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Piccolo Bollettino Generale

draft announcingAllora, ricapitoliamo, volete? Una volta consegnato il Serpente è arrivato il momento di quella che, se tutto va bene, sarà l’ultima e definitiva stesura del romanzo.

La Terza Stesura.

No, non c’è un contaparole, perché questa volta non funziona così. Sto asciugando, per cominciare, e assottigliando, e potando, e sfoltendo, e tagliuzzando, e sfrondando, e snellendo – e quindi un contaparole sarebbe di scarso aiuto. Magari lo sarà di più quando inizierò ad aggiungere le scene che ho lasciato indietro nella seconda stesura… Potrei forse organizzare uno di quegli arnesi che, anziché le parole, contano i capitoli. Questo magari sì, perché sto procedendo capitolo per capitolo… Non in ordine – perché mai in ordine? Ieri ho lavorato sul quinto capitolo, oggi sul secondo, domani ancora un po’ di secondo e poi il terzo entro la fine della settimana. Il quarto è già a posto. Sentite: sul campo ha più senso di quanto possa sembrare dalla descrizione – e ad ogni modo potrei davvero aggiungere un contacapitoli.

Ma in fondo è lo stesso. Quel che importa è che va piuttosto bene. Per lo più si tratta di aggiustare e potare. Ho eliminato qualcosa, girato come un guanto qualcos’altro, non ho ancora deciso che fare dell’abominevole William Bradley (tre o quattrocento parole…) e in questa stesura il protagonista litiga molto di più con suo fratello. Nel complesso: so far, so good.

Nel frattempo ci sono in corso altre cose, naturalmente. Draft

1) Il Project F. Questo è una traduzione… Una terrificante traduzione con secondi fini di natura teatrale. Dico che è terrificante perché sotto molti aspetti è un sogno che si realizza, ma mi rendo conto di essermi assunta un compito dannatamente complicato – e per di più me lo sono assunto da miscredente. Quante volte ho detto di non avere un briciolo di fede nella traduzione letteraria? Ebbene, eccomi qui, ma non è come se fossi convertita o nulla del genere. Sono quei secondi fini che vi dicevo e nient’altro. È una traduzione strettamente mirata, e con l’intenzione di riprodurre una serie di idee e condizioni, più che altro… Ma basta così. Dopo tutto, se fosse facile forse non ne varrebbe la pena, giusto? Vi farò sapere.

2) L’editing. Un editing in Inglese che promette molto bene. Su un tipo di testo diverso dal consueto. Non sono certa di avere una zona di sicurezza in fatto di editing, e di sicuro, se ne avessi una, tutto questo è troppo piacevole per poterlo considerare un’escursione… Ma di sicuro è qualcosa che non ho mai fatto prima, à la Colazione da Tiffany – e ciò è bello e anche istruttivo.

3) BJ è un racconto. Quasi quattromila parole. Non ne sono affatto insoddisfatta, tanto che mi piacerebbe mandarlo a un concorso di una certa importanza. Peccato che il concorso accetti testi fino a 2500 parole. E duemilacinquecento sono meno di quasi quattromila. Un bel po’ di meno. Quindi sto cercando di capire se vale la pena di provarci. Se posso ridurre BJ alle dimensioni necessarie senza danneggiarlo irreparabilmente. Per ora sono alla fase potatura – con risultati modesti. La settimana prossima comincio a rimuginare su eventuali amputazioni.

Ecco, più o meno è così che funziona. Poi ci sono gli altri lavori, le traduzioni di saggistica, le revisioni, e le idee di tre plays – una vecchia, una nuova e una di mezz’età – che strillano Scrivimiscrivimiscrivimi… Ma quello per ora è rumore di fondo.

More to come. E sarà bene che torni al lavoro.

Il Bardo & Gian Burrasca

GianB 1In una quinta elementare qui attorno avevano iniziato a leggere Il Giornalino di Gian Burrasca – con scarsa soddisfazione degli implumi, scoraggiati dal linguaggio antiquato.

Salta fuori allora che esiste una… versione? Traduzione? Retelling? Mah… diciamo che esiste Gian Burrasca in linguaggio d’oggidì. La maestra ci riprova e… buona la seconda. Gli implumi leggono Vamba tradotto, e ci trovano un gran gusto. Sipario.

Intanto, Oltretinozza, il prestigioso Oregon Shakespeare Festival commissiona a 36 autori teatrali altrettante traduzioni – their own words – di opere shakespeariane in Inglese più o meno contemporaneo… qui un finale ancora non c’è, perché il progetto PlayOn! è ancora in corso. L’idea dell’OSF è quella di mettere in scena le “traduzioni” accanto agli – e non al posto degli – originali e, come era scontato che accadesse, accademici, teatranti vari e spettatori potenziali si dividono in fazioni con una certa ferocia.

È presto per dire, e bisognerà vedere le reazioni del pubblico americano a PlayOn! – ma Gian Burrasca e il Bardo tradotti sono una faccenda interessante e allarmante al tempo stesso.

