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Solo Soletto e Luccicante

ShinyBlueChe poi, a dire il vero, quel che mi attira molto più delle conversazioni altrui al caffè, e anche dei mezzaloghi al telefono, è la Battuta di Dialogo Isolata. Quelle cose che si sentono passando sotto una finestra aperta, o attraversando in fretta uno scompartimento ferroviario, o quando qualcuno alza momentaneamente la voce sulla scala mobile che va nell’altro senso.

Una singola battuta, un richiamo, una domanda, un insulto, metà di una considerazione… E le domande partono, come uno sciame di scintille: chi è questa persona? Che cosa ha in mente? Perché ha detto così? A chi lo stava dicendo? Perché l’ha detto in quel modo? A che cosa stava reagendo? Che reazione ha provocato? Che cosa è successo prima? Che cosa è successo dopo? Che accento, che colore, che cadenza, che sottotesto, che implicazioni aveva la battuta? E se la estrapolassi dal contesto evidente e la spostassi in un altro tempo e luogo? Se non fosse una ragazzina in jeans a dirla, ma qualcun altro, altrove, altrimenti, in altro tempo? E via dicendo e – se non sto attenta – mi ritrovo con una storia tra le mani.

Oppure  la conversazione incidentale. shiny-objects

Succede nei film, qualche volta – e più spesso nella scrittura televisiva. Per dare l’impressione di un posto affollato o vissuto, due comparse di passaggio scambiano una battuta che non ha rilevanza per la trama. Oddìo, potrebbe anche averla, in teoria, ma è rischioso perché è difficile farlo in maniera sottile… Ad ogni modo, non importa. Per lo più la conversazione accidentale serve a caratterizzare l’ambiente. Alle corse dei cavalli si parlerà di scommesse, su un camminamento di ronda ci si scambiano parole d’ordine, in un bar si ordina un caffè, e cose così.  Non dovrebbe essere nulla su cui stropicciare i neuroni – e però non me lo so impedire. Sento una di queste frasi da buttar via, e comincio: chi è questa persona? Che cosa ha in mente? Perché ha detto così…?

Per dire, ho in mente questa scena – e non ho idea di che cosa fosse parte: la porta di un ascensore si apre, e ne escono due donne sulla trentina, una bionda e una bruna. “Io credo che dovremmo andare,” dice la bruna, mentre passa oltre con la sua amica muta, e i protagonisti (chiunque essi siano) salgono sull’ascensore, diretti a fare qualcosa di terribilmente rilevante. Magari a salvare il mondo, o a vincere una causa milionaria, o a uccidere – ma proprio non me ne ricordo. Quel che mi ricordo sono le due donne e quel frammento di conversazione: “Io credo che dovremmo andare.”

Shiny-Object-Ball-iStockPhoto-PPT-QualityDove dovrebbero andare? Un’udienza in tribunale? Un viaggio di lavoro? Un altro studio legale? Un cocktail party? Una conferenza internazionale? Un matrimonio? Una visita in ospedale? Perché la bionda non è d’accordo? O è soltanto incerta? Perché si stanno consultando? Che cosa dipende dal fatto che vadano o non vadano? Si tratta di andare entrambe o non andare affatto? In che rapporto sono queste due? Amiche? Parenti? Colleghe? Capo e sottoposta? Nemiche giurate? Rivali professionali? E quel pronome iniziale, “Io credo…” è un eccesso di zelo del traduttore o è davvero rilevante? Significa “Io, diversamente da te, credo che dovremmo andare” a vedere un’altra volta la scena del delitto, o è semplicemente “Credo che dovremmo andare…” se non vuoi perdere il discorso di saluto?

Ecco, visto? E non ho nemmeno cominciato con gli spostamenti di luogo e di tempo.

È la natura della Battuta Isolata. Se ne sta lì, sola soletta, e luccica in mezzo alla nebbia… Non ricamarci attorno una storia richiederebbe un tipo di forza d’animo che io, in tutta sincerità, proprio non possiedo.

 

 

Mag 30, 2016 - teorie, Vitarelle e Rotelle    No Comments

Ascoltando Senza Volere

street-cafeQualche giorno fa sono partita con l’intento di sperimentare una di quelle cose che si leggono nei libri – scrivere in un caffè – e ho finito per fare tutt’altro.

Io al caffè ci sono andata: un grazioso posto in città con i tavolini all’aperto, con vista su una bella viuzza pittoresca e su un giardino pieno di rose. Essendosi una bella giornata, mi sono impadronita di un tavolino sotto gli ombrelloni bianchi, ho ordinato un tè al latte e mi sono messa al lavoro. E tutto andava molto bene per – forse – un quarto d’ora. Poi, nel tavolino alle mie spalle, sono venute a sedersi in due, una delle quali era appena stata lasciata dal moroso e aveva bisogno di sfogarsi…

E vi giuro che non avevo la minima intenzione di ascoltare. Io ero lì per scrivere – o quanto meno per revisionare, e sarei stata ben felice di restarmene nel Sedicesimo Secolo per il resto della mattinata… Ma l’Abbandonata parlava a voce altissima, e le sue vicende hanno cominciato a sovrapporsi a quelle del mio protagonista e così, senza volere, mi sono ritrovata a fare un’altra cosa da libri. Da libri – o seminari – di scrittura. Nel capitolo sul dialogo capita sempre: presto o tardi l’istruttore suggerisce di ascoltare la gente che parla sull’autobus, per strada o al caffè – per le storie, sì, ma anche e soprattutto per la maniera, il ritmo, il colore, gli usi colloquiali, le omissioni e, insomma, tutto quello che fa di una voce una voce. Listening

E in effetti, poco a poco, la narrazione dell’Abbandonata mi ha catturata. Non la storia – perché ci sono giorni in cui dubito un pochino che ogni famiglia infelice sia infelice a modo suo – ma il modo in cui era raccontata. C’era qualcosa, nel frasario da rivista femminile – o forse da talk show – e nel tono leggermente declamatorio e appena un po’ troppo alto… qualcosa di costruito. Di provato, ecco. Come se la signora avesse già raccontato tutto quanto in precedenza, ad altri o a se stessa. Forse ad alta voce e forse no, magari durante una notte solitaria e insonne, magari in macchina mentre guidava. Col che non intendo dire che non fosse sincera – ma di sicuro l’Abbandonata aveva speso tempo e pensieri nell’organizzare la storia così come io l’ho sentita. Solo che è rimasto, per dir così, l’eco delle prove.

