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La Sindrome Del Nome Ricorrente

NamesJAAncora nomi. La Sindrome Del Nome Ricorrente in realtà non è una malattia specifica – è un sintomo che capita agli scrittori per le ragioni più diverse.

Pare che Jane Austen spendesse un sacco di tempo nello scegliere i nomi dei suoi personaggi maschili, cambiandoli più volte mentre scriveva – salvo poi riutilizzare spesso gli stessi: Charles, Henry, Frederick, John, William, James e George ritornano in quasi tutti i romanzi. E non è che la upper-middle class e landed gentry inglesi dell’epoca fosse incline a usare nomi eccentrici, ma bisogna supporre che quella manciata di nomi alla Zia Jane piacessero davvero. Incidentalmente erano tutti nomi appartenenti ai suoi numerosi fratelli… E non contenta di questo, nell’incompiuto The Watsons si era scelta una seconda eroina di nome Emma.

Anche Stevenson doveva avere una fantasia limitata in fatto di nomi: la popolazione di Treasure Island contiente ben quattro John (Silver, Trelawney e due marinai) e due Richard. Per cui interrogarsi sulla presenza di due Christina nell’incompiuto Weir of Hermiston diventa quasi buffo. E i due James in due libri diversi (Jim Hawkins e il Master of Ballantrae) passano quasi sotto l’uscio, no?

NamesAlexiosNaturalmente tutto ciò avveniva prima che i manuali di scrittura prosperassero consigliando di evitare come la peste nomi troppo simili tra loro. Questa è una faccenda su cui tendo ad essere of two minds: da un lato voglio dar credito ai miei simili di saper distinguere fra due personaggi nonostante un’iniziale in comune – dall’altro… be’, non si sa mai, vero? E in linea generale, better be safe than sorry, e nel mio eterno lavoro in corso sulla caduta di Costantinopoli sto ancora cercando un nome per un ufficiale bizantino che non può più chiamarsi Alexios, essendo il coprotagonista veneziano nomato Alvise.

Tuttavia, quando si scrivono romanzi storici, capita di non poterci fare molto: pensate a Vingt Ans Après, in cui compaiono il Principe di Condé, suo fratello il Principe di Conti e poi il Coadiutore Gondi… Ammetto che un nonnulla di confusione può sorgere, ma non è come se Dumas avesse avuto scelta.

Un caso peggiore se l’è trovato davanti Peter Wheelan, con il suo dramma storico The School of Night. Trovandosi NamesWhelannella necessità documentata di avere due Thomas in scena, ha scelto la soluzione spudorata: ne ha aggiunto un terzo fittizio – in realtà Shakespeare sotto falso nome – ha affidato a Marlowe un commento infastidito in proposito (What, is all the world named Tom, these days?) e una sbrigativa suddivisione in Tom, Tam e Thomas. Non sono certa di trovare l’insieme convincentissimo, ma ammetto che era interamente necessario, visto che a teatro non si può nemmeno tornare indietro di qualche pagina per ricapitolare chi è chi.

Poi ci sono casi in cui si può solo immaginare un’antipatia da parte dell’autore, come i Simon di Josephine Tey. Di Josephine Tey/Gordon Daviot ho letto, tra romanzi e lavori teatrali, una decina di titoli, e mi sono imbattuta in tre Simon. Il Simon del semigiallo (con agnizioni e controagnizioni) Brat Farrar, rampollo della landed gentry, è un affascinante manipolatore, parimenti privo di carattere, backbone e senso morale. Il Simon del dramma storico riccardiano Dickon è un paggio avido e voltagabbana, con un gusto per i risvolti più crudeli delle politiche di corte. E il Simon dell’atto unico Barnharrow è un essere velleitario, ansioso e petulante – che si lascia trascinare dal fanatismo altrui, con conseguenze fatali. Personaggi abbastanza diversi, nel complesso, accomunati dal senso morale di una traversina ferroviaria e dal fatto di essere prole degenere di ottime famiglie che non hanno fatto nulla per meritarli. Difficile non pensare a un’incoercibile avversione per il nome. Non ho mai letto una biografia della Tey abbastanza dettagliata da sapere se ci fosse nella sua vita un Simon a giustificare la faccenda, ma sarei curiosa.

Così come sarei curiosa a proposito di Agatha Christie, i cui (non numerosissimi) Michael tendono a essere vittime o assassini. Anche gli aviatori della zia Agatha tendono a morire presto, e quello, si sa, è in tenero omaggio al primo e fedifrago marito Archie Christie. E quindi una certa tendenza alla vendetta per iscritto c’è: chi sarà mai stato il Michael in questione?

E comunque va a sapere. Battezzare un personaggio è una faccenda complicata e laboriosa, e a volte c’è gente che si rifiuta di avere una voce o di essere scritta come si deve finché non si ritrova con il nome giusto. Suono, associazioni mentali, plausibilità storica, geografica e sociale, simpatie e antipatie, precedenti letterari – ci sono treni merci di motivi per scegliere o non scegliere un nome. E magari può capitare che, dopo averne trovato uno che va proprio bene, sembri uno spreco usarlo una volta soltanto?

Maestri di Carta

YodaQualche tempo fa si parlava con un allievo di influenze, divinità e maestri – di quella gente che non s’incontra mai se non per lettura, eppure ha una parte fondamentale nel fare di noi quello che siamo. Almeno dal punto di vista della scrittura. Col che non voglio dire che non succeda anche in altri campi, ma diciamo che gli altri campi son fatti di ciascuno, e limitiamoci al rapporto tra scrittore e scrittore a mezzo libro. Tra l’altro, è precisamente quello di cui si discuteva con l’allievo in questione.

