirata Morgan. Uno dei bucanieri più celebri del XVII secolo, e tuttavia, insisto nel dirlo, marginale storicamente parlando. Il problema, semmai, è che non c’è un solo Morgan letterario, ce ne sono diversi e non è strano: un pirata sembra un personaggio ideale da sbregaverzizzare… se poi tutte le sue incarnazioni letterarie siano degli Sbregaverze, è un punto che merita discussione. Io sostengo di no. Tuttavia, siccome è l’ultimo Sbregaverze della serie, spero che sarò perdonata se prendo uno dei miei criteri, giro un pochino, lo inclino a 30° e lo tingo di blu.

HenryMorgan.jpgInsomma, cominciamo col dire che della giovinezza di Henry Morgan si sa di tutto un po’ e ben poco in concreto Gallese, nato attorno al 1635, forse primogenito di un proprietario terriero, forse cittadino di Bristol. Diceva di se stesso che aveva smesso di andare a scuola assai presto (persino per l’epoca!), avendo fin da ragazzo più familiarità con le armi che con i libri… Poi le cose si fanno vieppiù nebulose. Arruolato come ufficiale nell’esercito spedito da Cromwell nelle Indie Occidentali? Rapito e venduto in schiavitù temporanea in Giamaica? Fuggito dalle piantagioni e arruolato come soldato semplice? Emigrato nel Nuovo Mondo come apprendista? Il fatto è che “Henry Morgan” è un nome dannatamente comune in Galles, e dobbiamo rassegnarci all’idea di non avere nulla di certo sul nostro uomo fino ai primi Anni Sessanta, quando Welsh Harry emerge in Giamaica dove, guarda caso, suo zio è vice-governatore. Qui comincia (ed è ben documentata) una di quelle carriere che solo nel XVII Secolo, quando si poteva essere ammiragli, giudici, piantatori e pirati, tutto in una stessa vita… Bisogna considerare che nel 1660 Carlo II era tornato sul trono d’Inghilterra, e aveva ripreso il controllo delle sue colonie americane. Ai Caraibi c’era questa flotta spedita da Cromwell… che farne? Invece di proclamarli tutti traditori, Londra decise di farne una regia flotta corsara. Se lo aveva fatto la Grande Elisabetta… Piovvero le lettere di corsa (al fatto, permessi reali di commettere atti di pirateria ai danni di chiunque non fosse inglese) e si cominciò. Dopo i primi insuccessi divenne subito chiaro che occorreva qualche tipo di disciplina e di leadership. Per una combinazione di attitudine naturale e buone parentele, Morgan si ritrovò presto a salire questa bizzarra scala gerarchica non ufficiale. Nel 1665 Morgan comandava la sua nave; poco più tardi comandava la milizia di Port Royal; nel 1668 ricevette il grado di Viceammiraglio, con una flotta di quindici navi ai suoi ordini e, cosa altrettanto importante ai fini pratici, i pirati inglesi, che badavano poco ai galloni piovuti da Londra, lo elessero loro capo. Forte di tutto ciò, Morgan Maracaibo.jpgproseguì la sua redditizia guerra contro gli Spagnoli: prese in rapida successione Puerto Principe, Puerto Bello, Maracaibo e Gibilterra in una serie di imprese sempre più eclatanti e sanguinose, fingendo d’ignorare come nel frattempo Inghilterra e Spagna avessero firmato un trattato di pace provvisoria. Nel 1670 fu la volta di Panama, forse la città più ricca e importante delle colonie spagnole… Questa volta Morgan l’aveva fatta grossa. Carlo II lo richiamò a Londra e lo gettò in prigione. Poi lo perdonò, lo creò cavaliere e lo rimandò per la sua strada, ormai Sir Henry. Poi, per soprammercato, nel 1673 lo nominò vicegovernatore di Giamaica, non senza avergli sussurrato all’orecchio che ormai i giorni della pirateria erano contati. Sir Henry non se lo fece ripetere, e mosse una guerra spietata ai suoi ex colleghi, facendone impiccare un gran numero. Sotto la sua guida sagace, Port Royal e la Giamaica prosperarono fino al 1683, quando venne esonerato dalla carica per i suoi trascorsi. Morgan si ritirò a vita privata, amministrò le sue ricche piantagioni e fece qualcosa che oggi suona terribilmente familiare: intentò e vinse una ricchissima causa per diffamazione contro l’autore* e l’editore olandese di una bioografia che lo metteva in cattiva luce! Nel 1688 i suoi influenti amici ottennero per lui una riabilitazione e il reinserimento nella carica, ma il vecchio filibustiere non fece in tempo a goderne: morì pochi mesi più tardi, forse di tisi, forse di quella che i medici del tempo chiamavano idropisia, forse d’insufficienza epatica**. C’è una certa poesia nel fatto che il cimitero in cui fu sepolto con tutti gli onori sia sprofondato in seguito a un terremoto nel 1692, e la sua tomba si trovi tuttora sul fondo del mare…

Fin qui la realtà, e tutto sommato non fa una gran meraviglia che il personaggio abbia ispirato più di uno scrittore, includendo Rafael Sabatini e Josephine Tey. E tuttavia, sostengo che ci fu un solo autore a prendere Morgan con il suo nome*** e la sua storia, e farne uno Sbregaverze: John Steinbeck.

Notato il titolo di questo post? E ricordate quando dicevamo che lo Sbregaverze, quando non è generoso ed onorevole, ama credere di esserlo? Ecco, il Morgan di Steinbeck è proprio l’epitome di questa caratteristica. Non è che finga o si atteggi: passa tutta la sua vita a convincere prima di tutti se stesso.

CupofGold.jpgAndiamo con ordine. Il libro, opera prima di Steinbeck, si chiama Cup of Gold, tradotto in Italiano****, meno felicemente, come “La Santa Rossa”. E’ un libro strano, un po’ ineguale, ma d’altra parte è ‘prentice work: Steinbeck aveva 27 anni quando lo pubblicò. A me, precisazione non del tutto necessaria, piace molto. Mi piace perché prende tutte quelle incertezze sulla giovinezza di Morgan e ne fa uno dei pilastri portanti della narrazione.  Morgan parte da un Galles semi-mitico, dove le vecchie nonne predicono il futuro con esattezza sconcertante, e dove prima di un evento importante si consultano vecchi saggi a nome Merlin, e parte senza nemmeno rivedere la ragazzina di cui gli pare che dovrebbe essere innamorato. Parte per amor dell’avventura, parte per impazienza della casa e del podere di suo padre. Parte, e a Cardiff s’imbarca senza sapere che il prezzo della traversata è il guadagno che il capitano farà vendendolo schiavo nelle piantagioni.