Non mi metterò a strillare allo scandalo e al sacrilegio* e la prenderò invece da un altro lato. Che la prospettiva storica sia una questione vastamente negletta non è una novità di oggi. Ogni singola “modernità” ha mostrato più interesse nel rileggere il passato alla luce di sé stessa che nel capirlo nel suo contesto. Why, Shakespeare stesso dava ai suoi antichi Romani linguaggio, mentalità e comportamenti elisabettiani. È l’umana natura – un misto di bisogno di identificazione, appropriazione culturale e spudorata pigrizia. PlayOn

Shakespeare in particolare sembra avere stimolato ogni genere di rimaneggiamenti attraverso i secoli. C’è sempre qualcuno convinto di potere o dovere dare una sistematina alle sue opere, per amore della spettacolarità, della simmetria, dell’ordine, della logica, del buon gusto, del pudore, del costume dei tempi… È, a suo modo, un segno della vitalità dello zio Will. Tutti hanno l’aria di dire “È nostro!” in modi che sono raccapriccianti dal punto di vista filologico, ma molto rivelatori e, alla fin fine, molto affascinanti.

E mi viene da pensare che l’appropriazione shakespeariana (e vambiana) del XXI secolo abbia nome “fretta”. In fondo è una cifra dei nostri tempi: tutto va afferrato e goduto subito, giusto? Subito e con il minore sforzo possibile. Che si debba sudare un pochino per godere di qualcosa fa storcere la bocca. Se bisogna aspettare, fare qualche sforzo, guadagnarsi qualcosa un po’ per volta – odds are che si perda interesse e si vada a cercare altrove. Qualcosa di più facile.

easy-buttonEcco, più facile. È questo il nocciolo allarmante di PlayOn! e del Vamba per i Fanciulli d’Oggidì: la possibilità che la facile accessibilità di queste versioni finisca per scalzare gli originali. Quanti, dopo avere visto un Riccardo III “tradotto”, dopo aver letto il Vamba ventunesimizzato, andranno a cercarsi gli originali? Potreste dirmi – lo dico anch’io – che nel caso di Gian Burrasca non è poi così grave. Vero, di per sé. Nessuno sarà spaventosamente impoverito per non avere letto la prosa originale di Vamba – ma il punto è un altro. L’implume che, dopo avere storto il naso sul linguaggio difficile, legge con soddisfazione la traduzione facile, ci avrà guadagnato qualche risata, ma avrà perso l’occasione di imparare ad accostarsi  a un linguaggio diverso dal suo. Se va bene ne avrà altre – ma il precedente gli avrà insegnato che non è necessario. Che c’è un modo più facile – e quindi perché faticare a capire che cosa dicevano nel 1912, come lo dicevano e magari perché lo dicevano in quel modo?

In qualche modo, tradurre Vamba mi sembra persino più grave che tradurre Shakespeare. Sono tentata di vederci il sintomo di qualcosa di peggio. Perché tradurre Vamba in realtà non ha altre giustificazioni. Potete difendere PlayOn! dicendo che è un tentativo di riprodurre l’immediatezza fra scena e pubblico che era l’esperienza quotidiana dei theatre-goers elisabettiani. Potete dire che l’OSF fa quello che hanno fatto Tate, Davenant, Pope, Garrick, i Lamb e i Bowdler – e sperare che passi come sono passati gli altri. Potete meditare su traduzioni in Inglese e traduzioni in altre lingue**… Potete fare un sacco di cose con le traduzioni di Shakespeare – ma Vamba? A che serve tradurre Vamba, se non ad offrire ai fanciulli una via “più facile”, sanzionata dalla scuola?

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* E qui parlo di Shakespeare, ovviamente. Non so voi, ma con la profanazione dell’opera di Vamba sento di poter convivere.

** Una delle meraviglie delle traduzioni shakespeariane di Quasimodo non è forse proprio quella certa atemporalità del linguaggio? Dovremmo considerare solo le traduzioni in Italiano cinquecentesco? Sarebbero praticabili dal punto di vista teatrale? Domande, domande, domande…

 

Al Tempo in cui la Peste Filava

Rant ahead, vi avverto.

O forse non è nemmeno un rant – più che altro una sconsolata considerazione…

anno-nuovoA volte capita che vi augurino un prosperoso anno nuovo – e voi, considerando i chiletti che avete messo su durante le feste, siete tentati di domandarvi se l’auguratore stia facendo dello spirito… E invece no, nella maggior parte dei casi è solo che l’auguratore non distingue fra “prosperoso” e “prospero.”

Ed è già abbastanza doloroso così – e naturalmente non avete cuore di correggere il benintenzionato, così ringraziate e sorridete, ingoiando tant0 l’ilarità quanto la lieve amarezza…

Poi vi capita di riprendere in mano un libro, e di doverne leggere un pezzo ad alta voce in pubblico – e notate per la prima volta che il traduttore (che pure in generale ha fatto un buon lavoro) ci è caduto a sua volta, e a Pera i Genovesi hanno un prosperoso quartiere commerciale.

E lì per lì v’interrompete con un sussulto, e scoppiate a ridere, e fate ridere il vostro pubblico – ma in

Talmente prosperosa che è grande quasi come mezza Città...

Talmente prosperosa che è grande quasi come mezza Città…

realtà ci risiamo, ed è doloroso. Molto più doloroso degli auguri di buon anno, perché un traduttore, cielo benedetto, è qualcuno che con le parole, con la precisione semantica, con la differenza tra una parola e l’altra, ci lavora tutti i giorni, e ci vive, e ci respira. E sì, vi dite che che lo svarione è sempre in agguato, che ci si distrae, che l’originale inglese, prosperous, è un’autostrada a quattro corsie verso il disastro… D’altra parte, il libro è stato tradotto e pubblicato decenni orsono, quando si supponeva che le case editrici (e questa è – o almeno era – una casa editrice seria) facessero passare un testo sotto più di un paio d’occhi professionali prima di mandarlo in stampa… E invece nessuno se n’è accorto, e Pera è diventata un prosperoso quartiere commerciale.