“Scommetto che ci fai un post,” egli disse a conclusione – e io non dissi né sì né no, ma insomma, sappiamo tutti come  vanno a finire queste cose. E soprattutto sappiamo che quando si tratta di SEdS la mia capacità di resistenza è prossima a nulla… Sappi, o Allievo, che se c’è voluto tutto questo tempo è solo perché mi era passato di mente… 

Ma eccoci qui, alla fin fine: sette maestri sette. Sette perché sì – e in un vago ordine cronologico di apprendistato consapevole*.

I. G. B. Shaw. Perché quando avevo dodici anni e mi chiedevano “che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “la commediografa”. E rispondevo così solo perché allora studiavo francese e non sapevo che esistesse la parola playwright, che mi piace tanto di più – ma non divaghiamo. Volevo tanto, ma in quella maniera informe, you know. Non era che non ci provassi, ma non avevo troppo idea. Poi, nell’estate dei miei tredici anni, entra in scena Shaw, nella forma delle Quattro Commedie Gradevoli, edizione Anni Sessanta, BUR con la copertina rigida – di mia madre. Folgorazione. In particolare Cesare e Cleopatra e L’Uomo del Destino. Teatro a sfondo storico – proprio quello che volevo fare. E la costruzione dei dialoghi, e l’uso delle fonti, e il tratteggio dell’ambientazione storica, e il funzionamento teatrale…

II. Joseph Conrad. In un sacco di modi. La profondità cui si poteva spingere l’indagine psicologica. Le possibilità infinite dei punti di vista. La possibilità di raccontare una storia attraverso l’accumulo di prospettive. La cesellatura di un personaggio centrale. I dubbi e le domande senza risposta. L’intensità. E poi l’uso della lingua – e di una lingua appresa. È in buona parte per via di Conrad che scrivo in Inglese.

III. Patrick Rambaud. Rambaud non se lo ricorda più nessuno, credo. A un certo punto ha letto nella corrispondenza di Stendhal di un romanzo mai scritto. Allora ha preso l’ambientazione (una battaglia napoleonica), ha preso Stendhal in persona, ha preso una manciata di personaggi storici e ne ha cavato un bel romanzo. Nulla d’immortale, solo una buona storia ben raccontata, fedele alle fonti e romanzesca quanto bastava. All’epoca in cui mi trastullavo con l’idea di scrivere romanzi storici ed ero paralizzata dall’incertezza dei confini tra fonti e immaginazione, Monsieur Rambaud è stato piuttosto fondamentale.

IV. R. L. Stevenson. Ah, i narratori di Stevenson, inaffidabili anche quando sembra che non lo siano, sottilmente minati nella loro attendibilità, irragionevoli, opinionated, a volte nemmeno terribilmente intelligenti… O Lettore, a te il delizioso mestiere di trarre conclusioni. E poi Alan Breck e l’Appin Murder – un personaggio minorissimo e un processo celebre ripresi, rivoltati come guanti, dipinti a colori irresistibili e avventurosi là dove in origine si trattava di un figuro losco e di una vicenda cruda e grigia. Ah, saper indurre il lettore a voler credere a me – persino quando sa benissimo di non poterlo fare…

V. Rodney Bolt. Quando uno scrittore mi fa entrare da una porta saggistico-divulgativa con qualche pretesa, poi mi fa sospettare che si tratti di una parodia accademica, e infine mi scodella in pieno romanzo, quando fa tutto ciò con grazia, sottigliezza e intelligenza, quando mi conduce pei prati in questa maniera e non mi irrita nemmeno un po’, tutto quel che voglio è imparare a barare così a mia volta.

VI. Josephine Tey. Anche lei scriveva teatro in una maniera che mi piace molto, ma non è questo il punto. Il punto è La Figlia del Tempo, che è una riflessione sulla storia, il modo in cui si costruiscono, mantengono e smantellano le leggende nere e un sacco di questioni che mi stanno a cuore – ed è scritto nella forma di un giallo originalissimo, popolato di personaggi ben fatti che parlano in dialoghi scintillanti. Tecnica impeccabile, idee, spirito – e soprattuto il modo di raccontare le storie.

VII. Jeffrey Hatcher. Ci voleva qualcuno che mi scrollasse fuori dalla maniera di Shaw, ed è stato Hatcher, che scrive un teatro d’ambientazione storica vivido, spigoloso e pieno di ritmo, appeso a un cambiamento epocale per rendere tutto più irreparabile, thank you very much.

E poi sono sempre la solita che si dà dei numeri e non riesce a tenerli neppure per sbaglio, per cui lasciate che aggiunga ancora Emily Dickinson. E no, non scrivo poesia, ma la densità e iridescenza del linguaggio… non si può scrivere prosa in questo modo, ma il principio mi piace proprio tanto.

E voi, o Lettori? Chi sono i vostri mentori di carta?

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* E niente autori di manuali… Quella è un’altra faccenda. La prossima volta, magari.

Josephine, Richard e la Storia

Josephine_Tey_ancestry_ed._frame_jpgMi sto preparando per lunedì e i Malvagi Shakespeariani a Gonzaga, e naturalmente Riccardo III è del picnic. E ogni volta che parlo del Richard shakespeariano, non posso fare a meno di pensare a  quel delizioso libro che è La Figlia del Tempo.

Ne avevamo già parlato? Abbastanza diffusamente? Forse no – ed è tempo di rimediare.

Allora, Josephine Tey (1896-1952) è una scrittrice scozzese, autrice di gialli, di drammi teatrali e anche di qualche romanzo storico. Un’altra Christie, pochissimo nota in Italia, e non so dire perché, visto che i suoi libri sono davvero scritti deliziosamente, con ottime trame e dialoghi strepitosi.

