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Ott 15, 2012 - gente che scrive    No Comments

Festival Della Letteratura – Nogara

festival della letteratura, nogara, chiara prezzavento, alessandro forlani, valerio massimo mandfrediÈ passato un po’ di tempo da quando vi avevo raccontato dell’Associazione Logica di Nogara (VR), con il suo piccolo e coraggioso festival letterario ottobrino, tutto fatto da un gruppo di ragazzi pieni di entusiasmo e buone idee…

Ebbene, quest’anno il Festival è alla sua terza edizione e di nuovo si svolge a Palazzo Maggi, dal 18 al 21 di Novembre.

Qui potete scaricare il Programma.pdf – e constatare che tra gli autori ci siamo anche Alessandro Forlani e io.

Alessandro si rifiuta di dichiarare le sue intenzioni per venerdì sera – per cui sospetto che dobbiamo aspettarci sorprese, misteri e fuochi alchemici…

Io sabato parlerò dei due romanzi storici di Dickens, quelli truci e pieni di folle ingovernabili, in cui si potrebbe scoprire, volendo, uno scrittore un po’ diverso dall’immagine corrente.

Ma non ve lo racconto adesso – ne parliamo venerdì e sabato sera. Please come, yes?

Sette Maestri Sette

Questa faccenda va girando di blog in blog quasi come un meme – ovvero quella cosa che vado ripetendo di non fare e poi invece ci ricasco sempre.

Ma il fatto è che, quando si comincia a parlare di maestri ideali, scrittori sulle cui opere ci siamo formati… come può una ragazza resistere?

A dire il vero, Ferruccio Gianola ha cominciato parlando di scrittori preferiti, ma poi Alex Girola e Davide Mana hanno aggiunto alla faccenda questo taglio vagamente jedi, e allora eccoci qui.

E siccome vedo che a numeri funziona alla ciascuno-per-sé, qui andiamo per sette, in un ordine vagamente cronologico – non tanto di lettura, quanto di consapevole apprenticeship

I. G. B. Shaw. Perché quando avevo dodici anni e mi chiedevano “che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “la commediografa”. E rispondevo così solo perché allora studiavo francese e non sapevo che esistesse la parola playwright, che mi piace tanto di più – ma non divaghiamo. Volevo tanto, ma in quella maniera informe, you know. Non era che non ci provassi, ma non avevo troppo idea. Poi, nell’estate dei miei quattordici anni, entra in scena Shaw, nella forma delle Quattro Commedie Gradevoli, edizione Anni Sessanta, BUR con la copertina rigida – di mia madre. Folgorazione. In particolare Cesare e Cleopatra e L’Uomo del Destino. Teatro a sfondo storico – proprio quello che volevo fare. E la costruzione dei dialoghi, e l’uso delle fonti, e il tratteggio dell’ambientazione storica, e il funzionamento teatrale…

II. Joseph Conrad. In un sacco di modi. La profondità cui si poteva spingere l’indagine psicologica. Le possibilità infinite dei punti di vista. La possibilità di raccontare una storia attraverso l’accumulo di prospettive. La cesellatura di un personaggio centrale. I dubbi e le domande senza risposta. L’intensità. E poi l’uso della lingua – e di una lingua appresa. È in buona parte per via di Conrad che scrivo in Inglese.

III. Patrick Rambaud. Rambaud non se lo ricorda più nessuno, credo. A un certo punto ha letto nella corrispondenza di Stendhal di un romanzo mai scritto. Allora ha preso l’ambientazione (una battaglia napoleonica), ha preso Stendhal in persona, ha preso una manciata di personaggi storici e ne ha cavato un bel romanzo. Nulla d’immortale, solo una buona storia ben raccontata, fedele alle fonti e romanzesca quanto bastava. All’epoca in cui mi trastullavo con l’idea di scrivere romanzi storici ed ero paralizzata dall’incertezza dei confini tra fonti e immaginazione, Monsieur Rambaud è stato piuttosto fondamentale.

IV. R. L. Stevenson. Ah, i narratori di Stevenson, inaffidabili anche quando sembra che non lo siano, sottilmente minati nella loro attendibilità, irragionevoli, opinionated, a volte nemmeno terribilmente intelligenti… O Lettore, a te il delizioso mestiere di trarre conclusioni. E poi Alan Breck e l’Appin Murder – un personaggio minorissimo e un processo celebre ripresi, rivoltati come guanti, dipinti a colori irresistibili e avventurosi là dove in origine si trattava di un figuro losco e di una vicenda cruda e grigia. Ah, saper indurre il lettore a voler credere a me – persino quando sa benissimo di non poterlo fare…

V. Rodney Bolt. Quando uno scrittore mi fa entrare da una porta saggistico-divulgativa con qualche pretesa, poi mi fa sospettare che si tratti di una parodia accademica, e infine mi scodella in pieno romanzo, quando fa tutto ciò con grazia, sottigliezza e intelligenza, quando mi conduce pei prati in questa maniera e non mi irrita nemmeno un po’, tutto quel che voglio è imparare a barare così a mia volta.

