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Un Regno per Scenario – ovvero, lo Spirito dei Luoghi

 

2PTeresianaParlavamo qualche tempo fa del potere degli oggetti di scena, vero?

Ebbene, Il Testamento di Virgilio alla Teresiana, sabato pomeriggio, mi ha ricordato con una certa energia che il potere dei luoghi non è affatto da meno. E questa volta non sto pensando ai luoghi ricreati dallo scenografo – quella è un’altra faccenda. No, ho in mente i luoghi in cui si recita.

I teatri prima di tutto, s’intende. I teatri sono luoghi deputati a contenere rappresentazioni, pensati e costruiti per essere funzionali a quella specifica attività – e fin qui siamo tutti d’accordo. Poi ci si può dividere sul fatto che alcuni teatri siano più teatri di altri, o quanto meno su quali lo siano di più. A volte è una questione di antica tradizione, a volte invece di atmosfera, consuetudine, pubblico, chimica – o magari di quelle cose che ci sono in cielo e in terra, più che in tutta la filosofia. E immagino anche che per lo più sia una questione molto soggettiva.

Per dire, adoro la Scala, Covent Garden, L’Opera di Roma e quella di Vienna e, contro ogni aspettativa, l’Arcimboldi, mentre l’Opera di Torino e quella di Firenze mi lasciano freddina, e detesto di cuore l’Opernhaus di Zurigo – nonostante ci abbia visto un magnifico Onegin. Ricordo con affetto il New Theatre di Cardiff e il Noël Coward a Londra, e al Romano di Verona sono ambientati alcuni tra i miei più meravigliosi e miliari ricordi teatrali.3750945359

Posso soltanto immaginare che funzioni come, in piccolo, funziona per me con tre teatri di Mantova e Provincia: il Bibiena è bellissimo a vedersi, in teoria una cornice perfetta per quasi tutto – ma non posso  e non ho mai potuto fare a meno di trovarlo un pochino freddo. Il Teatro all’Antica di Sabbioneta è un altro posto incredibile – ma ho due ricordi soltanto: un recital di lirica con un pubblico distratto e disattento, e un mio son-et-lumière con nessuno in platea se non genitori, zii, coniugi, figli e gente che ci eravamo portati da casa. Il posto era magnifico, ma ci sentivamo attorno la Sonnetscompleta indifferenza degli indigeni… Not nice. E poi invece il minuscolo Teatrino d’Arco, ricavato nelle scuderie di un palazzo, strettino e intimo, ha qualcosa-qualcosa. Sarà che palco e platea si guardano negli occhi sarà che è la sede di una storica compagnia e ne ha assorbito lo spirito… Potreste sospettare che io sia di parte, ma credo di non essere l’unica mantovana a sentire la differenza di temperatura teatrale e ideale tra il d’Arco e il Bibiena…Hannibal

E poi ci sono i posti fuori. Quelli che non sono, tecnicamente parlando, teatri – ma sono così perfetti, così ideali. Si fondono con il testo e con l’interpretazione, aggiungono colore e personalità… Ho avuto fortuna, e me ne sono capitati diversi. La Sala Teresiana, l’altra sera, con i suoi scaffali altissimi pieni di tomi antichi, la galleria, i globi del XVII secolo, le teche e i banchi… perfetto per questa storia di ciò che resta  scritto, e ciò che resta otherwise. E Shakespeare in Words nell’Esedra – che non solo è bella ma, essendo rinascimentale e classicheggiante, calza come un guanto alla Roma di Shakespeare. E, qualche anno fa, il Somnium Hannibalis alla Rotonda di San Lorenzo, che non ha richiami storico-ideali con il testo, ma è una cornice di bellezza straordinaria. E molti anni fa, un angolo di cortile in un collegio pavese, con una pergola d’uva e una porticina dalla ringhiera di ferro battuto, che sembrava fatta apposta per l’Uomo del Destino di Shaw…

13912691_10205166157872777_3639161210640259264_nPoi ci sono state le cose non fatte – più di tutto un certo cortile rinascimentale illuminato di taglio a luce ramata, con un palcoscenico per metà smontato. Se avessi potuto scegliere, se fosse stato sicuro, se tante cose – è lì che avrei voluto il mio Somnium. E  ci sono le cose che vorrei fare. Ormai amici e famigliari hanno imparato a riconoscere il luccichio matto che mi compare negli occhi alla vista di un posto, un cortile, uno scalone, una piazza, una facciata, una sala, un tratto di mura che secondo me…

“Sì, sì – teatro. Che meraviglia sarebbe farci qualcosa,” sospirano – e portano pazienza, perché sono rassegnati all’idea che è così che si diventa: si vedono storie e teatro dappertutto.