E sì, è una perla editoriale come tante altre – ma per essere sinceri, vi viene la tentazione di mettervi a un angolo di strada trafficato e fermare i passanti e chiedere loro la differenza tra prospero e prosperoso – e avete ogni genere di sconfortanti misgivings in proposito.

Poi vi dite che siete dei terribili snob – e per un po’ vi domandate se questo debba rinfrancarvi, finché non sentite un telegiornalista confondere le file e le fila… E non è come se fosse la prima volta che capita. Sarà pur vero che, a suo tempo, la televisione ha insegnato l’Italiano agli Italiani, ma si direbbe che abbia abdicato un tantino al compito, a giudicare dalla frequenza di gente televisiva

Attenti alla peste...

Attenti alla peste…

cui pare che le file (dell’esercito)* e le fila (della situazione) siano allegramente intercambiabili…  Adesso non mi trattengo dal citare una reminiscenza ginnasiale: “La peste filava tra le strisce dell’esercito imperiale”, disse una volta qualcuno che non avrebbe dovuto dire nulla del genere – ma questo scampolo di glorioso nonsense era chiaramente un lapsus, mentre fila/file è uno scivolamento per disinteresse, temo.

Perché questa – questa è la cosa più dolorosa di tutte. Molto, molto peggio di prospero/prosperoso: la sensazione che a un sacco di gente non interessi poi troppo che le file non siano le fila, e viceversa… Che non valga la pena di scoprire e imparare la differenza. Che sia più o meno lo stesso. Più o meno.

E ve l’avevo detto: è tutto molto sconsolato. È una forma (non letale) di peste che striscia tra le file italofone. O forse fila fra le strisce – in fondo è più o meno lo stesso, giusto?

 

Giu 3, 2015 - lostintranslation, Poesia    No Comments

Febbre di Mare

3923894215_20aa1d139f_oSiccome sono al mare, e siccome pur avendovi parlato di John Masefield non credo di avervi mai messi a parte di Sea Fever, lo faccio adesso:

In Inglese…

I MUST go down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a gray mist on the sea’s face, and a gray dawn breaking.

I must down go to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way, where the wind’s like a whetted knife;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.

E traduzione funzionale:

Devo tornare al mare. Il mare solitario e il cielo,
E non chiedo altro che una nave a vela, e una stella per orientarmi,
E lo scatto del timone, e il vento che canta, e il tremito della vela,
E la grigia foschia sul volto del mare, e lo spuntar dell’alba grigia.

Devo tornare al mare, perché la marea mai ferma chiama
Ed è un richiamo alto e selvaggio a cui non si resiste.
E non chiedo altro che un giorno di vento, e nuvole in volo,
E l’aria fitta di gocce e spuma, e il richiamo dei gabbiani.

Devo tornare al mare, alla vita errante da gitano,
La via del gabbiano, la via della balena, dove il vento è un coltello affilato.
E non chiedo che una storia raccontanta da un altro allegro vagabondo,
E un sonno quieto  e buoni sogni quando sarà tutto finito.

In realtà avevo già tradotto – e decisamente meglio – questa poesia ai tempi di Acqua Salata e Inchiostro, ma naturalmente adesso non ho il testo al seguito, per cui per ora accontentatevi di questo. Appena torno a casa modifico.

E avrei potuto fare questo post a casa, vero? Sì, avrei potuto, ma mi è preso l’uzzolo di farlo qui, dove girandomi appena posso vederlo davvero, il mare .

Occorre considerare che Masefield, da giovanissimo allievo sottufficiale nella Merchant Navy, fece un viaggio transatlantico e mezzo e poi disertò perché soffriva di nausee così terribili e paralizzanti che non era certo di sopravvivere a un’altra traversata arrampicato a riva. Lì terminò la sua carriera navale, e quando scrisse Sea Fever non vedeva una nave da almeno quindici anni – né l’avrebbe vista più. E allora ecco questa poesia diventa una specie di inno per tutti coloro che il mare lo amano più in teoria che in pratica.

Quelli che leggono storie di mare una dopo l’altra, e poi stanno male sul materassino. Quelli che, alla fin fine, il mare sono fatti per desiderarlo standosene a riva.

Idea Volante

GloE non lo so… Mi prude un uzzolo. Una di quelle idee – quelle cose per cui in realtà ci vuol più tempo di quanto ne abbia, e avrei potuto pensarci prima, e va’ a sapere. E tuttavia…

Devo meditarci con cura – ma intanto, a titolo di assaggio… Ricordate Rewards and Fairies – il seguito di Puck of Pook’s Hill? Ricordate la Regina Bess? Continuo a promettere che ne parleremo – e in effetti ne parleremo – ma intanto, come dicevo, a titolo di assaggio, perché non mettere qui uno scampolo di traduzione?

