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Feb 14, 2014 - elizabethana    No Comments

La Dura Vita Del Conferenziere

TurtleInizierete soddisfatti di voi stessi, perché a dieci giorni dalla conferenza avete tutto pronto. Why, la scaletta l’avete buttata giù lo scorso anno, mentre suddividevate e organizzavate la vostra scorta di elisabettianerie in una mezza dozzina di conferenze da proporre in giro. In fondo si tratta soltanto di prepararla, giusto? È così che inizierete.

E poi vi siederete a gambe incrociate su un divano comodo con la scaletta in grembo, una tazza di tè a portata di mano e una gatta soriana per pubblico, e farete una prima prova.

E vi renderete conto che dura due ore e un pochino.

E allora, perplessi e sconcertati, farete una seconda prova, cercando di capire dove vi siete lasciati prendere la mano. Perché si capisce, chi dice che quando parlate di cose elisabettiane siete inclini a lasciarvi prendere la mano, mente – but still. Così riproverete, e allo scoccare dell’ora dovrete arrendervi all’evidenza che non siete arrivati nemmeno a metà della scaletta.

Allora vi farete un’altra tazza di tè, e così fortificati vi metterete a fissare trucemente la scaletta – forse nella vaga speranza che, sentendosi in imbarazzo, si faccia piccola piccola.

E non funzionerà, sapete. La faccia di bronzo delle scalette è da non dirsi.

L’indomani ricomincerete daccapo, con una prova infelicissima. L’infelicità deriverà dal fatto che ogni volta che state per divagare un pochino, ogni volta che vi viene in mente un dettaglio interessante, ogni volta che siete sul punto di dire qualcosa che non sia essenziale alla comprensione del discorso, il pensiero delle due ore e passa vi tratterrà. Il risultato sarà vivace e interessante come fil di ferro, ai limiti dell’ermetico e comunque durerà un’ora e quarantadue. Not good.

Allora vi arrenderete all’idea che c’è troppa roba e, armati di un metaforico machete, comincerete a sfoltire. E sfoltire. E poi sfoltire ancora un pochino. E poi a riorganizzare quel che è rimasto.

E sarà a questo punto che, convinti di avere potato tutto il potabile, vi darete alla preparazione della presentazione powerpoint. Ne uscirete con 22 slides, e vi riterrete ragionevolmente soddisfatti. Vi darete persino (in ispirito) un paio di pacchette sulla testa per avere superato l’emergenza da eccesso di zelo, e per aver saputo rinunciare a diverse cose che vi piacevano.

Il dubbio di aver detto gatto prima di averlo nel sacco vi coglierà alla prima prova con le immagini quando, rilassati e compiacenti – forse un tantino troppo rilassati e compiacenti – vi ritroverete a cronometrare un’ora e cinquantaqo. Un’ora e cinquantaqo? Per nulla rilassati, riproverete senza più reintrodurre una cosetta qui e un’altra là (perché tanto avete tagliato…) e riuscirete a scendere a una tutt’altro che ottimale ma più ragionevole ora e venti. E però… E però l’insieme vi sembrerà sbilanciato. Secco e sbilanciato. Secco, sbilanciato e… hmf.

Così riorganizzerete il tutto un’altra volta e, di conseguenza, dovrete – come mi ha detto qualcuno di recente – rimescolare le slides che nemmeno un mazzo da poker. E mentre rimescolate, vi verrà in uggia il colore dello sfondo, e deciderete che con un paio d’immagini si potrebbe far di meglio – ma questi sono dettagli.

Più o meno a questo punto, vi verrà da chiedervi perché diavolo questa conferenza vi agiti tanto. È un decennio che fate conferenze in una manciata di città, che diavolo, e vi piace da matti parlare in pubblico, e l’argomento lo conoscete come le vostre tasche, e vi state preparando per una platea conosciuta e bendisposta… Che sono, vi domanderete un po’ seccati, questi mooligrubs?

