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Piccolo Bollettino Generale

draft announcingAllora, ricapitoliamo, volete? Una volta consegnato il Serpente è arrivato il momento di quella che, se tutto va bene, sarà l’ultima e definitiva stesura del romanzo.

La Terza Stesura.

No, non c’è un contaparole, perché questa volta non funziona così. Sto asciugando, per cominciare, e assottigliando, e potando, e sfoltendo, e tagliuzzando, e sfrondando, e snellendo – e quindi un contaparole sarebbe di scarso aiuto. Magari lo sarà di più quando inizierò ad aggiungere le scene che ho lasciato indietro nella seconda stesura… Potrei forse organizzare uno di quegli arnesi che, anziché le parole, contano i capitoli. Questo magari sì, perché sto procedendo capitolo per capitolo… Non in ordine – perché mai in ordine? Ieri ho lavorato sul quinto capitolo, oggi sul secondo, domani ancora un po’ di secondo e poi il terzo entro la fine della settimana. Il quarto è già a posto. Sentite: sul campo ha più senso di quanto possa sembrare dalla descrizione – e ad ogni modo potrei davvero aggiungere un contacapitoli.

Ma in fondo è lo stesso. Quel che importa è che va piuttosto bene. Per lo più si tratta di aggiustare e potare. Ho eliminato qualcosa, girato come un guanto qualcos’altro, non ho ancora deciso che fare dell’abominevole William Bradley (tre o quattrocento parole…) e in questa stesura il protagonista litiga molto di più con suo fratello. Nel complesso: so far, so good.

Nel frattempo ci sono in corso altre cose, naturalmente. Draft

1) Il Project F. Questo è una traduzione… Una terrificante traduzione con secondi fini di natura teatrale. Dico che è terrificante perché sotto molti aspetti è un sogno che si realizza, ma mi rendo conto di essermi assunta un compito dannatamente complicato – e per di più me lo sono assunto da miscredente. Quante volte ho detto di non avere un briciolo di fede nella traduzione letteraria? Ebbene, eccomi qui, ma non è come se fossi convertita o nulla del genere. Sono quei secondi fini che vi dicevo e nient’altro. È una traduzione strettamente mirata, e con l’intenzione di riprodurre una serie di idee e condizioni, più che altro… Ma basta così. Dopo tutto, se fosse facile forse non ne varrebbe la pena, giusto? Vi farò sapere.

2) L’editing. Un editing in Inglese che promette molto bene. Su un tipo di testo diverso dal consueto. Non sono certa di avere una zona di sicurezza in fatto di editing, e di sicuro, se ne avessi una, tutto questo è troppo piacevole per poterlo considerare un’escursione… Ma di sicuro è qualcosa che non ho mai fatto prima, à la Colazione da Tiffany – e ciò è bello e anche istruttivo.

3) BJ è un racconto. Quasi quattromila parole. Non ne sono affatto insoddisfatta, tanto che mi piacerebbe mandarlo a un concorso di una certa importanza. Peccato che il concorso accetti testi fino a 2500 parole. E duemilacinquecento sono meno di quasi quattromila. Un bel po’ di meno. Quindi sto cercando di capire se vale la pena di provarci. Se posso ridurre BJ alle dimensioni necessarie senza danneggiarlo irreparabilmente. Per ora sono alla fase potatura – con risultati modesti. La settimana prossima comincio a rimuginare su eventuali amputazioni.

Ecco, più o meno è così che funziona. Poi ci sono gli altri lavori, le traduzioni di saggistica, le revisioni, e le idee di tre plays – una vecchia, una nuova e una di mezz’età – che strillano Scrivimiscrivimiscrivimi… Ma quello per ora è rumore di fondo.

More to come. E sarà bene che torni al lavoro.

La Dura Vita del Teatrante Elisabettiano

fortune.jpgOra, se c’è una forma artistica per cui l’Inghilterra elisabettiana è più nota di altre, è senz’altro il teatro, il che è quasi paradossale quando si considera la posizione di teatro e teatranti nella società dell’epoca.