Ebbene, questa storia cambia un sacco di volte nel corso del libro, cambia ogni volta che Morgan la racconta a qualcuno. Per tutta la sua vita, Henry seguita a raccontare a chiunque gli capiti versioni sempre diverse della sua infanzia e del suo viaggio verso le Americhe, ogni versione ricamata sulla precedente, incrostata di ulteriori dettagli della cui veridicità, badate bene, Morgan è in qualche modo convinto. Così, Elizabeth diventa un po’ per volta un grande amore perduto, una fanciulla perfetta, la figlia di un ricco proprietario, poi di un baronetto, poi di un duca vendicativo che fa deportare il ragazzo audace… Chi ascolta la storia qualche volta ci crede, qualche volta no, qualche volta sa per certo che non è vera. Henry Morgan, di fronte alle sue storie, è in quel limbo della certezza: la ferma volontà di essere certi. Capita di voler credere a qualcosa così tanto che è quasi come se ci si credesse.

Non contento di questo passato magmatico, che cresce su se stesso come crescono i miti, Morgan si provvede anche di un futuro altrettanto cangiante e nebuloso, ed eccoci al secondo pilastro portante di questa storia. Da buon Sbregaverze, mentre compie la sua ascesa, il nostro pirata si provvede di un’Aspirazione con la A maiuscola. Panama, la colonia spagnola tanto ricca e inaccessibile da andare sotto il nome di Coppa d’Oro (donde il titolo originale). Ma non solo la città: a Panama vive una donna, la moglie del governatore, altrettanto inaccessibile. Per la sua virtù e la sua bellezza è nota come la Santa Roja, ed è una leggenda sulla bocca di tutti i pirati. A questo punto è solo naturale che Morgan elegga a suo obiettivo la conquista di Panama e, con Panama, della Santa Rossa. Intanto sogna, guerreggia, vince e riflette. E acquista un amico.

Eccoci qui, il sidekick. Morgan vuole un amico perché si sente solo. Alla fin fine detesta tutti quei pirati ottusi e rozzi che servono sotto il suo comando, incapaci di sognare, ciechi al di là del prossimo doblone d’oro, della prossima prostituta, della prossima bottiglia di rum. Ma c’è un’eccezione nel mucchio: un giovane pirata francese, al quale Morgan ordina di essere suo amico. E per bizzarro che ciò sembri, funziona. Funziona perché Coeur de Gris ammira il suo comandante, ed è pronto a cercare di spiegargli il funzionamento quotidiano del mondo al di fuori dei sogni. CdG***** non perde molto tempo con il suo passato, per il futuro ha sogni di gloria dorati e vaghi, e sa apprezzare il presente con la pienezza di cui Morgan non è capace. E’ lui a svelare al suo comandante certi misteri, come il fatto che anche l’ultimo mozzo di cambusa e il più rozzo degli armigeri sognano Panama, ciascuno a suo modo. La sopresa è grande: a Morgan non piace sentirsi dire che non è diverso dagli altri uomini, e tutto sommato preferisce non crederci. CdG è l’unico ad essere ammesso, in qualche modo, nella sfera ideale di Morgan: c’è bisogno di lui, perché gli eroi delle storie, oltre a un Sogno da perseguire e a una Donna da amare, devono avere un Amico di cui fidarsi. Mal gliene incoglierà.

Enfin, Panama cade, sanguinosamente e tra mille difficoltà, e la Santa Roja è catturata. E allora? Morgan raggiunge la sua Coppa d’Oro? Ottiene Panama Presa.jpgil suo premio? Non è un vero Sbregaverze? Never fear. La presa di Panama è una faccenda sudicia e ingloriosa come ogni altra impresa piratesca, e Dona Ysobel non è… non è cosa? Morgan non lo sa. Non è la bellezza celestiale di cui tutti parlano, tanto per cominciare. E’ una donna matura, orgogliosa, intelligente, di forte carattere. Non mostra paura, e anzi, capisce Morgan nel profondo. Capisce la sua incapacità di venire a patti con la realtà, e se ne fa gioco. Di sicuro non è un premio. La caduta di Panama è, prima di tutto, un’inammissibile delusione. Nessuno ci dice che l’avverarsi di un sogno non conclude nulla, non corona nulla, non cambia nulla. Anzi, semmai toglie qualcosa: possiamo ottenere o no ciò che volevamo, ma di certo perdiamo il nostro sogno da perseguire. In conseguenza di questo amaro risveglio, Morgan fa qualcosa di apparentemente privo di senso: uccide Coeur de Gris. Una specie di suicidio vicario? Un tentativo di accecare la sua coscienza davanti a questo nuovo mondo in cui gli scopi sono già raggiunti? Un’incapacità di accettare la realtà? A mio avviso, tutte e tre le cose.

Oh, Morgan andrà avanti per conto suo, senza altri amici. Prenderà altre città, salirà di grado, continuerà a raccontare storie sempre più improbabili della sua giovinezza, sposerà la sua ricca cugina (ancora un’altra Elizabeth, come la madre, come la ragazza in Galles, come la Santa Roja), smetterà di fare il pirata, diventerà governatore della Giamaica, accumulerà grandi ricchezze… Sempre bugiardo, sempre solitario, sempre infelice, sempre assediato dai ricordi e dai rimpianti. Sempre occupato a raccontarsi, a se stesso e agli altri, come il protagonista di un romanzo. Anzi, no: di un mito.

La vita di Sir Henry Morgan, bucaniere, con occasionale riferimento alla storia, recita il sottotitolo del libro. In realtà il riferimento è ben più che occasionale, ma Steinbeck ne ha fatto lo sfondo pittoresco di una storia su come storie, sogni, menzogne e aspirazioni siano in fondo tutt’uno. Su come sia facile sbagliarsi. Su come ci si voglia sbagliare, talvolta.

Solo nel morire Morgan è tranquillo, mentre si riconcilia con le sue memorie, mentre si libera dei rimorsi, mentre i ricordi lo abbandonano uno a uno “come una colonia di vecchissimi cigni, che volino verso qualche remota isola del mare, per morirvi”. Insomma, ecco: l’oblio e la pace non sono vita. La vita era non tanto la realtà, perché quella lo Sbregaverze Morgan non l’ha mai voluta per sé, ma i sogni, le aspirazioni, l’affannosa ricerca di colori migliori. Ricerca vana, è vero, ma non per questo meno reale e meno viva: la fiamma triste di tutti gli Sbregaverze. E l’Henry Morgan di Steinbeck, per il quale la fiamma si spegne a Panama senza tornare più, è il più triste di tutti loro. 