Ad ogni modo, vi parrà di avere risolto i vostri problemi e, a parte qualche aggiustatura, vi sentirete liberi di dedicarvi a strologare una locandina adatta alla pubblicità che intendeve farvi in rete – e metterete insieme un arnese che non vi dispiacerà affatto.

Persino quando uno degli organizzatori telefonerà per accertarsi che non vogliate un proiettore conserverete il vostro autocontrollo. Pensando alle vostre 22 faticosissime slides, direte che in realtà sì, il proiettore lo vorreste proprio – come d’altra parte credevate di avere chiarito fin dalla prima mail di accordi… L’organizzatore alla fine dirà che il proiettore si può, dopo tutto, procurare. “E speriamo che ci sia un po’ di gente, eh…” aggiungerà ancora l’organizzatore, troncando a metà il vostro sospiro di sollievo. “Perchè non è proprio il tipo di argomento che attira le folle.” “Er… già,” direte voi, un nonnulla sconcertati. “Speriamo…”

E giusto per essere d’aiuto, a questo punto, la stampa locale pubblicherà un trafiletto sulla conferenza – un trafilettino grande come un francobollo da 10 centesimi che riporta la data sbagliata. Voi telefonerete agli organizzatori e gli organizzatori telefoneranno alla stampa locale, ma il sugo di tutto questo traffico sarà che non c’è più nulla da fare, così è il destino ed è il caso di farvene una ragione.

È per questo che, durante le ore insonni, mentre fissate l’oscurità, vi verrà da chiedervi se il vostro desiderio di guadagnarvi da vivere parlando in pubblico non sia dopotutto un tantino malconsiderato…

E forse è sempre per questo che la mattina del dì fatale vi sveglierete con i cervicali annodati e l’umor gaio di un tordo strinato, e sarete una croce per chi vi sta attorno. Non sarà d’aiuto un’ultima prova cronometrata a un’ora e trenta – minuto più, minuto meno. Troppo, troppo, troppo lunga, vi direte, torcendovi le mani all’idea di un pubblico annoiato che sbuffa e controlla l’orologio. Finché, verso metà pomeriggio, avrete un’Illuminazione. Sì, con la maiuscola. Vi albeggerà in mente una maniera efficace ed elegante di sfrondare all’oretta regolamentare senza ridurre l’insieme alla consistenza e sapidità del porridge scondito.

Così, in un vortice di attività, preparerete una nuova scaletta, farete a botte con la stampante che non vuol saperne di stamparvela, rimaneggerete la presentazione e alla fine, pur con il collo e la testa doloranti, vi troverete finalmente soddisfatti di quel che avete da dire.

Dopodiché vi farete carini, vi metterete al collo la Vita di Shakespeare in miniatura e partirete in ritardo, saltando la cena e rischiando di perdervi. Arriverete e troverete la sala vuota, e tutti i vostri misgivings torneranno a farvi le boccacce, e i cervicali si tenderanno come corde d’arpa… join-toastmasters-practice-public-speaking

Ma poi… oh, poi! Poi la sala si riempirà come un uovo, e il proiettore ci sarà e funzionerà, e vi ritroverete in prima fila due giovanissimeici di un vostro play, e voi comincerete a parlare, e prenderete il ritmo, e sentirete di avere catturato il pubblico, e vi rilasserete, e vi dimenticherete di possedere un collo, e reintegrerete un sacco di particolari che avevate soppresso, e il pubblico si divertirà, e ridacchierà nei punti giusti, e nessuno si agiterà sulla sedia, nessuno guarderà l’orologio – nemmeno voi – e il discorso seguirà il suo arco come una buona storia, arrivando alla sua conclusione naturale  – e costaterete di avere parlato per un’ora e dieci, ma il pubblico, dopo avervi coperti di applausi, avrà ancora l’energia di fare domande…

E poi ci saranno gli applausi, e i complimenti, e i fiori, e due bellissime litografie in regalo dall’artista locale, e altri complimenti, e vi diranno che a sentirvi descrivere un teatro elisabettiano par di essere là&allora*, e poi cavalcherete verso casa nella notte ventosa, e cenerete a tarda notte, e brinderete e vi domanderete come, come, come abbiate potuto dubitare, eccetera eccetera – e tutti vivranno felici e contenti fino alla vigilia della prossima conferenza.

