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Dizionario Italiano Per Kindle – Post In Progress

Persino io ogni tanto guardo le statistiche del blog, e mi sono accorta che la richiesta che conduce qui più gente che non mi sta cercando deliberatamente è quella di un dizionario italiano per Kindle. 

Be’, mi sono detta: perché non cercare di essere d’aiuto? L’unico inghippo è che non sono sicura di volere un dizionario italiano sul mio Kindle, che finora è pieno di testi in Inglese… per cui, quello che vi sto proponendo è di fare da cavie: vi suggerisco questa pagina, che offre gratuitamente un dizionario bilingue e uno Italiano/Italiano con 65000 voci in formato Mobi – vale a dire Kindle. E voi scaricate*, installate, mettete alla prova e mi sapete dire qualcosa – nel bene o nel male: completezza e qualità delle definizioni, formattazione, compatibilità, funzionalità Kindle… Tutto quanto.

Se invece volete un dizionario Italiano-Inglese già collaudato, naturalmente, lo si trova – ed è anche possibile impostarlo come dizionario primario. Tra le varie possibilità consiglierei i due volumi del buon vecchio Merriam-Webster, che vanta tradizioni e buone funzionalità di ricerca. Confesso di non averlo mai usato, ma i dizionari Inglese/Inglese WB, cartacei e online, sono affidabili e completi, per cui…

 

Anche qui vale la richiesta: se mettete alla prova, fatemi sapere, volete?

Ne riparliamo più avanti – e magari quando la Zanichelli avrà pubblicato lo Zingarelli in edizione Kindle che va promettendo da quel dì…

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* Non ho bisogno di dirvelo: cautela! Stando ad AVG il sito è mondo, ma non ho provato ad aprire il file del dizionario…

Alcuni Casi Risibili Ovvero Nomi Incomprensibili Ma Interessanti

“Questo è un mondo di sigle…” mormora ogni tanto la cugina Fanny, e non lo dice certo in tono di somma letizia.

La cugina Fanny ha raggiunto quel genere di età in cui vagheggiare un mondo più semplice diventa uno sport praticato quotidianamente, e non le piace molto alzarsi presto per andare al CUP a prenotare la TAC, poi passare dall’URP del Comune in cerca di lumi sulla sua TARSU e la sua ICI. Nè la diverte apprendere dal telegiornale gli ultimi scambi di bordate tra SEL, PDL, PD, IdV e FLI, seguiti da un maxisequestro di mozzarelle tarocche effettuato dai NAS… Per non parlare poi delle scelte televisive post coenam: che cosa guardare stasera? CSI? NCIS? RIS? 

Naturalmente la povera Fanny è destinata alla sconfitta, perché di sigle e acronimi ce ne sono a ogni pie’ sospinto, e destinate ad aumentare in quantità e in diffusione. Siamo franchi: chi si dispererebbe a citare per esteso l’Organizzazione per il Trattato dell’Atlantico del Nord, quando può sbrigarsi con un rapidissimo NATO? I mean, io studiavo per lavorarci, e tutte le volte che devo sciogliere la versione non-anglosassone dell’acronimo, devo pensarci un istante. Forse non ho cominciato con l’esempio più trasparente di tutti, ma se l’acronimo fosse una bestia erbivora, le organizzazioni internazionali e le forze armate sarebbero due dei suoi pascoli prediletti. A livello internazionale, poi, la dieta sarebbe varia, perché ciascuno tende a chiamare a modo suo le organizzazioni di cui fa parte. NATO e OTAN, ONU e UNO, EU e UE… Poi un uso tende a prevalere sull’altro per ragioni di eufonia, di orgoglio nazionale, di diplomazia… Mi si è raccontato di riunioni di coordinamento negli Anni Ottanta in cui, ogni volta che qualcuno diceva “NATO”, l’ufficiale francese di turno sibilava acidamente “OTAN”.

Alle Nazioni Unite (ONU, UNO, UN), la creazione di sigle occupi più tempo di quanto sia sano. Ogni volta che si crea una commissione speciale, un organo nuovo o una missione* (e accade spessissimo), la si battezza con un nome chilometrico, subito volto in acronimo per comodità generale. Nel 1956, durante una delle varie conferenze tenute durante la Crisi di Suez, ci si trovò a dover battezzare la nuovissima associazione di utenti del Canale. La prima proposta fu Co-operative Association of Suez Canal Users, ovvero CASU. Gli Olandesi obiettarono: si voleva davvero cominciare con un’organizzazione che si chiamava quasi “casus belli”? Non sembra un’obiezione brillantissima, ma fu accolta, insieme alla proposta alternativa CASCU, almeno fino a quando i Portoghesi non fecero notare che nella loro lingua significava “testicolo”. I Francesi aggiunsero il loro centesimino: quando lo pronunciavano loro, diventava infelicemente simile a “casse-cul” o “casse-cou”, both unfortunate. Gli Inglesi proposero allora ASCU, che però in Spagnolo e Portoghese significa “disgustoso”… “Provammo varie combinazioni,” scrive Selwyn Lloyd , “e tutte avevano qualche significato rivoltante – di solito in Turco.” Alla fine decisero che SCUA, pur brutto, non aveva significati riprovevoli nella lingua di nessuno stato rappresentato alla conferenza – sugli altri preferirono non indagare.