È stato affascinante, a suo modo. Non userò mai la storia che ho sentito – ma il modo, il tono, e forse anche il registro, e quel che potevano implicare, sono un’altra faccenda. Ad esempio è proprio il tipo di cosa che il mio protagonista, attore di teatro con un’ossessione per le voci, potrebbe notare. Così adesso sono a caccia di una situazione in cui infilare qualcuno che parla in questo modo… E magari è un po’ tardi, a due terzi della terza stesura – ma ho ancora qualche scena da scrivere. Chi potrebbe avere l’eco delle prove nella parlata – e perché? E che cosa succede quando Ned se ne accorge?

È promettente.

E tutto sommato, tutti quegli istruttori avevano ragione: vale decisamente la pena di ascoltare.

Circhi, Sipari e Strozzature

Parlavamo del sipario della conoscenza, ricordate?

Ebbene, per gentile concessione dello scrittore e insegnante di scrittura creativa Larry Brooks, il papà del favoloso sito Story Fix, ecco a voi la traduzione di un’interessante variazione sulla struttura narrativa aristotelica. Struttura in due Punti Trama, due Strozzature e uno Snodo Centrale.

A parte il fatto che è presentata a forma di tenda da circo (a tre piste), la struttura non è diversissima da Tre Atti & Tre Disastri, ma lo schema è pieno di acute osservazioni sulla progressione della storia. Personalmente sono affascinata in particolare dallo Snodo centrale – quel terremoto nella comprensione del protagonista di cui, per l’appunto, parlavamo lunedì – e dalle due Strozzature, aperture sul punto di vista dell’Antagonista.

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LEGENDA:

I Punto Trama: è il singolo evento più importante di tutta la storia, è ciò che guida o spinge il protagonista attraverso tutti gli alti e bassi a seguire. E’ dove la storia inizia, dove il conflitto principale fa la sua comparsa in scena. Dovrebbe arrivare circa a un quarto dall’inizio, alla fine della fase di preparazione.

I Strozzatura: qualcosa di semplice e rapido, mostrato al lettore dal punto di vista dell’antagonista, per ricordargli che l’antagonista è là fuori, con cattive intenzioni nei confronti del protagonista. Circa a 3/8 della storia.

Snodo Centrale: è dove il sipario della conoscenza si scosta per il protagonista e/o il lettore. A cambiare non è tanto la storia, quanto la comprensione di ciò che sta accadendo da parte del protagonista e/o del lettore. Se è messo a parte dell’epifania, il protagonista passa qui dall’atteggiamento di reazione a quello di attacco.

II Strozzatura: attorno ai 5/8 della storia, è il momento di dare un’altra occhiata al punto di vista dell’antagonista, per mostrare al lettore che ci sono buone o cattive sorprese in serbo per il protagonista.

II Punto Trama: è l’ultimo momento utile per aggiungere alla storia informazioni che consentiranno al protagonista di fungere da catalizzatore per la conclusione della storia. Dopo questo punto – attorno ai 3/4 della storia, non c’è più posto per ulteriore esposizione: si usano solo informazioni e personaggi già in campo.

È logico, non si tratta di prescrizioni tassative, ma dell’esposizione di una serie di principi che si sono solidificati in millenni di narrazione. Per di più, è un’esposizione originale, intelligente e più percettiva della media, piena di buone domande che, nel progettare la struttura di un romanzo, sarebbe salutare porsi prima o poi.

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Qui potete vedere – e scaricare – il PDF originale, opera della grafica Rachel Savage.

La Lista Quotidiana (ovvero, Lotta alla Procrastinazione in Cinque Facili Punti…)

procrProcrastinazione, procrastinazione…

Male diffuso, si sa – e che si presenta in numerose varietà. Mi si dice che pochi scrittori ne vadano immuni, il che è quasi carino, se ci pensate: ci si può dire che no, non si sta gettando via del tempo in maniera vergognosa, è solo un occupational hazard, un effetto collaterale della scrittura. Roba da scrittori.

Nelle buone cattive giornate si riesce persino quasi a convincersi.

Io ne soffro da anni e, per effetto drammatico, mi piace descrivermi come procrastinatrice cronica e refrattaria a qualsiasi cura, metodo e palliativo… Ma in realtà posso anche confessare che non è del tutto vero. In realtà negli anni sono giunta alla conclusione che la cura – o almeno il contenimento – della procrastinazione è qualcosa che funziona in modo molto diverso da pessimo individuo a pessimo individuo.

E allora ho deciso di mettervi a parte dell’unico metodo che abbia l’aria di funzionare per me. Almeno vagamente.

Il mio scanner è orribile...

Il mio scanner è orribile…

E questo metodo, o Lettori, è la Lista Quotidiana.

La LQ è proprio quel che s’immagina dal nome: un elenchino di cose da farsi per la giornata.

“Capirai!” mi pare di sentirvi dire – e lo ammetto: detto così, dopo tutta questa introduzione, sembrerà il bathos del secolo. Però che devo dire? Per me funziona ragionevolmente, e magari può funzionare anche per qualcun altro, per cui… here goes.

I. L’elenchino si fa per iscritto – meglio se a mano. Metà del punto è proprio lì, credo. C’è un che di irrevocabile in ciò che si scrive. Una volta che è sulla carta, implica una certa quantità di responsabilità, un impegno preso. Scripta manent. Carta canta. E quant’altro. Un tempo lo facevo su foglietti volanti, poi ho cominciato a trovare più pratico e più efficace l’uso di un taccuinetto piccolo piccolo che abita sul mio tavolo.