(Per cui, semmai voleste qualcuno a bagolare di Shakespeare, Marlowe ed elisabettianerie miste assortite…)

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* R. passa di qui mentre scrivo e legge da sopra la mia spalla. “Làkallora?!” E io spiego che non è un errore di stumpa, e non è nemmeno una K, è ‘là – e commerciale – allora.’ “Che sistemi!” inorridisce R. “Orrore, orrore, orrooooooore!” How very Elizabethan…

 

 

Mooligrubs

Mooligrubs è una favolosa parola che ho scoperto sfogliando un libro per fanciulli di Alison Uttley, una cosa chiamata A Traveler in Time, a proposito di una ragazzina degli anni Trenta del Novecento che, più o meno per sbaglio, si ritrova in età elisabettiana… er, sì.

Ma dicevo, mooligrubs.

Dev’essere dialettale, e significa broncio, paturnie, malinconie, malumori e, per estensione, mal di pancia. Non è deliziosamente espressivo? Ed è anche soddisfacente da masticare quando le paturnie in questione ci sono. Quando non si riesce a liberarsi dell’impressione che lo schema generale delle cose comprenda una deliberata intenzione di travolgerci e seppellirci… Ecco, sì – ma non badate a me.

Ho i mooligrubs.

SadSnoopy

O meglio, non badate all’attacco di mooligrubs, ma badatemi quando vi ricordo che:

I. Questa sera riparte Ad Alta Voce, con letture sul tema “L’Appetito Vien Mangiando”.  Alle 21 presso la biblioteca Zamboni di Roncoferraro.

II.  Domani sera bagolo di Shakespeare, Marlowe e cose elisabettiane in genere – a partire dall 20.45, alla Sala Civica di Levata di Curtatone. E se siete stati indotti a pensare che la chiacchierata sia questa sera, non fidatevi. È proprio domani.

Se siete da queste parti, nell’una o nell’altra occasione, perché non fate un salto?

Giuro che per allora mi sarò fatta passare tutte le paturnie.

Shakespeare & Marlowe, Poeti

Così cominciamo. Cominciamo con le conferenze shakespearian-marloviane.

Cominciamo con entrambi – e sapete una cosa? Nel proporre le mie conversazioni in proposito sono vagamente ma piacevolmente sorpresa di costatare un certo interesse per il fatto che Shakespeare non esistesse isolato e fluttuante in una specie di vacuum. C’è un certo interesse per il suo mondo, per i suoi contemporanei, colleghi e rivali, per la sua Londra, per l’ambiente teatrale in cui e per cui ha scritto. C’è un certo interesse per Marlowe. E allora, giovedì 13 alla Sala Civica di Levata, alle ore 20.45…

Locandina1

Sarà la storia di una rivalità poetica in una città esuberante, rumorosa e affamata di teatro. La storia di quello che se ne sa, di quello che se ne è immaginato e ricostruito nei secoli, di come andò a finire,  e sarà avvincente, drammatica, curiosa e piena di colpi di scena come un lavoro di Shakespeare – o Marlowe.

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Il Carteggio Marlowe

The-Marlowe-Papers-pb-jacketTardissimo – perdonate. E neanche molto lungo. Passerà anche l’influenza…

Ma veniamo a noi. Era un po’ che meditavo su The Marlowe Papers, romanzo in versi della poetessa Ros Barber.

