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Sorprese

compleat female stage beauty, jeffrey hatcherAvete visto un film chiamato Stage Beauty? Ebbene, in principio c’era il play di Jeffrey Hatcher, che s’intitola Compleat Female Stage Beauty, ed è notevole*.

Siamo, dovete sapere, a Londra nel 1661, e il neo-restaurato Carlo II è andato a teatro per un >Otello messo in scena da una compagnia in voga. A sipario chiuso, per dir così, il capocomico Tom Betterton discute i regali commenti con la sua stella, Ned Kynaston, e un paio di ospiti…

BETTERTON […] E il Re mi dice: “Bravo, Betterton, bello spettacolo, brividi e spaventi, sabato torniamo a vederlo. Però vi chiedo: si può fare un po’ più allegro?” “Allegro?” dico io. “Sì,” mi fa Carletto, “Un filo più gaio.” E io m’inchino e gli faccio, tutto mellifluo: “Forse Vostra Maestà preferirebbe vedere una commedia?” E lui: “Oh no, assolutamente Otello – però fatelo allegro.” E io: “Be’, Vostra Maestà, c’è il fatto che Mr. Shakespeare finisce con Desdemona strangolata, Emilia pugnalata, Iago arrestato e Otello che si sbudella. Ci suggerite di cassare tutto quanto?” E lui dice: “Cielo, no! Fateli fuori tutti – solo, fatelo più allegro.” Che vuol dire una critica così?**

E mentre il diarista Pepys se ne esce con l’idea di non far morire Desdemona del tutto, è il Duca di Buckingham a centrare il punto, sostenendo che in realtà il Re ha espresso una teoria registica più che rilevante:

VILLIARS Vuole sorprese. È stato via, e i teatri sono stati chiusi per diciotto anni. Adesso è tornato, i teatri riaprono e che cosa trova? Tutto come allora. La poesia l’approva, le idee le approva, amore e morte e tragedia e commedia vanno bene  – però sorprendetelo!

E ci vorranno due atti prima che Kynaston, Betterton, il Re, la sua amante Nell Gwynne, le prime attrici donne, il pubblico, il Duca e Pepys giungano ciascuno alla propria conclusione in fatto di “sorprese”.

Ma il sugo della faccenda, per quanto riguarda la particolare questione delle sorprese, è già tutto lì, e non si applica soltanto alla regia: il Re non vuole storie diverse – why, non vuole nemmeno la stessa storia modificata***. Vuole la vecchia storia, raccontata in modo originale.iliade, compleat female stage beauty, strutture narrative, temi, narratologia

Perché in realtà la quantità di storie – di strutture – che si possono raccontare, dice Hatcher, è limitata. E infatti, ventotto o ventinove secoli dopo siamo ancora qui a raccontarci di gente che vendica amici caduti in battaglia, individui specializzati nell’ingannare spettacolarmente il nemico e donne per amor delle quali accadono guai su larga scala. Però abbiamo eliminato gli dei impiccioni, meschini e prepotenti, Elena e Briseide mute&passive e i grossi cavalli di legno imbottiti di soldati.

Non è affatto facile, e non è questione di rivestire le vecchie storie in abiti moderni. C’è una ragione se non tutte le regie d’opera attualizzate**** funzionano, e la si trova nel fatto che non basta eliminare scene dipinte, crinoline e pose da monumento in piazza… Il senso della faccenda risiede tutto nell’esplorarle daccapo, queste vecchie storie, e rigirarle per farne uscire significati nuovi. Significati rilevanti per noi – adesso.

eneide, compleat female beauty, jeffrey hatcherQuando George Bernard Shaw e Ursula K. Le Guin riscrivono l’Eneide, ciascuno dei due riprende la storia che Virgilio aveva a sua volta ripreso dai miti precedenti. Però Virgilio ne aveva fatto la celebrazione del fato di Roma, una grandezza così ineluttabile che nemmeno gli dei potevano opporsi, Shaw sposta tutto nei Balcani ottocenteschi per fare della satira sulla retorica della guerra e sulla “buona società”, e Le Guin esplora il punto di vista di una Lavinia che è molto meno un pegno politico di quanto si possa pensare…
Quando Robert Carsen sposta Die Walküre in un Novecento diviso tra paesaggi devastati dalla guerra e i cupi saloni di un’élite in disfacimento, ne fa una storia di conseguenze sfuggite a ogni controllo.