Dopodiché si raggiungevano livelli di assurdità. Il COMECON (ricordate? Ai tempi della CEE?) aveva un nome e una sigla per ogni stato membro: KNER in Albanese, СИВ in Bulgaro, RGW in Tedesco, KGST in Ungherese, RWPG in Polacco, CAER in Romeno, СЭВ in Russo, RVHP in Slovacco, CAME in Spagnolo, PEB in Ucraino e HĐTTKT in Vietnamita. Mi sarebbe piaciuto vedere la carta intestata dei vertici.

Poi ci sono usi meno seriosi: ricordate la SABENA? Era la Société Anonyme Belge d’Exploitation de la Navigation Aérienne. Chiaramente aveva bisogno di una sigla: solo per pronunciarla al cancello si rischiava di perdere l’aereo… ma la sensazione doveva essere quella di correre anche altri rischi. Ora la SABENA non esiste più, inghiottita dalla KLM, se ben ricordo, ma negli anni l’acronimo aveva acquistato un altro significato: Such A Bad Experience Never Again. Avendoci volato, comprendo e approvo. Un po’ come l’APAM, Azienda Municipale Trasporti Mantova, che da studenti traducevamo in A Piedi Andresti Meglio.

Quando si passa dalla unfortunate implication (non sobbalzate mai quando il TG annuncia un pronunciamento della CIA sul prezzo delle carote?) e dal nonsense imprevisto (scopro che AFA sta per Attività Fisica Adatta) all’uso deliberato, la nostra bestia erbivora cambia nome e diventa acrostico.

La differenza sta nel fatto che l’acrostico produce deliberatamente una parola di senso compiuto, come IΧΘΥΣ o il risorgimentale Viva V.E.R.D.I. A quanto pare, l’idea è vecchia almeno come la Bibbia, a giudicare dalle Lamentazioni di Geremia e vari salmi, ma se ne trovano esempi sparsi qua e là – come i capilettera della singolare Hypnerotomachia Poliphilii di Francesco Colonna e l’Inno Olandese**. Ebbene sì: oltre ad essere una prova classica nella caccia al tesoro, l’acrostico ha una limitata produzione letteraria. Un italiano a nome Mazzitelli può vantarsi di avere composto il più lungo poema acrostico del mondo. Esempi più celebri – e, sospetto, più abbordabili – si trovano in Poe e in Lewis Carrol, come il celebre ultimo capitolo in versi di Alice Through The Looking Glass, che contiene il nome della piccola dedicataria, l’Alice originale:

A boat, beneath a sunny sky
Lingering onward dreamily
In an evening of July –

Children three that nestle near,
Eager eye and willing ear,
Pleased a simple tale to hear –

Long has paled that sunny sky:
Echoes fade and memories die:
Autumn frosts have slain July.

Still she haunts me, phantomwise,
Alice moving under skies
Never seen by waking eyes.

Children yet, the tale to hear,
Eager eye and willing ear,
Lovingly shall nestle near.

In a Wonderland they lie,
Dreaming as the days go by,
Dreaming as the summers die:

Ever drifting down the stream –
Lingering in the golden gleam –
Life, what is it but a dream?

Restano poi dubbi affascinanti e irrisolvibili: i test INVALSI si chiamano così per acronimo o per acrostico? E nel secondo caso, lo dobbiamo a un funzionario ministeriale iperzelante e speranzoso o a un colpo di senso dell’umorismo?

Sul serio, per caso, per gioco, per comodità, per letteratura, sigle e acronimi sono erbivori alquanto onnipresenti. Finisco segnalandovi questo glossario online di sigle&acronimi e confessando una certa tendenza a servirmene*** – confessione innecessaria, visto che probabilmente l’avete notato. Il guaio è quando non riesco più a sciogliere i miei stessi acronimi.   