 

Lug 8, 2016 - anglomaniac, posti    2 Comments

Visit Britain by Train

TrainEEssendosi estate e il fine settimana incipiente e tutto quanto, magari siete in vacanza, o Lettori… *

E se invece non ci siete affatto, ecco uno di quei post vacanzieri in esplorazione di viaggi vicari e meraviglie della Rete. Questa volta è una faccenda di treni in Inghilterra. Prima una piccola reminiscenza: se qualcuno di voi ha studiato e/o vissuto a Pavia, chances are che sia andato almeno una volta a prendere il gelato o la cioccolata calda con lo zabaione da Cesare. Per i non Pavesi né pavesizzati, Cesare è una latteria cum gelateria in Corso Garibaldi,  che fa queste cose peccaminosamente buone… Ai miei tempi, se ci si voleva sedere per bagolare bevendo la cioccolata calda, c’era questa saletta con i tavolini e i poster ferroviari alle pareti.

Ah, bei tempi. È ancora così? Chissà… Non  vado a Pavia da secoli. O Pavesi, ditemi: è ancora così? trainD

Ad ogni modo, nostalgie a parte, i poster ferroviari inglesi sono una delizia di un genere tutto suo. Illustrati per essere attraenti, con i colori irreali e nostalgici di un toy theatre, promettono destinazioni idilliache: spiagge spensierate, campagna perfetta, castelli, cattedrali, paesetti e città incantate, treni che volano su viadotti audacissimi e reminiscenze storico-letterarie**…

Basta cercare “vintage British railway posters” su Google per tuffarsi a visitare questa Gran Bretagna che non solo non c’è più – ma forse non c’è mai stata – a bordo di treni dai nomi romantici come the Night Scotsman, The Queen of Scots o The Cornish Riviera Express.

Train1Qui invece ne trovate una buona raccolta suddivisa per contea.

Buon viaggio immaginario su e giù per l’Isoletta.

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* Io no. Debutto in arrivo per qualcosa di cui parleremo e, di conseguenza, proveproveprove.

** Forse il mio preferito è “Breezy Kent Coast – Caesar’s Choice!”

Qualsiasi

Mag 20, 2016 - posti, Storia&storie, tradizioni    No Comments

Palio!

PalioLogoSapevate che il Palio di Ferrara è il più antico del mondo?

Io l’ho scoperto di recente, dopo essere stata coinvolta nella faccenda… per iscritto e di persona.

Sabato sera Hic Sunt Histriones sarà a Ferrara per il Giuramento delle Contrade, ricreando il tempo e le storie di Ludovico Ariosto – soprattutto l’Orlando Furioso, di cui quest’anno ricorre il quinto centenario dalla pubblicazione. E ci sarò anch’io, che ho curato il testo in versi per la Corte Ducale – e non  vedo l’ora di vederlo rappresentato nella bella Piazza Municipale. E sfilerò nel corteo, nei meravigliosi panni di una dama della Corte Ducale… Anche di questo, confesso, non vedo l’ora. Palio_mesi_mese_di_aprile

Se siete dalle parti di Ferrara, perché non venite a vederci? Millecinquecento figuranti in costume, un Maestoso Corteo, poesia, musica, duelli e danze… Sarà un viaggio nel tempo, contrada dopo contrada,  fino al Rinascimento cortese dell’Ariosto… Direi che ci sono modi assai peggiori per passare un sabato sera di fine maggio.

Se volete informazioni, qui c’è il sito del Palio, e qui potete scaricare il programma. Meanwhile, Este viva!

 

Set 20, 2015 - musica, posti    No Comments

L’ultima volta che ho visto Parigi… ♫

ParisbwE dopo Londra, Parigi.

E il primo giorno a Parigi bisogna procurarsi un po’ di pioggia, giusto?