Quando uno scrittore a scelta conduce il suo protagonista attraverso un viaggio inziatico, non fa altro che riprendere una struttura che, nei suoi tratti essenziali, significa per noi quello che significava per la gente che ascoltò per la prima volta la storia di Ulisse…

Dopodiché, se è bravo, lo scrittore a scelta saprà intrecciare attorno alla struttura vecchia come le colline strati su strati di significato, e idee nuove, e sfumature inattese. Saprà girare il prisma in modo che prenda e rifletta la luce in angolazioni che prima non c’erano e che sono significative per i suoi lettori – adesso. Significative e sorprendenti, perché poi è di quello che si tratta. È quello che vuole il Re d’Inghilterra/lettore/spettatore/melomane: ritrovare la vecchia storia e trovarci dentro qualcosa che non si era aspettato di trovarci.

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* Anche il film è tutt’altro che male, sia chiaro. Peccato che i ragazzi del marketing o abbiano pubblicizzato come “il nuovo Shakespeare in Love“. In realtà è anything but

** Traduzione mia.

*** Del che, tutto sommato, penso che riparleremo…

*** Orrida, orrida, orrida parola…

Nov 20, 2017 - teatro, teorie    No Comments

Mito e Psiche: Antigone

AntTutto sommato non ci stupiamo troppo di scoprire che anche nel mito e nella tragedia ci sono figlie e figlie, vero?

Dopo Elettra vendicatrice (sia pure per interposta persona), ecco Antigone, martire della famiglia… e di qualcos’altro.

Povera Antigone, figlia e sorella di Edipo, prediletta di sua madre, se diamo retta a Giocasta  nell’Edipo Re. Ecco, proprio lì, in quel monologo di Giocasta, Eschilo ci lascia intravvedere una stagione serena per i reali di Tebe – quando ancora ignoravano chi e cosa fossero…

Poi tutto crolla, e Antigone, la figlia maggiore, è quella che accompagna nell’esilio Edipo maledetto e cieco. Lo assiste, lo guida, mendica per lui e cerca invano di riconciliare padre e figlio, quando Polinice viene a chiedere appoggio e se ne parte con una maledizione. Solo quando Edipo muore perdonato dagli dei, Antigone ritorna a casa – quella Tebe che un fratello difende e l’altro assedia… E alla tragica fine che si sa – i due fratelli uccisi a vicenda, l’uno onorato in morte, l’altro gettato in pasto ai corvi – Antigone si rivela qualcosa di più e qualcosa d’altro che la fanciulla obbediente e il sostegno di suo padre.

Antigone non solo sfida il decreto di Creonte – tecnicamente legale ma offensivo della pietà umana e familiare – e seppellisce simbolicamente il fratello, ma difende la giustizia della sua disobbedienza fino alle conseguenze più nere.

antigone_hidalgo_lopez_museumE quindi alla fin fine l’irriducible Antigone è una sorellina ideale dell’implacabile Elettra – sacerdotesse entrambe di quelle leggi antichissime del sangue che trascendono tanto gli editti umani quanto i cicli di vendetta degli dei. Solo che, mentre il destino di Elettra si ricompone quando gli dei trovano un equilibrio tra le rispettive offese, Antigone arriva ad incarnare il dilemma umanissimo tra legge e giustizia. Ciò che le leggi consentono è sempre giusto? E a chi va il primo dovere del governante come del suddito? Non è un caso che, in questa storia, il deus ex machina arrivi quando le conseguenze umane sono già passate oltre.