VI. Josephine Tey. Anche lei scriveva teatro in una maniera che mi piace molto, ma non è questo il punto. Il punto è La Figlia del Tempo, che è una riflessione sulla storia, il modo in cui si costruiscono, mantengono e smantellano le leggende nere e un sacco di questioni che mi stanno a cuore – ed è scritto nella forma di un giallo originalissimo, popolato di personaggi ben fatti che parlano in dialoghi scintillanti. Tecnica impeccabile, idee, spirito – e soprattuto il modo di raccontare le storie.

VII. Jeffrey Hatcher. Ci voleva qualcuno che mi scrollasse fuori dalla maniera di Shaw, ed è stato Hatcher, che scrive un teatro d’ambientazione storica vivido, spigoloso e pieno di ritmo, appeso a un cambiamento epocale per rendere tutto più irreparabile, thank you very much.

E poi sono sempre la solita che si dà dei numeri e non riesce a tenerli neppure per sbaglio, per cui lasciate che aggiunga ancora Emily Dickinson. E no, non scrivo poesia, ma la densità e iridescenza del linguaggio… non si può scrivere prosa in questo modo, ma il principio mi piace proprio tanto.

E voi? Chi sono i vostri mentori di carta?

Set 12, 2012 - gente che scrive    3 Comments

Il Gomito Di Tolstoj

tolstoj, stevenson, stephenie meyerNon è che agli scrittori si debba credere troppo. Gli scrittori ricamano, modificano, tirano a lucido, spostano, tirano e inclinano finché quel che raccontano non ha la giusta inclinazione e il giusto colore.

Per cui, quando Tolstoj raccontava di essersi appisolato sul divano un bel giorno, e di avere visto un gomito, e di avere immaginato attorno al gomito una bella donna triste in abito da ballo, e di aver finito col cavarne Anna Karenina, forse faremmo bene a prendere la storia con un granellin di sale? 

ma perché, poi?

Di sicuro la storia suona bene. C’è un che di russo e, al tempo stesso, un che di pittorico, non trovate? Il gomito, la posa malinconica, l’abito da ballo – tutto così adatto ad AK, forse persino un po’ troppo adatto, ed è per questo che siamo tentati di essere cinici… e comunque per quanto mi riguarda è una lotta perduta in partenza. Il fatto è che non voglio essere cinica. Voglio credere alla storia del gomito, thank you very much.

Così come voglio credere a Stevenson che disegna mappe per ingannare il tempo in un’estate scozzese particolarmente piovosa e a un certo punto, folgorato dalla mappa di un’isola, scrive Treasure Island in due settimane.

Il fatto che invece sia capacissima di essere cinica quando leggo di Stephenie Meyer che si sveglia dall’aver sognato Edward&Bella sdraiati in un prato a discutere d’amore – lei tutta ordinaria e lui tutto luccicante e vampiresco – probabilmente è una prova ulteriore della mia genre-snobbishness

Ma forse no, aspettate. Forse per questa volta mi salvo.

Perché la faccenda funziona così: c’è una grazia sottile nella storia di Tolstoj, che manca alla Meyer. La linea di un gomito – tutto qui. Il resto è farina del sacco dello scrittore, che ha intravisto una donna in sogno e le intreccia attorno tutto un romanzo. E lo stesso vale per Stevenson, con i suoi pirati che germogliano dalle linee di una mappa immaginaria. C’è un piccolo seme caduto da chissà dove – e poi interviene l’immaginazione dello scrittore.

E se l’intenzione della Meyer era di raccontare una storia simile, ha calcolato male i suoi effetti. Perché magari è anche vero – anzi guardate: in tutta probabilità lo è. Capita. Si sognano le scene, si sognano i personaggi. Scommetto che tutti abbiamo il nostro aneddoto in proposito*. Ma il fatto che sia vero non ha nulla a che vedere con la bontà della storia. Ms. Meyer ga schiacciato un pisolo post-prandiale, ha sognato un vampiro e una ragazzotta che si dolevano della difficoltà del loro amore, si è svegliata e a scritto Twilight, che parla di un vampiro e una ragazzotta eccetera eccetera.

Piatto. Banale. Ovvio. Non dico Twilight – sì, ok, anche Twilight, ma sto parlando della storia del sogno. Un po’ di grazia, perbacco. Un po’ di mistero. Un po’ di magia della creazione – e magari vorremo essere cinici, ma poi decideremo di non esserlo, perché da qualcuno che ci offre storie, è proprio questo che vogliamo: storie. Belle storie. Buone storie. Storie ben raccontate.