Ciò è ancora per via di F., che – dopo Londra, tengo a far notare – aveva in mente Parigi. E allora Parigi sia, con questa faccenda di gente che ci torna e non trova più la Parigi che ricorda – mais n’importe: quella Parigi è indelebile nei cuori di coloro che la amano…

E sì, tutto ciò è tra il malinconico e il sentimentale. E sinceramente il film da cui viene è molto peggio. Van Johnson, Elizabeth Taylor, polmonite… ricordate? Confesso che il film non lo posso soffrire – però la canzone è deliziosa, e poi la versione che vi propongo è cantata nientemeno che da un Thomas Hampson in gran spolvero:

Ed è da ascoltarsi guardando le immagini di questa bellissima bacheca Pinterest – che prende il titolo da un altro e ben più incantevole film ambientato a Parigi.

E buona domenica parigina.

Biblioteche

BibltEssendo cresciuta con la benedizione di una casa stracolma di libri, sono giunta alla tenera età di 23 anni senza essere mai entrata in una biblioteca per piacere. In biblioteca si cercavano i testi di studio che non si potevano o volevano comprare, e questo era quanto.

D’altra parte, alla pur bellissima Teresiana di Mantova, quando ero una ginnasiale timida e impressionabile, mi sentivo sempre lievemente in colpa, prim’ancora di avere fatto alcunché, tanta era la severità con cui il personale guardava gli studenti, questi vermicelli di terra, e questo non alimentava precisamente il piacere di leggere; e la biblioteca di Giurisprudenza a Pavia era funestata dalla presenza di una bibliotecaria la cui missione sembrava essere quella di piazzarsi nel punto da cui tutti la potevano sentire e ululare i fatti suoi per ore e ore ogni giorno, il che non era propizio alla concentrazione.

Il mio primo amore in fatto di biblioteche è stata la Humanities Library dell’Università del Galles, College of Cardiff. Dopo avere biblcappurato che la mia stanzetta nel pensionato poteva contenere un numero limitato di libri, ero dovuta correre ai ripari, e cercarmi una fonte di letture che potessi restituire una volta terminate. Confesso che alcuni libri li ho restituiti proprio malvolentieri, ma considerando che nel corso del mio anno Erasmus ho letto tutta Jane Austen, tutto Conrad, tutto Kipling, tutto Walter Scott (tranne The Heart of Midlothian), tutte le sorelle Bronte, tutto Forster, una buona quantità di Thackeray, Henry James, Dickens, le signore Gaskell e Radcliffe, George Eliot, Thomas Hardy, Hope e un certo numero di altri sparsi e vari, credo che i miei genitori mi siano stati grati di non avere comperato e poi spedito a casa tutto ciò. Tra l’altro, la HL era completamente informatizzata, ed era tutto così semplice, ragionevole, efficiente…

Poi, siccome è evidente che imparo con molta lentezza, sono dovuti passare altri due lustri e mezzo prima che trovassi una nuova biblioteca con cui fidanzarmi. Da qualche anno, tuttavia, sono felicemente accasata con la Biblioteca Baratta di Mantova, che è quasi una reincarnazione della HL in un edificio molto più bello: informatizzata, efficiente, tranquilla, provvista di personale disponibilissimo e capace… Ha anche l’aria condizionata e una macchinetta che vende piccole lattine di coca-cola ben fresca, dettagli da non disprezzare quando si passano molte giornate estive a fare ricerche bibliografiche.

biblbarattaOrmai ho imparato la procedura: cerco anticipatamente quello che mi serve  sul sito del Sistema Bibliotecario Nazionale, arrivo in biblioteca con il mio elenco di titoli e collocazioni, compilo le mie richieste ed è fatta. Se poi qualcosa proprio non c’è, esiste questa meraviglia, il prestito interbibliotecario. Ormai al Baratta mi conoscono. Sanno che me ne arrivo con richieste eccentriche di libri all’altro capo del continente o robe prestate per l’ultima volta nel 1934, oppure rastrello tutte le traduzioni disponibili di una data opera, oppure mi accampo lì per giornate inter prendendo in consultazione mezze dozzine di libri per volta… Ormai sono rassegnati a me, occasionalmente un pochino incuriositi, ma sempre, sempre sempre d’aiuto.