La mia teoria personale è che la tragedia classica ci mostri tante volte un antropocentrismo che sgomita nei confini della teologia – ma venite questa sera alle 21, al Teatrino D’Arco, a vedere il taglio che Mario Zolin dà a questa storia, e a sentire che ne tira fuori il dottor Luciano Negrisoli, di Freudiana Libera Associazione.

La raccomandazione consueta: l’ingresso è gratuito e non si prenota ma, i posti essendo pochini, arrivate per tempo!

Nov 13, 2017 - teatro    No Comments

Mito e Psiche: Elettra

elettraStasera è la volta di Elettra – la figlia vendicatrice, sacerdotessa terribile delle conseguenze che gli Achei si portano a casa da Troia…

Il mito, Omero, i tragici… la Grecia sapeva bene che la guerra getta ombre lunghe sui vincitori non meno che sui vinti. E così Agamennone, portandosi a casa la povera Cassandra, sigilla la sua sorte, ad opera di Clitennestra furibonda e dell’amante di lei, il cugino Egisto.

Ma ormai lo sappiamo: c’è poco che passi invendicato in queste storie. Agamennone lascia un figlio – mandato lontano mentre Clitennestra ed Egisto si abituavano fin troppo bene all’assenza del re guerriero. Oreste è cresciuto lontano, ma a casa, vestita a lutto e incapace di dimenticare, c’è la figlia, Elettra.

Elettra “non fa nulla, non dice nulla, ma c’è”, presenza risentita e ostile. Non minaccia, pensano Egisto e Clitennestra: che minaccia può mai offrire una ragazza? Se pensano a lei è per maritarla al di sotto del suo rango, toglierle la possibilità di generare un vendicatore di sangue reale, e neutralizzare così il suo odio silenzioso. Perché in realtà madre e patrigno sentono la presenza di Elettra, e non li rende tranquilli.

Leighton_-_Electra_at_the_Tomb_of_AgamemnonQuel che non hanno considerato, è che le ragazze forse non impugnano la spada, ma possono avere memoria lunga, lunga pazienza, e potere di persuasione. E infatti sarà Elettra a infiammare e dirigere la vendetta di Oreste ritornato, come una musa oscura e fiammeggiante alle spalle del fratello e del cugino Pilade*…

Diego Fusari illustra questa tragedia – sangue a fiumi, le Erinni e più di un tocco di follia – attraverso il prisma di tre opere – tre Elettre: Sofocle, Euripide e il moderno Girardoux.

E dopo, come di consueto, gli amici di Freudiana Libera Associazione ci condurranno in una riflessione/conversazione sul destino antico dell’implacabile principessa antica e i riflessi che questa storia getta ancora attraverso i secoli.

L’ingresso è gratuito e s’inizia alle 21 – ma mi raccomando: arrivate in buon anticipo per essere certi di trovare posto a sedere!

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* Che poi Elettra sposerà. E sì, son tutti cugini, qui… Vedere l’albero genealogico disegnato dal dottor Romitti per credere.

Nov 6, 2017 - teatro    No Comments

Mito e Psiche: Chorus!

ChorusCoro, stasera.

Quella gente che se ne sta a margine dell’azione – o nel mezzo. Che vede, osserva, commenta, chiede, racconta, inorridisce… O che sghignazza e provoca nella commedia (come le mie predilettissime Rane – brekekekex koàx koàx!) ma, di qualunque colore e predisposizione sia, fa da tramite tra noi spettatori e ciò che accade in scena – o, parlandosi di ciò di cui parliamo, fuori scena.

Coro tragico, stasera. Coro euripideo: le Troiane travolte dal sangue e dal fuoco in cui è crollato il loro mondo, in attesa che il loro lutto collettivo si sgrani in destini individuali di esilio e schiavitù – e, in qualche caso, altro sangue. Qui il coro non è un osservatore: può non aver combattuto, ma era nella città messa a ferro e fuoco, e ne è stato travolto nel meno fisico e più profondo dei modi. Questo coro di superstiti, di vedove, di madri orbate, di orfane e sorelle, è un’incarnazione del lutto universale. Ciò che la storia, la guerra e l’epica si lasciano dietro.