Insomma, un’altra storia neo-marloviana, con il buon Kit che, invece di morire a Deptford, fugge sul Continente e procede a scrivere tutto il canone shakespeariano… A parte tutto il resto, quante volte è già stata scritta? E d’altro canto è ormai risaputo che, quando si tratta di Christopherm Marlowe, la mia capacità di resistere alle tentazioni, anche le più improbabili, è… ridotta. Ma soprattutto, l’idea di un romanzo in versi – in pentametri giambici! – mi attirava da matti, non foss’altro che per pura e semplice improbabilità.

Alla fine a decapitare i miei tentennamenti ci ha pensato Babbo Natale, scodellandomi The Marlowe Papers sotto l’albero… E diamine, ne valeva la pena in tutti i modi possibili.

Perché la signora Barber, o Lettori, Sa Quello Che Fa.

Può darsi che la nuda ossatura della trama si sia già vista decine di volte (vedi § 2), ma qui è sfaccettata in un’infinità di piccole scene, narrate in prima persona poetica da un Marlowe per cui è impossibile non parteggiare. Comincia arrogante, pieno di fuoco, incauto e troppo fiducioso per il suo stesso bene, e un po’ per volta, ogni singolo passo verso la grandezza si rivela un’imprudenza da pagarsi a caro prezzo. E noi, leggendo, ci dimentichiamo della teoria bislacca su cui è costruita la trama, per appassionarci ai tormenti, ai riscatti momentanei, alle speranze condannate del narratore. warning-sign-clip-art_420969

Le poesie sono alla fine fine lettere in versi che, dall’estero o dall’invisibilità precaria di un incognito che rischia di far acqua ad ogni passo, Marlowe scrive senza mai spedirle a Thomas Walsingham – amico, mecenate, salvatore e amante… Lettere non spedite, metà diario e metà testamento per almeno tre quarti del libro.

E, per una volta, persino la trasformazione da Marlowe in Shakespeare è fatta con immaginazione e sottigliezza, intrecciando fatti conosciuti, dubbi, ipotesi, vuoti biografici e cronologie di titoli con molta, molta più finezza di quanta se ne veda di solito in questo genere di operazioni.

Il tutto in pentametri giambici – e se pensate che la forma intralci la narrazione, ebbene lo pensavo anch’io, ma mi sbagliavo. Il linguaggio è una gioia – ricco, vario, con una combinazione perfetta di colore elisabettiano e scioltezza contemporanea. E il ritmo del verso da alla voce di Marlowe una specie di pulsazione, un’urgenza irrequieta che trascina dalla prima all’ultima pagina.

Morale: sono conquistata. No, non nel senso che vo abbracciando tesi neo-marloviane – o anche solo antistratfordiane – ma è di nuovo come per History Play: l’intelligenza e l’ammirevole esecuzione, e la capacità narrativa… Allo scrittore che riesce a travolgermi con le variazioni su una storia che, di per sé, mi manda il latte alle ginocchia, va tutta la mia ammirazione.

 

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L’Armatura Di Luce

511BEE8DXBLBisognerà, un giorno o l’altro, che mi provveda di una specie di segnale stradale: Libro Non Tradotto – da premettere quando posto di libri non tradotti.

Perché, indovinate: oggi parliamo di un libro non tradotto. The Armor of Light, di Melissa Scott e Lisa Barnett. Fantasy storico ambientato… indovinate di nuovo: in età elisabettiana.

Ipotesi I: la magia funziona – come gli Elisabettiani sono convinti che funzioni. Funziona, si studia, si pratica secondo diverse scuole di pensiero. Per cui, quando John Dee sostiene di comunicare con gli angeli, gli angeli ci sono per davvero.* E quando Marlowe scrive nel Faustus invocazioni appena un po’ troppo realistiche, il diavolo soprannumerario in scena è un diavolo autentico.  E l’ossessione di Giacomo di Scozia per le streghe è più che giustificata – così come la nomea del Conte di Bothwell, il re delle streghe è molto più che superstizione o ruse politica…

Ipotesi II: Sir Philip Sidney, il primo gentiluomo d’Europa, poeta, soldato e studioso, non è affatto morto delle sue ferite dopo la battaglia di Zutphen, ma è sopravvissuto per diventare il campione della Regina, oltre che uno dei migliori maghi d’Inghilterra.