List2037II. L’elenchino deve essere realistico. Compilare liste di quindici o venti voci è del tutto inutile e molto frustrante. Tre, quattro voci – qualche volta cinque. Almeno per cominciare. L’idea non è quella di fabbricarsi la leva e sollevare il mondo entro sera. Una quantità affrontabile di cose fattibili. E so benissimo che tutti facciamo ben più di quattro o cinque cose al dì, ma nella lista vanno quelle proprio irrinunciabili, quelle che ci si vuole costringere a fare, quelle significative e/o inconsuete.

III. Ogni volta che si conclude qualcosa, lo si segna sulla lista. Io faccio un pallino arancione attorno al puntino della voce relativa – e lasciate che ve lo dica: c’è un che di molto soddisfacente in ogni singolo pallino, e nel veder crescere i pallini nel corso della giornata. Fatto. Fatto. Fatto. Puerile? Può darsi. Efficace? Per me sì.

IV. Ogni tanto, in periodi particolarmente intensi o quando decido di essere efficiente, ogni domenica o lunedì compilo anche una lista settimanale, da suddividersi poi in liste quotidiane. Qualche volta funziona, qualche volta no – ma alla fin fine è pù una faccenda organizzativa che altro.

Revisione oggi pomeriggio...

Revisione oggi pomeriggio…

V. E se a sera qualche voce resta senza pallino arancione… pazienza. Niente tragedie. Si trasferisce la voce nella lista del giorno dopo, e si ricomincia. Il fatto che più pallini arancione siano più soddisfacenti di meno pallini arancione è un buon motivo per essere realistici al punto II. Non stiamo parlando di nulla di terribilmente razionale o elaborato, sapete. Si tratta soltanto di imbrogliare la propria cinciallegra interiore e indurla a un minimo di concentrazione ed efficacia…

Per me, come vi dicevo, tende a funzionare. O quanto meno, funziona un po’ meglio di altre cose. Provate, se vi va – e sappiatemi dire.

 

 

 

Giu 24, 2015 - blog life, grillopensante, teorie    3 Comments

Lo Specchio Convesso

CatturaEra un po’ di tempo che meditavo di aggiungere in cima alla colonna qui a destra un’immagine significativa – qualcosa che avesse a che fare con SEdS, con me, con quel che scrivo…

E finalmente mi sono decisa. Avete visto? È lo specchio convesso del Ritratto Arnolfini, di Jan van Eyck, che si trova alla National Gallery – e che passo a salutare ogni volta che vado a Londra. Non sono ancora del tutto certa che resterà definitivamente dov’è*, ma di sicuro è significativo per me in più di un modo.

E non tutto il ritratto, a dire il vero. Il Ritratto Arnolfini, a voler vedere, è un bel ritratto fiammingo del quindicesimo secolo, con un mercante fiorentino a Bruges e la sua sposa dall’aria un nonnulla pecorina, originale nell’uso della prospettiva, semi-incomprensibile a noi posteri nell’iconografia… Ma nulla di tutto ciò è rilevante al momento.

Quel che conta è lo specchio. Lo vedete lo specchio rotondo con la cornice, sulla parete di fondo, dietro i due coniugi? A prima vista potrebbe sembrare un particolare decorativo – ma diamo un’occhiata da vicino:

The_Arnolfini_Portrait,_détail_(2)

Visto? Lo specchio mostra Arnolfini e signora di spalle, il resto della stanza con un’altra finestra e soprattutto, vestito di azzurro, il pittore che lavora nel vano della porta. E dietro, la vedete la piccola figura in rosso che osserva la scena da dietro la spalla di van Eyck? Ecco – quelli siamo noi. È lo spettatore, trascinato all’interno di questa piccola storia dal gioco di prospettive incrociate nello specchio.

Ebbene, questa piccola immagine dentro un’immagine, questa strizzata d’occhio all’osservatore, questo minuscolo sfondamento della quarta parete, per me simboleggia perfettamente una quantità di cose che si fanno in narrativa e a teatro. Metanarrativa e metateatro, per la precisione – due cose che mi appassionano particolarmente. Storie che parlano di storie, di come si scrivono e si raccontano, di come funzionano, di come arrivano al lettore/spettatore. Storie di gente che scrive e/o recita. Storie di prospettive incrociate e conseguente inafferrabilità della Storia… Alla fin fine è di questo che scrivo più spesso che d’altro. E quando non scrivo, è di questo che mi occupo: le prospettive sovrapposte della traduzione, il modo in cui funzionano (o si possono far funzionare) le storie altrui…

E quindi sì: lo specchio convesso** di Jan van Eyck è, a mio timido avviso, un’immagine estremamente adatta ad essere appesa sulla porta di questo blog.

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* Qui in cima alla colonna a destra, intendo – non alla National. Ho provato a chiedere se mi permettevano di portarlo a casa, ma mi hanno detto di no…

** Sì, il nome mi piace. Ci ho persino intitolato un romanzo. Ne parleremo.

Pessimi Segni E Vin Passito

Sabato pomeriggio ero in una vineria in cerca di un passito siciliano. Ho scelto una bottiglia di Grecale – non per un buon motivo, ma perché ha un nome bellissimo. E mentre prendevo la mia bottiglia dallo scaffale ho pensato: “Se qualcuno mi stesse scrivendo, questo non sarebbe un buon segno per la mia aspettativa di vita.”

Certi particolari di caratterizzazione indicano con terrificante certezza che il personaggio in questione non è destinato a una lunga vita felice. Specialmente lunga.