Meno mito, a ben vedere, e più umanità: fidiamoci di Euripide, per questo genere di cose…

attese2E a questo lamento postapocalittico, Mario Zolin accosta e contrappone la quiete sospesa de Il Marinaio di Pessoa.  Una veglia funebre, un sovrapporsi quieto di voci femminili, l’attesa piccola dell’alba e l’attesa indefinita che ha gli echi di un sogno – e, fuori, il mare per confine.

È un gioco raffinato di specchi e di scatole cinesi, di paure speculari, di attese di tutto e nulla, di passato distrutto e futuro indefinito… e tutto è vissuto in coro: da un lato il coro dolorosamente compatto dell’antico Euripide, fuso insieme come le figure di un fregio; dall’altro il coro sciolto del moderno Pessoa, come una manciata di candele accese in una stanza.

A sipario chiuso, poi, la dottoressa Valentina Melli e il dottor Luciano Negrisoli scaveranno con noi quei temi di coscienza e individualità che sono cambiati così tanto e così poco negli ultimi venticinque secoli o giù di lì.

Al solito – e davvero: venite presto, perché il Teatrino si riempie al volo!

Ott 30, 2017 - grillopensante, teatro    No Comments

Mito e Psiche: Edipo

E dopo Medea, Edipo.

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Dopo una storia terribile di madri, è la volta di una storia di padri – e di figli. Non meno forte – ma molto diversa.

FireCi sono tragedie che si consumano in un giorno, e altre che invece bruciano lentamente attraverso i decenni e le generazioni. Storie di segreti lentamente rivelati, di menzogne che si scavano lentamente una via verso la luce, di crimini inconsapevoli, di ragione sopraffatta… e sopra tutto il destino e gli dei: può l’uomo sottrarsi, disobbedire, tracciarsi da sé una strada diversa?

Edipo e i suoi ci provano, cercano il modo di aggirare oracoli e maledizioni… Non finisce bene. Non poteva finir bene, una storia così, venticinque secoli orsono – quando gli dei erano vendicativi e il fato irrevocabile, e la ribellione umana prendeva il nome di hybris, combinazione di orgoglio, tracotanza e disobbedienza originaria. Curse

E la prima colpa non è nemmeno quella di Edipo, a ben pensarci. Edipo nasce già maledetto, a causa delle intemperanze di suo padre Laio – che prima si guadagna una maledizione che coinvolge la prole ipotetica, poi sfida gli dei in proposito e poi crede di uscirne con un altro delitto… Avete presente Stevenson, e le storie che iniziano a finir male dalla prima pagina? Ebbene, Edipo inizia a finir male prim’ancora di cominciare – e poi peggiora: parricidio, incesto, fratricidio, stupro, infanticidio, blasfemia, disobbedienza, ribellione… Non c’è legge umana, divina o morale che Edipo e famiglia non infrangano…

Untitled 5Questo mito crudele non poteva sfuggire all’attenzione dei tragediografi, vi pare? E infatti ne scrissero tutti. Eschilo, Sofocle ed Euripide dedicarono una trilogia ciascuno al cosiddetto Ciclo Tebano – solo che non tutto è rimasto. E di quel che abbiamo, ho scelto di fare un collage, una sorta di caleidoscopio tragico, prendendo dall’Edipo Re e dall’Edipo a Colono di Sofocle, dai Sette Contro Tebe di Eschilo, dalle Fenicie di Euripide, da quel che si sa delle tragedie perdute… Il risultato è un succedersi di maledizioni e colpe, orgoglio sfrenato, inganni e vendette e conflitti generazionali che non inizia né finisce con Edipo. La stessa vena di orgoglio, violenza, superbia e irriducibile caparbietà si riconosce in Laio, Edipo e Polinice – ereditata col sangue di padre in figlio, in una simbolica genealogia di ferocia che si snoda sotto gli occhi inorriditi del coro.