Ipotesi III: essendo vivo nel 1593, Sir Philip è riuscito ad irrompere a casa di Mistress Bull proprio un istante prima che Frizer, Poley e compagnia assassinassero Christopher Marlowe. E avendogli salvato la vita, lo ha anche preso sotto la sua protezione.

Sir Philip

Sir Philip

Cosicché, quando la storia comincia nel 1595, con un’oscura minaccia stregonesca ai danni di Giacomo di Scozia – possibile/probabile futuro re d’Inghilterra – l’ormai anziana Elisabetta e i suoi consiglieri hanno pochi dubbi su chi mandare in soccorso: Sydney, uomo d’azione e di magia. E con lui anche Marlowe, che per la sua appartenenza alla Scuola della Notte e per la sua inclinazione ad impicciarsi di tutto quel che è proibito, può vantare una competenza superiore alla media in fatto di diavoli.

E qui cominciano guai in abbondanza, perché la corte di Scozia è un nido di vipere faziose intente a contendersi il controllo del re. E perché la forte componente religiosa delle pratiche magiche significa che il diavolo è sempre a caccia di aperture per corrompere i maghi. Perché Marlowe è ancora, nonostante tutto e con scarsissima convinzione, una spia del subdolo Sir Robert Cecil. E perché il sospettoso, incostante Giacomo non è la persona più facile a proteggersi…

Così, mentre Sidney danza in precario equilibrio sui crinali tra efficacia e hybris, mentre un Mefistofele molto teatrale tenta ad ogni passo un eminentemente tentabile Marlowe, e mentre gli attacchi di Bothwell aumentano in sanguinosa intensità, mezza Scozia e mezza Inghilterra fanno la loro comparsa in scena: dai Cecil al completo alla Pléiade francese, da Ned Alleyn agli inaffidabili fratelli Ruthven, da John Dee a Shakespeare, da Frances Sidney née Walsingham al conte di Mar, da Ben Jonson (offstage) a Walter Raleigh… E mi fermo qui, ma ci sono proprio tutti.

Marlowe

Kit

E qui veniamo al primo difetto di questo libro: è troppo corto per tutta la gente che contiene. Porta in scena un sacco di personaggi interessanti, promette sviluppi a diritta e a mancina, gioca sulle relazioni che il lettore sa esistere tra gli uni e gli altri, si avvia in una quantità di direzioni – e poi ne percorre solo una parte ridotta, abbandonando per strada dozzine di possibilità.

C’è molta più carne al fuoco di quanta ne venga effettivamente cucinata, il che è più che un nonnulla frustrante. E non so nemmeno dire se il resto del menu sia lasciato indietro in vista di un secondo volume: molto di quel che ci si lascia intravvedere è strettamente legato a questa storia – e comunque, per quanto ne so, non c’è seguito.**

L’altro difetto è la scrittura, che è funzionale, e non molto di più. A tratti mi sarebbe piaciuto che fosse più… levigata, ecco.

Perché quel che c’è, in fatto di storia e di ambientazione e soprattutto di personaggi, mi è proprio piaciuto. Sir Philip Sidney, preso tra ritegno protestante e gusto del potere – magico od otherwise – e ansioso di conquistare l’intelligente e risoluta moglie sposata per politica, è un ottimo personaggio. Marlowe, tormentato dal suo passato, dall’ingombrante reputazione che si è costruito con troppa cura, dalla gelosia e riluttante ammirazione che sente per Sidney, dall’inaspettata vena di integrità che si va scoprendo, è ancor meglio.

Nel complesso, una buona storia, molto ben popolata, alla fin fine un po’ inferiore, alas, alla somma delle sue parti.