Il racconto è Gloriana, Dan e Una sono i piccoli protagonisti cui Puck il Folletto consente di incontrare… be’, la Storia d’Inghilterra – con tutte le maiuscole del caso. E la signora misteriosa… State a vedere:

 

Willow Shaw, il boschetto recintato dove ci sono i pali accatastati come tende indiane,  era il Regno di Dan e Una fin da quando erano piccoli. Crescendo erano riusciti a tenerlo privato e solo per loro. Persino Phillips, il giardiniere, li avvertiva prima di entrarci a cercare un palo per i suoi fagioli – e il vecchio Hobden non si sarebbe mai sognato di metterci le sue trappole da conigli senza permesso (permesso da rinnovarsi ogni primavera), né si sarebbe mai azzardato a rimuovere dal salice grande il cartello scritto a inchiostro indelebile che diceva “I grandi possono entrare nel Regno solo accompagnati.”

Quindi potete capire l’indignazione di Dan e Una quando, in un pomeriggio ventoso di luglio, mentre andavano a Willow Shaw con delle patate da arrostire alla brace, videro qualcuno che si muoveva tra gli alberi. Saltarono di furia la staccionata – lasciando cadere metà delle patate, e mentre le raccoglievano, Puck uscì da una delle tende indiane.

“Ah, sei tu, allora,” disse Una. “Pensavamo che ci fosse della gente.”

“Si vedeva che eravate arrabbiati. Si capiva dalle gambe,” rispose lui con un sorriso largo.

“Insomma, è il nostro Regno – a parte te, si capisce.”

“È un po’ per questo che sono qui. C’è una signora che vuole vedervi.”

“A che proposito?” domandò cautamente Dan.

“Oh, Regni e cose così. È una che se ne intende, di Regni.”

C’era una signora vicino alla staccionata, vestita con un mantello lungo e scuro che lasciava vedere solo le scarpe dai tacchi alti e rossi. Aveva la faccia coperta per metà da una maschera di seta nera, con le frange e senza occhialoni – ma non aveva per niente l’aria di un’automobilista.

Puck accompagnò i bambini da lei, e s’inchinò solennemente. Una fece, meglio che poteva, la riverenza che aveva imparato a lezione di danza. La signora fece a sua volta una riverenza bassa, lenta, che le fece gonfiare il mantello.

“Poiché sei, a quanto sembra, la Regina di questo Regno,” disse, “non posso far di meno che riconoscere la tua sovranità.” E si voltò di scatto verso Dan che la fissava. “E tu che hai in testa, ragazzo? E le buone maniere?”

“Stavo pensando a che riverenza meravigliosa avete fatto,” rispose lui.

La signora diede una risata un po’ stridula. “Così giovane e già un cortigiano. E tu sai qualcosa di danza, fanciulla – o dovrei dire Regina?”

“Ho preso qualche lezione, ma in realtà non so danzare per niente,” disse Una.

“E allora dovresti imparare.” La signora fece un passo avanti, come se volesse insegnarle all’istante. “Quando una donna è sola in mezzo a degli uomini o a dei nemici, danzare le lascia il tempo di pensare a come può vincere – o perdere. Una donna può lavorare soltanto in quella che agli uomini sembra l’ora dello svago. Ah!” Sospirò, e sedette sull’arginello.

Il vecchio Middenboro, il pony che tirava la falciatrice, venne trotterellando attraverso il pascolo e si appoggiò alla staccionata con aria malinconica.

“Un grazioso Regno,” disse la signora, guardandosi attorno. “Ben difeso. E come lo governa la tua Maestà? Chi è il tuo Ministro?”

Una non capiva bene. “A quello non ci giochiamo,” disse.

“Giocare?” la signora levò le mani con una risata.

“È di tutti e due insieme,” spiegò Dan.

“E non litigate mai, giovane Burleigh?”

“Qualche volta, ma non lo diciamo a nessuno.”

La signora annuì. “Io non ho marmocchi, ma so come si tengono i segreti tra Regine e Ministri. Oh se lo so, ay de mi! Ma, senza mancar di rispetto alla presente Maestà,  questo regno mi sembra piccolino, una preda facile per uomini e bestie. Per esempio,” e indicò Middenboro, “quel vecchio cavallo là, con quella faccia da frate spagnolo – non sconfina mai?”

“Non ci riesce. Il vecchio Hobden ci chiude tutti i passaggi,” disse Una, “e noi gli lasciamo prendere i conigli nel bosco.”

La signora rise come un uomo. “Capisco! Hobden si piglia i conigli, e vi tien salde le vostre difese. E lui ci guadagna, con i conigli?”

“Non gliel’abbiamo mai chiesto,” disse Una. “Hobden è un nostro grande amico.”

“Oh senti-senti!” esclamò stizzosamente la signora. Poi rise. “Ma dimentico che è il vostro regno. Una volta conoscevo una signorina che ne aveva da difendere uno più grande di questo – e nemmeno lei faceva domande ai suoi uomini, fintanto che le tenevano chiusi i passaggi nelle staccionate.”

“Anche lei cercava di coltivare dei fiori?” chiese Una.

“No, degli alberi. Alberi fatti per durare. I suoi fiori appassivano tutti. “ La signora appoggiò la guancia su una mano.

“Succede, se non li si cura bene. Noi qualche fiore l’abbiamo. Vi piacerebbe vederli? Ve ne raccolgo un po’.” Una corse alla macchia d’erba alta nell’ombra dietro la tenda indiana e ritornò con una manciata di fiori rossi. “Visto che belli?” disse. “Sono Malcolmie della Virginia.”

