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Gen 6, 2011 - Natale, Poesia, tradizioni    No Comments

Tre Re d’Oriente

3KE.pngSarà che la Befana è stata una dei miei terrori d’infanzia (insieme al fall-out nucleare, va’ a sapere…), ma ho sempre trovato molto più poetica l’idea dei tre Re d’Oriente che seguono la stella…

In celebrazione di ciò, cominciamo con I Magi di D’Annunzio…

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia.
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.
Cantano tra il fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.

E finiamo con la carola We Three Kings, perfetta per quando si aggiungono i Magi al presepio, con seguito e cammelli:

 

Qui ci sono le parole:
We three kings of Orient are
Bearing gifts we traverse afar.
Field and fountain, moor and mountain,
Following yonder star.
Chorus:
O star of wonder, star of night,
Star with royal beauty bright,
Westward leading, still proceeding,
Guide us to thy perfect Light.
Born a king on Bethlehem’s plain,
Gold I bring to crown Him again,
King forever, ceasing never
Over us all to reign.
Chorus:
O star of wonder, star of night,
Star with royal beauty bright,
Westward leading, still proceeding,
Guide us to thy perfect Light.
Myrrh is mine: Its bitter perfume
Breaths a life of gathering gloom.
Sorrowing, sighing, bleeding,dying,
Sealed in the stone-cold tomb.
Chorus:
O star of wonder, star of night,
Star with royal beauty bright,
Westward leading, still proceeding,
Guide us to thy perfect Light.
Glorious now behold Him arise,
King and God and Sacrifice.
Alleluia, alleluia!
Sounds through the earth and skies.
Chorus:
O star of wonder, star of night,
Star with royal beauty bright,
Westward leading, still proceeding,
Guide us to thy perfect Light.

Buona Epifania a tutti!

Dic 8, 2010 - tradizioni    1 Comment

L’Anello di Monaco

anellodimonaco.jpgEssendosi giornata di festa, piccolo post gastro-storico in omaggio a P., che è molto, molto ghiotta di questo dolce natalizio tipicamente mantovano.

Cominciamo col dire che si tratta di una pasta lievitata con un buco nel centro, una specie di ciambellona di pasta brioche (fatta con quantità di burro assolutamente peccaminose) farcita con un ripieno a base di frutta secca e zucchero, coperta di un velo di marmellata di albicocche e poi di un serio strato di glassa reale. Praticamente un’arma di distruzione di massa, squisitissima e reperibile nelle pasticcerie di Mantova e dintorni a partire da novembre.

L’Anello di Monaco è conosciuto anche come Anello del Monaco, e questa minima variante di preposizione è più significativa di quanto possa sembrare, perché ha a che fare con le diverse storie sull’origine di questo dolce.

Una, in tutta probabilità apocrifa, lo vuole parto dell’estro di un frate cuciniere dell’Abbazia di San Benedetto in Polirone. In qualche punto imprecisato del secondo Settecento, questo buon Benedettino si sarebbe annoiato di infornare sempre la stessa ciambellona casereccia e avrebbe deciso di sperimentare con un impasto che contemplava carote e patate fermentate e un ripieno di mandorle e noci tritate con lo zucchero cotto. Graziosa storia, ma non troppo plausibile.

Più circostanziata sembrerebbe la versione che attribuisce la leccornia ad Adolf Putscher, pasticciere giunto a Mantova dalla Svizzera tedesca nel 1798 (Visitate la Repubblica Cisalpina?) per aprire il suo forno in Piazza del Purgo*. Ma – domanda logica: che c’entra lo Svizzero con il monaco?

Ed ecco intervenire non tanto una terza versione della storia, quanto una variante della seconda, in cui al buon Putscher si sostituiscono dei più vaghi “pasticcieri bavaresi”, provenienti appunto da Monaco – dove, in effetti, s’infornano e mangiano il Nusskrantz e il Kugelhupf, dolci non dissimili.

E quindi? Nome d’origine geografica? E perché mai, se la versione più attendibile non ha molto a che fare con l’origine in questione? O lo Svizzero Putscher se n’è arrivato con una ricetta bavarese? O ha inventato (o qualcuno per lui) la simpatica versione monastica e locale in un’operazione di ur-marketing? O in realtà è tutto molto più semplice ed è solo una questione di colori (à la cappuccino**)? 

P. direbbe che non è del tutto fondamentale, ma è una buona questione da ponderare lungamente durante la demolizione di una o più fette del dolce in questione: sembra più benedettino, più elvetico o più bavarese? Dammene un’altra fettina, che non riesco a capire bene…

Come che sia, buon Otto di Dicembre!

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* Oggi Piazza Marconi – incidentalmente lo stesso luogo del duello fatale tra Vincenzo Gonzaga e James Crichton nel 1582.