Per la realtà c’è il telegiornale.

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* Qui c’è il mio: Il Giglio e la Falce l’ho concepito nel passagio pseudosotterraneo di un parco a tema (don’t ask) in Vandea.

* Qui c’è il mio: viaggiavo su un trenino locale nell’ovest della Francia. Mi sono addormentata e ho sognato questa gente che danzava in cerchio attorno a un falò. E da quel ballo all’aperto è nato Il Giglio e la Falce.

* Qui c’è il mio: durante una nottata afosissima e insonne in un piccolo albergo francese, ho cominciato a strologare sulla storia locale, e sono emersi dal nulla i quattro fratell d’Aubray, i protagonisti de Il Giglio e la Falce.

Festivaletteratura 4 – Bruno Gambarotta

Questo post è per Alessandro Forlani, che di Da Ponte è un serio ammiratore e si sarebbe divertito, credo, alla conferenza di Gambarotta – salvo forse per l’aria condizionata assassina.

festivaletteratura, bruno gambarotta, lorenzo da ponteGambarotta racconta con brio ironico, e la storia di Da Ponte si presta bene. Personaggio da romanzo, questo Ebreo veneto convertito a quattordici anni insieme alla famiglia, prete controvoglia, libertino seriale, viaggiatore sull’onda di processi e debiti, scandalizzatore di professione, poeta di corte, librettista, delatore, imprenditore di scarsa lungimiranza, fuggitivo transoceanico, droghiere, professore d’Italiano, promotore dell’opera italiana, memorialista…

Non si è fatto mancare molto, in vita sua, il buon Da Ponte, reinventandosi più volte con ammirevole faccia tosta.

Per dire, arriva a Vienna con l’intento di diventare librettista, e Salieri lo presenta all’imperatore melomane.

“E quanti drammi ha composto finora, Herr Da Ponte?” chiede Giuseppe II.
“Maestà, nessuno,” è la risposta – al che l’imperatore fa un gran sorriso.
“Bene, bene, bene. Vuol dire che avremo una musa vergine.”

E bisogna dire che Giuseppe avesse buon occhio, perché la musa vergine se la cavò benissimo e, quando Mozart arrivò a Vienna, cercando un librettista scelse subito il famoso e occupatissimo Da Ponte.

E qui si sfata l’idea diffusa di Da Ponte come appendice viennese di Mozart. In realtà, all’inizio, Mozart è un musicista squattrinato, cacciato a calci dall’entourage dell’Arcivescovo Colloredo per aver voluto restare a Vienna. È lui a corteggiare il librettista celebre, che dapprincipio è troppo preso per occuparsi di lui. Mozart diffida dell’amabile Italiano e lo teme in combutta con Salieri. Il sodalizio che produce Le Nozze di Figaro, Don Giovanni e Così Fan Tutte non è un sodalizio affatto. È una collaborazione prodigiosa e un po’ diffidente, per nulla aiutata dalla foschia linguistica che separa i due: l’uno non parla bene il Tedesco, l’altro mastica poco l’Italiano…

Nondimeno, ne escono tre capolavori – per quanto il successo delle Nozze sia lento a venire: troppo complessa e intricata, troppo rivoluzionaria, troppo lunga per la cena di Sua Maestà Imperiale… L’opera di Da Ponte e Mozart rompe con la tradizione in tutti i sensi, e i melomani viennesi son perplessi per una trama che va seguita con attenzione, recitativi rilevanti, idee rivoluzionarie in forma giocosa – nonostante Da Ponte abbia smussato gli spigoli più taglienti di Beaumarchais.

Ma poi c’è Praga, e c’è il Don Giovanni, e c’è il recupero viennese con il gioco elegante e cinico del Così

E qui il povero Da Ponte esce dal radar della percezione generale, dopo esserci passato solo come rovescio della medaglia mozartiana. Il che è profondamente ingiusto, a pensarci bene, perché la collaborazione era paritaria, perché l’audacia c’era da entrambi i lati, perché forse Da Ponte non millanta quando rivendica l’idea del Don Giovanni. Non sarebbe stata la prima volta che faceva calcolo sullo scandalo: non si era forse fatto un nome a Venezia facendo sobbalzare tutta un’Accademia con l’invettiva antinobiliare à la Rousseau? 