“Virginia?” la signora li sollevò all’altezza della frangia della sua maschera.

“Sì, è da lì che vengono. La vostra signorina non ne ha mai piantati?”

“No, lei no – ma i suoi uomini si avventuravano per tutta la terra a raccogliere e piantare fiori per la sua corona. Pensavano che lei ne valesse la pena.”

“Ed era così?” domandò allegramente Dan.

Quien sabe? Chi lo sa? Ma almeno, mentre i suoi uomini faticavano in terre lontane, lei faticava in Inghilterra, così che avessero un posto sicuro in cui tornare…”

 

…E naturalmente prosegue – e per essere una storia per bambini è singolarmente dura, con Elisabetta che discute del peso della corona e delle dure necessità associate… Ma seguito a dire che Kipling è un autore a bassissimo tasso di saccarina.

Magari andrò avanti – non so. Molto dipende dalla mia capacità di resistere agli uzzoli e – francamente – dall’insonnia. Staremo a vedere, eh?

Lo Specchio

R&FSapete che cosa succederebbe se vi pungesse vaghezza di cercare in rete qualche poesia di Kipling tradotte in Italiano? No? Be’, ve lo dico io: trovereste una fila di traduzioni di If, una o due traduzioni di The White Man’s Burden – e basta.

Vale a dire Se, conosciuta come “la lettera al figlio” – la poesia che generazioni di rimandati a settembre hanno ricevuto a titolo di consolazione da qualche genitore, fratello, sorella, parente o amico – e Il Fardello dell’Uomo Bianco, cioè i versi che tanti citano senza conoscerli, per provare che Kipling era un bieco razzista.

Insomma, ci risiamo: l’autore per fanciulli, oppure il malvagio imperialista – e da lì è difficile uscire.

Vuol dire che, nel corso dell’anno, proveremo a riparare un pochino, mettendo qui una poesia ogni tanto, con una… be’, chiamiamola una traduzione funzionale, volete? Perché di poesie Kipling ne ha scritte ben più di due. Ne ha scritte un sacco. Tra l’altro, aveva l’abitudine di premetterne una a ogni racconto in molte delle sue numerose raccolte, e il rapporto tra poesia e racconto di solito è interessante, perché l’una getta una luce leggermente diversa sull’altro, e l’altro racconta un possibile lato della storia sottintesa nell’una.

Stasera cominciamo con The Looking-Glass, ovvero Lo Specchio – che fa da epigrafe al racconto Gloriana, tratto da Rewards and Fairies.

Prima il testo originale, sottotitolato A Country Dance – cioè Una Danza Campagnola:

Queen Bess was Harry’s daughter. Stand forward partners all!

In ruff and stomacher and gown
She danced King Philip down-a-down,
And left her shoe to show ‘twas true –
(The very tune I’m playing you)
In Norgem at Brickwall!

The Queen was in her chamber, and she was middling old.
Her petticoat was satin, and her stomacher was gold.
Backwards and forwards and sideways did she pass,
Making up her mind to face the cruel looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As comely or as kindly or as young as what she was!

Queen Bess was Harry’s daughter. Now hand your partners all!

The Queen was in her chamber, a-combing of her hair.
There came Queen Mary’s spirit and It stood behind her char,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will stand behind you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As lovely or unlucky or as lonely as I was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now turn your partners all!

The Queen was in her chamber, a-weeping very sore.
There came Lord Leicester’s spirit and It scratched upon the door,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will walk beside you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass,
As hard and unforgiving or as wicked as you was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now kiss your partners all!

The Queen was in her chamber, her sins were on her head.
She looked the spirits up and down and statelily she said: –
“Backwards and forwards and sideways though I’ve been,
Yet I am Harry’s daughter and I am England’s Queen!”
And she saw her day was over and she saw her beauty pass
In the cruel looking-glass, that can always hurt a lass
More hard than any ghost there is or any man there was!

E adesso, traduzione:

Bess regina era figlia di Harry. Avanti, ballerini!

In abito, gorgiera e pettorina
Danzò con Re Filippo, tra-la-la,
(Questa stessa melodia!)
E per prova lasciò una scarpetta
A Brickwall House, a Norgem.

La Regina era nella sua stanza ed era vecchiotta,
In sottoveste di raso e pettorina d’oro,
E indietro e avanti e di qua e di là camminava,
Prima di decidersi a guardare nello specchio crudele,
Lo specchio crudele che non mostrerà mai più
La fanciulla graziosa e gentile e giovane che fu.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, datevi la mano!

La Regina era nella sua stanza, occupata a pettinarsi
E lo spirito della Regina Maria venne a mettersi dietro la sua sedia,
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io staro qui dietro finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che non mostrerà mai
La bella fanciulla infelice e solitaria che io fui.”

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini giratevi attorno!

La Regina era nella sua stanza e piangeva forte
E lo spirito di Lord Leicester venne a grattare* alle porte.
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io camminerò con te finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che mai non mostrerà
Una fanciulla più dura e inflessibile, e piena di crudeltà.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, baciatevi adesso!