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* L’autore era Alexandre Exquemelin, già chirurgo di bordo e amico di Morgan. Tra l’altro, era la fonte della storia della vendita in schiavitù, ma credo che non fosse tanto quella a sollevare l’ira di Sir Henry, quanto il racconto di molte brutalità e molti eccessi nel corso della guerra corsara contro gli Spagnoli.

** Non è che avesse condotto la vita più morigerata che si possa immaginare…

***  Il Peter Blood di Rafael Sabatini, è apertamente ispirato a Morgan, ma ci sono abbastanza differenze da poterlo  considerare un personaggio diverso. Quanto a Josephine Tey… ho deciso che il suo Morgan non è uno Sbregaverze. Ecco.

**** Almeno nell’edizione che ho io: Oscar Mondadori, 1987. Traduzione (credo Anni Quaranta) di Giorgio Monicelli.

***** E che caspita! Gli veniva il morbillo, a Steinbeck, a dargli anche un nome di battesimo? Fortunatamente ci liberiamo di lui abbastanza presto.

Si fa quel che si può

Essendosi domenica, tradizione vorrebbe un filmato, magari inerente allo Sbregaverze della settimana… Alas, l’ho già detto: sul Critonio non c’è nulla di nulla.

E allora, nella mia impudenza, credo che oggi posterò invece un estrattino del mio Specchio Convesso.

Dunque, si è appena tenuta una giostra, nel corso della quale il Critonio ha battuto l’amico di Don Vincenzo, vincendo una grossa somma di denaro. Il narratore, il cortigiano Marcello Donati, è incaricato dal Principe di pagare la scommessa, e trova il Critonio occupato a medicarsi da sé una ferita superficiale, nonché di pessimo umore. Quando lo Scozzese esprime l’amabile intenzione di gettare la borsa nel lago insieme al suo padrone, e Donati mostra di credergli molto poco…

– Voi mi giudicate stupido, Dottor Donati? -interrogò inaspettatamente.

– Ci sono molte cose che penso di voi, Critonio, -risposi, aggrottando la fronte nel mio stupore,- e non tutte sono buone. Ma stupido no, non ho mai creduto che lo foste.

– Ah, si direbbe che lo sia, invece! -esclamò lo Scozzese, con una voce che non pareva nemmeno la sua- Tutti pensate che debba essere contento di quel che ho ottenuto qui, non è vero? Che abbia combinato parecchio, dal giorno in cui il Duca lesse le mie lettere… Ma se sapeste! Quand’ero ragazzo, con la mia nascita e le mie qualità, non c’era nulla che paresse troppo per le mie ambizioni… E adesso guardatemi: un giostratore da fiera e un pappagallo ammaestrato, la meraviglia degli eruditi e il balocco parlante del Duca! –

E allora mi dispiacqui per lui, Manuzio. Per un istante ebbi una gran pena per quel giovane che aveva messo tanta cura nel rendersi insensibile e non vi era riuscito. Lo avevo sempre creduto così soddisfatto di sé e invece, dietro la maschera incurante, nessuno giudicava Giacomo Critonio tanto severamente quanto lui stesso faceva.

– Non dovete pensare così… -mormorai, ma lo Scozzese m’interruppe con un gesto.

– No? -domandò amaramente- Se non passa giorno senza che debba fare esibizione di qualche bravura! Se sbaglio, scherno e disprezzo; se riesco, una borsa, come se fossi un mangiatore di spade sulla piazza, e non posso nemmeno rigettarla in faccia… –

S’era incollerito di nuovo, nel parlare, ma tutt’a un tratto s’interruppe fissando a bocca aperta qualcuno che entrava tempestosamente  dalla porta alle mie spalle.

Voltandomi, vidi la signora Armida. La fanciulla rimase per un istante sulla porta, con gli occhi lucenti e il fiato corto di chi avesse corso e poi, senza badare affatto a me, si avvicinò di slancio al Critonio che, per lo stupore dell’improvvisa apparizione, aveva dimenticato di alzarsi. Armida era in preda alla più viva agitazione. Afferrò la mano dello Scozzese e gli sfiorò delicatamente il braccio ferito.

– Per causa mia! -mormorò, e scosse la testa quando il giovane volle assicurarla che era solo un graffio. Si tolse dalla manica un fazzolettino ricamato e, inumiditolo dalla boccetta di aceto aromatico che portava alla cintura, s’inginocchiò accanto allo Scozzese, facendogli poggiare il braccio sulla panca.

– Ditemelo, se vi faccio male. -gli sussurrò, e prese a lavargli la ferita. Curvo su di lei, il Critonio la guardava con occhi pieni di stupore e di qualche altra cosa che non mi piaceva vedere. Tenendogli ferma la mano, l’Armida lavorava di buona lena e a tratti, quando lo sentiva irrigidire il muscolo (perché l’aceto doveva bruciargli non poco), gli levava gli occhi in viso, e sorrideva in risposta quando egli sorrideva per rassicurarla, e tornava a chinare il capo, assalita da ondate di rossore.

Tutto ciò, come vi ho detto, non mi piaceva. La fanciulla era assai poco padrona di sé mentre il Critonio, recuperata in parte la sua freddezza, lo era fin troppo. Guardava la sua piccola cerusica con una sorta di trionfante determinazione, quasi una ferocia. Vedevo bene che, benché avesse frenato i segni esteriori della collera, era ancora fuori di sé, incurante di ogni prudenza e fin troppo avido di vibrare un’altra stoccata a don Vincenzo. Per di più, ora la fanciulla gli si offriva perduta e soggiogata, dimentica delle sue malizie, e anzi proprio da quelle travolta.

Sapevo che quei due non avrebbero esitato oltre, a meno che non fossi intervenuto.

– Signora Armida, -dissi pertanto, chinandomi a prendere la fanciulla per un braccio- avete fatto una gentilezza, il signor Giacomo vi è grato e sa che voi siete grata a lui, però non è bene che stiate qui. Date retta a un uomo anziano abbastanza per essere una volta e mezza vostro padre, e che ha a cuore la vostra reputazione: andate, e lasciate che finisca io di occuparmi di questa graffiatura. –

Ma l’Armida balzò in piedi come punta, sottraendo il braccio alla mia presa.