E poi non è come se Da Ponte scomparisse nell’uscire dal cerchio della luce di Mozart. In tutta probabilità avrebbe continuato la sua brillante carriera a corte, se solo al successore di Giuseppe II fosse piaciuta un pochino l’opera… Ma essendo Leopoldo quel che era, il Nostro passò ad altri successi a Londra, salvo poi fuggirsene per non finire a Marshalsea per debiti. E sull’altro lato della Tinozza, è vero, cominciò da droghiere a Philadelphia, ma poi finì padre della cultura italiana a New York: la prima cattedra di Letteratura Italiana al Columbia College, la prima biblioteca italiana, il primo teatro d’opera… festivaletteratura, bruno gambarotta, lorenzo da ponte

Per la New York del primo Ottocento, Da Ponte era l’Italia. Un’Italia forse un poco ripiegata sul secolo passato, ma colta, musicale e raffinata, amabile e molto amata. E quindi è ingiusto ricordarlo soltanto nell’ombra di Mozart – e di certo il suo fantasma se ne duole. È facile immaginare un fantasma di Da Ponte, infaticabile com’era da vivo e con lo stesso gusto del momento drammatico. Ed è facile immaginare che, se ieri pomeriggio fosse stato all’aula magna dell’Università di Mantova, gli sarebbe piaciuto sentire Gambarotta occupato a rivendicare la sua fama postuma.

Festivaletteratura 3 – Claudio Magris

festivaletteratura, claudio magris, danubio, microcosmi, realtà e immaginazioneTrattandosi di me, era quasi un miracolo che non fossi ancora arrivata in ritardo a nessun evento del Festival – e infatti è successo ieri: quando sono approdata in Piazza Castello, Claudio Magris aveva cominciato a parlare da quasi dieci minuti…

Per cui, spero di non avere perso nulla di troppo fondamentale – o quanto meno, nulla che abbia pregiudicato la mia comprensione di quel che ha detto dal decimo minuto in poi*.

Detto ciò, l’incontro s’intitolava “La verità è più bizzarra della finzione” e, quando sono arrivata, Magris stava raccontando di come, da scrittore approdato alla narrativa in seconda battuta, si sia sempre sentito un appassionato compilatore di realtà – e illustrava questa sua propensione raccontando di come (da bambino, presumo) lo affascinasse copiare lunghe liste di nomi, per esempio l’elenco dei trattato franco-spagnoli: Oviedo, Pamplona e altri nomi dal suono di leggenda…

L’idea mi è piaciuta molto (non ho più bisogno di confessare il fascino che i nomi esercitano su di me), ma non sono certissima che l’esempio illuminasse l’assunto di partenza. Voglio dire, può darsi benissimo che catalogare equivalga a interpretare la realtà, ma a quei cataloghi di nomi il piccolo Magris non era attratto dalla realtà un po’ tediosa dei trattati, bensì dalle immagini irreali – irrealissime – evocate dal suono dei nomi stessi, forse associati a memorie di cantari cavallereschi.

“Nomi che sembravano usciti dalle leggende come gli elenchi dei paladini nelle gesta di Orlando,” ha detto.

E allora sarà anche vero che “la realtà si afferma sempre,” come diceva ieri Magris adulto, ma forse il Magris bambino non se ne curava ancora granché.

Ma ecco una storia di anni più recenti, del Magris neo-narratore, sempre irresistibilmente “attratto dalla realtà” e alle prese con la storia (vera) dei Cosacchi trapiantati in Carnia nell’illusione di ricostituire uno stato cosacco. Non finì bene: l’ataman di questi esuli, il generale Krasnov, finì per arrendersi agli Inglesi, che promisero di non consegnarlo ai Sovietici, poi ruppero la promessa e lasciarono che fosse rimpatriato, condannato a morte e impiccato. Di questa storia circolò a lungo, e forse non è ancora del tutto cancellata, una romantica versione alternativa, secondo cui il generale Krasnov morì gloriosamente in battaglia. E Magris, che a questa tragedia cosacca aveva dedicato il suo primo racconto e, prima ancora, un lungo articolo per il Corriere della Sera, raccontava ieri di essersi ritrovato incapace di sposare senza riserve la versione storicamente provata. E non solo, badate bene, nel racconto, ma persino nell’articolo, che aveva consegnato al Corriere lardellato di condizionali, se, ma, e ogni possibile forma dubitativa conosciuta alla lingua italiana.

L’attrazione per la realtà? La realtà che si afferma sempre?

Per spiegarsi, Magris ha preso a prestito da Ernestina Pellegrini il concetto di futuri abortiti, ovvero quelle possibilità alternative che sono esistite concretamente finché i fatti non hanno preso un’altra direzione. Il generale Krasnov avrebbe potuto davvero morire in battaglia.

Vero, ma non sono certa che questo costituisca un trionfo della realtà sull’immaginazione, perché di fatto Krasnov non è morto in battaglia, e se la morte in battaglia ha un grado di realtà ipotetica superiore a quello, diciamo, dell’assunzione del generale al cielo in un cocchio, non ha standing di fronte alla effettiva e brutale realtà del tradimento inglese e dell’impiccagione. Quindi, i Cosacchi preferiscono raccontarsi la storia alternativa, e i persino i cronisti appassionati di realtà esitano a smentirla del tutto, perché è bella – ma non è particolarmente reale.