** Altra storia controversa, a dire il vero, ma persino il postulatore della causa di beatificazione di Marco d’Aviano si è disturbato a smentire la storia che vorrebbe il Beato inventore del cappuccino.

Ott 18, 2010 - anglomaniac, tradizioni    5 Comments

Dello Haggis – Piccolo Test per Menti Scientifiche

haggis.jpgMi si chiedono lumi sullo haggis menzionato qui. Hic sunt lumina.

Devo cominciare ammettendo di avere affrontato l’argomento nel modo sbagliato, perché lo haggis, prima di essere un piatto di dubbia digeribilità, è una bestiola. Una bestiola che si trova solo in Scozia. Una bestiola a quattro zampe, di cui due più corte e due più lunghe.

Però non come una lepre: anziché avere le zampe posteriori più lunghe di quelle anteriori, lo haggis ha le zampe destre più lunghe di quelle sinistre. O viceversa. Forse. Sinceramente non ho mai capito se ci siano haggis di due tipi – haggis destri e haggis sinistri – o se dipenda dal sesso, dal caso o da che altro. Ad ogni modo: questa singolare conformazione anatomica serve allo haggis per correre lungo i crinali delle colline. Tutti sapete che la Scozia è piena di colline e montagne, soprattutto le Highlands, e in effetti lo haggis non scende mai a valle. Un po’ per zampe e un po’ per timidezza, non fa altro che correre lungo i crinali.

Lo haggis è anche un eccellente strumento d’indagine socio-statistica (oppure un eccellente strumento di conversazione, fate un po’ voi).

Provate a raccontare questa storia a un gruppo di sconosciuti, per esempio in uno scompartimento ferroviario o durante una coda alla posta. A un certo punto, qualcuno vi porrà questa domanda: ma se ha le zampe destre più corte di quelle sinistre, come fa a tornare indietro?

Dico con assoluta certezza che qualcuno ve lo chiederà, per l’empirica ragione che non mi è mai capitato di raccontare dello haggis senza che la domanda saltasse fuori, e potete star certi che chi la pone ha una formazione scientifica. Badate bene: non importa se il pubblico ci crede o no. Potete raccontarla come una leggenda, oppure potete suonare serissimi e aspettare che qualcuno si metta a ridere e contesti la vostra zoologia scozzese, ma è del tutto secondario: prima o poi, mentre voi vi diffondete sulle abitudini notturne dello haggis, sulla sua natura riservata, sulla sua velocità che può raggiungere le 5 miglia orarie*, sulla sua prolificità, sui metodi per cacciarlo e sulle ricette per cucinarlo, qualcuno – un ingegnere, un chimico, un biologo, un tecnico di laboratorio… – vorrà sapere come se la cava la creatura nelle conversioni a U.

Gente di diversa formazione vorrà sapere come nasce una storia simile, si delizierà nello scoprire che Robert Burns ha scritto un’ode allo haggis, chiederà quanto è grande – ma qualcuno s’impunterà sul cambio di direzione, e fidatevi: sarà qualcuno di tecnico-scientifico.

Allora, voi potete rispondere che lo haggis non torna indietro: nel corso della sua vita migra sempre nella stessa direzione, seguendo i crinali. Oppure potete rispondere che deve soltanto scollinare e tornare da dove è venuto lungo l’altro versante. Oppure ancora, potete rispondere che il metodo tradizionale di caccia allo haggis consiste proprio nel nascondersi nell’erica, lasciarlo avvicinare, gridargli “boo!” con la giusta intonazione e afferrarlo quando inciampa nelle sue stesse zampe mentre cerca di girarsi.

Il metodo alternativo (e vieppiù diffuso) prevede un’esca di whisky e un bastone. Una volta brillo, lo haggis rotola a valle, beatamente inconsapevole e pronto per la bastonata fatale. “Ciò può suonare doloroso,” dice questo favoloso articolista, “ma a questo punto lo haggis non sente nulla.”

Inoltre, aggiungo io, a questo punto voi avrete un gruppo di soggiogati ascoltatori (tra i quali avrete già individuato le menti scientifiche, o almeno le più curiose tra di esse), e un affascinante argomento di conversazione, capace di durare indefinitamente fino alla destinazione del treno o all’esaurimento della coda. Senza contare il fatto che difficilmente verrete dimenticati.

Provate e fatemi sapere.

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* Naturalmente stiamo parlando di miglia scozzesi, e quindi tutto è relativo. Non perché il miglio scozzese equivalga tecnicamente a una distanza diversa dal miglio inglese, ma perché quando chiedete a uno Scozzese quanto manca per XYZ, e vi sentite rispondere “sei miglia”, potete tranquillamente calcolarne almeno otto. Specialmente se siete nelle Highlands.

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