Qualcuno ha visto Giovane e Innocente? E’ un film di Hitchcock, pre-Hollywood, girato in economia ai Pinewood Studios, con una squadra di attori inglesi sconosciuti e bravi… Ebbene, è tratto da A Shilling for Candles, della Tey. Che poi non si chiamava affatto così: il suo vero nome era Elizabeth Mackintosh, ma pubblicava come Josephine Tey, Gordon Daviot e Craigie Howe. Daviot era il suo nom de plume per il teatro, e non parliamo di teatro qualsiasi: fu con il suo Richard of Bordeaux che John Gielgud si affermò come stella sui palcoscenici inglesi.King_Richard_III.jpg

Di suo, Mondadori e Salani hanno pubblicato una mezza dozzina di titoli fra gli Anni Trenta e Cinquanta, con l’occasionale ristampa ogni tanto… Più di recente, mi pare nel 2000, Sellerio ha riproposto La Figlia del Tempo, e qualche anno fa Mondadori ha ripreso i gialli con delle bellissime copertine vintage.

Ecco, appunto: La Figlia del Tempo – che secondo me della Tey è il romanzo più significativo. La figlia in questione è, secondo Francis Bacon, la verità, destinata a emergere prima o poi – a patto che le si lasci il tempo di farlo. E a caccia di verità va l’ispettore Alan Grant, l’investigatore abituale di JT. Solo che, per una volta, deve andarci metaforicamente. Tutto comincia con una riproduzione del ritratto qui accanto. Immobilizzato in un letto d’ospedale da un incidente e annoiato a morte, Grant si rifiuta di credere che l’uomo del ritratto sia un assassino, e si mette a investigare sul caso dei Principi nella Torre: è vero o no che Riccardo III fece assassinare i suoi due nipoti per salire al trono?

Book coverCon l’aiuto di una schiera di collaboratori, Grant esamina i fatti, ricostruisce i motivi, disseziona le tesi del Vescovo Morton, di Thomas More e di Shakespeare come quelle di altrettanti testimoni inattendibili, e un po’ per volta… Sembra noioso? Non lo è. Grant e compagnia (dall’infermiera con i libri di scuola sullo scaffale, alla celebre attrice del West End, al giovane storico americano) sono una delizia. I dialoghi sono brillanti (di quella naturalezza e perfezione che fanno ritornare indietro e rileggere le battute per il gusto di farlo) e, benché sappiamo tutti come va a finire, c’è un discreto numero di dubbi e di sorprese lungo la strada.

Ora, non so dire nulla sulle traduzioni, perché non e ho lette – e posso soltanto sperare che voce e tono siano rimasti… Regardless, vale di sicuro la pena di dare un’occhiata a questo libro, affascinante dal punto di vista storico, ben scritto, appassionante come giallo, e popolato di gente simpatica. E se tutto ciò non bastasse, pieno di idee e di domande sul modo in cui si formano luoghi comuni, leggende nere e convenzioni storiche. Che si può volere di più da un libro? Se insegnassi – se insegnassi storia, credo proprio che lo farei leggere a tutti i miei alunni.

Set 17, 2014 - libri, libri e libri    5 Comments

Dieci Libri – La Lista Rosea

7ca158176ce9d91067607e4cece866e0C’è questa cosa che gira su Facebook – una sorta di meme che consiste nell’indicare i dieci libri cui si è più legati/da cui si è stati più influenzati. Un elenco nudo e crudo di dieci titoli, e poi si passa la palla ad altra gente.

A me l’ha passata la mia amica Giulia, e naturalmente la risposta va fatta su FB – ma lasciate che ne parliamo qui, perché il giochino si presta a qualche rimuginamento in più, non credete?

E allora, per prima cosa, strologhiamo sulla formulazione del giochino stesso.

I dieci libri cui siamo più legati? Qui c’è poco da correre: letture d’infanzia, letture fondamentali, letture formative, letture ispiratrici, letture di conforto, letture indimenticate… queste cose qui. Semmai, in tutta probabilità, il difficile è fermarsi a dieci. Ma i libri che ci hanno influenzati di più? Questo è un cavallo di tutt’altro colore – anche perché…

E adesso, per favore, non dite che sono la solita, ma il fatto è che, se è vero che ai libri che ci hanno influenzati positivamente, tendiamo ad essere particolarmente legati, è altrettanto vero che non tutti i libri che ci influenzano lo fanno in senso positivo. Giusto? Ci sono libri che ci hanno fatto detestare un genere, libri che hanno cambiato la nostra visione di un personaggio o di un’epoca… E quindi, facciamo due liste, volete? Due liste ragionate: quella rosea, dei libri cui siamo legati – specificando se ci hanno anche influenzati o no, e se sì come – e quella bigia, delle letture poco amate, ma in qualche modo significative.  E non so voi, ma io comincio con la…

Lista Rosea

1. Lord Jim. Che sorpresa, eh? E non sto a ripetervi per l’ennesima volta come con LJ Conrad mi abbia influenzata in tutti i modi possibili… Per i due o tre di voi che ancora non avessero subito qualche forma della mia ossessione nei confronti di questo libro, è sufficiente dare un’occhiata qui.

2. Il Deserto dei Tartari. Letto a quindici anni, ha avuto un ruolo piuttosto fondamentale nella costruzione della mia visione del mondo e nella scelta dei miei temi.

3. Le Commedie Gradevoli. È per colpa di Shaw se, oltre a pensare che mi sarebbe piaciuto scrivere teatro, ho cominciato a scriverne per davvero…

4. La Battaglia. …Così come è per colpa di Patrick Rambaud se, oltre a pensare che mi sarebbe piaciuto scrivere romanzi storici, ho cominciato a scriverne per davvero.

5. History Play. Anche di questo ho parlato ripetutamente, ma devo pur accennare a come Rodney Bolt abbia risvegliato il mio interesse per Marlowe in particolare e, in generale, per il mondo che circondava il teatro elisabettiano – oltre a fornire un sacco di idee in fatto di storia e narrativa storica…

6. Gli Ultimi Giorni di Costantinopoli. Ci voleva Steven Runciman per farmi sistematizzare e riordinare un sacco di idee sparse sul modo di raccontare la storia – su entrambi i lati del crinale tra narrativa e saggistica. E poi potrei aggiungere che mi sono commossa sulla sorte dei difensori… ciascuno è sentimentale a modo suo.