Così come, quando Magris dichiara di ispirarsi sempre a fatti reali per le sue storie, e si riconosca in quel personaggio del suo Danubio che ha scritto quasi sei chili di libro per descrivere nel più minuto dettaglio un piccolo tratto di fiume, e per quanto professi una meticolosa attenzione come forma di rispetto verso la realtà, io non dubito che tutto ciò sia vero, ma fatico a vedere un trionfo della realtà nella vicenda (reale) dell’uomo che raccontava la sua storia con le parole con cui Magris lo aveva raccontato in Microcosmi.

Se stesse a me, sarei tentata di leggere questa faccenda à la Greenblatt: la realtà dell’uomo ha dato sostanza alla storia di Magris, che poi ha finito col modificare la percezione della realtà dell’uomo ai suoi stessi occhi. Realtà e immaginazione qui mi sembrano davvero reciprocamente permeabili.

Così come quando si tratta di Stadelmann, il segretario di Goethe tolto dall’ospizio per commemorare il suo defunto padrone, e a sua volta morto suicida quindici giorni dopo avere fatto ritorno all’ospizio. “La storia è reale, ma le motivazioni del suicidio, quel che accadde dentro Stadelmann in quei quindici giorni, queste sono cose che deve supplire l’invenzione dello scrittore.” Il che è il naturale andare delle cose quando si scrive narrativa (o in questo caso teatro, credo) a sfondo storico – ma non mi colpisce come una decisa affermazione della realtà a spese dell’immaginazione…

E persino in ambito non narrativo, con Cavallari che descrive Paolo VI intento a contemplarsi le mani, “sgomento della loro fragilità”, qual è il grado di realtà di quello sgomento senza parole, sovrapposto al gesto del papa dall’immedesimazione del giornalista? 

E così ho ascoltato, affascinata – perché Magris parla bene, con acume e finezza – ma non convinta.

Mi sono sentita recuperata su altre affermazioni, come il fatto che la scrittura soffra della “concorrenza sleale” della realtà, perché non può esagerare, essere illogica, disordinata e inconcludente come fa la realtà. E così la scrittura si trova costretta a smorzare in verosimiglianza narrativa gli spigoli, le improbabilità e gli eccessi della realtà. La letteratura, diceva Balzac (o almeno credo che fosse lui) non dev’essere vera, ma verosimile. E, chiosava Magris ieri, non solo non deve, ma non può essere vera.

E però allora, I ask, non torniamo alla questione iniziale? La realtà smorzata e narrata non è in qualche modo una realtà immaginata? È vero, la realtà è più bizzarra della finzione – perché non ha il problema di non potersi permettere eccessi di bizzarria – ma questo le dà una sorta di superiorità gerarchica sull’immaginazione nel processo narrativo? Davvero la realtà si afferma sempre? Davvero la realtà esercita un’irresitibile attrazione?

Affascinante questione, affascinante incontro, affascinante collezione di quesiti. Finora, per quanto mi riguarda, il Festival è stato thought-provoking, che è un’ottima qualità. Fino a ieri quanto meno, mi pronuncio soddisfatta.

 

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* In caso contrario, sono sul punto di abbaiare all’albero sbagliato per molti paragrafi, in una figuraccia epica. Credo e spero di no, ma se così fosse, mi perdoni Professor Magri – e perdonatemi, o lettori.

 

Ago 27, 2012 - gente che scrive, Poesia    No Comments

Febbre Di Mare

john masefield, salt-water ballads, C’è un che di Kiplingiano ma non troppo in John E. Masefield, l’orfano che voleva diventare marinaio e non ci riuscì. Amava il mare e le navi, ma non ne possedeva la tempra fisica e, soprattutto, voleva scrivere.

E così scrisse – diventando romanziere storico e per fanciulli, memorialista, biografo e Poet Laureate d’Inghilterra dal 1930 alla morte*.

Però non smise di scrivere di mare, e le sue Salt-Water Ballads, pubblicate per la prima volta 110 anni orsono, si possono considerare un equivalente navale delle Barrack Room Ballads di Kipling.

Un altro particolare molto kiplingiano (dal mio punto di vista, almeno) è questo: sapevo dell’esistenza di Masefield, ma lo consideravo un autore per fanciulli per via di The Midnight Folk e relativi seguiti, ma fino a poco tempo fa non mi era mai capitato di leggere le sue poesie.

E le poesie mi hanno rivelato un altro Masefield, del tutto diverso. Per cui, in omaggio all’umor nautico di questo periodo, e agli scrittori che sembrano qualcosa e invece sono tutt’altro, eccovi i versi del mio nuovo incontro con Masefield. Potrebbero quasi suonare convenzionali, se non fosse per l’urgenza del desiderio in tutti quegli and, and, and , e nelle ripetizioni, e nel ritmo battuto dal rincorrersi di parole mono- e bisillabiche…

Sea-Fever

I must down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a grey mist on the sea’s face and a grey dawn breaking.