In realtà, di recente e dopo una lunga ristrutturazione, ho cominciato a riscoprire anche la Teresiana, dove le cose non sono più com’erano durante la mia impressionabile adolescenza… O forse sono io che sono cresciuta – ma ormai mi sono affezionata al Baratta – dove, tra l’altro e non del tutto trascurabilmente, è molto più facile parcheggiare.Boo

Qualche volta ci vado anche a scrivere. Non tanto spesso quanto potrei, dovrei o vorrei, forse. Perché una volta installata là, senza distrazioni e senza interruzioni, finisco sempre con lo scrivere parecchio – solo che tante volte la pigrizia e i venti km tra qui e la città finiscono per avere il sopravvento. Mi dico sempre che col tempo diventerò più brava, ma… hm. Per ora, più che altro, è una fonte di libri.

Per dire, l’altra settimana ho passato una giornata intera a lavorare con una certa tragedia ottocentesca per una cosa di cui vi saprò dire in un prossimo futuro, mentre sabato ho restituito una traduzione del Faustus e prolungato il prestito di un’altra, ne ho consultate altre due e presa in prestito una terza – e, mentre ero lì, ho ritirato Stage to Screen, un favoloso libro sull’utilizzo di tecniche teatrali nel cinema muto… E sì, lo so: li devo restituire quando li ho finiti, ma non credo di poterlo davvero considerare un difetto del Baratta.

E voi, o Lettori? Quali sono le vostre biblioteche preferite? Ci andate per studio? Per documentazione? Per lavoro? Per diletto? Per leggere? Per scrivere? Do tell…

Ago 25, 2015 - Genius Loci, posti    No Comments

Genius Loci

Genius lociSto pensando che mi piacerebbe davvero riprendere e portare in giro Scrittori & Città, le conferenze che avevo tenuto due o tre secoli orsono alla UTE di Mantova. L’idea – credit where it’s due – era partita dalla signora Paola Donati, e io avevo contribuito al ciclo con cinque titoli. Bel tema, un sacco di possibilità interessanti, argomento che mi sta a cuore…. La ricordo come una bella esperienza.

E sì – l’argomento mi piace parecchio. Ho sempre creduto all’alchimia fra posti e persone: posti e persone si costruiscono a vicenda, cosa che ho imparato in un’altra vita, quando costruivo case. Oh, d’accordo: tetti di case, ma il concetto non cambia e vale ancora di più per le città.

Tutti noi siamo, almeno in parte, il prodotto dei posti di cui assorbiamo la cultura, il clima sociale (e anche quello meteorologico), le idee e le tradizioni, di cui sfruttiamo le opportunità o subiamo gl’inconvenienti. Lo scrittore, che per sua natura è una combinazione tra una spugna e un frullatore, oltre ad essere un prodotto dei suoi posti può diventare anche l’osservatore, l’interprete e, talvolta, persino l’artefice.

Pensiamo a Emily Brontë e alle brughiere dello Yorkshire. Emily amava le sue brughiere e le ha ritratte, ricreate e Lorna-Doonedrammatizzate nel suo romanzo con tanta efficacia che tutti noi associamo all’idea di brughiera la voce di Cathy che chiama Heatcliff nel vento. Attraverso Cime Tempestose, le brughiere di Emily sono diventate le brughiere di un sacco di gente che ha visto o non ha visto una brughiera per davvero.

Altre volte l’associazione non è solo geografica, ma anche storica. Pensiamo alle varie componenti sociali della Sicilia ottocentesca ritratte nei romanzi di Verga, di Tomasi di Lampedusa e di De Roberto, per esempio. Oppure all’idealizzazione romantica del Sud degli Stati Uniti alla vigilia della Guerra Civile compiuta da Margaret Mitchell in Via Col Vento. Perché non è affatto detto che lo scrittore debba essere obiettivo o scientifico: i romanzi non fanno cronaca, ritraggono un’era, un’atmosfera, un clima… in un posto specifico.

SalammboPoi ci sono autori vagabondi o cosmopoliti, autori che scrivono di molti posti che hanno visto, che non hanno mai visto o che hanno inventato, autori che ricercano sui libri, autori che immaginano, autori cui non importa molto del posto in cui si trovano. Byron ha trascorso molto tempo a Venezia, e la Venezia delle sue opere è deliberatamente una collezione di fondali d’opera, mentre la Grecia di Durrel è ritratta attraverso una spessa lente nonsense. Per contro, i Caraibi di Salgari sono pura fantasia, così come la Russia di Dumas e l’Italia della signora Radcliffe. Oppure c’è un Flaubert, che, prima di scrivere Salammbo, se ne va in Algeria e Tunisia, a caccia di colori e di luci: “…il cielo diventa di un verde pallidissimo e il mare si rischiara sotto questa grande striscia indefinita… ormai ci sono pochissime stelle, molto diradate; tutta la parte sud e ovest di Cartagine è di un biancore brumoso…” Ci si legge l’ansia puntigliosa di ricreare questo posto (una Cartagine ormai morta da venti secoli) quando sarà di nuovo in Francia, seduto alla sua scrivania.Utopia