7. Kidnapped. Oltre ad essere stato una lettura perfetta da farsi nei caffè di Edimburgo, oltre ad avermi fornito uno dei miei fidanzati di carta, questo libro ha avuto pochi rivali in fatto di sfide e stimoli linguistici: l’Angloscozzese di Stevenson è stato una svolta nella mia consapevolezza nell’uso di una lingua non mia.

8. La Lanterna di Biancospino. Il mio primo Heaney. Una rivelazione, con la combinazione possente di profondità concettuale e iridescenza del linguaggio… È chiaro che poi l’incontro con l’autore ha influenzato la mia percezione – ma ero già estremamente impressionata dopo le prime pagine.

9. Il Ramo d’Oro. E d’accordo, sarà anche datato, ma a quattordici anni, J.G. Frazer è stato la mia prima esposizione non famigliare a un approccio spassionato alla religione. Son cose che non si dimenticano.

10. Il teatro di Marlowe. Tutto – con la possibile eccezione della Dido. E sì, lo so – ma l’intensità fiammeggiante e visionaria, l’audacia spudorata delle idee… Eh.

(11. La Figlia del Tempo. Sì, lo so, sto barando – ma se vogliamo parlare di gialli metastorici, Josephine Tey non è seconda a nessuno. E che dialoghi, gente!) woman-hugging-book-page-2

E quindi sì, si direbbe che tutti i libri di questa lista mi abbiano influenzata in qualche modo. E fin qui tutto bene – anche se, a dire il vero, ce ne sarebbero molti altri – perché seriamente, come si fa a fermarsi a dieci undici? Ma questi sono i termini del gioco, e in tutta probabilità li sto già stiracchiando a sufficienza nell’aggiungere la lista bigia…

E però non la aggiungo adesso, perché il post è già lunghetto anzichenò.

E dunque ne riparliamo la settimana prossima, ma intanto, o Lettori, che mi dite di voi? A che libri siete legati? E ci siete legati perché vi hanno influenzato? Tutti i libri cui siete legati vi hanno influenzati in qualche modo? Do tell…

 

Giu 20, 2014 - libri, libri e libri    No Comments

Metti Un Pomeriggio D’Estate Un Lettore

Solstizio torna e l’estate rimena…

No, d’accordo – basta così. Ma ciò non toglie che domani sia estate. Tempo di letture estive,.

Cominciamo col riprendere la nostra buona vecchia definizione:

Non tanto il genere di libro che ci si porta in vacanza, quanto quello che, in qualche modo, costituisce una specie di vacanza di per sé. Cose gaiamente avventurose, improbabili e divertenti che paiono narrate in technicolor. Spensierate avventurone concepite, tutto sommato, come un lungo pomeriggio di make-believe.

E continuiamo riportando i link agli analoghi post dell’anno scorso e di quello prima.

Ciiò detto, vediamo un po’…

ZendaInizierei con l’avvocato Anthony Hope, del cui Prigioniero di Zenda abbiamo parlato domenica scorsa. Perché in realtà Hope ha scritto anche un certo numero di altre cose – tra l’altro un seguito, intitolato Rupert of Hentzau, dal nome del villain del primo volume, altre storie ambientate a Zenda, altre cose ruritaniane (vale a dire ambientate in altri staterelli fittizi, come la Kravonia e Aureataland), e i deliziosi Dolly Dialogues, una raccolta di bozzetti sulla vita londinese tardovittoriana – originalmente illustrati da Arthur Rackham nella prima pubblicazione in volume. Ora, direte voi, che cosa si trova? Be’, parecchio sul Project Gutenberg e, con un po’ di fortuna, qualcosa di tradotto. Per esempio, una riedizione De Agostini del Prigioniero, datata ai primi anni Novanta. Magari bisogna dedicarsi al prestito interbibliotecario, ma non dovrebbe essere terribilmente difficile. Se siete mantovani, alla Teresiana hanno edizioni anni Venti de Il Romanzo del Re e Il Romanzo della Regina… 77cc36c622a02f61cf8f7110.L._SY445_

Poi potremmo passare ad A.E.W. Mason, compagno di scuola di Hope a Dulwich College*, parlamentare, playwright di moderato successo, ufficiale nella Prima Guerra Mondiale, agente del constrospionaggio e romanziere avventuroso. Il suo titolo più celebre è senz’altro Le Quattro Piume, storiellona di coraggio, codardia, false apparenze e redenzione da cui ogni decennio qualcuno trae un film. Però ci sono anche i gialli dell’ispettore Hanaud e il mio prediletto, l’elisabettiano** Fire Over England. Per una volta, trovate una certa quantità di traduzioni in giro per biblioteche, compresi quattro gialli raccolti in un volume Mondadori datato 1985. Se volete gli originali, Gutenberg Australia o Gutenberg e basta.

TeyPerò mi viene in mente che non ho mai incluso in queste liste Josephine Tey/Gordon Daviot – e invece ne vale la pena. Ci sono i gialli dell’Ispettore Grant, ma ci sono anche altre cose, come l’incantevole The Privateer, romanzo storico con Henry Morgan come protagonista (che a mio timido avviso è perfetto da leggersi accanto al Captain Blood di Sabatini), il più amaro Kif, il play Richard of Bordeaux, che catapultò al successo un giovane John Gielgud… I gialli li trovate persino in libreria, ripubblicati l’anno scorso da Mondadori. Per tutto il resto, c’è Gutenberg Australia. beau-geste-book

E infine, Percival Christopher Wren, che con questo nome da romanzo, è un personaggio che di per sé meriterebbe una storia. Insegnante e (forse) ufficiale in India, (forse) legionario straniero, ripetutamente e misteriosamente sposato – e sempre straordinariamente riservato su tutto quanto. Se ne avete mai sentito parlare, odds are che sia per via di Beau Geste, avventurona anglo-desertica, con tre orfani di buona famiglia che si arruolano nella Legione in seguito a un furto di gioielli… ah, tutto molto intricato e avventuroso, e magari avreste anche visto il vecchio film con Gary Cooper. Ad ogni modo, questa volta niente Gutenberg. For once and for a wonder, c’è una traduzione Mursia del 2012, che rischia persino di essere ancora in catalogo. Se volete l’originale, lo si trova (insieme ai suoi seguiti) in giro per biblioteche, oppure su Amazon, in genere per una manciatina di centesimi.