Da un lato vigeva un ostracismo sociale alquanto rigido: il teatro era considerato immorale, e teoricamente confinato al di fuori dagli spazi cittadini. La maggior parte degli attori e autori abitava fuori dalle mura di Londra propriamente detta e, se le locande e i palazzi che ospitavano le rappresentazioni si trovavano spesso dentro la città, i primi teatri costruiti appositamente per l’uso delle compagnie (come il Theatre, il Curtain e il Rose) sorsero a Norton Folgate o a Southwark, dove erano facilmente raggiungibili e, al tempo stesso, fuori dalla giurisdizione delle autorità cittadine londinesi. Non aiutava particolarmente che il teatro fosse spesso connesso ad altre attività ritenute fonte di corruzione: Philip Henslowe, uno dei più celebri impresari del tempo, si occupava abbondantemente di combattimenti di orsi e galli, e possedeva diversi bordelli. Tra le varie carriere connesse con il teatro, quella di attore seguiva le regole dell’apprendistato, pur senza averne la struttura formale: i ragazzi cominciavano giovanissimi, nelle compagnie di bambini, oppure sotto la guida di un attore adulto, svolgendo mansioni di servi di scena e interpretando comparse e ruoli femminili. L’idea che un bambini e adolescenti apparissero in scena in abiti da donna era considerata malsana e, tanto per cambiare, immorale.

Si tende a credere che attori e scrittori fossero gente violenta e sregolata, ma almeno questo è un globe.jpgpregiudizio che può essere ridimensionato. È vero che Ben Jonson e Thomas Watson uccisero un uomo ciascuno, che Marlowe morì accoltellato in circostanze dubbie, che Greene fu più volte arrestato per rissa, ma stiamo parlando di un’epoca violenta e con un tasso di criminalità stratosferico: francamente non credo che i playwrights fossero molto più sregolati di molti loro contemporanei – di certo erano personaggi pubblici, e mai in una luce favorevole.

Tutto considerato, non fa meraviglia che scrivere per il teatro fosse considerata una degradazione per un uomo di lettere – ciò che non impedì a tutta una generazione di poeti usciti da Oxford e Cambridge di darsi alla drammaturgia con straordinario successo. Era una carriera malcerta nella migliore delle ipotesi, tuttavia: i diritti d’autore non esistevano, e lo scrittore perdeva qualsiasi controllo sulla sua opera nel momento in cui la vendeva a una compagnia – di solito per cifre non astronomiche. Per il Tamerlano, Marlowe ricevette quattro sterline e mezzo all’acquisto, e poi i proventi della seconda giornata (poco meno di quattro sterline). Era una volta e mezzo l’appannaggio annuo di un parroco di campagna, ma la scala di valutazione cambia quando si considera che la Compagnia dell’Ammiraglio, che comprò il Tamerlano, poteva spendere quattro o cinque sterline per un singolo costume femminile. Inoltre i guadagni restavano sempre aleatori, perché il gusto della folla era mutevole, e il Master of Revels, il funzionario regio preposto alla supervisione degl’intrattenimenti, il Lord Mayor e il Privy Council potevano chiudere i teatri in ogni momento per qualsiasi motivo di ordine pubblico. Durante queste sospensioni, che potevano durare mesi, le compagnie, pur relativamente tutelate dal fatto di “appartenere” al loro mecenate (di cui gli attori ufficialmente portavano la livrea), non avevano altra scelta che andarsene a recitare nelle provincie. Quel che è certo è che in questi periodi non compravano testi nuovi, e gli autori erano lasciati ad arrangiarsi come meglio potevano.

inn-yard.jpgSi può dire che nessun playwright dell’epoca vivesse di solo teatro. Tutti scrivevano poesie, saggi, libelli e qualsiasi cosa potessero vendere o dedicare a qualche danaroso mecenate, e molti avevano una seconda carriera: Shakespeare e Ben Jonson recitavano nelle rispettive compagnie, Thomas Kyd faceva lo scrivano, Robert Greene era un libellista particolarmente velenoso (e comunque morì in miseria), Beaumont era avvocato (oltre che ricco di famiglia e poi sposato a una donna ricca), Marlowe, Watson, Nashe e altri lavoravano più o meno saltuariamente per il servizio segreto di Sir Francis Walsingham. Nel complesso, arricchirsi era più facile per un attore che per un autore: Edward Alleyn, stella delle scene londinesi per decenni, morì ricchissimo dopo avere fondato persino un collegio. Shakespeare si arricchì perché era azionista della sua compagnia – e perché aveva un solido senso degli affari.