La Regina era nella sua stanza, e si sentiva i suoi peccati sul capo.
Guardò per bene gli spiriti e, a testa ben alta, disse:
“Indietro e avanti e di qua e di là cammino,
Ma son figlia di Harry, e Regina d’Inghilterra!”
Così guardò nello specchio – e quel che d’altro c’era –
E vide che il suo tempo era al termine, e la sua bellezza svaniva
Nello specchio crudele, sempre capace di ferire una fanciulla
Più di ogni fantasma che sia o di ogni uomo che sia stato.

Ve l’avevo detto: traduzione funzionale e niente di più – e scommetto che la poesia non è quel che vi aspettavate. Un po’ si deve al fatto che quando vedo qualcosa di elisabettiano non resisto, e un po’ volevo introdurvi a una caratteristica di Kipling poeta e narratore: il gusto di giocare con forme e linguaggi. Qui Kipling voleva riprodurre andamento e colore di una ballata elisabettiana, per l’appunto, perché questo gli serviva. Altrove riproduce la parlata dei soldati semplici, il gergo anglo-indiano, la voce delle macchine – in una varietà notevole.

Di Rewards and Fairies parleremo presto, come di diverse altre raccolte.

_____________________________

* No, non è una cosa da fantasmi. Sono i pittoreschi tempi in cui, anziché bussare alle porte, si grattava.

Cominciamo

RKipling.jpgSì – cominciamo, volete?

Il 2015 è l’anno di Kipling. Milleottocentosessantacinque – Duemilaquindici fanno centocinquant’anni dalla nascita, e quindi quest’anno ne parleremo parecchio.

Rudyard Kipling, narratore angloindiano – nell’Ottocentesco senso di Inglese nato/vissuto in India, da noi è conosciuto poco e male. Per il Libro della Giungla, per Kim, per Se – e come bieco imperialista, razzista eccetera eccetera.

Ebbene, no.

Kipling amava l’India, ne era infinitamente curioso, la capiva. Certo, la capiva come un uomo del suo tempo e del suo contesto culturale, but still. E poi c’è altro. C’è l’Inghilterra con la sua storia, ci sono i viaggi, ci sono i miti, c’è il prezzo dell’arte, c’è la Prima Guerra Mondiale, c’è un po’ di steampunk, ci sono i fantasmi e i mostri marini, ci sono le navi, i treni, gli aerei, ci sono i soldati, i costruttori di ponti, la paura e la meraviglia…

Io il “vero” Kipling vi suggerirei di andarlo a cercare nei racconti, più che nei romanzi, e nelle poesie – al di là di Se. Ne parleremo, ne parleremo parecchio.

E a questo punto arriva la domanda sensata: dove si trova da leggere tutto ciò di cui parleremo?

Be’, in Inglese non ci sono particolari problemi. Una capatina al Project Gutenberg rivela una ricca pagina kiplingiana.

Ma in Italiano, o Clarina?

Ecco, qualche anno fa avevo messo insieme una Piccola Bibliografia Ragionata delle opere di Kipling tradotte in Italiano. È in formato PDF, così da poter essere scaricata, stampata, portata in libreria, spedita per posta elettronica o tradizionale, fatta circolare, piegata in barchette di carta, lanciata in mare in una bottiglia… a piacer vostro.

È divisa in quattro sezioni: Raccolte di Racconti, Racconti Singoli, Poesie, Lettere e Reportages. È ragionata, nel senso che i titoli riportano indicazioni di lettura. Naturalmente si tratta di opinioni. Ho volutamente omesso i romanzi e tutto ciò che ha a che fare con i Libri della Giungla, perché la mia tesi è che quelli sono fin troppo conosciuti. In fondo, l’idea di quest’anno è quella di scoprire il Kipling trascurato e sconosciuto, giusto? Per la stessa ragione, adesso che mi viene in mente, non troverete indicazioni sulle Storie Proprio Così. E per ora mi sono limitata alle edizioni posteriori al 199o, nella vaga speranza che siano ancora reperibili in libreria – ma questo limita molto la scelta. Come vi dicevo, Kipling in Italia è poco frequentato.

Mano a mano che parleremo di vari titoli, vi indicherò anche le edizioni precedenti – e magari le biblioteche in cui sono reperibili, nello spirito di un incoraggiamento al prestito interbibliotecario – ma in realtà la cosa migliore è e rimane leggere in originale. Anche perché francamente non conosco la maggior parte delle traduzioni segnalate (con un paio di eccezioni indicate). E a proposito, se e quando leggerete, indicazioni e commenti sulla qualità delle traduzioni saranno i benvenuti.

Enfin, ad ogni anniversario letterario io spero sempre in nuove traduzioni, nuove edizioni… L’esperienza mi ha insegnato che non sempre funziona così – ma come dice Carmen a Escamillo, sperare è sempre dolce e non è mai proibito. Cercherò di segnalarvi eventuali novità in proposito – ma voi fate altrettanto se vi capita qualcosa sotto gli occhi, volete?

E adesso… Kipling_ Bibliografia Ragionata.pdf

Buona lettura, e sappiatemi dire!

Nov 19, 2014 - lostintranslation, Poesia    No Comments

Traducendo la Tempesta

thomas-moran-approaching-storm-85446Allora… si discuteva di traduzioni, vero F. & M.? E ci si domandava come cambino, non cambino o possano cambiare le cose, non solo da originale a traduzione – ma da traduzione a traduzione.