E per quest’anno, ecco qui. Regnolini balcanici, Inghilterre passate o inesistenti, mari, deserti… Vi sembra una collezione abbastanza avventurosa per i pomeriggi estivi? E mi raccomando: non dimenticatevi i ghiaccioli.

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* Sì, quello fondato da Ned Alleyn.

** Lo so, lo so… Anche qui c’è un film, con Laurence Olivier e Vivien Leigh.

 

Assassinio Sul Palcoscenico

 

teatro, gialli, agatha christie, josephine tey, n'gaio marsh, nicola upson, barry unsworthImmaginate un posto labirintico e pittoresco, pieno di angoli bui e ogni genere di bizzarri attrezzi, popolato di gente temperamentale con tendenza all’egocentrismo che pratica la finzione per mestiere, percorso da rivalità e carrierismo di notevole ferocia… 

Non vi sembra perfetto per quantità industriali di omicidi? 

Be’, siete in buona compagnia: da decenni sembra perfetto a un sacco di giallisti che ambientano le loro storie a teatro e nell’ambiente teatrale…

In realtà dubito che attori, registi e autori teatrali abbiano una tendenza a delinquere superiore alla media. Al momento mi viene in mente soltanto Ben Jonson che uccide Gabriel Spenser in duello – ma ammetto che, essendo successo quattrocento e tanti anni fa, non è terribilmente significativo.

E se vogliamo, anche Marlowe passò un paio di settimane a Newgate per concorso in omicidio (compiuto più o meno per autodifesa da un altro autore teatrale, Thomas Watson), e morì accoltellato in una rissa… ma di nuovo, stiamo parlando di Elisabettiani.

E tuttavia, svariati secoli più tardi, nell’epoca d’oro del giallo classico inglese, si sviluppò una considerevole tendenza a far maturare delitti tra le sensibilità arroventate e le scarse inibizioni dei teatranti.teatro, gialli, agatha christie, josephine tey, n'gaio marsh, nicola upson, barry unsworth

Cominciamo pure da Agatha Christie, i cui attori – dalla Lady Edgware di Tredici a Tavola al Charles Cartwright di Tragedia in Tre Atti, non sono sempre creature equilibratissime. Badate, non sto dicendo che siano necessariamente assassini – ma di sicuro muovono parecchio la trama a furia di temperamento, ambizioni e mancanza di scrupoli.

Con Ngaio Marsh, poi, non c’è gioco. La signora era una regista e insegnante di teatro, per cui l’ambientazione le riusciva naturale. Tanto che, lo confesso, i gialli della Marsh li leggo, più che per l’indagine, per l’aguzzo ritratto dell’ambiente teatrale. Aguzzo e vario: per citare solo un paio di titoli, se il gaio e ironico Death at the Dolphin è costruito intorno al sogno di ogni autore teatrale degno del nome (meno l’omicidio, magari…), il più tardo First Night non risparmia nulla della fatica, delle perfidie e dell’occasionale squallore nascosti dietro le quinte di una produzione.

Dopodiché non sempre i delitti avvengono tra camerini, boccascena e magazzino degli attrezzi. Nessun romanzo di Josephine Tey è ambientato a teatro (anche se The Man in the Queue inizia davanti a un teatro del West End, e la Christine di A Shilling for Candles è un’attrice), ma Marta Hallard, la grande amica dell’Ispettore Grant, è un’attrice teatrale – e frequenta di conseguenza, cosicché attori, autori, registi e produttori non mancano mai.

teatro, gialli, agatha christie, josephine tey, n'gaio marsh, nicola upson, barry unsworthA questo proposito, potrei citare la contemporanea Nicola Upson, che proprio della Tey ha fatto la protagonista della sua serie di gialli. Nel primo volume, An expert in murder, Josephine e Archie Penrose indagano su due omicidi commessi durante l’ultima settimana di repliche del successone teyano Richard of Bordeaux. Per un motivo o per l’altro, mezza popolazione del teatro si ritrova ad avere mezzo, movente od occasione – e forse la maggiore delizia di questo libro sta nei personaggi modellati su gente come John Gielgud o le sorelle Harris di Motley, autentica fauna del West End anni Trenta.

Quindi, vedete, la tradizione continua ininterrotta ai giorni nostri. Spesso, è  vero, continua nei gialli storici. Qualche volta i protagonisti sono fittizi, come l’ur-direttore di scena elisabettiano Nicholas Bracewell di Edward Marston, o il farmacista settecentesco John Rawlings di Deryn Lake – che teatrante non è, ma a un certo punto della sua carriera si ritrova a investigare sulla morte di un primattore assassinato in scena al Drury Lane. Altre volte, il protagonista/detective è un personaggio storico, come il Tom Nashe di Mike Titchfield, o i (plurale) Kit Marlowe di M.J. Trow e Sarah D’Almeida.

Discorso a parte merita il bellissimo e già citato Mystery Play – La Commedia della Vita di Barry Unsworth, in cui un capocomico tardomedievale e i suoi attori risolvono un omicidio abbandonando la vecchia tradizione teatrale dei Misteri. Francamente, in questo caso, l’omicidio non è del tutto rilevante, se non come indovinello viscerale, cui offrono soluzione l’arte e la conoscenza.