 

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* Ma Edward Kelley resta nondimeno un (defunto) lestofante.

** Se qualcuno sapesse il contrario, sarei grata.

Esserci O Non Esserci Una Volta – In Una Galassia Lontana Lontana

ian doescher, shakespeare, guerre stellariQuesto non sarà un post lungo, ma contiene una chicca.

Ricordate quando si parlava di come nel mondo anglosassone Shakespeare si mantenga vivo anche a forza di elaborazioni, parodie, libri-game e, in generale, tutto fuorché la venerazione acritica e cieca?

Ecco, adesso Yahn mi segnala un altro esempio di questo – a mio timido avviso – invidiabilissimo rapporto con il Bardo. Si chiama William Shakespeare’s Star Wars (Verily, a new hope), ed è… be’, quel che dice l’etichetta.

Ian Doescher ha ri-raccontato la trilogia originale di Guerre Stellari in linguaggio shakespeariano. In versi. A cominciare dal prologo con la galassia lontana lontana, qui affidato al Coro – e via guerreggiando tra le galassie in pentametri giambici.

E ha trovato un editore in Quirk Books – che già in passato ha dimostrato di non aver particolare pudore nel fare il solletico ai classici…

Fantastica idea, spassosissima realizzazione – e poi vogliamo parlare della mentalità che sta dietro un’operazione del genere? La mentalità che, non mi stancherò di ripeterlo, salva i classici dal vegetare, venerati e non letti, sotto strati innumerevoli di vetro, polvere e fraintendimenti…

E sì, possiamo sperare, sospirare, e pregare le divinità preposte, ma intanto date un’occhiata al sito del libro, dove potete anche scaricare l’incipit (badate a R2-D2!) e vedere il trailer in cui la principessa Lei(l)a apostrofa l’assente jedi così: Obi Wan Kenobi, thou art my only hope!

E la Forza del Bardo sia con voi.

PBD

Ultimissima revisione in corso. Pur riuscendo a lavorarci solo a bocconi&spizzichi, sono pressoché a metà.

Il che, probabilmente, non è una cattiva cosa.

Voglio dire – prima mi è venuto un dubbio su un sonetto, di cui non ricordavo il numero.

Non c’è nulla di strano nel fatto che non ricordassi il numero: i numeri non li ricordo a nessun patto. In compenso – e questo sì, che trattandosi di me è strano – ricordavo perfettamente la posizione sulla pagina, e se si trattasse di una pagina pari o di una pagina dispari…

E d’accordo, ricordavo anche prima di che cosa e dopo che altro veniva, ma il fatto resta che, con la mia scarsissima memoria visiva, ricordavo perfettamente dove fosse il sonetto in questione.

Ad occhi chiusi, per così dire.

E un’amica mi ha detto che, se non la pianto di citare i Sonetti alla minima provocazione e spesso anche senza, vedrà di perdere il mio numero di telefono finché non avrò cominciato a scrivere qualcosa d’altro.

Per cui, sì: numeri a parte, direi che i Sonetti sono assorbiti.

Cui Prodest?

In calce a questo post sul più recente antistratfordiano d’assalto, Cily commentava così:

[Q]uando sento certe teorie mi trovo a chiedermi: a chi giova?
A chi importa? E se anche fosse così complicato, non aggiunge nulla alla bellezza degli scritti di Shakespeare.
Ahhh ma non li ha scritti lui… ok ma a chi importa?
[… L]e opere di Shakespeare sono belle, punto.
Anche se le ha scritte un altro e noi lo chiamiamo Shakespeare.
E io me lo chiedo sempre… a chi giova tutto questo stracercare?