Dall’altra parte c’era però la frenetica passione che tutta Londra dedicava al teatro, a partire dalla Regina fino ai popolani che pagavano un penny per assistere in piedi, mangiando salsicce e ululando il swan.jpgloro favore o sfavore. Era di moda tra i grandi cortigiani finanziare una compagnia che portava il loro nome (The Admiral’s Men, The Chamberlain’s Men…), ed Elisabetta stessa portò l’uso nella famiglia reale (The Queen’s Men). Va detto che l’augusta protezione non si estendeva praticamente mai all’autore, cui in compenso non era difficile crearsi nemici potenti scrivendo le cose sbagliate. La Grande Bess condivideva il gusto non eccessivamente raffinato dei suoi sudditi: a teatro le piaceva ridere, e Tarlton, il buffone della sua compagnia personale, era celebre per la quantità di scurrili licenze che poteva prendersi davanti alla sua sovrana. Le cosiddette burle (improvvisazioni in prosa, generalmente trivialucce anzichenò) erano moneta corrente persino nelle tragedie più truci o e nei drammi più lacrimevoli. Quando volle che il suo Tamerlano fosse rappresentato senza burle, Marlowe creò sensazione; il fatto che Ned Alleyn, il giovane ma già celebre primattore dell’Ammiraglio, fosse disposto a rinunciare a un elemento di sicura presa sul pubblico la dice lunga sull’impatto del genio di Marlowe e sull’acume di Alleyn.

Resta il fatto che, se avesse voluto, Ned Alleyn avrebbe potuto ignorare del tutto le intenzioni di Marlowe: aveva comprato la tragedia e poteva farne quello che voleva; per di più, i teatri pullulavano sempre di copisti che cercavano di trascrivere quello che potevano del testo, che veniva poi stampato in versioni fantasiose, e venduto senza che l’autore potesse metterci becco o riceverne un singolo penny.

Insomma, considerando l’ostracismo sociale, i guadagni moderati e non troppo sicuri, lo scarso riconoscimento e le molte difficoltà, viene da chiedersi che cosa motivasse le schiere di autori teatrali tra il tardo Cinquecento e il primo Seicento. Se dovessi fare un’ipotesi direi sete di gloria – per effimera che fosse – e l’eccitazione della vita teatrale, e un buon livello di pragmatismo… Ma di certo doveva esserci anche una sincera passione per la loro arte e per l’incandescenza artistica e umana di un teatro in fieri.

Mag 2, 2016 - scribblemania, teatro    No Comments

La Clarina e il Serpente

Dragon3065La coda, sì…

Lasciate che vi spieghi che cosa è successo.

Sapete che stavo riscrivendo, giusto?  Ecco, riscrivevo e tutto andava bene, e mi compiacevo di quanto stesse andando bene, e di come tutto promettesse rimarchevoli miglioramenti rispetto all’originale – e forse mi sono compiaciuta un po’ troppo e, per dirla in termini classici, ho provocato l’ira degli dei…  Perché il fatto si è che, all’approssimarsi del finale, il tutto ha rivelato una natura serpentin-dragonesca.

Natura e coda, alla maniera di quei draghi stilizzati e nordici come quello qui di fianco: una coda variamente e pittorescamente arrotolata. E a un certo punto, la coda si è srotolata e poi riarrotolata – ma non allo stesso modo…

Un finale diverso. Un personaggio in più. Una simmetria molto più elegante, un riproporsi ulteriore di temi, uno strato in più, una conclusione molto più significativa…

“E bravo, Serpente!” ho esclamato io. “E a dire il vero, ci avessi pensato cinque anni fa – ma never mind, ci ho pensato adesso, e tutto è bene quel che finisce bene.”

Ed è capitato che, in questo felice stato d’animo e, certa di essere a un passo dalla fine, io abbia cenato con… be’, con la gente che stava aspettando la riscrittura.

“Oh, non c’è fretta,” ha detto questa gente, ascoltando le mie notizie. “Un personaggio in più? Va bene! Cambiamenti sostanziali? Va benissimo! Un finale diverso? Va benone! E soprattutto non c’è fretta. E dì un po’: quando possiamo aspettarci di ricevere il tutto?”

“Oh, ma in settimana…” ho cinguettatio io incautamente, e me ne sono tornata a casa felice.