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* La mia tesi di laurea, che parlava di interventi militari ONU in Medio Oriente, era piena di acronimi, tanti che l’avevo corredata di un’appendice in cui li scioglievo tutti. Tutti tranne uno. Sono abbastanza vecchia per essermi laureata in anni in cui Internet non era a portata di mano, e per di più ero bloccata a casa da una frattura al bacino: dopo frenetiche ricerche, decisi che uno potevo lasciarlo indietro. In fondo era citato una volta sola, in una nota a fondo capitolo, in mezzo a uno sterminato elenco di missioni… Il giorno della laurea andai a discutere la tesi con le stampelle. Mi arrampicai fino all’aula deputata e mi venne incontro il secondo correlatore che non avevo visto di persona da settimane. “Senta,” mi disse in tutta serietà. “C’è una cosa gravissima – una lacuna. Non so se possiamo discutere…” Vidi la relatrice impallidire, e sono certa che impallidii anch’io. “C’è un acronimo che non ha sciolto,” spiegò il Ch.mo Prof. C.V. Va da sé che discussi e mi laureai, ma non si poteva dire che non l’avesse letta con attenzione.

** Ci crediate o no, le lettere iniziali delle quindici strofe formano il nome WILLEM VAN NASSOV – che era poi Guglielmo d’Orange, conosciuto come Guglielmo il Taciturno.

*** Degli acronimi, non del glossario. Brutta costruzione. Cattiva, Clarina. Cattiva.

 

Del Metabolismo Delle Lingue

James Nicol definisce l’Inglese come “una lingua che si apposta nei vicoli bui, assalta le altre lingue e le scippa delle loro parole spicciole.”

E a sentire Lucio d’Arcangelo, in questo articolo apparso su Il Giornale del 4 gennaio, il bottino attraverso i secoli è stato consistente: l’Inglese ha fagocitato e assorbito a tutte le latitudini, con incessante e curiosa golosità – e una predisposizione strutturale a creare nuove parole col minimo dei mezzi e del disturbo. Sostantivo interessante? How nice! Gli premettiamo un to, ed ecco un verbo nuovo di zecca. Un concetto e due parole? Ma perché? Fondiamo le due in una, ed ecco un sostantivo tutto nuovo e luccicante che fa per una frase intera!

Una delle mie teorie predilette*, non da oggi, è che l’Inglese sia – dal punto di vista storico e sociale, se non strettamente linguistico – il vero erede del Latino: una lingua estremamente funzionale che si è estesa sulla forza di un impero e, in ogni parte di esso, si è adattata e mescolata, sviluppando – accanto alla sua versione “alta” – da un lato una sorta di lingua franca del commercio, dei contatti e delle comunicazioni, e dall’altro una infinita serie di pidgins, versioni imbastardite e multicolori, ciascuna quasi una lingua a sé. Proprio al modo in cui ogni provincia dell’Impero Romano aveva il suo genere di Latino…

Lucio Arcangelo cita con preoccupazione numeri da capogiro: se l’Inglese elisabettiano contava 150000 parole (e Shakespeare ne usava più o meno 20000), il Global English odierno tocca il milione. Fenomeno esplosivo e indice di decadenza?

Quello che secondo me Arcangelo trascura di considerare è che l’Inglese elisabettiano era già una lingua in avida, inesausta espansione, occupata ad ingozzarsi di parole straniere come capric(c)io (dall’Italiano o dallo Spagnolo: ninnolo costoso e inutile), rabato (dallo Spagnolo: gorgiera), smuggler (dall’Olandese: contrabbandiere), detail (dal Francese: dettaglio) e via così. E per di più, la pratica era in atto da secoli e secoli, con il Latino, con l’Italiano, con il Francese…

Le lingue sono strutture vive e, come tali, in continua evoluzione. Non si cristallizzano del tutto se non quando cessano di essere parlate – e quella non è una bella cosa. Finché vivono, seguono incontrollabilmente la loro strada, e quella dell’Inglese è la strada di una lingua molto, molto acquisitiva. Dite quello che volete: non riesco a considerare la ricchezza lessicale un difetto.

Chiudo segnalandovi WordSpy, il sito in cui Paul McFedries guida gli amanti delle parole alla scoperta delle parole nuove, registrando e illustrando affascinanti neologismi come cheap(p)uccino o flunami… curiosi, eh?

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* Una teoria prediletta, in Inglese diventa una pet theory: una teoria che si cura, predilige, alleva e vezzeggia come una bestiola da compagnia. Dite la verità: non è una lingua meravigliosa?

Accenti

A proposito – almeno in parte – del discorso di ieri, volevo segnalare questo favoloso sito dell’Università di Edimburgo (che, sia detto per inciso, si può pronunciare Edinbra, Edinbara o anche, se si vuole andare sul colloquiale, Embro-Embra).