MNY46308Prendete la tosse, per esempio. All’opera, nei romanzi e nei film ormai siamo così assuefatti all’equazione che quando qualcuno tossisce e sopravvive ci restiamo quasi male. Margherita/violetta, John Keats*, Edgar Linton, Louis Dubedat, Ralph Touchett, Doc Holliday… potrei continuare a lungo. E potrei citare un muratore che, tra un mattone e l’altro, mi aggiornava su Angeli e Demoni che stava leggendo. “Ah, ma Kohler ha una gran brutta tosse,” ripeteva ogni volta in idioma locale, scuotendo funereamente la testa.

Ma ci sono altre categorie di goners. Una è costituita dalle Ragazzine Troppo Angeliche Per Vivere. Little Nell, Little Eva, Beth March**… le leggi – così tenere, così preternaturalmente sagge, così adorate da tutti (tranne quelli tra i malvagi che sono anche meschini), le osservi dispensare luce e gioia e redimere cuori durissimi ad ogni passo, ti stupisci che non affoghino nella loro stessa saccarina, ti ritrovi a desiderare di poterle spingere giù dalla massicciata della ferrovia – ma poi ti viene in mente che questi angeli non sopravvivono, e ti consoli: con un minimo di fortuna, te ne libererai abbastanza presto.

In linea generale, anche l’Arcangelo della Rivoluzione non invecchia. Penso a gente come Enjolras de I Miserabili, Gauvain in Novantatre di Hugo, e Victor Haldin del conradiano Sotto Gli Occhi Dell’Occidente… La combinazione di intransigenza e scarso senso pratico tende a condurre alla tomba in tempi rapidi.***

Poi c’è, anche se questo è un caso più specificamente meccanico, la vittima designata nei gialli della vecchia scuola inglese. Prendete i capitoli introduttivi di un qualsiasi romanzo di Agatha Christie, Josephine Tey, N’Gayo Marsh o Georgette Heyer – oppure il primo quarto di un qualsiasi episodio de La Signora in Giallo – e state pur certi che il personaggio che si fa detestare a diritta e a mancina cadrà presto. Il che risponde all’esigenza narrativa di fornire moventi a più gente possibile e a quella morale di offrire qualche whiff di giustificazione all’assassino, ma resta il fatto che, in linea generale, la persona più sgradevole muore.Friends_of_the_ABC

E che c’entra tutto ciò con il Grecale? direte voi.

C’entra, perché un altro, seppur molto meno diffuso, segno poco promettente è una passione per i nomi che va al di là della ragionevolezza pratica. Provate a pensarci: in Un’Anima Non Vile, Konradin von Hohenfels è certo che Alicarnasso debba essere un posto meraviglioso solo sulla base della bellezza del nome. E Konradin si trova di fronte a un plotone d’esecuzione a venticinque anni. In Un Albero Cresce A Brooklyn, Johnny Nolan sceglie di portare la sua nuova sposa a vivere nella buia, malsana e scomoda Bogart Street, per nessun miglior motivo del suo bel nome misterioso, il bog(g)art essendo un folletto particolarmente malevolo del folklore irlandese. Johnny muore poco più che trentenne di polmonite, alcolismo e incapacità di vivere. Hanno Buddenbrook, nel corso dei suoi cupi pomeriggi sul divano del salotto buio, si ripete all’infinito nomi poetici e immaginari per il gusto del loro suono e delle immagini che evocano. Hanno muore adolescente per il tifo. Eccetera****.

Gli dei rendono ciechi quelli che vogliono perdere? Si direbbe che invece gli scrittori diano a quelli che vogliono perdere pessimi polmoni, un carattere angelico o una predilezione per i nomi. 

Oh, e il Grecale era squisito.

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* Sì, lo so: Keats non è un personaggio letterario, ma quanti sapevano come va a finire prima che cominciasse a tossire in Bright Star?

** Beth poi ha anche la tosse…

*** Qualcuno mi dice che fine fa Florian nella Trilogia di Westmark di Alexander Lloyd? Ho letto i primi due volumi, secoli orsono, e poi mi sono stancata, ma a suo tempo ero stupita del fatto che Florian, l’Enjolras della situazione, non l’avesse ancora presa nelle costole…

**** E che dire di Gwendolen e Cecily, decise a non poter amare un uomo con un nome diverso da Ernest? Naturalmente nessuna delle due muore, but lo! la convenzione ha persino una parodia!

Mag 10, 2013 - teatro, teorie    2 Comments

Il Tognin, Gl’Implumi & Lo Spirito Del Bardo

Ecco, non so se ve l’avessi raccontato, ma venerdì – otto giorni orsono – la prova generale de Il Benefico Burbero era stata un ineffabile disastro.

Gl’implumi erano fuori come altrettanti contatori del gas, il computer in dotazione funzionava come poteva (vale a dire non un granché), il sonoro non era fatto per sentirsi su casse alte un palmo, i costumi erano ancora in parte una speranza, i tempi sembravano al di là di ogni speranza, gl’insegnanti dubitavano, e io ero in vena di omicidio plurimo con l’aggravante dei futili motivi.

fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatraleChe poi, chiariamo: a me non sembravano futili affatto. Un tredicenne che non sa contare fino a trenta, un altro che sostiene di non poter reperire una camicia bianca, un altro che ti assedia chiedendoti ogni quindici secondi come fa se non ha un paio di pantaloni così e così, e una fanciulletta che non capisce il semplice atto di inspirare contrarre il diaframma e sollevare il braccio per indicare, et multa caetera similia – son cose che a me fanno anche capire Erode…

E poi gli insegnanti. Ormai sono quattro anni che faccio questo genere di laboratorio nella stessa scuola e con gli stessi insegnanti. C’è chi collabora con entusiasmo indefesso e infaticabile allegria, ma ogni benedetto anno, attorno alla prova generale, qualcuno arriva a informarmi che va malissimo, che facciamo brutta figura, che così non si può. E altri, ostinatamente seduti dietro le casse alte un palmo, arrivano ogni dieci minuti a dire che non si capisce nulla, che il sonoro è disastroso, che bisogna cambiare metodo… E sia chiaro, non è che sia andata bene, e non è che il sonoro sia la perfezione audio* – è tutto vero. Ma, cribbio, ci sono i precedenti e c’è che, in fatto di teatro e solo di teatro, ho più esperienza di loro, e c’è che la generale non è mai significativa, e c’è la Vita di Shakespeare in miniatura che porto al collo… Perché diamine non possono fidarsi quando dico che non tutto è perduto?