E l’indomani, quando mi sono rimessa al lavoro, ho scoperto che il Serpente non aveva ancora finito con me, e per prima cosa ha srotolato la coda di nuovo, e l’ha arrotolata in un altro modo ancora.

No, non un altro finale diverso – del che son grata: lo stesso finale, ma disposto in modo leggermente diverso e leggermente migliore. Con qualche luccichio in più. E allora l’ho risistemato, perché chi sono io per ignorare i luccichii di un Serpente così gentile?

E solo allora mi sono resa conto che la nuova sistemazione richiedeva aggiustamenti più in su. E quindi ho aggiustato e, nell’aggiustare, si è presentata una nuova possibilità da aggiungere al finale – una possibilità migliore, con nuovi luccichii e una conclusione pressoché perfetta.

E quando ho ri-aggiustato il finale… indovinate un po’?

Insomma, per farla breve, per tutta la settimana passata, mentre la scadenza delle mie incaute promesse si avvicinava, il Serpente non ha fatto altro che luccicare e scuotere la coda di qua e di là e, quando ho annodato fermamente la coda in posizione, ha cominciato a scuotere il resto delle spire, e ogni volta che credevo di essere a una lucidatina dalla conclusione, la storia rivelava un’altra iridescenza inaspettata, una simmetria, una possibilità…

Alla fine – ma proprio alla fine – ne siamo venuti a capo, e ho consegnato quando si poteva ragionevolmente sostenere che fosse ancora la settimana scorsa in tutto tranne che nella più letterale e pedantesca lettura dell’orario.

Insomma, adesso il Serpente è a destinazione. Ci sarà il workshop, e poi sì vedrà – ma pittikins, è stata una settimana interessante…

A War By Any Other Name

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottPerché, sappiatelo, a nessuno, durante la Guerra delle Due Rose saltò mai in mente di chiamarla “Guerra delle Due Rose”. Asimov*, nella sua Guide to Shakespeare, racconta che gli yorkisti adottarono la rosa bianca a qualche punto della guerra, ma non è che la usassero poi troppo. Per dire, a Bosworth combatterono sotto le insegne personali di Riccardo III, il cinghiale bianco. Quanto ai lancastriani, non c’è nessuna prova che usassero davvero la rosa rossa, anche se è vero che, a guerra finita, Enrico VII vittorioso adottò per emblema la cosiddetta rosa Tudor: una rosa rossa che ne contiene una bianca. rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scott

E allora? E allora passiamo avanti di un secoletto: enter William Shakespeare. Il giovane Will è agli esordi – un attorucolo con un raccapricciante accento dello Warwickshire e delle ambizioni letterarie. Però, pur essendo un provincialotto ineducato, di istinto teatrale ne ha a bizzeffe, e una cosa gli è subito chiara: se c’è un genere che i Londinesi divorano con inesausto appetito, sono le tragedie a sfondo storico. E dunque guardate il nostro giovanotto che si lancia e – forse con la collaborazione di altri, tra cui il ben più celebre coetaneo Kit rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottMarlowe – scodella le due parti di Henry VI, in cui si drammatizza la guerra civile tra York e Lancaster. E nella I parte c’è questa bellissima scena ambientata in un giardino, in cui cavalieri e baroni e un avvocato fanno una curiosa dichiarazione di lealtà all’una o all’altra parte, scegliendo dai cespugli rose di diverso colore: bianche per gli yorkisti e rosse per i lancastriani. La scena è favolosa, splendidamente congegnata, efficacissima tra le mani di un buon regista – da un punto di vista tanto drammatico quanto visivo. È anche del tutto fittizia – ma per fortuna, come dice Jeffrey Sweet, “Shakespeare non era tipo da lasciare che qualche meschino fatto storico intralciasse i meccanismi del buon teatro.”**

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottE comunque di Guerra delle Due Rose nessuno fa motto – né nel giardino né più tardi – ma avanziamo ancora di due secoli e mezzo, fino a trovare un altro autore che ha modellato profondamente la concezione del Medio Evo per i suoi contemporanei e per le generazioni future fino a noi – Sir Walter Scott. Ora, Anne of Geierstein, storiellona magico-cavalleresca ambientata in Svizzera of all places, non è quel che si dice il suo romanzo migliore, ma la presa di Sir Walter sull’immaginazione pubblica è forte: quando, senz’altra base che la scena shakespeariana, i suoi protagonisti inglesi descrivono la guerra civile che li ha costretti all’esilio come Guerra delle Due Rose, l’espressione piace, mette radici tra i lettori di romanzi, poi tra gli studiosi, e infine scivola nei libri di storia, dove prospera ancora. Così come l’immagine scottiana dei Templari corrotti e crudeli. Così come il Riccardo III gobbo e malvagissimo di Shakespeare…