Le varie pagine sono un po’ lente a caricarsi, ma vale la pena di ascoltare le incredibili varietà di pronuncia. Già solo la parola right, nella homepage, è un’esperienza istruttiva. Purtroppo la sezione dedicata all’Inglese shakespeariano (di cui in realtà sappiamo solo quello che si può dedurre dalle rime usate all’epoca in poesia) sembra essere ancora in fieri. Per chi è proprio curioso, qui c’è una piccola intervista in cui un attore dimostra la differenza tra Inglese standard e una ricostruzione (speculativa) della pronuncia elisabettiana.

Qui invece si possono sentire delle clip più estese, con la cadenza e l’accento in evidenza. Provate a confrontare RP (Received Pronounciation, quella che s’impara a Oxbridge, very upper-class), e Cockney (un Cockney sta a Londra come un Trasteverino sta a Roma). Ma, qualora doveste prenderci gusto, ci sono anche Scozia, Galles, varie parti degli Stati Uniti, India, Africa…

E infine qui trovate lo stesso paragrafo in Inglese letto in un’incredibile collezione di accenti stranieri. Per dire, ci sono 24 tipi diversi di accento italiano.

 

Grammatica

Mi hanno chiesto di dare lezioni d’Inglese a un ragazzino delle medie, e ho detto di no.

Ho detto di no, in primis perché la mia limitata esperienza mi ha rivelato in modo inequivocabile che non sono portata per l’insegnamento (e l’omicidio è punito con molti anni di prigione); e poi perché la madre, non irragionevolmente, vuole qualcuno che inculchi al suo rampollo la grammatica inglese, e io la grammatica non la so.

Che ci posso fare? Parlo, leggo e scrivo l’Inglese correntemente, e ho un IELTS 8/9 a provarlo, ma non so la grammatica in teoria. Non riesco a impararla. E non è solo questione d’Inglese. A volte ho ancora gl’incubi a proposito dell’orale di Spagnolo 2, in cui ho rischiato di farmi bocciare perché, dopo mezz’ora di buona conversazione in Spagnolo sul regno di Filippo II, al professore è germogliata l’idea di farmi coniugare qualche verbo. Poco è mancato che annegassi.

Ripeto: che ci posso fare? Parlo quattro lingue e mezza (incluso l’Italiano), ne leggo altre due e ho qualche rudimento di un’altra ancora… e di nessuna di esse conosco, né ho mai conosciuto decentemente, le regole grammaticali. No, nemmeno la grammatica italiana. E non mi sbaglio parlando o scrivendo, è solo che non. So. La. Grammatica.

Oh, adesso che l’ho confessato sto molto meglio.

 

Nov 26, 2009 - Lingue    No Comments

Idioma

La lingua tedesca è relativamente facile. Chi sa il latino ed è abituato alle declinazioni l’impara come niente. Questo lo dicono i professori di tedesco alla prima lezione. E cominciate a studiare: der, des, dem, den; die, der, der, die e così di seguito. E’ semplicissimo, Quando avete ben studiato, prendete in mano un libro tedesco. E’ un magnifico volume, rilegato in tela, pubblicato a Lipsia e tratta degli usi e costumi ottentotti (Hottentoten). Venite a sapere così che presso quel popolo i canguri (Beutelratte) si trovano in grande numero e vengono catturati e rinchiusi in gabbie (Kotter) munite di copertura (Lattengitter) per proteggerli dalle intemperie. Tali gabbie vengono chiamate quindi in tedesco Lattengitterkotter e il canguro prigionero prende il nome di Lattengitterbeutelratte.

Un giorno gli ottentotti arrestano un assassino (Attentater), uccisore di una madre ottentotta (Hottentotermutter) che ha due bimbi balbuzienti (Stottertrottel). Questa madre in tedesco ha il nome di Hottentotenstottertrottelmutter e il suo assassino prende il nome di Hottentotenstottertrottelmutterattentater.

L’uccisore è rinchiuso in una gabbia da canguro (Beutelrattenlattengitterkotter) dalla quale riesce ad evadere. Ma ben presto ricade nelle mani di un guerriero ottentotto, che si presenta al capo annunciandogli:

“Ho catturato l’Attentater!”

“Quale?” gli domanda il capo.

“L’Attentaterlattengitterkotterbeutelratte” balbetta il guerriero.

“Ma ce ne sono parecchi” obietta il capo.

“E'” risponde a malapena l’indigeno “l’Hottentotenstottertrottelmutterattentater.”

“Eh, diavolo!” impreca il capo “non potevi dir subito che avevi catturato l’Hottentotenstottertrottelmutterattentaterlattengittenkotterbeutelratte?

Come vedete, il tedesco è facilissimo. Basta un po’ di applicazione.

(da Nizza e Morbelli, 2 Anni Dopo. Da prendersi prima dei pasti, due volte al dì, ogniqualvolta colga l’uzzolo di rimettersi a studiare Tedesco)

 

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