– No, Dottore, no! -gridò, mezzo piangendo e mezzo ridendo- Non m’importa quello che si dirà, non m’importa di nessuno e meno di tutti del Principe! Sono stata perfida e molto sciocca, e il signor Giacomo avrà molto da perdonare, se vorrà… -si voltò verso il giovane che si era chinato a baciarle la mano e alzò su di lei uno sguardo ardente. Non era mai stato tanto bello, e l’Armida, con un piccolo sospiro, tornò ad inginocchiarglisi accanto.

– Signor Giacomo… -cominciai col mio fare più severo, ma mi fermai incontrando gli occhi color della nebbia, accesi da una luce di vittoria e accompagnati dall’ombra di un sorriso arrogante.

E allora, invece d’interferire ancora, allargai le braccia in segno d’impotenza e mi voltai per andarmene. Quando, dalla soglia, gettai un’occhiata sopra la mia spalla, vidi il giovane inginocchiato a sua volta sul pavimento, la bocca sulla bocca dell’Armida e le mani affondate nei suoi capelli.

Quando si dice i Posteri

Per quanto ne so, non ci sono film sull’Ammirabile Critonio. A dire il vero c’è una commedia di J.M. Barrie (sì, quello di Peter Pan) chiamata The Admirable Crichton, dalla quale sono stati tratti diversi film*, ma…

Ricordate il sobriquet di Madame Sans-Gêne? Che non era affatto suo, ma era stato sottratto ad un’altra e reso celebre per lei? Ebbene, qui abbiamo il caso opposto. L’Ammirabile Crichton di Barrie è un maggiordomo inglese che, alla fine del XIX Secolo, fa naufragio con i suoi padroni su un’isola deserta… Quindi, vedete, non c’entra assolutamente nulla. Però a Barrie piaceva il nome: lo ha sottratto senza remore, e il suo maggiordomo (almeno nei paesi anglosassoni) è più celebre del suo namesake rinascimentale. Cose che capitano: è successo alla povera Thérèse comesichiamava, la MSG originale, ed è successo a James Crichton. Che volete farci? Gli scrittori sono gente senza coscienza, e il furto di un nome per loro è come bere un bicchier d’acqua fresca.

lapide.jpgSempre per quanto ne so, non ci sono nemmeno statue. C’è questa lapide bilingue**, fatta apporre da un discendente nella chiesa di S.Simone a Mantova nel 1914, e c’è una targa nella chiesa di Sanquhar, in Scozia. Della lapide scozzese non ho trovato un’immagine, ma quella mantovana mi dà l’occasione di dire un paio di cose sulla morte del Critonio storico. Vi sareste aspettati (o almeno, io mi sarei aspettata) funerali solenni per il favorito del Duca di Mantova. Ma c’era il piccolo particolare che il favorito in questione era stato ucciso dall’erede del Ducato in circostanze che era caritatevole definire poco chiare… morale: lo Scozzese fu sepolto nella chiesa di S.Simone, in tutta semplicità perché non c’erano soldi, e con il suo servo per tutto corteo funebre. Altro che i dieci giorni di lutto cittadino descritti da Sir Thomas: pieno di debiti, sepolto in imbarazzata fretta, e dimenticato alla velocità del lampo***!

 Quindi, in realtà, le sue tristezze il Critonio le avrebbe avute. Una delle linee narrative nello Specchio Convesso è che il giovanotto non fosse affatto contento di sé: con la sua nascita e le sue qualità avrebbe potuto aspirare a molto di più, e molto di meglio, delle dispute pubbliche, le giostre e una precaria posizione di favorito in una corte minore come Mantova… Il mio Giacomo Critonio non ha una buona opinione di se stesso. Un’altra linea narrativa è che sia una spia al soldo di Venezia, un’altra ancora è che non possa tornare a casa in Scozia… Insomma, ci ho strologato su, ho amplificato certi aspetti, ne ho omessi ben pochi, ma ho messo tutto nella luce che preferivo… alla fin fine, mi sa di avere sbregaverzizzato non poco a mia volta.

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* Fatterello bizzarro: secondo IMDb, le due versioni di Travolti da un insolito destino… sarebbero altrettanti adattamenti di The Admirable Crichton. Mai visto nessuna delle due, quindi non posso pronunciarmi.

** Mi si fa notare che la Fenomenologia sta assumendo un carattere lievemente cimiteriale, con tutte queste lapidi. Vero, ma che posso farci se tutti gli Sbregaverze sono ampiamenti passati a miglior vita?

*** Con l’eccezione di Aldo Manuzio il Giovane, che dedicò alla sua memoria un’edizione del De Amicitia di Cicerone. Oh, e poi ci sono generazioni di biografi scozzesi, che suonerebbero più attendibili se non si limitassero a ripetere ciascuno i propri predecessori, e tutti, alla fin fine, Manuzio stesso.

 

L’Ammirabile Critonio: Lo Sbregaverze Mal Riuscito

James_Crichton_1.jpgNon tutti gli Sbregaverze riescono col buco, e questo è il solo punto di contatto che veda tra gli Sbregaverze e le ciambelle. Forse bisognerebbe qualificare, perché di James Crichton letterari ne contiamo almeno due*, ma mostreremo perché, a dispetto delle apparenze, Sir Thomas Urquhart non sia affatto il nonno di tutti gli sbregaverzizzatori; e perché William Ainsworth, con uno Sbregaverze al suo attivo, è un autore completamente dimenticato.

Prima, però, tanto per sapere di cosa (e di chi) parliamo, cominciamo con un po’ di storia.