Ma poi, sapete, sono una lettrice di Kipling, e mi piace tanto andarmene attorno compiacendomi di non perdere la testa quando tutti attorno a me la stanno perdendo… e poi chi voglio prendere in giro? VdSiM o no, Kipling o no, venerdì me n’ero tornata a casa un nonnulla avvilita, e con la sensazione che il BB non sarebbe stato proprio l’apice fiorito della mia carriera.fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale

Dopodiché nel corso del finesettimana non avevo avuto tutto questo tempo di pensarci, se non per spiegare brevemente agli Heaney perché non potevo accompagnarli a Bologna. E a quel punto, francamente, ero troppo al settimo cielo per volermi avvilire sul BB. Immaginatemi dunque mentre mi precipito all’Istituto Nuvolari con un sorriso che interferisce con la navigazione aerea e una rinnovata fede in me stessa, negli implumi e nelle misteriose dinamiche del teatro.

E sotto la pioggia, dovrei dire.

Quando ho parcheggiato davanti all’Istituto non pioveva ancora, ma il cielo era inequivocabilmente minaccioso, ed era chiaro che saremmo stati al chiuso, nel teatrino. Ora, “stare al chiuso nel teatrino” magari suona anche bene, ma all’atto pratico significava comprimere tutto in un palcoscenico delle dimensioni di una scatola da scarpe, praticamente senza spazio dietro le quinte. Non precisamente l’ideale, con trentacinque implumi e numerosi cambi di scena…

Però avevamo un sipario. Un vero sipario rosso, per la gioia dell’implume PP, che dal primo giorno aveva espresso il desiderio di essere l’uomo del sipario – solo che il sipario non c’era… e invece, dopo tutto, sì. Ecco, qualunque cosa ne pensassero tutti gli altri, almeno PP era estatico.

E gli altri, per la mia vaga sorpresa, erano già in costume e caricatissimi.

“Profe, profe!” di qua, e “Profe, profe!” di là, ciascuno con una dozzina di domande, dubbi e curiosità, e cestini di arance, e turbanti da annodare, e vanno bene queste bretelle, e dove si mettono i direttori di palcoscenico, e R che doveva occuparsi dei cartelli non è venuto, e il volume delle casse è basso, e sono troppo truccata per fare la nonna, e quando accendo la candela, e potevamo fare nel parco che non piove, e mi fa il nodo alla cravatta, e ho lasciato a casa le scarpe nere, e come, e dove, e quando, profe, profe, profefondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale!

E com’è piaciuto allo spirito del Bardo, siamo anche riusciti a cacciare fuori tutto il pubblico e a fare qualcosa di molto simile a una prova. Una discreta prova, a dire il vero. Molto più liscia della generale, se non altro. Con tempi ragionevoli e il minimo sindacale d’incidenti…

Al punto che, all’avviarsi della musica conclusiva, M la direttrice di palcoscenico mi ha guardata con gli occhi tondi, e… “Profe! Ma siamo stati bravi!” ha mormorato. E forse bravi era una parola grossa, ma… Era come guardare qualcuno che fa il gioco del quindici, e riconoscere l’istante in cui capisce come arrivare in fondo alla partita. I pezzi cominciavano ad andare a posto…

Succede, ed è una sensazione elettrizzante – e a dire il vero sarebbe meglio che non capitasse un quarto d’ora prima di andare in scena, ma fa nulla.

“E adesso lo saremo ancora di più,” ho detto a M, ottenendo in cambio un sorrisone.

“Come, adesso?” sobbalza PP con gli occhi tondi. “Ma non abbiamo finito?”

“Questa era una prova. Adesso facciamo entrare il pubblico e lo mostriamo anche a loro.”

PP ha storto la bocca, perplesso. “Però alla fine ci danno da mangiare, vero? E già che ci siamo, che cos’è quella roba che ha al collo?”

E così, mentre in sala sindaco, presidente della fondazione, direttore didattico e assessore alla cultura si dilungavano parecchio, mentre cercavo (con modesto successo) di mantenere un minimo di silenzio dietro le quinte, ho raccontato a PP e a M e all’altro M e al nuovo uomo dei cartelli T del mio ciondolo, dello Spirito del Bardo e del fatto che il teatro non è un’occupazione assennata – nemmeno un po’.

E tutti abbiamo storto un po’ la bocca quando, memore della prova generale di venerdì, l’assessore ha supplicato il pubblico di avere indulgenza perché i ragazzi non erano attori… “Gliela facciamo vedere noi,” ha esclamato trucemente l’altro M, e il sentimento era condiviso.

Mano a mano che i minuti scorrevano (e tra un discorso e l’altro ne sono scorsi un bel po’) sono cominciati a fioccare domande di altro genere: “Profe, ho paura. È normale?” e “Profe, siamo bravi, vero?” e “Profe, ci si abitua e si smette di agitarsi?”

E allora via a spiegare sottovoce che sì è normale, e no non è paura – è adrenalina ed è cosa buona & giusta, e sì siamo bravi, e no non ci si abitua mai ma è proprio questo il bello…fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale

E che volete che vi dica? Le luci si sono spente, la musica è partita, T è uscito col primo cartello, il sipario si è aperto e la II C è entrata in scena, ha fatto la sua parte e poi è uscita, e poi è stata la volta della II B, e le scene procedevano fluide e vivaci, e il sipario si apriva e chiudeva senza intoppi, e il pubblico rideva al momento giusto, e chi era stato distratto e vago era diventato bravo, e chi era stato bravo scintillava… Lo Spirito del Bardo sorrideva su di noi, e N nella parte della piccola Lucia ha avuto un applauso a scena aperta.