I must down to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied ;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must down to the seas again to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way where the wind ‘s like a whetted knife ;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.


veliero, john masefield, salt-water ballads

E se mai vi venisse voglia di leggerne di più, qui trovate le Salt-Water Ballads complete presso Internet Archive**, in una varietà di formati da  scaricare  o leggere online.

Se vi piacciono velieri, tempeste e avventure nautiche vecchia maniera, potreste fare di peggio.

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* Chissà se gli pagavano lo stipendio in sack? Il sack è una specie di sherry, e a quanto pare, ancora nel tardo Settecento i Poets Laureate d’Inghilterra ricevevano l’intero stipendio in sack – pratica che in seguito perse importanza senza sparire completamente che in tempi relativamente recenti…

** E invece qui, sempre presso IA, trovate un certo numero di altre sue opere.

Ago 15, 2012 - angurie, gente che scrive    No Comments

Vediamo Di Essere Seri

È ferragosto, e magari avete altro da fare che leggere blog – o magari no…

Personalmente son qui che traffico – o almeno dovrei trafficare. E magari verso sera guardo il Palio dell’Assunta, ma intanto scrivo – o quanto meno faccio buoni propositi.

E so che i buoni propositi si fanno a gennaio o, a voler essere eccentrici, a giugno – propositi di metà anno. Ma qui siamo eccentrici, e quindi ecco a voi i Propositi di Ferragosto.

Nella vaga speranza che, se li rendo pubblici in maniera così spudorata, poi mi sentirò tenuta ad essere seria in proposito…

Forse.

Oh well, propositi:

Una scena al giorno. Revisione, levigatura – non troppo di fino, perché è ancora solo una seconda stesura e possono ancora cambiare molte cose, but still. Una scena al giorno.

Il che, in un mondo perfetto in cui gli idraulici non interferiscono, le cene di compleanno si preparano da sole e la gente non conosce il significato del verbo procrastinare, dovrebbe significare “seconda stesura finita in due settimane.”

Il mondo essendo quello che è, diciamo venti giorni. Una scena al giorno e abbondante di leeway, così magari finisco prima e mi sento anche bravina*.

Una scena al giorno.

Ne riparliamo fra tre settimane.

E buon ferragosto – qualsiasi cosa stiate facendo.


BOLLETTINO A TARDA ORA:

Diciamo che, per oggi, abbiamo rispettato i programmi. La scena è ragionevolmente pronta. Ragionevolmente.


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* Che poi, una volta finita la stesura, sarebbe bello poter fare workshop con una compagnia – ma il mondo, come dicevasi più sopra non è perfetto. Però il mondo non è neanche così male, e quindi ho tre lettori sperimentali in attesa…

Ago 10, 2012 - gente che scrive    4 Comments

I Negromanti Trionfanti Di Alessandro Forlani

Lasciate che, con un po’ di ritardo ma con enorme piacere, vi annunci che Alessandro Forlani, buon amico e favoloso scrittore, ha vinto con il suo romanzo I Negromanti non un premio, ma due.

Prima il Premio Urania, e poi il Premio Kipple – e scusatemi se è poco.

Mondadori pubblicherà I Negromanti nella collana Urania, con il titolo I Senza-Tempo.

Alessandro è maestro nel mescolare fantascienza, linguaggio baroccheggiante e suggestioni horror con risultati originalissimi e inquietanti. Incidentalmente, scrive anche magnifiche ucronie baroquepunk (con occasionali escursioni nello steampunk), da qualche tempo in qua, si dedica alla sua personale versione di space-opera with baroque overtones e ha l’aria di non avere affatto finito di sperimentare con le sue personalissime ibridazioni di genere e di stile…

In attesa de I Senza-Tempo, potete seguirlo e leggere Eleanor Cole, WIP, sul blog Il Grande Avvilente.

Tutte le felicitazioni possibili, Alessandro, e ad maiora!

Si Eseguono Rammendi, Orli E Cuciture.

Con l’eccezione del Marchese di Lantenac in Novantatré, Victor Hugo aveva per massima di mandare i suoi protagonisti al camposanto prima dell’ultima pagina. E a dire il vero, non solo i protagonisti, visto che nell’Hugo medio si fa prima a contare i sopravvissuti che i trapassati…

Ma a Victor Hugo pareva di seguire così i suoi personaggi fino alla fine, di non lasciare domande senza risposta, di non abbandonare la sorte della sua gente immaginaria al caso.

O – anche se questo non poteva saperlo – agli autori di sequel.