James Crichton of Eliock and Cluny era nato nel 1560, figlio del Lord Avvocato di Scozia e di una Stewart di sangue reale**. Siccome il ragazzino pareva promettere assai bene, fu spedito giovanissimo all’università di St.Andrews, dove si laureò alla matura età di tredici anni, e fu licenziato Master of Arts a quattordici. Poi, come un antesignano del Progetto Erasmus, passò in Francia per completare la sua educazione. Dopo di questo, le notizie diventano un po’ vaghe. Potrebbe avere servito per due anni come cavaliere nelle truppe del Re di Francia senza ricoprire alcun grado di rilievo, oppure no. Potrebbe avere lasciato una profonda impressione di sé a corte e negli ambienti accademici parigini, oppure no, checché ne dicano gli adoranti biografi scozzesi, contemporanei e posteri. Next we know, il giovanotto riemerge a Genova nel 1579, e lo sappiamo per certo perché c’è un’orazione di Giacomo Critonio, Scoto rivolta alla Repubblica di Genova. Non un successo travolgente, se dobbiamo giudicare dal fatto che l’anno successivo il Critonio era già a Venezia. Lì andò meglio: i patrizi, gli eruditi e i professori di Padova erano impressionati: Aldo Manuzio il giovane c’informa che il suo scozzese parlava dieci o undici lingue, disputava di filosofia, teologia, araldica, matematica, musica, politica e chi più ne ha più ne metta; tirava di scherma, danzava, cavalcava, saltava (!)… ed era pure bello. Pur avendo incontrato tanto entusiasmo, il giovane Giacomo passò a Mantova in tempo per il Carnevale del 1582, e lì divenne, alla velocità del fulmine, il favorito del gobbo, cinico e sospettosissimo Duca Guglielmo Gonzaga. “Come diavolo avrà fatto?” si domandavano tutti, per primo il figlio del Duca, il brillante, irresponsabile, bel Don Vincenzo, cui in vent’anni non era mai riuscito d’andar d’accordo con il padre… A parte il Duca e le dame di corte, però, Mantova si mostrò meno entusiastica di Venezia. Meno felice di tutti era Don Vincenzo, cui non piaceva vedersi capitare tra i piedi un rivale in tutti i campi. Come fu, come non fu, la parabola mantovana del Critonio durò fino ai primi di luglio, quando ebbe la cattiva sorte d’incontrare Piccoli Duchi Crescono in una stradina buia. Uno spintone, un insulto o due, le staffe perdute, i pugnali sguainati… ben presto sul terreno restò un amico di Don Vincenzo, mentre il nostro Scozzese, ferito al fianco, correva via in cerca di soccorso. Arrivò a una bottega di speziale giusto in tempo per morirci. Aveva ventidue anni. Forse era stato un prodigio di erudizione multiforme, forse un millantatore intrigante. Non lo sappiamo per certo, perché le fonti sono dubbie. Forse non lo sapremo mai.

Chi credeva di avere le idee chiarissime in proposito era Sir Thomas Urquhart. Ho già accennato a lui, ThomasUrquhart.pngqualche post fa: un altro erudito scozzese, viaggiatore, scrittore, traduttore di Rabelais, inventore di lingue universali… bel soggetto. Nel 1652, Sir Thomas dedicò alle prodezze di James Crichton, che era il suo idolo e modello, la maggior parte del suo Exkybalauron, ovvero La Scoperta di un Meraviglioso Gioiello, singolarissimo trattato sul carattere nazionale scozzese, che sovrasta, lo si capisce bene, il carattere nazionale di qualsiasi altro popolo. Sir Tom era fatto così, e anche il suo Crichton era fatto così: un eroe senza macchia e senza paura, ineffabile nella sua spavalderia e presunzione, che attraversa l’Europa vendicando torti altrui per pura magnanimità, riducendo al più umiliato silenzio gli eruditi di tutte le università, battendo in duello chiunque gli si pari davanti, e ovunque ottenendo il plauso e l’ammirazione degli ottimati, l’amore delle donne e la grata adorazione del popolo. Unica eccezione, naturalmente, Mantova, dove il malvagio, invidioso Don Vincenzo va in giro con dieci compagni armati fino ai denti. E lo stesso, riesce a battere “Crichtoun” solo con l’inganno: riconoscendo il suo augusto avversario, lo Scozzese si ferma, s’inginocchia e porge la spada… e Vincenzo prende l’arma e trapassa l’avversario disarmato! Non so se mi spiego. Comunque, non siamo davanti a uno Sbregaverze. Sir Tom fa sul serio, sul serissimo: non considera la sua improbabilissima storia un romanzo, ma un’opera storica, una biografia e un trattato tutto assieme. E’ fermamente convinto di non avere esagerato nemmeno un pochino, e gli attributi sbregaverzeschi di Crichtoun sono del tutto involontari. Poco importa che sconfigga spadaccini seriali per sport, che sia sopraffinamente geloso del suo onore, che faccia fuori da solo tutti e dieci i compagni di Don Vincenzo, spacciandolo in altrettanti modi diversi, tutti “scientifici”… Resta il fatto che a Sir Tom, gentiluomo barocco e scozzese, non sembra di avere ritoccato la verità***… E la creazione di uno Sbregaverze deve essere deliberata. Peccato, vero?

Ma non è finita qui.

180px-William_Harrison_Ainsworth_-_Project_Gutenberg_eText_12369.pngLasciamo passare un altro paio di secoli, e scendiamo dalla Scozia a Londra. Enter William Harrison Ainsworth. “E chi era costui?” vi chiedete voi. Ebbene, WHA era un romanziere storico, un contemporaneo di Dickens, autore di una quarantina di romanzi storici, tra cui The Admirable Crichton. Vale la pena di ricordare che per un certo numero di anni Ainsworth fu considerato al pari, se non più di Dickens, che ebbe il suo periodico, che i suoi lavori venivano adattati per il teatro… come ciò sia possibile non mi è del tutto chiaro. E’ vero, di suo ho letto solo TAC, che non è il suo capolavoro, ma credetemi: è uno dei libri più brutti che abbia mai letto. Che cos’ha che non va? Voglio dire, Sir Thomas o no, a prima vista, il Critonio ha tutto quello che serve per un eroe da romanzo vittoriano: nobile, bello, giovane, avventuroso, diseredato o qualcosa di simile, un duellatore di prima forza… andiamo! Che si può volere di più? Ma Ainsworth, no. Non contento delle pittoresche (pur se dubbie) fonti a disposizione, va a scegliere il periodo più oscuro della vita del Critonio, quello di cui non sappiamo praticamente un bottone: gli anni francesi! Be’, avrà voluto lasciarsi margine di manovra, pensa il lettore ottimista. Sssì… e per cosa lo usa, questo margine? Per la più improbabile storia di congiure, alchimia e veleni che si possa immaginare. Oh, l’intenzione sbregaverzesca questa volta c’è: di Sir Tom, Ainsworth conserva una cosa sola, ed è l’aura da Sette Ammazzai Tutti d’Un Colpo di Crichton, solo che non siamo più nel XVII Secolo. Per cui, ecco la facile suscettibilità, ecco la professione delle armi (gentiluomo povero con precedenti in cavalleria), ecco lo sprezzo incosciente del pericolo, ecco la straordinaria abilità con la spada, ecco la condizione di outsider (un Inglese alla corte di Enrico III…), ecco l’irresistibile impulso a difendere le cause perdute (l’impossibilmente piatta principessa Esclairmonde), ecco l’amata poco significativa (vedi sopra), ecco una specie di sideckick (lo studente inglese Simon Blount), ecco… ecco. Basta. Crichton non invecchia per rimpiangere la sua giovinezza turbolenta e felice, ma non muore nemmeno. Anziché far morire Crichton pugnalato o altrimenti, a Mantova**** o altrove, Ainsworth gli fa sventare non uno, ma due attentati alla vita del Re nel giro di venti pagine. Seguono matrimonio con la principessa e concessione di una paria. Oh gaudio! Oh tripudio! Ne viene che Crichton non ha tristezze di sorta. Ma d’altra parte, non ha mai nemmeno dubbi, né incertezze, né rimpianti, nulla di nulla: è sempre perfetto, sicuro, cavalleresco ed efficace. Difficile affezionarsi a uno così. Eppure, ci dice Ainsworth, tutti adorano Crichton! Reali, nobili e popolani, uomini e donne, buoni e malvagi non meschini, tutti cantano in coro le sue lodi. In coro con l’autore, intendo. Perché, come dicevo prima, tutto questo non è che lo vediamo: ce lo dice Ainsworth. E ce lo ripete. E ce lo ripete ancora. E ancora. E ancora, tante volte che a pagina 18 noi lo detestiamo già cordialmente, ‘sto Ammirabile Crichton. E quanto più Ainsworth insiste, tanto più lo prendiamo in antipatia. Ricordate quando dicevamo che gli Sbregaverze traboccano di fascino? Be’, ecco a voi il motivo per cui non avete mai sentito parlare di Ainsworth: non è capace di mostrarci un singolo motivo per cui dovremmo essere affascinati da James Crichton, ma spera tanto che, se continua a ripetercelo, finiremo col crederci*****.