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottChe significa tutto ciò? Che la letteratura ha molta parte nel costruire il modo in cui si guarda alla storia. Che, in linea generale, le parole usate con cognizione di causa hanno, se non più forza dei fatti, la capacità di colorare, modificare, condizionare la percezione dei fatti stessi. Che una certezza costruita a teatro e un reputazione distrutta in un romanzo sono molto, molto difficili da riscattare, a dispetto di secoli di seri sforzi accademici. Che il Vecchio Testamento non aveva tutti i torti: saper coniare buoni nomi (e buoni slogan) è un metodo sorprendentemente efficace per plasmare la realtà***.

rosa bianca,york,guerra delle due rose,riccardo iii, shakespeare, sir walter scottalla fin fine è sempre interessante e un po’ terrificante tenere bene in vista il fatto  che, come dice di nuovo Sweet, “tra arte e fatti, l’arte, essendo più vivida, tende a prevalere”.

 

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* Lo sapevate che Isaac dio-della-fantascienza Asimov ha scritto anche un sacco di saggistica? Io l’ho scoperto da poco. Guide to Shakespeare conta ottocento pagine più apparato – due bei tomoni. E’ poco popolare perché “i fan della fantascienza non sanno che fare di questo genere di libri-fermaporte, e gli specialisti non sono mai troppo felici di vedere un outsider in gamba che sconfina nel loro territorio”. (The Tragedy of Isaac Asimov). Qualora foste molto curiosi – e qualora foste disposti a leggervela tutta in Inglese – trovate qualcosa qui: Asimov’s Guide To Shakespeare

** E, detto tra noi, era anche ansioso d’inserirsi nella macchina della propaganda Tudor – il genere di ansia che ti porta ad essere men che scrupoloso con i fatti e le fonti. Riccardo il Gobbo, anyone?

*** O quanto meno, la percezione umana della realtà, il che, si potrebbe azzardare, non è molto distante dall’essere lo stesso, sulla lunga distanza.

L’Inglese di Shakespeare

ShakespearemainAvete badato alla settimana che è? La settimana più shakespeariana di tutto l’anno shakespeariano…

Venerdì sarà il quattrocentesimo anniversario della morte del Bardo, e quindi non possiamo lasciarci sfuggire la commemorazione, giusto?

E allora parliamo un po’ di lui. Parliamo, per dire, della sua lingua. Insieme all’assenza di libri nel testamento, la lingua è uno degli argomenti prediletti degli anti-stratfordiani. Come poteva il figlio del guantaio di Stratford, con la sua sommaria educazione formale e in un’epoca priva di dizionari, usare con tanta disinvoltura, eleganza e vivacità quasi diciottomila parole distribuite tra i più vari campi della conoscenza e appartenenti a tutti gli ambiti sociali?

Una cosa è innegabile: la lingua di Shakespeare è straordinariamente ricca e vivida, e non si tratta solo del vasto vocabolario. In un’epoca in cui le convenzioni grammaticali erano ancora fluide, il nostro poeta modella la lingua come un filo d’oro, traendone ogni genere di effetti – e contribuendo non poco a codificarla.Buying and selling in Old St Paul's Cathedral

L’Inglese elisabettiano, all’epoca bestia piuttosto nuova dal punto di vista letterario, era strutturato in modo vago, con poca differenza tra scritto e parlato e la più sovrana incuranza per spelling e punteggiatura.  Questo consentiva grande libertà espressiva, perché la lingua scritta rifletteva l’immediatezza e vivacità del parlato – e dubito che qualcuno si preoccupasse delle difficoltà disseminate in ogni testo a beneficio dei posteri.