A dar vita e voce a tutto ciò saranno Diego Fusari, Nicholas Ghion, Alessandra Mattioli, Loredana Sartorello e Adolfo Vaini, con le musiche originali di Nicola Martinelli e le luci di Giorgio Codognola. E dopo la lettura, il dottor Alberto Romitti, di Freudiana Libera Associazione, analizzerà quei tormenti, impulsi e paure che, da quest’antichissima saga familiare, sono giunti a noi attraverso i millenni.

Che ne dite, vi aspettiamo questa sera al Teatrino? La serata inizia alle 21 – ma vi consiglio vivamente di arrivare per tempo, perché i posti non sono tantissimi e si riempiono presto. L’ingresso è gratuito senza prenotazione.

A stasera – a caccia di quelle cose che non cambiano troppo attraverso i secoli…

 

 

Ott 23, 2017 - teatro    No Comments

Mito e Psiche: Medea!

man_117_01E stasera inizia l’edizione 2017 dei Lunedì del D’Arco. Quest’anno il tema è Mito e Psiche, in collaborazione con Freudiana Libera Associazione. Ci occuperemo di come la psicanalisi moderna, per creare i suoi simboli, abbia attinto a qualcosa di antico, viscerale e primigenio: il mito greco e la sua più potente elaborazione artistica – la tragedia.

Ogni serata proporrà una letture drammatizzata dalle opere di Eschilo, Sofocle ed Euripide, introdotta da un membro di FLA, che esplorerà con noi i legami tra arte, mito, mente e scienza.

Questa sera si inizia con Medea, curata da Maria Grazia Bettini e introdotta dalla Dottoressa Valentina Melli – il più crudele dei miti antichi. Tanto che la tragedia di Euripide non trovò il favore del pur smaliziato pubblico ateniese: troppo sconvolgente, questa storia di vendetta e infanticidio, della donna che, assassinando in sé la maternità, si ribella agli dei, all’ordine costituito, a ogni legge umana e divina… e per la mente greca, il prezzo di questo genere di ribellione è alto e sanguinosissimo. Forse l’essenza stessa della tragedia.

Ne riparleremo* – ma intanto, questa sera, Medea. Vi aspettiamo a teatro, e vi consiglio di arrivare per tempo: l’ingresso è gratuito, ma i posti non sono numerosissimi…

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* Ecco qui il programma completo dei Lunedì:

Lunedì17pr

 

Ott 20, 2017 - teatro    No Comments

Esce A Destra Con Un Ghigno Compiaciuto

Una volta, tanti e tanti anni fa… playwright

Oh, right – non poi così tanti. Una volta, tre o quattro anni fa, feci un post in cui si parlava di autori teatrali di fronte alle produzioni dei loro lavori. E poiché allora cominciavo ad avere qualche esperienza in materia, nei commenti si finì a discutere sul grado di controllo che l’autore ha – o tenta di avere – su quel che poi va in scena.

Ne verrà un altro post, dissi – ma poi non venne più. Ebbene, viene oggi: come fa l’autore a (cercar di) controllare quel che di suo va in scena? O, più precisamente, il modo in cui ci va?

Be’, c’è la maniera ovvia – Shakespeare che fa parte della compagnia, e immagino che a un certo punto abbiano cominciato a dargli retta, o Brian Friel che decide di dirigere i suoi stessi lavori (con scarso successo, temo…) – ma naturalmente questo dà modo di controllare un limitato numero di produzioni per un tempo limitato.

L’altra maniera sono le didascalie.

Le didascalie teatrali sono… be’, l’autore che cerca di dirigere i suoi lavori per l’eternità.