Insomma, la morale di questa settimana è che non bastano una spada e un ego delle dimensioni di un melone per fare uno Sbregaverze. Bisogna che l’autore sappia quello che fa. Che riconosca nel suo personaggio uno Sbregaverze, e che sappia dargli una personalità, delle malinconie, delle debolezze, delle nostalgie, dei momenti di furia, delle giornate storte, delle idee irragionevoli, delle aspirazioni inappagate, delle testardaggini. Tutte quelle irritanti, adorabili, umanissime ombre che fanno dello Sbregaverze una persona vera, e non una figurina di cartone colorato.

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* Oddìo, se fossi in vena di autopromozione, potrei dire che ce ne sono tre: c’è anche il mio “Lo Specchio Convesso”…

** Sì, sì, sì: un nome da Re, come Alan. Ma, credetemi, le somiglianze finiscono qui.

*** Per qualche motivo, il Chrictoun di Sir Tom ha una trentina d’anni, anziché poco più che venti. Non sono mai riuscita ad accertare se si trattasse di una svista o di una scelta deliberata. E nel secondo caso, perché mai? Un ragazzino ventenne non gli sarebbe parso all’altezza di tante qualità?

**** Mantova compare solo di straforo, nella persona di Don Vincenzo Gonzaga, vilain occasionale, malvagio, meschino e inefficace.

***** Eppure qualcuno dovette cascarci. Non ricordo chi fosse il recensore secondo cui The Admirable Crichton stava “solo e irraggiungibile alla testa di tutti i romanzi inglesi di ogni tempo”!

L’Iniquo Steno, Mangiatore di Sbregaverze

Lo so che oggi dovrebbe essere giornata di Sbregaverze, ma accade che il mio computer (chiamato, non a caso L’Iniquo Steno) oggi non sia di umore collaborativo.

Si pianta, non apre i siti necessari alla bisogna, ha indotto MyBlog a mangiarmi il post già due volte, si rifiuta di inserire link e immagini e si rende generalmente insopportabile. Per cui, stringatissimo post per dire che L’Ammirabile Critonio, Lo Sbregaverze Malriuscito è rimandato a domani. Si spera.

Ci sono giorni in cui lo prenderei a sculacciate sulla pubblica piazza, l’Iniquo Steno.

E, a dire il vero, speriamo che almeno questo lo pubblichi senza troppe storie…

Vagamente Imparentato

MSG non è celebre come altri suoi colleghi Sbregaverze in pantaloni, ma conta ugualmente una dozzina di adattamenti cinematografici e televisivi al suo attivo, a partire dal 1900 (anno, non secolo), quando doveva trattarsi di Sardou filmato. Per la maggior parte si tratta di produzioni francesi, ma ce ne sono alcune dal passaporto bizzarro, come il tedesco Napoleon und die kleine Waescherin (1920) e l’italo-portoghese, nonché ineffabilmente improbabile, Il Figlio di MSG* (1921). Don’t ask. Ci sono anche due produzioni USA, una del 1924, con Gloria Swanson, che si può considerare un film perduto, se è vero che tutte le copie sono svanite**, e quella che forse è la più celebre, del 1962, con Sophia Loren e Robert Hossein. Credevo che in anni più recenti la nostra Catherine fosse uscita di moda, ma apparentemente non è così. Almeno non in Francia, dove tra il 1974 e il 2002 ne sono state prodotte tre versioni, una delle quali con Annie Cordy (voce di Nonna Salice nella versione francese di Pocahontas***, amongst many other things).

Per una volta, YouTube mi delude, e non ho trovato granché da proporre, se non questa clip della versione USA del 1962, che è vivace e colorata, ma non ha molto in comune con Sardou… Però ha un buon ritmo.

 

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* Sì, uso l’acronimo perché non ho voglia di andare continuamente a caccia dell’accento circonflesso che andrebbe su Sans-Gène. Il giorno in cui qualcuno inventerà una tastiera multilingue, sarà sempre troppo tardi. O forse esiste già, solo che io non lo so?

** Curiosa scelta lessicale, svanite. Non è mia, però: presa tale e quale da IMdB. Vanished. Ho già voglia di scrivere una storia sulle copie di un film muto che spariscono una dopo l’altra…

*** Non so come so questo dettaglio, anche perché non ho mai visto Pocahontas in Francese, però sono certissima che è così. Una di quelle cose che restano impigliate tra i lobi del cervello, suppongo…

Madame Sans-Gêne, lo Sbregaverze in gonnella

ptlavandiere_aa.jpgEbbene sì, ci sono anche le Sbregaverzesse. Quanto meno ce n’è una, e parliamo di Catherine Lefebvre, nata Huebscher, Marescialla di Francia, Duchessa di Danzica, meglio conosciuta come Madame Sans-Gêne.