D’altro canto, il secondo Cinquecento era anche un’epoca di scoperte, aperture, guerre e commerci. Gli eruditi venivano a contatto con nuove idee, e la gente comune, dopo secoli di insularità, si trovava a convivere con stranieri provenienti da ogni parte del Continente.  L’Inglese all’epoca era limitato per il fatto di non essere mai stato davvero un medium letterario, ma essendo una lingua duttile e ferocemente acquisitiva (secondo James Nicol, si nasconde nei vicoli, assalta le altre lingue e scappa con le parole spicciole che trova loro in tasca), di fronte alla necessità di esprimere nuove idee faceva due cose: assorbiva parole altrui, oppure ne creava di nuove. Da un lato, si stima che tra il 1500 e il 1650 l’Inglese abbia acquisito più di trentamila parole dal Latino, dal Greco e dalle lingue romanze e germaniche; dall’altro c’erano poeti pronti a creare tutti i neologismi che servivano – come Spencer, Sidney, Marlowe, il nostro Shakespeare e molti altri.

Shakespeare-and-his-Friends-xx-John-FaedPer un poeta doveva essere un’epoca entusiasmante: una lingua “nuova” da costruire, parole da coniare, idee da tradurre, forme e strutture da creare… E Shakespeare aveva in misura particolare il dono di disciplinare questa materia così fluida e incandescente in forme capaci non solo di conservarne l’immediatezza, ma di trarne sempre il miglior effetto possibile.

A cominciare dal verso. Anche se il vero iniziatore del blank verse (versi di cinque piedi ciascuno – da-DUM, da-DUM, da-DUM, da-DUM, da-DUM – senza rima) è Kit Marlowe, fu Shakespeare a perfezionarne l’uso.  Per esempio ne variava i ritmi per riprodurre lo stato emotivo dei personaggi (quando Macbeth diventa incoerente, i suoi versi si sbilanciano), alternava versi e prosa come mezzo di caratterizzazione (i personaggi di nobile nascita tendono a esprimersi in versi, ma quando deve arringare la folla, Bruto ricorre alla prosa), recuperava la rima per i momenti giocosi, per scandire le scene o per sottolineare particolari passaggi.

Quanto alla creazione di parole ed espressioni, tradizione vuole che, tra sostantivi  usati come verbi, verbi usati come aggettivi, parole composte e creazioni del tutto originali, Will potesse chiamare sue più di duemila parole – ma forse il numero va ridimensionato. Questi conteggi si devono a filologi vittoriani in piena bardolatria: individuavano una parola e non si disperavano più di tanto a cercare occorrenze precedenti in altri autori, come invece si è fatto in anni più recenti. Ma in fondo, importa davvero il numero?Tiring-house writing

Io direi di no. Quel che importa è che Will Shakespeare era un formidabile creatore di metafore, espressioni, parole e nomi – molti dei quali sono passati nell’uso comune e arrivati fino ai giorni nostri, sopravvivendo a tutti i sussulti di una lingua in continuo cambiamento. Nessun anglofono contemporaneo definirebbe un computer impallato dead as a doornail, o chiamerebbe un’esperienza frustrante a wild-goose chase; nessun autore televisivo intitolerebbe un episodio Brave New World, nessuno sospirerebbe che la sua vecchia automobile  has seen better days; nessun genitore chiamerebbe una figlia Jessica o Miranda – se non fosse per Shakespeare.

Tutto questo, è vero, non risponde alla questione dell’identità dell’uomo che si firmava William Shakespeare, ma demolisce in parte l’obiezione di improbabilità mossa alla buona vecchia teoria secondo cui Shakespeare è Shakespeare.

Perché in realtà la Londra elisabettiana era il posto ideale per un uomo dalla mente pronta e dal buon orecchio in cerca d’ispirazione e di parole. A Londra poteva incontrare gente di tutte le provenienze, di tutte le occupazioni, di tutti gli strati sociali. E pescare informazioni miste assortite nelle taverne, al porto, nei mercati o sui banchi degli stampatori attorno a St. Paul. E assistere a processi, impiccagioni, parate, preparativi di guerra, recrudescenze di peste, tornei, combattimenti di orsi, uscite della corte, duelli nelle strade. E confrontarsi e collaborare con i migliori poeti e autori teatrali del suo tempo.