Ed è vero che M (un altro M ancora) ha riso quando non doveva, e che A ha pensato di fare un salutino al pubblico prima di uscire di scena l’ultima volta, e che c’è stato un piccolo incidente con le sedie a sipario chiuso, e i fiammiferi erano vetusti e non si sono accesi affatto – ma ripeto: è andata bene, bene, bene.

fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatraleGli implumi hanno scoperto il gusto degli applausi, e un paio hanno dichiarato di voler fare teatro, e i dubitatori hanno dimenticato le loro fosche profezie, e la Fondazione è estremamente soddisfatta.

E io non voglio essere superstiziosa – davvero non voglio. Però non mi beccherete facilmente dietro le quinte senza la mia Vita di Shakespeare in Miniatura al collo. Perché sono giunta alla conclusione che a volte in teatro la logica comune non basta e non arriva. A volta, se si vuole restare anche solo remotamente lucidi ed equilibrati, non c’è altro che affidarsi alle immemorabili tradizioni, allo Spirito del Bardo e a un ciondolo portafortuna.

 

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* E potrei anche far notare che parte di questi altri sono in parte responsabili della qualità discutibile, visto che è parso loro necessario segnare il territorio impedendoci di usare la LIM giusta per le registrazioni… Ma sono dettagli.

 

Violento E Brutale

james aitcheson, the splintered kingdom, amazon, hnr, recensioniSono lievemente sconcertata.

Nella frenesia da andata in stampa imminente dell’ultimo numero di HNR, mi sono vista affibbiare d’autorità un libro che forse di mio non avrei letto, The Splintered Kingdom di James Aitcheson – secondo volume di quella che diventerà, mi par di capire, una trilogia.

E mi è andata bene, perché perché ci ho guadagnato una piacevole lettura. Avventure alla vecchia maniera nell’Inghilterra post Hastings, con un punto di vista normanno (che non è cosa di tutti i giorni), un sacco di battaglie, imboscate, tradimenti, intrighi e un protagonista benintenzionato con un talento per mettersi nei guai.

Il mezzo bretone Tancred a Dinant vorrebbe tanto essere un buon neosignore del maniero, un buon vassallo, un buon cristiano – ma è troppo ambizioso, collerico e ostinato per non farsi nemici ad ogni passo, e così…

E per di più Aitcheson non scrive per niente male: ha buon ritmo, descrive e caratterizza con efficacia, ha fatto le sue ricerche e le dispensa con giudizio. E per di più ancora, i suoi personaggi hanno idee, certezze, priorità e pregiudizi da XI Secolo.

Insomma, mi è piaciuto abbastanza perché, dopo averlo finito, abbia ceduto all’uzzolo di ordinare subito il primo volume.

E così scrivo una buona recensione per HNR e, nell’atto di spedirla, mi accorgo di avere gettato con troppo entusiasmo la sovraccoperta,* e di non sapere più il prezzo dello hardback, che devo indicare tra i dati del volume.

La cosa semplice da farsi è controllare su Amazon e, già che ci sono, butto un’occhiata alle recensioni. Ce ne sono poche – il libro è appena uscito in Inghilterra e non ancora in America – per lo più entusiastiche. Ma in diverse appare un caveat: il libro è molto violento. Le scene di battaglia sono truculente. La prosa di Aitcheson è brutale. High octane stuff, dice un recensore – e magari non emerge come caratteristica primaria del libro, ma ritorna abbastanza da notarsi.

Ed è qui che mi sconcerto, perché lo sapete che sono squeamish. Non solo ho i miei problemi con la fantascienza, e l’horror è al di là delle mie possibilità, e non leggo storie di fantasmi dopo il tramonto**, ma anche le descrizioni di violenze, torture, battaglie e sanguinosità varie assortite, quando virano sul grafico, mi danno un certo qual mal di stomaco.

Ma con TSK non è successo nulla del genere.

Be’, ok, non c’è nulla di edulcorato, Aitcheson non rifugge gli aspetti meno gradevoli della vita (e morte) nell’XI Secolo – ma non ci sguazza nemmeno. E nonostante il sottotitolo sia 1066: the bloody aftermath, davvero non c’è nessuna truculenza insistita o gratuita. Al punto che persino io posso leggere senza riportarne traumi duraturi…

E allora? Che cos’è che scuote tanto la sensibilità di questi lettori britannici? Che poi sia chiaro, anche loro apprezzano il libro, ma lo individuano come particolarmente violento. Perché mai in cielo e in terra?

E, scartando l’idea di avere sviluppato una nuova soglia di tolleranza al sangue stampato, sono giunta a formulare un’ipotesi.

Il fatto è che Tancred, narratore in prima persona, non mostra la minima remora in fatto di battaglie, uccisioni e spargimento di sangue. Fa quel che è stato addestrato a fare fin da ragazzino con entusiasmo dichiarato e con la certezza di essere nel giusto. Quando non ha modo di andare in battaglia per un po’, ne sente la mancanza. Certo il muro di scudi è una faccenda pericolosa, truce e brutale, certo i nemici fanno più che sul serio, certo si muore, si perdono amici e compagni d’armi, certo gli errori di giudizio, i rovesci della sorte, la paura, l’occasionale sconfitta, la fatica – ma ah, the battle-joy!

Non una volta in quattrocento pagine Tancred attraversa una di quelle crisi di disgusto post-battaglia. La guerra è il suo mestiere, unashamedly. Ed è bravo in quel che fa, e forse ha sviluppato una certa qual dipendenza da adrenalina – anche se di sicuro non la chiama così – e quasi gli dispiace per la gente che non conosce le gioie pericolose della “via della spada.”

Assai poco politically correct, di sicuro.