Oppure che scrive del teatro fatto per essere letto – ma direi che nella maggior parte dei casi si tratta di entrambe le cose.

SiLRGuardate Shakespeare – ma anche Marlowe, Kyd, Nashe, Fletcher&Beaumont… – e di didascalie non ne troverete quasi, a parte l’occasionale e strettamente necessario enter, exit, dies, drinks the poison, draws, they fight

Ma d’altra parte, questa gente elisabettiana non si preoccupava soverchiamente della posterità. Si scriveva per una compagnia, che acquisiva la proprietà del testo e lo rappresentava ancora, ancora e ancora, ma la regia non esisteva, le convenzioni sceniche erano molto rigorose, la scenografia poco meglio che inesistente e la pubblicazione rara assai. Il teatro era qualcosa di effimero e codificato al tempo stesso. Non c’era bisogno di preoccuparsi di come sarebbe stato messo in scena, e non era destinato ad altri che al pubblico vivo e presente – e le didascalie erano solo funzionali all’azione.

E mentre ciò accadeva in Inghilterra, dalle nostre parti non si scrivevano nemmeno le battute: la Commedia dell’Arte consisteva nell’improvvisare sulla base di un canovaccio costruito combinando personaggi e situazioni codificati…

Va detto però che anche un autore come Goldoni, che passa dalla Commedia dell’Arte al teatro scritto, non è generoso di didascalie. Non ne ha bisogno – come non ne hanno avuto bisogno Shakespeare, Molière, Corneille e Racine, Sheridan e Voltaire e Alfieri…

È con la seconda metà dell’Ottocento che le cose cambiano, quando si afferma la figura del regista e, paradossalmente, il teatro esce dai teatri per essere pubblicato e letto. L’autore sente la doppia esigenza di esercitare qualche controllo sull’interpretazione che delle sue parole viene data e di mettere in scena sulla carta a beneficio del lettore.

ShawRPensate alle elaboratissime didascalie di un G.B. Shaw e di un Pirandello, che descrivono minutamente personaggi, azioni, scene, costumi…

Qui c’è Lady Cecilia da La Conversione del Capitano Brassbound:

La signora è tra i trenta e i quaranta, è alta, molto avvenente, cordiale, intelligente, tenera e spiritosa, vestita con studiata semplicità, non come una donna d’affari, mascolina e con le ghette da turista, ma con l’aria di chi abita nella villa accanto ed è venuta a prendere il tè, con una blusina e un cappello di paglia guarinto di fiori. È una donna di grande vitalità e umanità, usa a intraprendere una casuale conoscenza dal punto che gli inglesi raggiungono abitualmente dopo trent’anni di dimestichezza, sempre che siano capaci di raggiungerlo.
Piomba cordialmente su Drinkwater, che le fa delle smorfie con il cappello in mano, come per esprimerle un sincero benvenuto.*

Visto? La personalità, il costume, i modi del personaggio. l’azione, la mimica… E a seguire, non c’è quasi battuta cui Shaw non appiccichi una didascalia per indicare intenzione, intonazione, mood, sottotesto…

pirandelloabbaPassiamo a Pirandello – L’Amica delle Mogli:

La scena rappresenta l’hall d’un villino, addobbato e mobigliato con finissimo gusto. Stoffe e mobili nuovi. Molti specchi. In fondo, una grande porta vetrata lascia scorgere un salottino untimo, anchesso arredato di mobili nuovi e delicati. In vista, un pianoforte. Oltre il salottino, attraverso un altro uscio a vetri, si scorge una vasta sala da pranzo, splendida. La comune è a destra sul davanti. A sinistra, la parete è interrotta dal vano della scala che conduce alle stanze superiori.

Una descrizione da scenografo – che in realtà diventerà significativa quando scopriremo che questa casa tanto elegante e raffinata l’ha arredata Marta per la sconosciuta moglie dell’uomo di cui è innamorata. E quanto ai personaggi…

Clelia è piuttosto bella; in una continua indolenza sorridente, parla molle molle; gli occhi un po’ socchiusi e le mani cascanti; ha assunto la professione di moglie e le pare che non debba ormai far altro, perché il marito faccia a sua volta quella di marito.