Col che non voglio dire che il filone sia confinato ai secoli passati. Non vi stupirete se confesso di non leggere molti gialli di ambientazione contemporanea, ma basta contare quanti episodi de La Signora in Giallo siano ambientati a teatro e abbiano per vittima o assassino un attore, un autore, un regista, un produttore. O un critico – non dimentichiamoci dei critici. Ed è vero, eravamo tra gli anni Ottanta e Novanta, but still.

Perché alla fin fine, il teatro è sempre quel luogo di buio e luci parimenti artificiali, di illusioni, di corde, di armi finte, di gelosie, di apparenza che inganna, di false prospettive, di controllo supremo unito all’impulsività più scoperta. E se niente e nessuno è quel che sembra, torno a chiedervelo: c’è posto più adatto a mettere in scena un assassinio?

Lug 12, 2013 - libri, libri e libri    1 Comment

Pirati, Corsari, Bucanieri

Mail:

Certo che, per essere una cui le storie di pirati non piacciono alla follia, ne hai lette un sacco…

scrive R., in riferimento alla nota alle illustrazioni di questo post.

Mah, non saprei dire se ne abbia lette davvero un sacco. Di sicuro sono vagamente irritata dal diluvio di piratitudini innescato da Jack Sparrow & compagnia* – ma quella tutto sommato potrebbe essere una reazione dovuta alla mia scarsa simpatia per i fads più che al genere in sé…

Oh, e poi c’è Sandokan. Da bambina ho destestato Sandokan e, a ben pensarci, anche i Corsari Variopinti. Li ho detestati con una certa energia – ma ne abbiamo già parlato, credo.

Per cui no: le storie di pirati non mi piacciono alla follia come genere. Non vado a cercarmele. Non ho mai fatto il pirata giocando a make-believe. Per di più, non sono affatto certa che non siano spesso minestroni di biechi luoghi comuni confezionati secondo formula…

Ciò detto, ci sono alcuni libri che mi sono piaciuti molto… benché parlassero di pirati. E incidentalmente parlavano di pirati. Oppure per il modo in cui parlavano di pirati.

Per dire…

pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck1) L’Isola del Tesoro, che poi non è nemmeno il mio Stevenson preferito, ma di sicuro il primo che ho letto – ed è il genere d’incontro che non si dimentica. Anche solo l’inizio, con la locanda sulla costa ventosa, il misterioso ospite spaventato, la Macchia Nera… E poi vogliamo parlare di Silver? Fasullo, manipolatore, affascinante, contastorie e crudele… Tra l’altro, con il suo pappagallo sulla spalla e la sua gamba di legno, è Il pirata per eccellenza. D’altra parte, con questo romanzo (scritto, vuole la leggenda, in due settimane di vacanze piovose), Stevenson arredò buona parte del genere. pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck

2) The Privateer, di Josephine Tey. Brillante, ironico, scritto in quella maniera sciolta e vivace che è marchio di fabbrica di Ms. Tey, con dei dialoghi da manuale. Ci sono arrivata perché l’autrice mi piace tanto e questo è, credo, il suo unico romanzo storico vero e proprio. C’è il consueto lavoro di smontaggio di miti, perché questo Henry Morgan non è il mostro di cartone di Exquemelin, ma un giovanotto ambizioso e desideroso di rivalsa, dotato di una mente tattica, un senso dell’umorismo e un temperamento fiammeggiante. C’è il mare, ci sono un sacco di avventure, c’è un corteggiamento tutt’altro che convenzionale – e c’è un’introduzione sul linguaggio nei romanzi storici che vale da sola il prezzo del biglietto. 

pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck3) La Coppa d’Oro, che talvolta si traduce – chissà perché – come La Santa Rossa. John Steinbeck. Primo romanzo. Unico romanzo storico. Ancora Henry Morgan, ma tutt’altro mood. Una specie di monumento al narratore inaffidabile – e nemmeno in prima persona… Ma non si può mai essere certi nemmeno di quel che questo Morgan pensa, men che mai di quel che racconta. È il tipo che si reinventa le vite (più d’una) ogni volta che le racconta, aggiustandole per dare loro una simmetria narrativa e una profondità di significato che il lettore è invitato a sospettare non abbiano. E però, chi può dire che cosa rimanga di vero sotto le incrostazioni di menzogne, ritocchi e aggiustamenti? Con la beffa aggiuntiva che gli ascoltatori smettono di credergli abbastanza presto – ma non è detto che a Morgan importi granché. Per il discendente dei bardi gallesi, in fondo, l’importante è raccontarsi… pirati, r.l.s. stevenson, josephine tey, rafael sabatini, john steinbeck

4) Captain Blood, perché sì. No, davvero: in fatto di avventura con Sabatini è difficile sbagliare. Un po’ il paradigma di quel che si diceva in fatto di letture estive, ricordate? Pittoresche avventure nei secoli passati. E Peter Blood che, con il suo passato turbolento, sarebbe felicissimo di restarsene a fare il medico e coltivar gerani – se non si ritrovasse impigliato nella Monmouth Rebellion e non finisse venduto schiavo a Barbados – è un personaggio perfetto. Una volta di più, è ispirato in parte a Morgan, la cui carriera da deportato a pirata a governatore, ammettiamolo, sembra fatta apposta da romanzare.

Quindi no, le storie di pirati non mi piacciono alla follia, ma l’occasionale pirata ben scritto e significativo, a patto che sia ambientato come si deve e non nuoti in una zuppa di clichés, è ammesso alla compagnia. 

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* Di cui ho visto soltanto il primo film. Il fatto che lo abbia visto seduta praticamente sotto lo schermo e all’estremità laterale della fila, con grave pregiudizio dei miei cervicali, non ha contribuito a farmelo apprezzare, ma di sicuro non ho sentito il bisogno di vederne altri episodi.

