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Dic 7, 2014 - elizabethana, musica    No Comments

Sonetto 29 ♫

Sonnet29

Vi ricordate Fortune and Men’s Eyes – il play di Josephine Preston Peabody di cui abbiamo parlato lunedì scorso per Shakeloviana? Ebbene, il titolo è tratto dal Sonetto 29: When in disgrace with fortune and men’s eyes…

Quel che non sapevo – e che ho scoperto fortuitamente ieri sera – è che Rufus Wainwright ha musicato il Sonetto 29, con effetti piuttosto incantevoli:

E il Sonetto 43:

E il Sonetto 20:

E buona domenica a tutti.

Nov 12, 2014 - elizabethana, teatro    2 Comments

I Sonetti Al D’Arco

Vi avevo detto che c’erano novità in arrivo per L’Uomo dei Sonetti, vero?

Ebbene, ci siamo: sono estremamente lieta di annunciarvi che lunedì 17, alle ore 21, al Teatrino d’Arco, Diego Fusari dell’Accademia Campogalliani porta in scena la versione breve – quella che, forse ve ne ricorderete, avevamo chiamato i Sonettini.

LocGenericaUglyQua+ILShakeFest+GaramondSi tratta, per l’appunto, della versione potata – a misura di Lunedì, senza Contesse Madri e senza folle multifunzione. Però la gente essenziale c’è tutta, e c’è la storia che mi sono divertita a tendere tra sonetto e sonetto…

Perché non c’è niente da fare: in realtà non sappiamo se i Sonetti raccontino una storia, se ci sia alcunché di autobiografico, se l’ordine in cui li conosciamo abbia nulla a che fare con quello in cui sono stati scritti… non sappiamo quasi nulla. Però la tentazione di prenderli come sono e vederci in trasparenza una storia è di quelle cui non si resiste.

Mettete loro in bocca le parole appassionate, acidognole, sublimi e petulanti dei Sonetti, illuminateli con la luce di taglio di una delle tante teorie su di loro, e il Sonettista, il Bel Giovane, la Bruna Signora e il Poeta rivale prendono vita – e non vogliono più saperne di essere soltanto una cifra senza volto.

In un certo senso, mi sono limitata a dar loro retta.

E magari l’Io Narrante dei Sonetti non è affatto Will Shakespeare da Stratford – però è molto più divertente fare finta che lo sia. Perché non venite a vedere di persona lunedì sera?

Oh, e se piace a Thalia e allo Spirito del Bardo, la versione completa non dovrebbe impiegare poi troppo tempo ad arrivare in scena…

(Quasi) Tutto Torna

John_Warbuton,_antiquarian,_circa_1750Se il post di mercoledì era un girino, quello di oggi è un uroburo, ed è tutto molto circolare – ma vediamo di cominciare da qualche parte.

Vi ricordate di John Warburton e della sua cuoca Betsy Baker? Stando a Warburton, Mrs. Baker bruciò nella stufa una collezione di manoscritti elisabettiani praticamente senza prezzo… Lei non lo sapeva né poteva saperlo, povera donna – ma, supponendo che la storia sia vera, ha fatto piangere generazioni di studiosi di cose elisabettiane…

Sempre che sia vera, sì – perché c’è che dubita dell’affidabilità di Warburton. Forse aveva lavorato d’immaginazione, prodotto una lista che era in parte wishful thinking e in parte spigolature dal Registro degli Stampatori – e poi qualcuno aveva cominciato a chiedere di vederla, questa collezione  di meraviglie senza prezzo. E allora, forse, in un momento à la Ireland*, il pover’uomo si era trovato nella necessità di una storia – una storia qualsiasi che della collezione giustificasse l’invisibilità…. Hence Mrs. Baker, la sua stufa e i pasticci di carne.

Non è del tutto implausibile – ma in fondo non lo è nemmeno il contrario. Va’ a sapere…

Ma supponendo che Warburton dicesse la verità, e che trecento anni orsono Betsy Baker abbia davvero acceso la stufa e foderato gli stampi con i fogli della collezione del suo padrone, tra le opere perdute c’è anche The Maiden’s Holiday, una commedia che, stando al solito Registro degli Stampatori, andrebbe attribuita a Christopher Marlowe e John Day.