Ci sono anche autori che inventano i loro posti: Swift e Lilliput, Thomas More e Utopia, Hope e la Ruritania, Cyrano e i Regni della Luna e del Sole. E il discorso appare meno peregrino quando si pensa a come questi posti inventati rispecchino, distorcano, idealizzino, mettano in parodia o in satira dei posti reali.

Infine ci sono autori che finiscono con l’incarnare un luogo perché non solo le rappresentano ripetutamente nella loro opera, ma a loro volta rappresentano tipicamente un’epoca, un modo di vita, una generazione, una corrente intellettuale. Questi legami sono particolarmente evidenti con quelle città che hanno svolto il ruolo di centri intellettuali. In una grande città piena di gente che va a teatro e legge i giornali, che crea e segue le mode, che sperimenta in prima battuta i cambiamenti sociali e le innovazioni, lo scrittore ha una quantità infinita di stimoli, di contatti, di possibilità e di pubblico. Le città, con le corti, le università, le biblioteche, i musei, le cattedrali, i caffè, i mercati, i teatri, l’umanità fitta, varia e affamata di storie e parole, in tutte le epoche attraggono gli scrittori come calamite, li lusingano, li portano alla fama o li relegano nelle soffitte.

DickensLondonE in cambio, ogni tanto, uno scrittore coglie lo spirito di una città, lo assorbe, lo fa suo, gli dà forma e colore e lo consegna alla letteratura. Qualche volta la città diventa un personaggio a pieno titolo, qualche volta una cornice pittoresca, o una quinta teatrale, o un’ispirazione inesauribile, o un simbolo, o un’idea. Una città di carta e inchiostro può essere tanto varia e complessa quanto la sua controparte di mattoni.

Provate a pensare all’amore/odio tra Dickens e la sua Londra fatta di prigioni, botteghine, tribunali, strade sudicie, slums e ponti, immersa nella nebbia, offuscata dal fumo, nera di fuliggine, eppure brulicante di vita. Non è detto che Londra fosse così – eppure la forza della visione di Dickens è tale da condizionare ancora oggi quella dei suoi lettori: a due secoli abbondanti di distanza, tutti andiamo a Londra e cerchiamo Dickens.

Questo è, in definitiva, il sugo del legame tra uno scrittore e una città. È quel che avevo cercato di indagare e raccontare in Scrittori & Città – e adesso mi ritrovo ad averne nostalgia, e mi piacerebbe rispolverare i risultati. Mi metterò in cerca di posti – ma intanto, se a qualcuno da qualche parte interessa sentirmi bagolare di Londra, Parigi, Vienna ed Edinburgo attraverso le opere dei loro numi tutelari letterari, fatemi sapere. C’è un form, qui in fondo alla colonna a destra, chiamato “Domande, idee, dubbi, curiosità?” Contattatemi – e ne discuteremo.

Giu 19, 2015 - anglomaniac, Londra, posti    No Comments

Un salto alla Tate Britain

Snow Storm: Hannibal and his Army Crossing the Alps exhibited 1812 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851

JMW Turner, Annibale attraversa le Alpi (tempesta di neve)

Cominciamo con quei post estivi che ogni tanto si fanno. Una volta, qualche anno fa, parlavamo di vacanze virtuali, ricordate? un giringiro per i più bei musei d’Europa da visitarsi via mouse.

Ebbene, quest’oggi aggiungiamo un altro favoloso museo: la Tate Britain. Sì, lo sospettavate dal titolo e dal Turner qui sopra – perché. tra l’altro, la Tate ospita nella Clore Gallery una meravigliosa e ricchissima collezione di Turner… E in effetti non è proprio dietro l’angolo, ma c’è di buono questo ottimo sito, che vi consente di sperimentare abbastanza da vicino la commistione di grande arte, ricerca e divulgazione che caratterizza la Tate.