E allora, a titolo di risposta, facciamo un piccolo esperimento con una poesia di Emily Dickinson, conosciuta come The Storm, ovvero La Tempesta.

Prima di tutto, Emily in persona (1883):

There came a Wind like a Bugle –
It quivered through the Grass
And a Green Chill upon the Heat
So ominous did pass
We barred the Windows and the Doors
As from an Emerald Ghost –
The Doom’s electric Moccasin
That very instant passed –
On a strange Mob of panting Trees
And Fences fled away
And Rivers where the Houses ran
Those looked that lived – that Day –
The Bell within the steeple wild
The flying tidings told –
How much can come
And much can go,
And yet abide the World!

Poi Emily secondo Margherita Guidacci (1947):

Il vento venne come un suono di buccina;
vibrò nell’erba,
ed un brivido verde nell’arsura
passò così sinistro
che noi sprangammo ogni finestra e porta
fuggendo quello spettro di smeraldo;
l’elettrico serpente del giudizio
guizzò allo stesso istante.
Strana folla di alberi affannati
e di steccati in fuga
e fiumi in cui correvano le case
Videro allora i vivi.
Dalla torre, impazzita la campana
Turbinava per un veloce annunzio.
Quante mai cose possono venire
e quante andare,
senza che il mondo finisca!

Emily secondo Giuseppe Ierolli (2002-2005):

Venne un Vento come di Buccina –
Vibrò attraverso l’Erba
E un Verde Brivido sulla Calura
Passò così sinistro
Che sbarrammo Porte e Finestre
Come per uno Spettro di Smeraldo –
L’elettrico Mocassino del Giudizio
Proprio in quell’istante passò –
Un’insolita Turba di Alberi ansimanti
E Steccati divelti
E Fiumi in cui correvano le Case
Questo vide chi era vivo – quel Giorno –
La Campana nella torre sconvolta
Le volanti notizie riferiva –
Quanto può venire
E quanto può andare,
Eppure il Mondo perdurare!

E infine, la montaliana Emily secondo Eugenio Montale (1945):

Con un suono di corno
Il vento arrivò, scosse l’erba;
un verde brivido diaccio
così sinistro passò nel caldo
che sbarrammo le porte e le finestre
quasi entrasse uno spettro di smeraldo:
e fu certo l’elettrico
segnale del Giudizio.
Una bizzarra turba di ansimanti
Alberi, siepi alla deriva
E case in fuga nei fiumi
È ciò che videro i vivi.
Tocchi del campanile desolato
Mulinavano le ultime nuove.
Quanto può giungere,
quanto può andarsene,
in un mondo che non si muove!

Cambiano tante cose. Cambia la musica, cambia la consistenza del linguaggio, cambia il colore… a riprova del fatto che leggere in originale e leggere in traduzione sono esperienze molto diverse – ma non solo: nessuna traduzione è uguale a un’altra.

Che ne dite, o Lettori? Quale preferite – e perché? Che cosa cercate in una traduzione – e in particolare in una traduzione poetica? Fedeltà? Atmosfera e colore? Sonorità? Andamento ritmico?La personalità del traduttore combinata con quella dell’autore?

Do tell.

 

Parliamo Di Pronuncia

L’esistenza della Pronunciation Unit della BBC l’ho scoperta negli anni Ottanta, da un articolo di Luca Goldoni pubblicato in una raccolta intitolata, se ben ricordo, Fuori Tema.

PronUnAll’epoca, diceva Goldoni, si trattava di una stanza in cui lavoravano quattro ragazzi armati di fax, telefoni e una parete di dizionari. Lo speaker, giornalista o conduttore che doveva pronunciare un nome straniero e non sapeva come, si rivolgeva alla PU, e ne riceveva rapidamente lumi. Quel che non si sapeva, si chiedeva.

Brillante nella sua semplicità, diceva Goldoni. Perché non dotare anche la RAI di qualcosa del genere? Perché lasciare la pronuncia delle parole straniere, nel migliore dei casi, all’iniziativa personale? C’era gente rigorosa come Lilli Gruber che, nel dubbio, telefonava al consolato rilevante. E poi c’era gente che improvvisava in criminale allegria – hence perle quali l’armistizio di Chèssibol – che, ironia delle ironie, in realtà non è nemmeno una parola straniera. Forse, se avesse avuto una Pronunciation Unit cui chiedere, il perpetratore si sarebbe accorto del disastro prima di commetterlo?

E questi erano gli anni Ottanta. Adesso come funziona?

Alla BBC la Pronunciation Unit c’è ancora – e ha, semmai, l’aria di essersi ingrandita. Partendo dall’assunto che le pronunce usate in BBC devono essere accurate e coerenti, uno staff di professionisti offre assistenza su tutte le lingue – gratuita anche per i produttori indipendenti che lavorano per la BBC. La faccenda è semplice: il giornalista o produttore (interno o esterno) presenta la sua richiesta per telefono, fax, posta o email – e riceve risposta a voce o per iscritto in uno a scelta tra due alfabeti fonetici. In alcuni casi, è possibile avere anche un file audio – e tutti pronunciarono felici e contenti.