E a dire il vero, non so voi, ma la mia reazione alla scoperta è stata piuttosto scettica. Kit Marlowe che scrive una commedia? In collaborazione con un uomo che risulta attivo a partire da sei anni dopo la sua (di Marlowe) morte? E anche supponendo che si trattasse di un rimaneggiamento più tardo anziché di una collaborazione, siamo sinceri: ce lo vedete Marlowe a scrivere una commedia chiamata “La Vacanza della Fanciulla”?

Ecco, sì. Appunto.

In realtà La registrazione del titolo è della metà del Seicento – e quindi abbastanza tarda da poter essere imprecisa, e l’attribuzione nella lista di Warburton – indipendentemente dall’autenticità della lista – difficilmente può basarsi su qualcosa che non sia il Registro stesso, per cui… John_Payne_Collier

Ma se noi siamo scettici, altre epoche lo erano di meno: a metà Ottocento, un curatore marloviano di nome Alexander Dyce si convinse di averne persino trovato un pezzo, della commedia in questione. Un dialoghetto in versi emerso, con un’annotazione in calce che diceva “Kitt Marlowe”, dalle carte dell’attore elisabettiano Edward Alleyn, che di Marlowe aveva interpretato i personaggi ed era probabilmente amico.

Evviva? Warburton vendicato? Hm, non saprei. Per prima cosa, il foglio in questione era stato scoperto da John Payne Collier, che era un notevole studioso ma, alas, anche un falsario di tre cotte. Non si riesce a guardare nessuna carta associata a JPC senza provare un brivido di dubbio. Il che forse, nel caso in questione, è anche wishful thinking, perché ad essere sinceri, il dialoghetto non è un granché. E sì, posso spingermi all’estremo di ammettere la possibilità che scrivere commedie non fosse il mestiere di Marlowe, ma resta il fatto che l’attribuzione di Dyce si basa su una fonte dubbia e un puro e semplice atto di fede.

E tuttavia… vi ricordate del play di Courtney, poi trasformato in opera? Benché all’epoca John Payne Collier fosse già stato abbondantemente sbugiardato, Courtney non esitò a includere nel suo testo un pezzo del dialoghetto – facendolo canterellare a Marlowe stesso mentre corteggia la protagonista femminile, battezzata proprio in base al pezzo in questione. Il compositore Bedford, nello scrivere il libretto, non vide ragione di eliminare l’aria che si ritrovava già verseggiata e pronta.

E vi dirò – va benissimo così, perché la disamina delle fonti non si fa su un palcoscenico – ma considerando che play e opera modellano la morte di Marlowe su una combinazione di errori di trascrizione e leggenda nera puritana, ecco che questa storia torna là dove era iniziata – con qualcosa di perduto, qualcosa di capito male, qualcosa di dubbio e qualcosa di (probabilmente) menzognero.

Clac! – e questo rumore era il serpente che chiude i denti attorno alla propria coda.

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* Se volete sapere chi era W.H. Ireland, scaricate l’e-libricino che trovate qui. A parte tutto il resto, è una gran bella storia.

Nov 5, 2014 - elizabethana, teatro    3 Comments

Zolfo, Incenso, Inchiostro

FaustusSe le teorie fossero rane, questo post sarebbe un girino.

Se non volete batraci per casa, chiamiamolo un rimuginamento per iscritto – a proposito del Doctor Faustus di Marlowe. Ora, vedete, il Faustus era popolarissimissimo. La Compagnia dell’Ammiraglio, il cui primattore Edward Alleyn aveva presumibilmente creato il ruolo, la rappresentò con gran profitto ventiré volte tra il 1594 e il 1597 – il che, considerando le lunghe e ripetute chiusure dei teatri in quel periodo, è una specie di record elisabettiano. Se diamo retta ad E. K. Chambers, le folle londinesi dell’ultimo decennio del Cinquecento erano disposte a spendere per questa storia più che per qualunque altra… D’altra parte, fin dal debutto, Faustus aveva mandato in terrorizzato visibilio il pubblico, con la sua combinazione di evocazioni diaboliche, teoria e scene comiche – conclusa da un finale di potenza sconvolgente. Prima di Marlowe, nessuno si era mai azzardato ad affrontare in questi termini questioni di anime vendute, inferno, paradiso, conoscenza e umanità…

Poi Marlowe fece la fine che sappiamo, e le sue opere gli sopravvissero con successo. Immagino che ne sarebbe stato soddisfatto. E forse si sarebbe divertito se avesse saputo che genere di leggende cominciò a germogliare abbastanza presto attorno al suo Faustus.