E io le ho promesso di risponderle in un post – ed ecco che ci siamo, Cily.

shakespeare, authorship question, vero autorePer prima cosa, e a titolo introduttivo, potreste voler rileggere quest’altro post che riassume per sommi capi la questione. Sommissimi – sia chiaro: di recente mi sono imbattuta in una lista di 82 possibili Veri Autori, e non dev’essere completa, perché altrove ho sentito parlare di 127 nomi, e comunque tra gli 82 manca quanto meno il freudiano francese Jacques Pierre…

Per cui, sì: al mondo c’è un sacco di gente più o meno squadrellata, secondo cui il figlio del guantaio di Stratford non può avere scritto quelle che conosciamo come le opere di Shakespeare. Questa gente agisce con vari gradi di belligeranza, scrive libri, gira film, spulcia archivi, grida alla cospirazione e, in generale, si attira il disprezzo dell’ortodossia accademica.

E non dovete pensare che antistratfordiani si diventi solo chiudendosi in uno scantinato a fissare un facsimile del First Folio fino all’esaurimento nervoso: il gioco è popolare, e nel corso dei decenni ci ha giocato gente pittorescamente come Sigmund Freud, Gheddafi, Malcolm X e Derek Jacobi… 

E Cily si chiede: perché?

A che serve? A chi serve? Che cambia?shakespeare, authorship question, vero autore

Ora, la mia personale e ragionata opinione è: a nulla; a nessuno; proprio nulla. In materia sono del tutto agnostica – e anzi credo che sarei stratfordiana ortodossa, non fosse per le innegabili potenzialità narrative di alcune delle soluzioni alternative. Sarei ortodossa perché, francamente, la maggior parte delle soluzioni alternative può vantare a suo favore una manciata di coincidenze, più che bilanciate da falle grosse come il Warwickshire.

E però…

Però gli indovinelli sono da sempre il gioco preferito dell’umanità. E più l’indovinello è complicato, improbabile e outlandish, più l’umanità ci si diverte. Senza contare il fatto che, con la giusta distanza di secoli e grazie alle Cose Che Non Sapremo Mai Più, non c’è più o meno limite a quel che si può sostenere con qualche grado di plausibilità – o almeno d’interesse.

Ok: distanza di secoli, CCNSMP e faccia tosta, but you get my drift.

Indovinelli, domande, dubbi, sciarade, zone d’ombra, incongruenze apparenti, iridescenze inafferrabili.

shakespeare, authorship question, vero autoreCome diamine faceva il poco meglio che illetterato figlio del guantaio a sapere tutto quel che sa l’autore? Com’è che, opere e dovizie a parte, di lui non sappiamo quasi nulla? Come si concilia il prospero e placido mercante di Stratford (quello che alla moglie lascia il secondo miglior letto e non possiede nemmeno un libro) con l’uomo delle streghe, delle fate, delle guerre, degli amori e dei regicidi?

In realtà, ci sono risposte a queste domande, ma tendono ad essere incomplete e intessute di speculazioni ed estrapolazioni, esattamente come la maggior parte degli argomenti stratfordiani – né, badate bene, potrebbe essere altrimenti.

È un gioco di cui possediamo un certo numero di tessere e nessuna immagine guida. Le tessere si possono combinare in tanti modi diversi. È un gioco – e come tale, Cily, non è proprio necessario che giovi a qualcuno o a qualcosa.shakespeare, authorship question, vero autore

So che cito spesso questo libro, ma ve lo consiglio di nuovo: History Play, di Rodney Bolt. Ve lo consiglio perché è un’incantevole e intelligente dimostrazione di come si possa, volendo, sostenere tutto e il contrario di tutto. Ve lo consiglio perché incarna alla perfezionel’aspetto ludico della faccenda – e il suo fascino. Ve lo consiglio perché è scritto divinamente e perché vi lascia un sacco di idee nuove su quel che si può fare con la storia, sul rapporto tra storia, ricerca e romanzo, sulla sostanziale inafferrabilità della storia, sul gioco delle domande – e sì: anche sulla questione del Vero Autore che, come molte altre cose, acquisisce tutto un altro e più gradevole aspetto nel momento in cui si smette di prenderla mortalmente sul serio.

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