E allora mi domando se non sia questo il punto – non tanto la violenza in sé, quanto un atteggiamento di fronte alla violenza. Questo gusto della battaglia senza remore e senza un briciolo di condanna, che su di noi gente civilizzata esercita il suo fascino high octane, ma al tempo stesso ci sembra (o quanto meno sentiamo che deve sembrarci) spaventosamente riprovevole, brutale e barbarico?

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* Ho un’avversione per le sovraccoperte. Non m’importa quanto siano ben riuscite, la prima cosa che faccio quando vengo in possesso di un libro in hardback, è liberarmi della sovraccoperta. Se leggo hardback in prestito, tolgo la sovraccoperta mentre leggo, e la rimetto a posto con ogni cura a lettura avvenuta. La sovraccoperta m’intralcia, mi irrita, s’infila dove non dovrebbe.

** Anche se, apparentemente, non ho il minimo problema a scriverne dopo il tramonto. Dev’essere un equivalente letterario del non avere il mal d’auto quando si guida, I guess

Ago 12, 2011 - scrittura, teatro, teorie    6 Comments

Romanzieri A Teatro

Secondo Jeffrey Sweet, i romanzieri a teatro costituiscono una popolazione maldestra e grigiolina – sia come autori che come personaggi.

Non posso dire che la cosa mi abbia colmata di gioia, perché da un lato sono davvero entusiasta delle altre teorie di Sweet, e dall’altro gli argomenti che adduce in proposito sono quanto meno sensati, e in tutta probabilità validi.

Per quanto riguarda la transizione dal romanzo alla scena, Sweet osserva che il romanziere medio, abituato ad avere la parola come unità di base del suo lavoro, fatica ad abituarsi all’idea di dover lavorare su un atomo diverso: l’attore. Un testo teatrale, dice, non è alta letteratura e/o brillante uso della lingua: è un programma di occasioni studiate per consentire all’attore di creare comportamenti atti a catturare l’attenzione e la simpatia del pubblico. Ma il romanziere (o, se è per questo il poeta) medio, abituato ad affidare tutto il suo significato alla parola, fatica a imparare il diverso meccanismo secondo cui il suo significato farà bene ad emergere attraverso il comportamento dell’attore piuttosto che a monologhi in prosa fiorita.

E a dire il vero, il problema sembra affliggere anche lo scrittore più che medio.

Sapevate che Henry James fra il 1894 e il 1895 tentò di dedicarsi al teatro? Non era ancora il romanziere che tutti ammiriamo, ma possedeva già una rispettabile fama di saggista quando scrisse le sue quattro commedie & un dramma. Non di meno, le quattro commedie, che scrisse “leggere” per incontrare quello che credeva fosse il gusto del pubblico londinese, non trovarono un’anima disposta a metterle in scena. Le pubblicò a sue spese in due volumi, ciascuno corredato di una prefazione che, diciamocelo, è di gran lunga migliore delle commedie stesse. Il dramma, Guy Domville, trovò un incauto produttore, debuttò, fu sonoramente fischiato, sopravvisse per cinque settimane e cadde nell’oblio. Dopodiché James decise solennemente di dedicarsi solo alla narrativa – e tutti ne siamo molto felici. Perché il fatto è che, pur teoricamente consapevole delle necessità e convenzioni del teatro, James non sapeva applicarle, mettendo in scena incidenti inadatti o cercando invano di vivacizzarli facendo entrare e uscire i suoi personaggi da un’infinità di porte.

E che dire poi di Foscolo? Foscolo era il poeta che sappiamo, ma quando tentava la via delle scene diventava disastrosamente prolisso e rigido. A differenza di James, Foscolo didn’t give a button per le necessità di attori e impresari, e si ostinava a considerare soltanto la struttura della tragedia classica e il proprio gusto. Risultato, non so se abbiate mai provato a leggere qualcosa come l’Ajace (quello dei Salamini!) o la Ricciarda: gente che entra in scena e si abbandona a quarti d’ora di paludato soliloquio, rimugina, impreca, maledice, si strugge e non fa mai nulla. Ogni tanto qualcuno riferisce qualcosa che è successo, altri esclamano e si torcono le mani e poi giù altri soliloqui… Statico, statico, tre volte statico – e altrettanto unsuccessful. Capite perché gli impresari nominassero l’Ugo nazionale facendo gli scongiuri?

E per una volta non è questione di essere ossessionati dalla fabula: per sua natura, il teatro non dà accesso al paesaggio interiore dei personaggi e al sottotesto se non attraverso il modo in cui i personaggi dicono ciò che dicono. Ora, il playwright può fare due cose distinte in proposito: può lasciare che Cappuccetto Rosso venga in scena e racconti diffusamente al cielo stellato che non ne può più di vivere sotto la campana di vetro delle paranoie di sua madre, oppure può mostrarcela mentre ascolta appena le raccomandazioni della mamma, e quasi le strappa le ciambelle di mano per metterle nel cesto, ansiosa com’è di una giornata di libertà nel bosco… Tolta l’opera lirica e tolto il musical — che funzionano un po’ diversamente — indovinate quale metodo funziona meglio in scena?

Per contro, dice Sweet, c’è altra gente molto adatta alla drammaturgia, perché possiede già la giusta forma mentis: i giornalisti, perché sono abituati a selezionare i dettagli rilevanti di una storia e riportarli con più immediatezza che dettagliate distinzioni psicologiche; e gli attori, perché hanno acquisito la loro formazione creando il comportamente che serve a mostrare il significato del testo — e verificandone di prima mano l’efficacia. E in effetti Dumas Père era forse più giornalista che romanziere quando scrisse i suoi vividi, pittoreschi e immensamente applauditi drammi storici. Si potrebbe dire che siano i suoi romanzi ad avere una notevole dose di teatralità.

On the other hand, Dickens, con un percorso molto simile, e con una indefessa passione per il teatro, con i suoi drammi ottenne un successo piuttosto limitato.