Nel 1632 William Prynne raccontò di un diavolo soprannumerario comparso in scena e… puf! – sparito in una nuvola di zolfo non appena gli attori cercarono di capire chi fosse l’intruso. Ora, di Prynne potremmo non preoccuparci nemmeno troppo: era un puritano accanito e ce l’aveva a morte con il teatro – e per di più nella prima metà del Seicento, in ambiente puritano, era assai di moda dipingere a tinte nigerrime il povero Kit e tutto quel che aveva a che fare con lui.

Tuttavia, Prynne non doveva essersi inventato completamente la storia. È probabile che l’avesse raccolta da qualche parte. Ed è vero che tra i capi d’accusa ai danni di Marlowe raccolti dallo spregevole Richard Baines c’era anche l’aver evocato diavoli nel bosco a Cambridge – ma dubito che la cosa fosse terribilmente risaputa. A quanto pare, piuttosto, fin dall’inizio girava la storia secondo cui il Faustus avrebbe contenuto veri incantesimi tratti da un vero grimorio…

Se Prynne aveva fatto succedere la sua apparizione durante una rappresentazione londinese, altre versioni della storia la volevano accaduta in provincia, durante una prova. A fine Seicento, il sempre pittoresco John Aubrey non si accontentava di dare la sua versione dell’incidente, ma ne faceva la causa del ritiro dalle scene di Alleyn. Faustusc

Insomma, la storia girava – e non posso fare a meno di immaginarla che nasce, si sussurra, si ricama, si abbellisce e si gonfia di bocca in bocca tra l’eccitabile pubblico londinese… Si parlava di diavoli per tutto il tempo, giusto? E gli attori vestiti di rosso apparivano e sparivano tra nuvole di fumo colorato, e quel Marlowe non era un bestemmiatore e un ateo?

Eppure (ed ecco che arriva il girino), mi chiedo se non ci fosse anche un altro motivo, più inconsapevole per il sorgere di queste storie… Perché è vero che Faustus, peccatore multiplo, superbo e venditore di anime, finisce esemplarmente punito all’inferno – ma non prima di avere detto e ascoltato una certa quantità di cose piuttosto incendiarie dal punto di vista teologico e religioso. Faustus ritiene la teologia tanto capziosa quanto inutile, vende la sua anima, interroga il diavolo per sapere com’è l’inferno, rifiuta varie possibilità di redenzione e, quando si pente, non trova la minima ombra di misericordia o perdono…

E quindi mi domando se il pubblico elisabettiano non sentisse un che di sulfureo in questa tragedia, e traducesse la percezione in apparizioni diaboliche, magia nera e spaventi vari.

Storie nate in reazione a una storia.

Si direbbe che Marlowe i diavoli li evocasse per davvero: quelli fittizi che il fittizio Faustus convocava in scena – e poi quelli metaforici creati nella mente degli spettatori.

 

 

Shakespeare & Marlowe Per Borgocultura

Per cominciare…

Locandina

E qui trovate i dettagli.

Che poi a volte anche le conferenze, come i personaggi, fanno i capricci.

Sono conferenze già fatte più di una volta, si tratta di riprenderle e basta – che ci vuole mai? Si ristampa la scaletta, si rispolvera la presentazione .ppt e via, giusto?

Giusto?

E no. Per niente. Perché al primo tentativo di prova, la chiacchierata non funziona. Suona legnosetta, angolosa. Non lo era, non lo è mai stata – quindi che diamine le prende? Sarà la mancanza d’esercizio – a patto di voler chiamare un mesetto “mancanza d’esercizio”?

Così si ripete ancora – e non solo non funziona affatto, ma continua a voler prendere deviazioni, divagazioni e sentierolini fuori scaletta… Volendo, se ne può fare una questione di principio e interstardircisi, ma a mio timido avviso, dopo la terza prova franata a valle conviene farsene una ragione, decidere che si è più ragionevoli di una conferenza e dimostrarlo riaggiustando la scaletta tanto quanto serve – magari tenendo conto di altre conferenze che si sono fatte nel frattempo.