Agatha & C. All’Indice

Davvero non so come mi sia potuto sfuggire – o forse lo so: gl’implumi delle mie tre classi si divertono un mondo quando, dopo ogni lezione, con micidiale infallibilità, si rende necessario rincorrermi per i corridoi perchè ho dimenticato in aula la cartella, la borsa, il computer, il giaccone o qualche scartafaccio assortito…

E non ho nemmeno quarant’anni. Che ne sarà di me quando ne avrò ottanta?

Oh well, non divaghiamo. Il punto è che quasi un mese fa è uscito il mio articolo sulle gialliste inglesi della Golden Age su L’Indice Online.

Christie, Sayers, Tey, Allingham, Heyer, Marsh… tutte quelle signore che scrivevano di delitti, e i loro detective di buona famiglia – una sorta di club per soli uomini, se non fosse per Miss Marple…

Ad ogni modo, seppur con ritardo, vi segnalo che l’articolo si trova qui.

Vi va di dargli un’occhiata?

Sette Maestri Sette

Questa faccenda va girando di blog in blog quasi come un meme – ovvero quella cosa che vado ripetendo di non fare e poi invece ci ricasco sempre.

Ma il fatto è che, quando si comincia a parlare di maestri ideali, scrittori sulle cui opere ci siamo formati… come può una ragazza resistere?

A dire il vero, Ferruccio Gianola ha cominciato parlando di scrittori preferiti, ma poi Alex Girola e Davide Mana hanno aggiunto alla faccenda questo taglio vagamente jedi, e allora eccoci qui.

E siccome vedo che a numeri funziona alla ciascuno-per-sé, qui andiamo per sette, in un ordine vagamente cronologico – non tanto di lettura, quanto di consapevole apprenticeship

I. G. B. Shaw. Perché quando avevo dodici anni e mi chiedevano “che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “la commediografa”. E rispondevo così solo perché allora studiavo francese e non sapevo che esistesse la parola playwright, che mi piace tanto di più – ma non divaghiamo. Volevo tanto, ma in quella maniera informe, you know. Non era che non ci provassi, ma non avevo troppo idea. Poi, nell’estate dei miei quattordici anni, entra in scena Shaw, nella forma delle Quattro Commedie Gradevoli, edizione Anni Sessanta, BUR con la copertina rigida – di mia madre. Folgorazione. In particolare Cesare e Cleopatra e L’Uomo del Destino. Teatro a sfondo storico – proprio quello che volevo fare. E la costruzione dei dialoghi, e l’uso delle fonti, e il tratteggio dell’ambientazione storica, e il funzionamento teatrale…

II. Joseph Conrad. In un sacco di modi. La profondità cui si poteva spingere l’indagine psicologica. Le possibilità infinite dei punti di vista. La possibilità di raccontare una storia attraverso l’accumulo di prospettive. La cesellatura di un personaggio centrale. I dubbi e le domande senza risposta. L’intensità. E poi l’uso della lingua – e di una lingua appresa. È in buona parte per via di Conrad che scrivo in Inglese.

III. Patrick Rambaud. Rambaud non se lo ricorda più nessuno, credo. A un certo punto ha letto nella corrispondenza di Stendhal di un romanzo mai scritto. Allora ha preso l’ambientazione (una battaglia napoleonica), ha preso Stendhal in persona, ha preso una manciata di personaggi storici e ne ha cavato un bel romanzo. Nulla d’immortale, solo una buona storia ben raccontata, fedele alle fonti e romanzesca quanto bastava. All’epoca in cui mi trastullavo con l’idea di scrivere romanzi storici ed ero paralizzata dall’incertezza dei confini tra fonti e immaginazione, Monsieur Rambaud è stato piuttosto fondamentale.

IV. R. L. Stevenson. Ah, i narratori di Stevenson, inaffidabili anche quando sembra che non lo siano, sottilmente minati nella loro attendibilità, irragionevoli, opinionated, a volte nemmeno terribilmente intelligenti… O Lettore, a te il delizioso mestiere di trarre conclusioni. E poi Alan Breck e l’Appin Murder – un personaggio minorissimo e un processo celebre ripresi, rivoltati come guanti, dipinti a colori irresistibili e avventurosi là dove in origine si trattava di un figuro losco e di una vicenda cruda e grigia. Ah, saper indurre il lettore a voler credere a me – persino quando sa benissimo di non poterlo fare…

V. Rodney Bolt. Quando uno scrittore mi fa entrare da una porta saggistico-divulgativa con qualche pretesa, poi mi fa sospettare che si tratti di una parodia accademica, e infine mi scodella in pieno romanzo, quando fa tutto ciò con grazia, sottigliezza e intelligenza, quando mi conduce pei prati in questa maniera e non mi irrita nemmeno un po’, tutto quel che voglio è imparare a barare così a mia volta.

VI. Josephine Tey. Anche lei scriveva teatro in una maniera che mi piace molto, ma non è questo il punto. Il punto è La Figlia del Tempo, che è una riflessione sulla storia, il modo in cui si costruiscono, mantengono e smantellano le leggende nere e un sacco di questioni che mi stanno a cuore – ed è scritto nella forma di un giallo originalissimo, popolato di personaggi ben fatti che parlano in dialoghi scintillanti. Tecnica impeccabile, idee, spirito – e soprattuto il modo di raccontare le storie.

VII. Jeffrey Hatcher. Ci voleva qualcuno che mi scrollasse fuori dalla maniera di Shaw, ed è stato Hatcher, che scrive un teatro d’ambientazione storica vivido, spigoloso e pieno di ritmo, appeso a un cambiamento epocale per rendere tutto più irreparabile, thank you very much.

E poi sono sempre la solita che si dà dei numeri e non riesce a tenerli neppure per sbaglio, per cui lasciate che aggiunga ancora Emily Dickinson. E no, non scrivo poesia, ma la densità e iridescenza del linguaggio… non si può scrivere prosa in questo modo, ma il principio mi piace proprio tanto.

E voi? Chi sono i vostri mentori di carta?

‘Zounds!