Perché non c’è nulla da fare: lasciare in pace i classici è quasi impossibile. Prima o poi la tentazione di metterci penna è più forte di ogni altra considerazione. E siamo sinceri: non vi siete mai domandati che ne sarà di Isabel Archer dopo l’ultima pagina di Ritratto di Signora? O che cosa farà Orazio dopo il funerale di Amleto? O che ne sarebbe stato di Grantaire, se non fosse morto con Enjolras a barricate cadute? O come crescerà Alice dopo il Paese delle Meraviglie? O come sarebbe invecchiato Julien Sorel se non fosse stato condannato a morte? O da dove saltavano fuori di preciso Fagin, Jago e Brian de Bois-Guilbert?

Io sì, lo confesso. Tutto il tempo. E a quanto pare sono in buona compagnia, visto il diluvio di seguiti, antefatti, rinarrazioni, stravolgimenti – e fanfiction, ma questa è un’altra faccenda. Parliamo di narrativa pubblicata: romanzi che riprendono un classico e ci danzano attorno in vari possibili modi.

Il più ovvio è il seguito. Si prende la storia dove l’autore l’ha lasciata e si va avanti – perché onestamente non c’è lieto fine che tenga: che cosa succede dopo? Tra gli autori più saccheggiati a questo proposito c’è Jane Austen, e non è nemmeno troppo sorprendente. Visto che tutti i suoi romanzi si chiudono con un matrimonio, la domanda “e come funzionerà il matrimonio in questione?” viene quasi da sé. Per cui c’è tutta un’abbondanza di romanzi che esplorano in ogni possibile luce (dal giallo all’erotico, passando per la saga generazionale) le vicende matrimoniali delle eroine austeniane – in particolare Lizzie Bennet in Darcy, ma non solo. Mi viene in mente una cosa di cui non ricordo né titolo né nome, la cui protagonista è Susan, la sorella minore dell’insopportabile Fanny di Mansfield Park. Ma poi ci sono anche Georgiana Darcy (la timida cognatina pianista di Lizzie), le altre sorelle Bennet, Marianne ed Elinor Dashwood e chi più ne ha più ne metta.

Anche Dickens ha avuto la sua parte, con Evrémonde, di Diana Mayer, che si concentra sul figlio di Charles e Lucie Darnay – ma non prima di averci mostrato Charles prigioniero e in attesa di esecuzione. Yet again. Considerando che ho sempre trovato due processi capitali nel corso di una decina d’anni un’improbabilità non indifferente, confesso di non essere ansiosissima di leggere un seguito che ne impila un terzo sulla testa del povero Charles – ma resta il fatto che il seguito c’è.

Così come c’è Scarlett, il seguito ufficiale di Via Col Vento, che la Margaret Mitchell Foundation commissionò ad Alexandra Ripley, con discutibile successo. Non ho letto, e mi si dice che sia così così, ma non negate: tutti ci siamo chiesti che cosa avrebbe fatto Rossella l’indomani, che era un altro giorno…

E, ironicamente, il drastico metodo di cui dicevamo, non è bastato a salvare Hugo dai seguiti. François Cérésa ne ha pubblicati addirittura due a I Miserabili, mostrando ai lettori come, dopo la purissima fiamma della passione adolescenziale, Mario e Cosetta non fossero poi fatti per intendersi troppo*. Ma forse questo non sarebbe bastato a sollevare le proteste dei lettori e dei discendenti di Hugo: ci voleva la ricomparsa dell’Ispettore Javert. Ma come? Non si era suicidato? Ebbene no, dice Cérésa: ci aveva ben provato, ma era stato salvato all’ultimo momento.

Forse ancora più diffusi sono gli antefatti. Come si è arrivati alla situazione di partenza? Che cosa ha reso il tale personaggio così come lo conosciamo? Cosa è successo prima? E allora ecco Finn: a novel, che racconta le vicende dell’eponimo Huckleberry prima di Tom Sawyer, o Peter and the Starcatchers, che segue Peter Pan… be’, immagino tra Kengsington Garden e L’Isola Che Non C’è. O ancora Flint and Silver, di John Drake, che immagina la storia dei due pirati in questione prima di Treasure Island, operazione simile a quella autorizzata nel 1924 dagli eredi di Stevenson per Portobello Gold. Parte antefatto e parte rinarrazione di Jane Eyre è Wide Sargasso Sea, di Jean Rhys, che racconta la storia di Bertha Mason: come è finita nella soffitta la moglie pazza e piromane di Mr. Rochester? E simile in intento è La Bambinaia Francese** di Bianca Pitzorno, che invece si concentra sulla dolce amante francese di Mr. Rochester. Si direbbe che la caratterizzazione del protagonista maschile come abbandonatore seriale di donne abbia scatenato gli istinti rinarrativi di un sacco di gente.