Ne segue, si capisce, la necessità di riaggiustare con energia anche la presentazione .ppt  – sennò che gusto ci sarebbe? E non vale la pena di illudersi che una rivoluzioncella delle slides sia sufficiente, perché quando la conferenza ha l’aria di sentirsi ibridata a suo gusto, la si prova e si scopre che dura un’ora e mezza.

E allora si taglia, si pota, si sfronda, si combinano slides, si ricomincia daccapo… Insomma, il resto ve lo immaginate. E la morale si è che, nonostante il tema sia sempre quello dei due poeti, pari in dignità, nella bella Londra dove ha luogo la nostra storia, monta la rivalità antica – e molto inchiostro e sangue finto inondano le scene dei teatri*, lo svolgimento è piuttosto diverso dalle occasioni precedenti e da quel che mi aspettavo. E non so se avete notato, ma persino la locandina è piuttosto diversa…

Il che, considerando che è quasi un anno che bagolo in giro di S&M, è decisamente un bene.

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* Con tante scuse al povero Will… non mi sono trattenuta.

 

 

 

Muse Di Fuoco

MuseDal celeberrimo Henry V di Laurence Olivier, datato 1944, il celeberrimo prologo recitato da Leslie Banks.

O for a Muse of fire, that would ascend
The brightest heaven of invention,
A kingdom for a stage, princes to act
And monarchs to behold the swelling scene!…

Bello, vero? Eccolo nella traduzione di Goffredo Raponi:

Oh, aver qui una Musa tutto fuoco
per poterci levar sempre più in alto
nell’immaginazione,
verso più intense e luminose sfere!
E un regno per scenario,
principi per attori,
una platea di re per spettatori
di questa grande rappresentazione!
Vedremmo allora agir, come dal vero,
su questa scena, il bellicoso Enrico,
nel portamento simile ad un Marte,
recandosi al guinzaglio come cani
impazienti di agire al suo comando,
la fame, il ferro, il fuoco…
Perdonate, cortesi spettatori,
le nostre disadorne e anguste menti
se abbiamo osato presentarvi qui,
su questo nostro indegno palcoscenico,
sì grandioso argomento.
Come potrebbe mai questa platea
contenere nel suo ristretto spazio,
le sterminate campagne di Francia?
Come stipare in questa “O” di legno
pur solo gli elmi che tanto terrore
sparsero per il cielo di Azincourt?
E perciò, vi ripeto, perdonateci;
ma se può un numero, in breve spazio,
con uno sgorbio attestare un milione,
che sia concesso a noi, semplici zeri
d’un sì grande totale, stimolare
col nostro recitar le vostre menti.
Immaginate dunque che racchiusi
nella cinta di queste nostre mura
si trovino due regni assai potenti,
e che le loro contrapposte fronti
alte erigentesi su opposte sponde
separi un braccio di rischioso mare.
Sopperite alle nostre deficienze
con le risorse della vostra mente:
moltiplicate per mille ogni uomo,
e con l’aiuto della fantasia
createvi un poderoso esercito.
Quando udrete parlare di cavalli
pensate di veder cavalli veri
stampar l’orme dei lor superbi zoccoli
sopra il molle terreno che le accoglie.
Sarà così la vostra fantasia
a vestire di sfarzo i nostri re,
a menarli dall’uno all’altro luogo,
saltellando sul tempo,
e riducendo a un volger di clessidra
gli eventi occorsi lungo diversi anni;
e a questo fine vogliate permettere
a me, Coro, d’entrare in questa storia,
e di pregarvi qui, in veste di Prologo,
di ascoltar con benevola pazienza
il dramma che vi andiamo a presentare,
e con molta indulgenza giudicarlo.

E avete badato all’incantevole ricostruzione della Londra tardoelisabettiana e del Globe? Ah, non so. Adoro quest’aria di teatrale irrealtà, questa luce dorata, quest’atmosfera… A parte tutto il resto, la Londra elisabettiana è piacevole immaginarsela così.

E buona domenica.

L’Angolo Elisabettiano

Letters and Journals 2Martedì sera, come preannunciato, Ad Alta Voce è tornato – ed è tornato molto bene.