È inoltre consigliabile, scrivendo narrativa ambientata in qualsiasi periodo storico, evitare distorsioni del linguaggio nel tentativo di creare dialogo d’epoca. Se i personaggi della nostra storia non suonavano antiquati ai loro contemporanei, allora non devono suonare antiquati nemmeno a noi. Può benissimo darsi che un giovanotto dicesse al suo benefattore: La vostra benevolenza mi lusinga assai, signore, e son ben conscio della gratitudine che vi spetta”, ma non è così che le sue parole suonavano all’orecchio del benefattore. Quello che il benefattore capiva era: “Grazie, signore, molto gentile.”

E questa è quella Josephine Tey di cui parlavamo qualche giorno fa, nella Nota al suo romanzo The Privateer. Questo significa che, nel 1952, JT anticipava di una buona sessantina d’anni quello che nell’ultimo decennio o giù di lì è diventato il dibattito sul Nuovo Corso del romanzo storico. La faccenda (come molte faccende serie che riguardano la narrativa di genere) è maturata in ambito anglosassone, quando alcuni autori hanno cominciato a scrivere antichi romani e sovrani Tudor che parlavano un linguaggio decisamente ‘XXI Secolo’. L’idea generale, come la zuppa inglese, ha più di uno strato.

Da una parte c’è la volontà di rendere più facile l’identificazione al lettore. Bisogna ammetterlo, non è sempre facilissimo simpatizzare per cinquecento pagine con gente che procede a forza di “Dei possenti!”, “calami” e “guantiere”. Poi sia chiaro, non si tratta di modernizzare i personaggi: mentalità e atteggiamento restano rigorosamente period, ma il trucco sta nel renderli in un linguaggio tale che il lettore contemporaneo non abbia l’impressione di essere appena sbarcato su Marte.

Ed ecco l’altro lato della questione, che ci riporta al discorso di JT: la maniera cinque, sei o settecentesca, non pareva affatto maniera a chi la usava, e pertanto il romanziere storico dovrebbe produrre l’impressione che i suoi personaggi parlino in modo normale. Quando Riccardo III dice “Zounds!”, non dice nulla di particolarmente esotico o pittoresco, si limita a usare un’imprecazione che è moneta corrente ai suoi tempi. E a quelli di Will Shakespeare, se vogliamo, per cui l’esempio non è del tutto calzante, ma avete capito quello che voglio dire. Supponiamo tuttavia che un romanziere contemporaneo riprenda in mano Richard*, e che lo ritragga in un momento di furore: un’imprecazione contemporanea aiuterebbe il lettore a simpatizzare meglio con la sua rabbia? E glielo farebbe sentire più vicino? Più vero? Più vivo?

Quel che è certo è che un linguaggio troppo desueto produce distacco, intralcia l’identificazione e trascina il lettore fuori dalla storia. Not good. Per rendersene conto (e per vedere che JT non era l’unica precorritrice) basta leggere il primo capitolo dei Promessi Sposi, con il supposto scartafaccio secentesco: fittizio senz’altro, ma ricalcato sullo stile dell’epoca e poco meglio che illeggibile. Per renderlo appetibile al lettore, dice Don Lisander, bisogna rivestire la bella storia di parole diverse, parole che si possano capire a prima vista.

E in realtà oggi sono veramente pochi gli autori che riproducono fedelmente la lingua del loro periodo: per lo più, chi rifiuta l’idea del Nuovo Corso cerca una via di mezzo tra comprensibilità e un certo qual gusto d’epoca, il che risulta in una vasta gamma di linguaggi immaginari, più o meno riusciti, più o meno deliberati, più o meno leggibili**.

E allora? Vexata quaestio… Personalmente, confesso di avere sempre avuto un debole per il linguaggio d’epoca***, per le costruzioni desuete, per i vocaboli astrusi e specialistici, ma devo aggiungere anche che non è la caratteristica della mia scrittura che mi ha procurato più lettori. Da un lato, capisco che se voglio ricreare un’altra epoca, renderla viva per il mio lettore, un linguaggio contemporaneo (purché privo di anacronismi) è di sicuro uno strumento potente. D’altra parte, dove va a finire quella specie di “patina del tempo” che contribuisce tanto al fascino di tutto quello che è antico?

Aneddotino. Secoli fa, per una rappresentazione de L’Uomo del Destino, atto unico napoleonico di G.B. Shaw, avevo fatto fotocopiare dei pezzi di mappa catastale, perché servissero da mappe militari. Nonostante avessi preso la precauzione di procurarmi della carta color avorio (un mestieraccio, trovarne in formato A3!), vedermele in mano mi causò un istante di delusione: non avevano un’aria antica… Ovviamente non dovevano averla! Ovviamente Napoleone aveva mappe nuove con sé, magari un po’ sbrindellate e macchiate dall’uso, ma senz’altro non antiche. E però, da un punto di vista scenografico, non sarebbero parse fuori posto tra le crinoline e le spade e le candele, nell’atmosfera d’epoca creata dalla regia?

Ecco, credo che questo sia un po’ il nocciolo del problema: che cosa si vuole, che cosa si cerca in un romanzo storico? Un senso della sostanziale parentela che ci lega a questi antenati, o uno sguardo agli usi, costumi e pensieri di un mondo che il passare dei secoli ha reso estraneo? Il dibattito è ampiamente aperto.

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* Ipotesi tutt’altro che peregrina: nel mondo anglosassone esiste una folta schiera di romanzi riccardiani. C’è persino una Richard III Society, dedita alla riabilitazione storica del povero Richard.

** Per un gustoso simil-mantovano secentesco, La Pantoffola di Matilda, di Stefano Scansani, vale la pena di un’occhiatina.

*** A dieci anni, giocando “a Medio Evo”, ero solita riprendere i miei amici quando per errore si rivolgevano al re con il lei, anziché il voi, che a me sembrava più period… Me lo rinfacciano ancora.

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