Qui potete navigare attraverso le collezioni, guardare video, leggere articoli e blog, sbirciare dietro le quinte di mostre ed eventi, seguire corsi gratuiti di storia e filosofia dell’arte, e un’infinità di altre cose interessanti… La Tate è meravigliosa a questo modo, con un ricchissimo programma di corsi, mostre, workshops, conferenze, concerti e magnifiche idee, come la rotazione di mini-mostre tematiche e le mini-conferenze settimanali, in cui dipendenti, curatori e volontari illustrano al pubblico le loro opere preferite.

Insomma un museo da sogno, splendidamente organizzato attorno a una serie di bellissime collezioni, vivo, attivo e stimolante – e per di più in buona parte gratuito. Un luogo splendido in cui passare del tempo – anche solo virtualmente.

 

 

Ago 17, 2014 - musica, posti    No Comments

Autunno A New York

Su richiesta – e per una ragione precisa…

E magari non è più il giorno giusto, ma buon compleanno, R.

E buona domenica a tutti.

Feb 15, 2013 - guardando la storia, posti    4 Comments

Imperi Perduti – Una Collezione

Questo, abbiate pazienza, è un post vagamente sentimentale. Ma il fatto è che l’altro giorno si parlava con C. d’imperi – imperi che finiscono, imperi di cui resta l’ombra, imperi che si sfanno in polvere –  e la discussione mi ha portata a rimuginare sulla mia personale collezione d’Imperi Perduti – o quanto meno sulle ombre che ne ho trovato, in loco, talvolta molto altrove, e tra le pagine dei libri.

lisbon-cathedral.jpgLisbona è una città bizzarra. Triste, grandiosa e trascurata, costellata ancora di rovine del terremoto del 1746, con la sua torre sul Tago, l’Alfama afosa e sudicia aggrappata attorno al rudere del castello, e caravelle dappertutto. Caravelle nei musei, ex voto in miniatura nelle chiese, giostre per i bambini, stilizzate nei marchi, nei simboli – ovunque. L’impressione è di orgoglioso abbandono, come se tutta la città sussurrasse di continuo: che importa? Lasciate che tutto crolli: l’Impero è perduto, che importa, ormai?

a Londra invece si passeggia per lo Strand circondati da edifici dai nomi come Australia House, Zimbabwe House, High Commission of India, Commonwealth Secretariat, Quebec Government Office… e benché sia passato più di un secolo da quando Kipling scrisse il suo Recessional, nei negozi di tè si trovano ancora sacchetti che portano tutti i nomi del mondo, Tuvalu nel Pacifico rifiuta pervicacemente di avere altro sovrano che la Regina d’Inghilterra, le università pullulano dei figli del buon vecchio Commonwealth, e tutta la città pulsa e ferve ancora con l’aria di deliberata alacrità che si confà al cuore di un mondo intero. Se è svanito dagli atlanti, l’Impero qui è vivo in spirito.Komsomolskaya_Square.jpg

A Mosca c’è la piazza Komsomolskaja, su cui si affacciano tre enormi stazioni ferroviarie più una: quella Primi Novecento della linea per Sanpietroburgo, quella a forma di yurta della Transiberiana e la stazione dall’aspetto asiatico della ferrovia di Kazan, a cui si aggiunge un capolinea della metro in stile neoclassico. La piazza è enorme, affollatissima, e a tutte le ore brulica di gente in partenza e in arrivo. Dieci o dodici anni fa le halls colossali erano stipate di Russi ed ex-Sovietici di ogni possibile etnia, inverosimilmente carichi di bagagli, rumorosi, seduti per terra, occupati a spingere, a sgomitare e a litigare tra di loro in una babele di lingue. Anche se l’impero è franato ormai ripetutamente, ha lasciato dietro di sé, quanto meno, un centro nevralgico vivo nella Komsomolskaja.