Ora forse, bisognerebbe chiarire che MSG è esistita veramente, ma non si chiamava affatto così. La vera MSG era una sua contemporanea, una donna che si era arruolata in abiti maschili sotto il comando di Napoleone*, e che ha finito con l’essere quasi dimenticata, perché Sardou e Moreau hanno sottratto il sobriquet e l’hanno usato per il loro personaggio, che era ricalcato su Catherine Lefebvre. Morale, ci sono una vera-vera MSG e una falsa-vera MSG, e a noi interessa la seconda. Chiaro?

Comunque, sempre in era napoleonica siamo, e sempre in uniforme: Catherine, che faceva la lavandaia a Parigi (e a quanto pare aveva tra i suoi clienti uno squattrinatissimo tenentino còrso, tale Napoleone Buonaparte), sposò François Lefebvre, un bel sergente delle Guardie, e lo seguì al campo come vivandiera. Erano i tempi in cui un giovanotto cominciava con i galloni da sergente, e finiva con un bastone da Maresciallo, per non parlare di una corona ducale. Il tenentino còrso, che aveva fatto buona carriera a sua volta, e aveva la mania di distribuire titoli nobiliari, si tirò Lefebvre a corte, con la consorte al seguito. Ma, a differenza del resto della nuova nobiltà napoleonica, Catherine non aveva nessuna intenzione di fingersi diversa da quella che era: intelligente, sboccata, pronta di lingua e più franca di quanto fosse salutare, l’ex lavandaia non la mandava a dire a nessuno, men che mai alle sorelle dell’Imperatore, ed era una costante fonte d’imbarazzo per il marito, che tuttavia non volle mai sentir parlare di divorzio. Catherine aveva  a corte nemici (prime fra tutti Paolina ed Elisa, nées Bonaparte), estimatori (Tayllerand pare si divertisse moltissimo ad ingaggiare schermaglie verbali con l’abrasiva Duchessa) ed amici, il più importante dei quali era Napoleone in persona. Madame Sans-Gêne ripagò l’appoggio dell’Imperatore con una fedeltà a tutta prova, fino ai Cento Giorni, fino a Waterloo, e anche dopo.

marechale01.jpgFin qui la storia, e non è che Sardou e Moreau, una volta perpetrato il furto del nome, abbiano aggiunto granché. C’è un’amicizia con il Conte di Neipperg (ancor lungi dall’essere il secondo marito di Maria Luisa), le cui peripezie forniscono l’intrigo centrale della commedia**, insieme alle macchinazioni delle soeurs Bonaparte per imporre il divorzio al buon Lefebvre. La commedia è deliziosa, frizzante, vivace, e Catherine tiene sempre il centro della scena, prima lavandaia e poi duchessa, circondata da un profluvio di coprotagonisti, antagonisti e comprimari: l’elenco dei personaggi ne conta la bellezza di quarantotto, chi più chi meno vero. Napoleone è irritabile ma giusti; Paolina ed Elisa sono meschine; Lefebvre è coraggioso, geloso e un po’ ingenuo; Neipperg è del tutto privo di buon senso; Fouché è soave e sarcastico; Savary un idiota; Catherine è generosa, Catherine è imprudente, Catherine è sveglia, onesta nel profondo, leale e linguacciuta. Ed è una Sbregaverze. Appartiene alla varietà femminile della specie, e quindi non è del tutto identica ai suoi colleghi maschi, ma non c’è da sbagliarsi, cosa che ora procederò, siore e siori, a dimostrare scientificamente.

Ricordate quando abbiamo elencato in via preliminare le caratteristiche salienti dello Sbregaverze qui? Ebbene, ripercorriamole una ad una, per vedere come si applicano a Madame Sans-Gêne.

* Lo Sbregaverze svolge una professione di tipo guerresco. Ebbene, l’abbiamo detto: Catherine fa la vivandiera. Check.

* Lo Sbregaverze prospera in tempo di guerra, rivoluzione, rivolta, instabilità sociale. A parte la promozione a Duchessa, dovreste vederla, nel prologo, affrontare senza paura il tumulto delle strade parigine il giorno della presa delle Tuileries, e tenere testa alle guardie nazionali che vogliono frugarle casa e bottega! Così si fa, ragazza!

* Lo Sbregaverze è realmente esistito, e ha giocato ruoli marginali nella storia del suo tempo. Già detto. Sardou e Moreau ne fanno una specie di amica di gioventù di Napoleone, ma è probabile che fosse un po’ lo spaventapasseri della corte.

* Lo Sbregaverze è abbastanza competente nel badare a se stesso e ad eventuali altri, ma mostra una spiccata tendenza a cacciarsi in guai della più diversa natura. Catherine deve i suoi guai principalmente a due fonti: la sua boccaccia e il suo buon cuore. Rispondere a tono alle Bonaparte non è una buona idea; dare asilo a giovani aristocratici feriti nemmeno; difendere amici in disgrazia, idem come sopra. E tuttavia, Catherine è furba e coraggiosa a sufficienza da togliersi per lo più da sola dai guai in cui si caccia. O in alternativa, è talmente in buona fede che chi dovrebbe/potrebbe punirla ci rinuncia.

* Lo Sbregaverze mostra un carattere complesso. Per dirla tutta, Catherine è molto più straightforward dei suoi colleghi maschi. Non rimugina, non alambicca, non strologa, non cerca vie traverse. Vuole qualcosa? Agisce per averla. Non vuole qualcos’altro? Si batte per evitarla. Qualcuno le sta sul gozzo? Lo dice candidamente (e pittorescamente). Also, Catherine non si fa vanto della sua neo-nobiltà, e non finge di disprezzare i titoli: essere duchessa le sta sul gozzo, piuttosto che altrimenti, proprio come lo strascico degli abiti da corte. E’ il sincero fastidio che si ha per un intralcio, non snobismo. Tutto molto, molto più semplice.

tomba-madame-sans-gene-.jpg* Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo Sbregaverze non è predestinato a una fine precoce. La Catherine storica ebbe quattordici figli, raggiunse la matura età di 83 anni ed è sepolta nel cimitero del Père Lachaise***. La Catherine della commedia è (prologo a parte) una donna matura che ricorda con nostalgia i tempi fiammeggianti della Rivoluzione e delle campagne militari, che rimpiange la sua lavanderia e il suo carro di vivandiera.