Partecipazione più folta del consueto, un certo numero di facce nuove, una selvaggia varietà di interpretazioni del tema della serata – Lettere & Diari – da Guareschi a Helene Hanff, da Tamaro a Baricco, da Wiesel a Mino Milani, fino alle feroci lettere di Verdi al suo infelice librettista – passando per i diari di un medico di bordo appassionato di lettura e i ricordi di viaggio di una romantica cacciatrice di atmosfere… E abbiamo avuto persino una lettura in Spagnolo.

E poi l’Angolo Elisabettiano.

Essendo l’anno che si è,* Ad Alta Voce si è provvisto di un Angolo Elisabettiano. Ogni volta, fino a dicembre, una lettura dedicata al tema visto da uno dei festeggiati – basandosi sull’assunzione che non ci sia nulla, ma nulla che non si trovi in Shakespeare o Marlowe o entrambi. Con la possibile eccezione della fusione fredda – ma non abbiamo nemmeno l’ombra della fusione fredda tra i temi in programma, e quindi il problema non sussiste.

Martedì sera, per Lettere & Diari, ho cominciato con Shakespeare. Sapevo che di lettere in Shakespeare ne compaiono parecchie, lette, spedite, ricevute, intercettate, smarrite, scritte, sottratte, sostituite, dettate, falsificate… Mi si dice che le lettere compaiano in tutti i titoli del canone – tranne cinque – e che in tutto se ne contino 111. book of common prayer

È evidente che Will le considerava un ottimo device per la trama. La falsa lettera di Olivia che precipita l’antipatico e innamorato Malvolio, le lettere di credito così importanti nel Mercante di Venezia, la lettera con cui Rosencrantz e Guilderstern consegnano senza saperlo la propria sentenza di morte, la lettera con cui Edmund mette nei guai il fratellastro Edgar e quella che proverà l’adulterio di Goneril ed Edmund, la lettera che ripristina Perdita da pastorella a principessa, la lettera che, fatalmente, Fra’ Giovanni non consegna a Romeo…

E potrei continuare a lungo, ma non lo faccio.

Martedì sera ho scelto di leggere la lettera di Macbeth alla moglie – missiva trepidante e incerta che ci mostra subito come, pur essendo il primo generale della corona scozzese, il nostro non sia precisamente quello che pensa. A pensare è Lady Macbeth – che tra sé legge le stupefacenti nuove del marito e, per prima e unica reazione, si preoccupa della sua insufficiente perfidia. Oh sì, il giovanotto è ambizioso, ma non vuole sporcarsi le mani… E all’improvviso, viste attraverso gli occhi della lucida e spietata Gruoch,** le sue parole – pronunciate e scritte – acquistano tutto un altro senso.

macb3La lettera così serve a stabilire due personaggi e la relazione che corre tra loro, e a gettare fin da subito delle ombre molto lunghe sul futuro del mittente, della destinataria, del buon Re Duncan e della Scozia tutta.

Mica male, per un pezzettino di carta.

E quindi, tema centrato, in ottima poesia e con interessanti implicazioni. Direi che l’Angolo Elisabettiano ha debuttato a gonfie vele. Next time, la forza della natura – e di nuovo ci sarà soltanto l’imbarazzo della scelta.

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* Sì, lo so – non ne potete più di sentirmelo ripetere. Abbiate pazienza, è passata la metà di ottobre. Ancora un mese e mezzo, e l’anno shakeloviano è finito.

** No, Shakespeare non la nomina mai altro che Lady Macbeth, ma la signora è basata sulla moglie del Macbeth storico – che si chiamava Gruoch ingen Boite.

Varie Ed Eventuali

Che poi, “eventuali” mica tanto – ma varie sì.

Cominciamo con un appuntamento di Borgocultura. Sabato 11 si va alla scoperta dell’identità (quasi) perduta di Fiera Catena, storico e pittoresco quartiere mantovano. Perché una volta c’era il quartiere, questa sottocittà dalla personalità ben definita, dalla storia tutta sua, dal pronunciato senso di appartenenza. Poi in molte città questa suddivisione più affettiva che altro si è sciolta, e i quartieri hanno perso la loro rilevanza. Però nulla impedisce di andarne a riscoprire l’atmosfera e la storia, giusto? Soprattutto quando si ha per guida un indigeno del quartiere stesso – Silvio Scardovelli, storica guida mantovana e appassionato nativo di Fiera Catena. Se l’idea vi stuzzica, i particolari li trovate qui.