Sbarcando a Sanpietroburgo, poi, si trova (o almeno si trovava quei dieci o dodici anni orsono) quel bizzarro fenomeno per cui, persino sulla Nevskij Perspektiv, le facciate dei palazzi sono meravigliose, ma guai a muovere un passo oltre la soglia: dietro tutto è abbandonato e sudicio. L’intera città, con le sue prospettive perfette, Santa Maria di Kazan come una San Pietro nera, i giorni lunghissimi e gli scorci incantevoli, sembra una quinta teatrale: magnifica e fasulla. Viene da chiedersi se l’Impero, quello che intendeva Pietro il Grande, sia mai esistito per davvero.

baalbek-Temple-of-Jupiter.jpgÈ quasi un paradosso che l’Impero di Roma io l’abbia visto per la prima volta in Libano. No, non è vero, naturalmente: ogni volta che torno a Roma me ne innamoro un po’ di più, e però ogni tanto, mentre ammiro i Fori, o la Basilica di Massenzio, o una qualsiasi altra meraviglia, non posso fare a meno di domandarmi – con uno stringimento di cuore – che effetto farebbe la città a un antico Romano che potesse vederla adesso. E la risposta non è confortante: un disperato smarrimento nel vedere i ruderi di ciò che aveva creduto solidamente immutabile*. Forse è per questa malinconia che non penso troppo volentieri all’Impero, quando sono a Roma. Per paradosso, come dicevo, la sensazione è stata tutt’altra quando a Baalbek mi sono trovata di fronte i colossali templi della periferia, dov’era più importante che mai lasciare impronte possenti. All’ombra di quelle formidabili affermazioni di pietra, la possenza di Roma mi ha colpita con una forza sconcertante. Là dove non mi appare smussato dalla storia successiva, l’Impero ha lasciato dietro di sé fantasmi molto solidi, molto indubitabili.

Vienna è sotto molti aspetti un’adorabile città, ma dopo avere letto Joseph Roth non l’ho più vista con gli stessi occhi. L’Impero di Roth, degli Asburgo, delle molteplici etnie raccolte sotto un’idea, l’Impero della mia nonna friulana** che dava a suo figlio i nomi del penultimo imperatore, quell’Impero Cripta.jpgelefantiaco, multilingue, ordinato nel suo disordine, austero, lento e immutabile è morto con Franceso Giuseppe e si è decomposto con la Prima Guerra Mondiale. Certo non è nelle vetrine delle pasticcerie in forma di sacher-torten o pasticcini serviti a legioni di turisti, non è nelle onnipresenti mozartkuegeln, non è nelle figuranti in abito da Sissi che si fanno fotografare nelle piazze e nei parchi, non è nelle canzoni sentimentali che i violinisti suonano nei ristoranti. Dell’Impero Vienna ha sposato un’oleografia edulcorata, consolante per il carattere nazionale e buona per il turismo, tradendo l’idea sovrannazionale, antichissima e variamente sacra. Di quella resta soltanto la Cripta dei Cappuccini nel Neue Markt.

E per finire, nel corso della mia vita ho avuto il dubbio ma indimenticabile privilegio di vedere il crollo di un impero, quello sovietico. Non parlo tanto delle immagini televisive – nemmeno dell’ultimo ammainabandiera della falce e martello dal Cremlino – ma di qualcosa di più piccolo che ho visto di persona: gli sconsolati soldati sovietici in quella che, nell’agosto del 1990, era ancora la Germania Est, naufraghi di uno stato che non aveva di che riportarli a casa né pagare loro uno stipendio. A Lipsia pattugliavano pro forma la stazione, una manciata di Caucasici con le uniformi disordinate e il passo stanco di chi non sa bene che cosa sta facendo. A Dresda, giovanissimi e macilenti, sedevano in fila sulle panchine davanti alla Pinacoteca, inseguendo il sole o l’ombra a seconda dell’ora, perché non avevano dove altro andare nelle ore di libera uscita. A Berlino si sporgevano da dietro la garitta del monumento al Milite Ignoto Sovietico, implorando i turisti (in Inglese molto approssimativo) di comprare una mostrina, una bustina, un paio di guanti… i brandelli del loro Impero in sfacelo. È qualcosa che non dimenticherò mai.

In tutta la sua gloria di ricordi veri e propri, polvere di biblioteca e wishful imagining, questa è la mia collezione. Che volte farci? Ciascuno è sentimentale a modo suo. 

E voi? Voi ne avete d’imperi perduti?

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* Mutatis mutandis, non posso fare a meno di pensare alla scena de Il Pianeta Delle Scimmie in cui Charlton Heston scopre sulla spiaggia un frammento della Statua della Libertà. IPdS, e quella scena in particolare, ha dato origine a molti incubi della mia infanzia.

** Friulana e un po’ slovena, truth be told. Ma lei, a detta di suo figlio, si considerava asburgica.

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