* Se c’è qualcosa a cui uno Sbregaverze non può resistere, è una causa perduta. Che cosa fa la fidanzata di un sanculotto, quando si vede piombare in bottega un contino austriaco ferito e braccato dagli amici del sanculotto stesso? Provate a indovinare. E quando lo stesso Austriaco, vent’anni dopo, ha di nuovo bisogno d’aiuto? Appunto.

* Lo Sbregaverze è sempre un outsider, in un modo o nell’altro. Una volta a Corte, Catherine è una outsider in tutti i modi possibili, e lo è con gran gusto e allegria. Bisogna vederla dare la baia ai maestri di etichetta, alle principesse e ai duchi, compreso suo marito.

* Lo Sbregaverze si offende con estrema facilità, vede insulti in ogni dove ed è pericolosamente pronto ad esigere riparazione. No, questo no. Catherine s’infiamma quando le circostanze lo richiedono, e allora risponde per le rime, e si difende quando l’attacco merita risposta. Sennò fa allegramente spallucce. Se c’è qualcosa che Catherine non ha, sono i complessi. Il nome di Madame Sans-Gêne non sarà suo, ma le sta a pennello.

* Con rarissime eccezioni, lo Sbregaverze ha un amico/assistente/compagno di qualche tipo, quello che in Inglese si chiamerebbe sidekick. lefebvre-2.jpgL’unico personaggio che potremmo considerare sidekick di Catherine è suo marito, il bravo, geloso, affezionato Lefebvre, ma ci discostiamo non poco dai canoni. Lefebvre non è un sottoposto adorante, però talvolta è la voce della ragione, e cerca di mediare tra Catherine e la corte. E’ anche, giusto per complicare un po’ le cose, l’oggetto dell’amore di Catherine. Oggetto ottenuto: a differenza dei suoi colleghi maschi, Catherine ottiene quel che vuole, anzi: ce l’ha fin dall’inizio.

* Lo Sbregaverze trabocca di fascino. E sì, suvvia: buona, generosa, coraggiosa, astuta, piena di risorse, onesta, spiritosa, gaffeuse irreprimibile, retta e leale… come si fa a non voler bene a Catherine Lefebvre, duchessa-lavandaia?

Morale? Direi che ci siamo. Catherine fits the bill sotto la maggior parte degli aspetti, discostandosi dal canone solo là dove è una questione di pragmatismo: quando si viene al dunque, le donne sono più pragmatiche degli uomini, e questo è quanto. 🙂 E non è nemmeno bella. Sì, a teatro è stata incarnata da Réjane, al cinema dalla Loren, ma lei… visto il ritratto in cima al post? Ecco. Ci si può chiedere dove sia la malinconia di Madame Sans-Gêne . Non è triste, lei? Non ha aspirazioni inappagabili? Ne ha, ne ha… Ho detto, poco più sopra, che Catherine ottiene quel che vuole, ma forse sarebbe meglio dire che all’inizio ha quello vuole. Poi lo perde. A lei piace fare la lavandaia, ama il suo sergente così com’è, e se segue l’Armée è per restargli accanto. Non ha chiesto di diventare Duchessa, e certo non le piacciono le conseguenze. Rimpiange il mondo più semplice e più diretto in cui stirava camicie (senza farsi pagare dai tenentini còrsi), o distribuiva gamelle di zuppa tra le cannonate, e poteva dire quel che le pareva senza che nessuno la guardasse storto. Nella Rue Sainte Anne, Catherine è popolare ed apprezzata proprio per la sua franchezza e il suo candido coraggio. Non la vediamo sui campi di battaglia, ma possiamo scommettere che è la beniamina di tutti i soldati. Una volta a Corte, ogni gesto e ogni parola di Catherine sono intrisi di nostalgia per la semplicità e la libertà della sua giovinezza, libertà e semplicità che, e lo sa bene, non riavrà mai più. Catherine potrebbe essere un simbolo della Rivoluzione: la lavandaia diventata Duchessa. E non è felice. Ecco, quindi, la malinconia di Madame Sans-Gêne, che talora, quasi controvoglia, il Napoleone di Sardou mostra di condividere: bisognerebbe essere cauti con i sogni di gloria e le ambizioni. Una volta afferrato il premio, è tutto finito. Tranne, s’intende, la nostalgia, i rimpianti e la disillusione.

Volete vedere che, alla fin fine, è più fortunato chi il premio non lo afferra?

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* Capitava. Anche al di fuori dai romanzi. Si arruolavano facendosi passare per maschi, e alle volte mi domando dove avessero gli occhi i reclutatori… Ma è pur vero che quando c’è bisogno di gente non si va per il sottile. Lasciatemi citare, benché c’entri fino a un certo punto, Renée Bordereau, detta Langevin, soldato nell’Armata Cattolica e Reale di Vandea, di cui tutte le fonti, per qualche motivo, si affrettano sempre a dire che era brutta.

** Personalmente ho un’edizione BUR del 1961, quando ancora si italianizzavano i nomi di autori (Vittoriano Sardou ed Emilio Moreau) e personaggi (Caterina, Giuseppe e via dicendo). Traduzione vivace di Giacomo Falco. Il libro, trovato alla già citata Libreria Parnaso di Pavia, ha un ex-libris che recita così: Scampato all’alluvione del Ticino 7 novembre 1994.

*** Prima che qualcuno chieda: no, non ci sono statue. C’è solo la lapide riprodotta lì sopra.

Questioni di Naso

IMDb elenca 13  adattamenti cinematografici e televisivi del Cyrano (compresa una versione contemporanea in cui Cyrano è un vigile del fuoco), più un buon numero di riprese di rappresentazioni teatrali e un paio di riprese dell’opera di Alfano. Fior di attori vi si sono cimentati, a partire da Coquelin nel 1900 (anno, non secolo), e poi Jose Ferrer, Peter Donat, Christopher Plummer, Klaus Maria Brandauer, solo per citarne alcuni. Parlando di Italiani, aggiungerei Gigi Proietti, e anche la versione musicale di Modugno. E poi naturalmente, nel 1990, Gerard Depardieu. Quando questo film uscì, ero perplessa. Depardieu non mi sembrava adatto per Cyrano, figuratevi!

Poi, poi, poi…

 Ecco a voi, dall’Atto Primo, il Naso di Cyrano e il duello con il visconte di Valvert, con tanto di ballata estemporanea (rime in -ono e -accio). Duelli alla spada, ballate composte per l’occasione… ciò vi ricorda qualcuno, per caso? Come dire, più sbregaverze di così…

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