Da noi? Oh, non so. DOP

Dal 1969 la RAI pubblica il DOP, Dizionario di Pronunzia e Ortografia, che trascrive foneticamente una quantità di parole italiane e qualcuna straniera. Dal 2008 ne esiste una versione online, dotata di file audio per la pronuncia standard di base toscana, o fiorentino emendato – con qualche margine di manovra per le varianti storiche e geografiche. Dopo sei anni, tuttavia, il sito si presenta ancora come “provvisorio e incompleto”. Ho provato a giocherellare un po’, e ho costatato che molte espressioni straniere, anche quelle di uso più giornalisticamente quotidiano, mancano non solo di file audio, ma anche di indicazioni fonetiche. Va un po’ meglio per i nomi geografici, ma quelli storici sono lasciati all’immaginazione.

Quindi, qualunque sia il suo uso, il DOP non copre le funzioni della Pronunciation Unit di cui pure, a giudicare dalla desolante ricorrenza di piccole gioie come uèlfar, mùntan baik, giobà(c)t e tante altre, ci sarebbe un gran bisogno. O forse magari c’è, solo che non sono riuscita a trovarne traccia… né in rete né nella qualità generale della pronunzia targata RAI. E non parlo di Sanscrito, Swahili o Kirghizo: almeno l’Inglese, almeno le principali lingue europee… non sarebbe bello che chi parla per conto del servizio pubblico le pronunciasse decentemente?

E dire che non costerebbe molto… basterebbe cominciare in piccolo, come alla Beeb* si faceva trent’anni fa: una stanza, quattro ragazzi, una parete di dizionari, qualche computer – e una linea guida: la pronuncia usata in RAI deve essere accurata e coerente.

Eh.

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* Intanto, nulla impedisce che dell’esperienza e dello spirito di servizio della BBC possiamo beneficiare noi, con cose come questi Pronunciation Tips, piccola guida alla (marzianissima, lo ammetto) pronuncia inglese, completa di esempi audio e video, un po’ di teoria, esercizi, test e approfondimenti.

 

Sul Crinale Tra Due Lingue

LocVirgdArco12Quando ho letto questo post su Karavansara, mi sono ricordata della prima, infelicissima stesura di Di Uomini E Poeti.

Sapevo che genere di storia stavo scrivendo, sapevo dove volevo andare a parare, e avevo le idee chiare sul tipo di tono che mi serviva. Solo che non funzionava, non funzionava e non funzionava a nessun patto. La storia più o meno c’era, ma i dialoghi… oh, i dialoghi. Gonfi, rigidi, un tantino arcaici- e così maledettamente seri…

Li provavo ad alta voce, e mi veniva da piangere. Li immaginavo con le voci degli attori, ed era una cosa da sbattere la testa contro il muro.

Infelicità completa.

Anche perché non è come se, in teatro, i dialoghi fossero qualcosa su cui si può sorvolare. Eppure, lo ripeto: avevo perfettamente chiaro il tono che ci voleva – a mezza via tra Robert Bolt e George Bernard Shaw, quella specie di naturalezza amarognola, con le voci ben distinte e, qua e là un lampo di ironia…

E dunque immaginate la Clarina che fissa corrucciata lo schermo, si morde il labbro inferiore e comincia a pensare di avere commesso un errore maiuscolo nell’accettare questa commissione – finché…

Folgorazione!

“E se lo scrivessi in Inglese?”

E adesso figuratevi la Clarina che scrive indefessa e sollevata. Nel giro di un giorno e una notte, la prima stesura era finita – e funzionava molto, molto, molto meglio, e i dialoghi scorrevano, e le voci, e il tono, e tutto era come doveva essere.

Peccato che per metà fosse nella lingua sbagliata, e peccato ancor più maiuscolo che a funzionare fosse soltanto la metà scritta nella lingua sbagliata. Cominciava proprio a sembrare che la mia folgorazione non fosse stata poi delle più brillanti… Ma alla fin fine non c’era molto da fare, se non ricominciare daccapo e riscrivere anche la prima parte – in Inglese. Non tradurre, badate, ma riscrivere – col risultato di ritrovarsi con una stesura e mezza, tutta nella lingua sbagliata. E poi la traduzione, perché non incomprensibilmente committente e compagnia si aspettavano un atto unico in Italiano. E poi le stesure successive. E poi le prove, e poi il debutto, e poi la pubblicazione, e poi il resto più o meno lo sapete.

E però…

Nonostante tutto, il finale di questa storia non è, temo, terribilmente incoraggiante. Almeno da un punto di vista linguistico. Perché resta il fatto che la versione inglese continua a piacermi più di quella tradotta, e il tono che andava così bene in originale, nella traduzione ha perso smalto. I dialoghi son tornati a irrigidirsi un po’, l’ironia è evaporata un nonnulla… è come se non riuscissi a scrivere di Virgilio e di Eneide in Italiano senza ritrovarmi addosso una patina di arcaismo e seriosità.

Scrivere il play in Inglese è stato di qualche soddisfazione. Scriverlo in Inglese e poi tradurlo in Italiano è stato un esercizio un nonnulla frustrante e, in definitiva, di incompleta utilità. Certo, le cose sono migliorate attraverso i passaggi – ma non quanto avrei voluto, e comunque ho mandato in scena una traduzione.

Che devo dire? Da un lato, non è da oggi che voglio rimettere mano a Di Uomini E Poeti – e presto o tardi lo farò. Dall’altro, comincio a pensare che abitare writing-wise sul crinale tra due lingue non sia la più confortevole né la meno frustrante delle soluzioni.

 

 

 

 

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