Non solo il tipo fisico, ma la voce, il modo di parlare, i gesti, gli sguardi…
Il che naturalmente è piacevolissimo a leggersi, e destinato ad essere ignorato per lo più da registi, attori, costumisti e scenografi.

Leggere Pirandello e Shaw non è diversissimo dal leggere un romanzo – ma registi e compagnie non cercano romanzi. Cercano… be’, in realtà cercano spazi.

Viene in mente Jeffrey Sweet, secondo cui il teatro non è letteratura, e lo scrittore teatrale non deve preoccuparsi d’infilare belle parole, ma di offrire agli attori una serie di occasioni per comportarsi in modo significativo.

ShawVivlingE viene in mente anche Vivien Leigh, secondo cui recitare Shaw è come sedersi in treno e andare dalla partenza all’arrivo, mentre recitare Shakespeare è nuotare nel mare, con tutte le direzioni aperte. E di sicuro non si riferiva alla scarsità o abbondanza di didascalie, ma le didascalie sono espressione di un diverso modo di scrivere teatro, di una diversa volontà di esercitare controllo sull’attore.
E la tentazione di fare à la Pirandello, à la Shaw, di abbondare in avverbi tra parentesi, descrizioni minuziose e sopracciglia levate è forte.

Però poi la maggior parte degli avverbi tra parentesi diventa ridondante se le parole che accompagnano hanno abbastanza forza ed efficacia. E le descrizioni sono destinate a franare davanti alla volontà del regista, al gusto di un’altra epoca e alle necessità della produzione. E per le sopracciglia levate, per lo più, vale la pena di fidarsi degli attori.

E quindi un conto è il teatro destinato ad essere letto – ma quando si tratta di andare in scena il gioco è diverso. È un gioco fatto di spazi – con l’occasionale indicazione che, se è ben pensata, quegli spazi li illumina di taglio, con tutte le profondità e le trasparenze del caso.

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* Traduzione anni Cinquanta di Paola Ojetti per Mondadori.

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Ott 13, 2017 - teatro    No Comments

Quer Pasticciaccio Brutto…

LocVia Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N° 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere… Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità.

Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate?

Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli?

A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Il Gadda dell’Accademia Campogalliani debutta domani sera al Teatro d’Arco, con un favoloso cast e la raffinata regia di Mario Zolin – e c’è ancora qualche posto. Prenotate oggi e domani, tra le 17 e le 18.30, al numero 0376 325363, o via mail all’indirizzo biglietteria@teatro-campogallian.it, o direttamente in Teatrino.

Vi aspettiamo!