Lunedì 13, invece, si apre il sipario sui Lunedì del D’Arco – e comincio io, con Anna Bianchi, Diego Fusari e Adolfo Vaini. In Shakespeare & Co. racconteremo la tensione di ispirazioni, influenze ed echi incrociati fra Shakespeare e Marlowe. Lo faremo evocando le storie e i personaggi dell’uno e dell’altro – dai primi passi sulla scena londinese fino ai giorni nostri, perché questa è una vicenda di secoli… e a ben pensarci, se Will e Kit non si potevano soffrire (come io sospetto fosse il caso) dev’essere una lunga, lunga beffa ritrovarsi così inestricabilmente connessi per tutta la vita e poi anche in morte, ed esserlo ancora quattro secoli e rotti più tardi. A suo modo, questa sarà una storia di fantasmi. E una storia di teatro, naturalmente. E una storia di temperamenti così diversi da essere, alla fin fine, le due facce di una stessa medaglia. E poi una storia di ossessioni, di bizzarrie, di omicidi, di prudenza e d’imprudenza… Sì, decisamente una storia di fantasmi – un po’ come in Entered from the Sun:  Abbiate pazienza con noi, spiriti. Parlateci. Parlate attraverso di noi

LocSh&Co.

Martedì 14, infine, torna Ad Alta Voce – non, non, non un gruppo di lettura. La formula è la stessa: c’è un tema, ci si riunisce, si legge – ad alta voce, of course. Chi lo desidera, si porta qualcosa – un assaggio di un romanzo, una poesia, un articolo, il testo di una canzone… se ha a che fare con il tema e si può leggere, è perfetto. Non avete idea delle diverse interpretazioni, dei deversi tagli, delle diverse sfaccettature, dei diversi colori che può assumere un tema qualsiasi, visto attraverso questo prisma di carta e di voci. Martedì cominciamo con “Lettere & Diari” (una maniera affascinante di raccontar storie). A novembre proseguiremo con La Forza della Natura. E vogliamo scommettere che l’appuntamento decembrino con “Profumi, Musica, Colori” riuscirà a prendere qualche sfumatura natalizia? E poi a gennaio leggeremo “Di Arti e di Mestieri”…
E poi abbiamo altri piani – ma ne riparleremo nel Quindici, volete?
Oh, ed essendo questo l’anno che è, AAV rende un piccolo tributo a Shakespeare&Marlowe: fino a dicembre, ogni incontro avrà un Angolo Elisabettiano: qualcosa di legato al tema, preso da uno dei festeggiati.

AAV14Ecco qui. Vi aspetto?

 

Ott 3, 2014 - elizabethana, teatro    No Comments

I Lunedì Del D’Arco 2014: Shakespeare 450

WSVi avevo detto, forse nemmeno una volta sola, che i Sonettini erano in arrivo, giusto? La versione piccina de L’Uomo dei Sonetti, quella potata, quella provvisoria in vista della faccenda per intero… Ebbene sì – ottobre torna e i Lunedì rimena, e con i Lunedì arrivano i Sonettini – e, udite-udite, ad arrivare non sono soltanto loro…

Lunedì14E in particolare…

Lunedì14b

E per particolari sull’intera rassegna, potete scaricare qui il pieghevole in pdf.

Emilia

EmiliaPerché l’altro giorno a Londra, al Victoria & Albert Museum, a un certo punto mi sono trovata davanti alla miniatura di Nicholas Hilliard che potrebbe essere l’unico ritratto esistente di Emilia Bassano – forse la Signora Bruna dei Sonetti.

E perché le cose cominciano a ad avviarsi in modo molto soddisfacente per L’Uomo dei Sonetti – vi farò sapere.

E perché sono un tantino… come dire? Shakespeare-lagged. E anche Marlowe-lagged. Anche di questo parleremo.

E perché mi piace la voce di Tom Hiddlestone.

E buona domenica a tutti.

E, se passi di qui, buon compleanno, P.

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