O forse non solo di quello si tratta, visto che JE conta ogni genere di rinarrazioni, dal fantascientifico Jenna Starborne, al goticone Rebecca (che ha a sua volta un seguito: Mrs. DeWinter), al giovanilistico Jane, al vampiresco Jane Slayre, in cui l’eroina è una cacciatrice di vampiri part-time. Oh, never look so shocked. Non avete mai sentito parlare di Pride, Prejudice and Zombies? O di Sense, Sensibility and Sea Monsters? Mescolare classici e paranormale è l’ultima moda in fatto di rinarrazioni – e sia Grahame-Smith che Winters ci mettono tanta ironia da dipingerci un ponte, sconfinando decisamente nella parodia.

Un altro filone rinarrativo, meno recente ma duraturo, è quello di prendere un personaggio minore e mostrare la storia dal suo punto di vista. Vi dicevo che Wide Sargasso Sea e La Bambinaia Francese cominciano come antefatti e poi approdano qui, e lo stesso vale per La Vera Storia del Pirata Long John Silver (Björn Larsson) e Jacob T. Marley (W. Bennet) che, ci crediate o no, racconta Canto di Natale attraverso gli occhi del defunto socio di Scrooge – quello con le catene. Rinarrazione in senso più stretto, per tornare a Jane Eyre, è Rochester, che è esattamente quel che dice l’etichetta: la stessa storia, raccontata da Mr. R. Qualcosa di simile (anche se si tratta in realtà di un’operazione leggermente diversa) ha fatto anche Stephen Lawhead, che ha preso la storia di Robin Hood, l’ha spostata nel Galles e l’ha raccontata tre volte, incentrandola prima sul protagonista, poi su Will Scarlet e poi su Frate Tuck. E immagino che in questa categoria ricada anche Gertrude and Claudius, un punto di vista alternativo su Amleto, immaginato da John Updike.

Poi ci sono i cosiddetti companion books, come March, in cui Geraldine Brooks segue le vicende del padre delle Piccole Donne nella Guerra Civile, ovvero quel lato della storia che nel romanzo arriva solo sotto forma di lettere e cattive notizie. Non la stessa storia – ma qualcosa di tanto strettamente correlato da avere un’influenza sulla storia del romanzo ed esserne influenzato.

E infine voglio citare una forma più metaletteraria del gioco: la storia del romanzo fusa in un modo o nell’altro con la vita del suo autore – nella forma di incidenti più o meno autobiografici, più o meno reali, che possono averla ispirata. È il caso di Foe, in cui Coetzee fa incontrare (De)foe e un’ulteriore compagna di naufragio di Robinson Crusoe, oppure di Becoming Jane Eyre, che Sheila Kohler intesse intorno al periodo in cui Charlotte Brontë scrisse il suo romanzo più celebre.

E dunque vedete che non c’è limite a quel che si può fare a partire da un buon vecchio classico. Funziona? Dipende – ma il genere ha i suoi limiti. Da un lato, chi ha amato l’originale può riservare al rimaneggiamento reazioni che vanno dal disprezzo preconcetto allo sdegno più incendiario, mentre chi non ha letto o non ha conservato un particolare attaccamento, tende a nutrire un interesse limitato. Dall’altro, lavorare su un altro libro richiede un serio lavoro di equilibrismo tra omaggio e originalità – tanto in forma quanto in sostanza. Uno dei problemi più diffusi è il perenne tentativo di imitare lo stile dell’originale, operazione né facile né sempre necessaria. All’estremità opposta della gamma, interviene il livore, quando non si tratta tanto di omaggio quanto di catarsi. Se una delle principali debolezze del Marley di Bennet è quella di suonare terribilmente come un Dickens annacquato, d’altro canto la Pitzorno, nella sua ansia di correggere politicamente le innumeri riprovevolezze di Jane Eyre, fa della Bambinaia una raccapricciante collezione di anacronismi psicologici***…

Ma ci sono anche le gemme, e in ogni caso, nonostante tutte le difficoltà e i limiti, non vedo all’orizzonte un declino del sottogenere. Dopo tutto, la pulsione ad aggiustare, abbellire, ricamare, inclinare a 45° e tingere di violetto le storie è vecchia come l’umanità – e guai se non fosse così, o che ne sarebbe della letteratura?

E voi? Se vi saltasse l’uzzolo di continuare, spiegare, riraccontare o altrimenti riprendere in mano un classico, che cosa fareste?

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* E a dire il vero, chi è che, leggendo come la felicità per Cosetta fosse ascoltare Mario che parlava di politica, e per Mario ascoltare Cosetta che parlava di nastri, ha pensato che tutto ciò fosse una solida base per un matrimonio felice e duraturo?

** Sì, sì, sì: quella Bambinaia Francese. Ho le mie ragioni.

*** E sì, sì, sì: sapevate che ci sarei arrivata. E ve l’avevo detto, che avevo le mie ragioni…

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