La Fine Del Mondo Come Lo Conosciamo

Kynaston.jpgThe Compleat Female Stage Beauty, di Jeffrey Hatcher, è un’intensa commedia che esplora questioni di identità e sessualità, persona e personaggio, teatro e realtà, arte e bellezza attraverso la vicenda (peraltro reale) di Ned Kynaston, l’ultimo grande interprete di personaggi femminili nella Londra del secondo Seicento*. Addestrato fin da bambino a coltivare in se stesso una femminilità artificiale, Ned ha qualche comprensibile incertezza riguardo alla sua identità, che si traduce in una perenne insicurezza artistica a dispetto dell’enorme successo. Se aggiungiamo il fatto che il suo amante, il Duca di Buckingham, non solo non è per niente d’aiuto, ma è anche in procinto di sposarsi, potremmo credere di avere già conflitto in abbondanza, ma Hatcher ha fatto qualcosa di meglio. In fondo, avrebbe potuto esplorare tutti i temi connessi a questa storia con un altro protagonista: il fatto che non tutti gli attori bambini, crescendo, riuscissero a passare con successo dai ruoli femminili a quelli maschili dovrebbe bastare a rendere notevoli i pochi che ci riuscivano, per esempio Nathan Field… Invece Hatcher ha scelto Kynaston per un motivo preciso: nei primi Anni Sessanta del Seicento cadde la secolare proibizione per le donne di recitare in pubblico, e i ruoli femminili vennero tolti ai cosiddetti boy players. In realtà la cosa non accadde dal giorno alla notte, e si sa che Kynaston, poco più che ventenne all’epoca, recitava già ruoli tanto maschili quanto femminili. Dopo l’avvento delle attrici, continuò per la sua strada per un’altra quarantina d’anni. Hatcher rende tutto più teatrale: Carlo II rivoluziona il teatro con un singolo editto, ammettendo le donne sul palcoscenico e proibendo tassativamente agli uomini di interpretare ruoli maschili. Non è storicamente vero, ma funziona. A rendere interessante la faccenda per il lettore/spettatore è il fatto che Ned si ritrovi improvvisamente disoccupato, umiliato. Il suo mondo, il mondo teatrale in cui è cresciuto e diventato una stella, non esiste più e lui non sa adattarsi al cambiamento – ed ecco che tutti i nodi interiori vengono al pettine. Adesso sì che la posta in gioco è alta. Se la caverà il nostro giovanotto? A che cosa dovrà rinunciare, che cosa dovrà imparare per recuperare il favore del re e del pubblico? Scarlett.jpg

È, se ci pensate, lo stesso meccanismo di Via Col Vento: Rossella ha il suo conflitto personale nel fatto che tutti la corteggiano tranne l’uomo che lei vuole, l’affascinante idiota che sta per sposare un’altra – nonché un conflitto interiore nel divario tra una vernice di buone maniere (povera Mamy!) e una natura selvaggiamente acquisitiva. Interessante? Sssssì, ma… perché non infilare questa ragazza nel bel mezzo di una guerra civile che distrugge l’amatissimo mondo della nostra eroina? Rossella non perde di vista i suoi rovelli amorosi, ma deve farlo mentre tutto ciò che conosce e ama le crolla attorno. Deve rimboccarsi le maniche, sopravvivere, raccogliere i cocci. E, cosa molto rilevante, impiegherà molte, molte pagine a imparare che quel che è perduto non si può avere indietro, per quanto ci si sforzi. In fondo è per questo che a tutti piace Rossella: è egoista, arrogante, manipolatrice, superficiale, ma così umana nella sua lotta contro un nemico molto più grande di lei!

kapuzinergruft.jpgE lo stesso vale per Franz Trotta de La Cripta dei Cappuccini. C’interesserebbe davvero la sua vicenda di buono a nulla in vaga e tortuosa ricerca di se stesso, con il suo matrimonio fallito, le sue tiepide esperienze di guerra e i suoi interminabili pomeriggi nei caffè viennesi, se non fosse per quel che gli capita attorno? Ma Franz è un membro della generazione perduta, uno di quegli uomini che rimpiangono di non essere morti in guerra, aggrappati al relitto di un impero che crolla, alle ombre di un mondo destinato a non tornare mai più. E allora la sua vicenda assume una luce di tragedia e di desolazione insieme, con quel finale che strappa il cuore e l’ultimo Gott erhalte! gridato nel buio della notte viennese.

Quindi, per ricapitolare: il conflitto personale e/o il conflitto interiore vanno benissimo, ma piazziamo il nostro protagonista in un punto di rottura irreversibile, diamogli una fine del mondo, condanniamolo a una perdita irrecuperabile. La sua storia guadagnerà treni merci interi di profondità e complessità.

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* Ne hanno tratto un film, Stage Beauty, con Billy Crudup, Claire Danes e Rupert Everett. A suo tempo era stato pubblicizzato come “il nuovo Shakespeare in love”, uno di quei casi in cui il marketing rende un cattivo servizio, perché SB is anything but e merita attenzione di per sé.

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