A titolo di parziale consolazione, Sweet conclude che in realtà non c’è nessuna legge di natura per cui un romanziere non possa diventare un buon autore teatrale — a patto che si renda conto di dover imparare a camminare di nuovo, secondo tutt’altri principi. Dove invece resta drastico è sul fatto che, sappiatelo o Fellow Writers, gli scrittori sono pessimi protagonisti a teatro.

Anche qui, la  spiegazione è sensata: che cosa caratterizza uno scrittore? Il fatto di scrivere — ciò che avviene in solitarie e statiche sessioni notturne — e il fatto di osservare (e vampirizzare) l’umana natura — ciò che avviene per lo più nella testa dello scrittore stesso. Entrambi sono affascinanti processi, molto interessanti a leggersi in dettaglio all’interno di un romanzo, ma pressoché impossibili da rendere scenicamente. Provate a pensare a Stingo nell’adattamento teatrale di Sophie’s Choice, o alle varie incarnazioni di Christopher Isherwood nelle diverse versioni teatrali e cinematografiche di Cabaret, e troverete personaggi statici e persino un po’ passivi, gente che osserva invece di muovere dinamicamente il plot.

E qui, onestamente, c’è poco da fare, perché nessuna quantità d’impegno riuscirà a rendere i conflitti intrinseci della scrittura scenicamente utili — se non forse in veste allegorica, il che mi sembra una strada tanto datata quanto rischiosa da intraprendere.

La morale ad uso del romanziere che aspira a scrivere per le scene, stando a Jeffrey Sweet, è duplice: costui/costei farà bene a disporsi a imparare daccapo e, già che c’è, a scegliersi un protagonista che non sia uno scrittore e basta.

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Se siete interessati alla meccanica dei testi teatrali – e ancora di più se ne scrivete, potreste far di peggio che leggere il libro di Sweet. C’è solo in Inglese, ma credetemi: vale assolutamente lo sforzo:

 

E se invece foste curiosi di sapere perché il teatro di James non ha funzionato… be’:

 

Forma & Sostanza

Dopo essersi sorbito un certo numero di lai furibondi sulle lacune son et lumière del debutto di Aninha (una volta o l’altra vi racconterò), P. mi scrive così:

Senza troppi preamboli, ti dirò che non capisco il perché delle tue apprensioni per il mancato funzionamento degli effetti speciali. Capisco che, dopo aver lavorato alacremente agli effetti luce, al sonoro, e a tutti i dettagli che di sicuro rendono perfetta la rappresentazione, tu possa contemplare l’omicidio di vari tecnici. Però, gli applausi finali dovrebbero semmai darti ulteriore conferma che le tue opere hanno già molta sostanza, al punto che la forma, pur non inessenziale, può anche passare in secondo piano, purchè non si tratti di far recitare degli energumeni dotati solo dell’uso del dialetto etilico. Se le luci e il sonoro funzionassero alla perfezione, ma i tuoi lavori avessero poco da dire, il pubblico avrebbe probabilmente l’impressione di assistere ai fuochi della sagra, non credi?

Ebbene, sì e no.

Ormai è assodato che mi faccio venire attacchi di convulsioni con relativa e innecessaria facilità – ed è risaputo che della mancanza o imperfezione dei particolari del disegno luci in trentasei pagine il pubblico non si accorgerà mai. Quindi P. è ben lungi dall’avere tutti i torti.

On the other hand, però, non amo molto la teoria secondo cui la sostanza è tutto quel che conta, o almeno quel che conta di più, per la semplice ragione che in fatto di teatro, come di scrittura e di arte in genere, la forma è sostanza. Che cos’è l’arte se non espressione formale della sostanza? Metaesempio: tutti – o quanto meno molti – hanno la vaga impressione che la sostanza (nella vita reale) importi più della forma*. Però c’è voluto Shakespeare per dire che una rosa con un’altro nome profumerebbe allo stesso modo. E nel dirlo si contraddice, perché a rendere pressoché immortale la sua idea di forma/sostanza è proprio la forma. Ma in realtà, al di là degli aerei nonnulla che faceva sussurrare al suo adolescente innamorato, lo zio Will sapeva benissimo che, se si chiamasse acido tetrafenilcloridrico, la rosa conserverebbe forse lo stesso profumo, ma non troverebbe molta gente disposta ad annusarla per accertarsene…

In un romanzo, un racconto, un articolo o una poesia, ciò significa che stile e contenuto devono fondersi per stampare un’unica impronta nella mente del lettore. “Dice belle cose ma è scritto male”, oppure “E’ scritto divinamente ma non è che dica granché” sono due insegne di scrittura parimenti così così.

In teatro, alla buona scrittura devono aggiungersi la buona recitazione, la buona regia, le buone luci, le buone scene, i buoni costumi, le buone musiche e il Something-something creato dal felice combinarsi di tutti questi elementi. Se ne manca anche solo uno, il risultato resterà sempre così così. Non intendo imperfetto – l’imperfezione è un’altro mantello dell’arte – ma proprio leggermente mediocre. Lacking in quality. Dilettantesco. Un tantino naufragato sugli scogli che stanno tra intenzione e realizzazione dell’intenzione stessa.

Come dicevasi più sopra, ciò si applica anche a tutte le forme di scrittura – seppure in modo meno spinoso, perché il romanziere, il poeta e l’articolista hanno molto più controllo sulla loro forma di quanta il playwright possa mai sperare di averne sulla forma del risultato finito, che deve combinare le sue intenzioni e competenze con le intenzioni e competenze di un sacco di altra gente.

Il principio però rimane lo stesso: in qualsiasi disciplina, la più solida e profonda delle sostanze non è una scusante per le lacune della forma. E a dire il vero, cercare questo genere di scusanti cessa di sembrare una buona idea non appena si considera che curare la forma è il modo più efficace per affinare l’espressione della sostanza.

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* Francamente non sono molto d’accordo nemmeno per quanto riguarda la vita reale, ma questo è un altro post.

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