7d5658e0c481d86923667dcefe982633Cosa, quest’ultima, che potrebbe tra l’altro spiegare in parte l’aspetto patchwork dello stile, se proprio non vogliamo attribuirla a una capacità mimetica di adattare la lingua alle diverse necessità della scena. Oppure no…

E alla fin fine restiamo sempre con potenziale mistero: un teatrante semi-educato che usa un numero di parole quattro volte superiore a quello medio dei suoi contemporanei colti, un’eccentrica varietà di competenze e conoscenze e un corpus di opere tanto articolato da consentire tutte le ipotesi. Sarà una collaborazione segreta, una congiura del silenzio, un intrico di identità segrete? O forse uno straordinario poeta dall’immaginazione fervida e dal talento straripante in un tempo di incandescenza culturale – l’uomo che scrittori come Shaw e Chisholm ritraggono col taccuino sempre in mano, pronto a cogliere, distillare e riprodurre le voci e l’anima della sua epoca?

Bei Ricordi Productions II: La Clarina e gli Appunti Fantasma

NotebookFacciamo finta, volete? Facciamo finta che, dall’ultimo post in qua siate rimasti a mangiarvi le unghie, abbiate perso il sonno e l’appetito chiedendovi…

Che ne è stato degli appunti della Clarina? Essi esistono da qualche parte? Riuscirà ella a riscrivere ciò che deve riscrivere? Come? Quando? Dove? Perché?

Facciamo finta che abbiate passato quest’ultimo paio di giorni trepidando al pensiero della Clarina che fissa, basita e scossa, la sua misera mezza pagina di appunti. Ma – ma – ma…

Ma come? Mezza pagina? E sera dopo sera, in platea o backstage ad annotare annotare annotare? E niente – dopo aver furiosamente sfogliato l’incolpevole taccuino da cima a fondo in un senso e nell’altro, non mi resta che arrendermi: apparentemente ho quel genere d’immaginazione cui, come si diceva, degli appunti piace romanticizzare forma, quantità e collocazione. Il che, a suo modo, è pittoresco di per sé – ma non molto incoraggiante. A parte tutto il resto, vvuol dire che sonoda sola. Riscrittura da farsi senza l’ausilio della Clarina di cinque anni fa… Oh well, che bisogna fare? In alto la testa e avanti, giusto? Eppure mi rode, perché mi pareva proprio di ricordare…NotesPlay

Ed ecco che il film si modifica leggermente. Sera dopo sera, in platea e backstage, ad annotare, annotare, annotare – ma non su un moleskine: su una stampa del testo in fogli A4! Meno romantico ma, a ben pensarci, molto più funzionale.

Ancora un po’ di safari ed ecco spuntare la stampa – più che annotata, abbondantemente segnata in verde. Sottolineature, punti interrogativi, punti esclamativi, onde dubbiose a lato, faccine infelici… Non proprio quello che speravo, scarsi dettagli, ma indicazioni numerose. Meglio che niente, film.

E così, armata di Meglio Che Niente, mi metto a scavare nel mio fido hard disk in cerca della versione più recente del play – quello defintivo, consegnato alla compagnia e all’editore… Vi mettete a ridere se vi dico che di versioni ne trovo non una, non due e nemmeno tre – ma sette?! No, dico – sette, e le ho tenute tutte… Ah well, poca meraviglia che la mia soffitta sia piena come un uovo. Scuotendo il capino all’indirizzo di me stessa, controllo le date e faccio un’altra scoperta. Il Numero Sette è stato modificato per l’ultima volta dopo la prima. Se c’è da fidarsi della mia memoria (e considerando i precedenti non è affatt detto…) è stato modificato durante il run. Vuoi vedere che…?

Apro il file e…

♫ Musica appropriata ♫*

Il file è annotato. Abbondantemente annotato. Pieno di commenti, suggerimenti, sospiri per iscritto e, nel complesso, molto di quello che credevo di avere scribacchiato sul mio moleskine, sera dopo sera, seduta nella penombra in platea o backstage. E quindi alla fin fine e casi sono due: o dopo tutto c’è da qualche parte un altro taccuino/play stampato/tovagliolino di carta su cui ho annotatoannotatoannotato freneticamente tutto ciò, per poi trascrivere al computer, oppure le annotazioni non ci sono mai state e una sera, tornando da teatro, ho creato una copia nuova del file, riletto e agito a memoria. E in entrambi i casi Bei Ricordi Productions ha sceneggiato il tutto nella maniera che sappiamo.

Ah well – una volta di più: che dobbiamo farci? Immaginate l’Incorreggibile Clarina che ride di se stessa e poi… musica e fade to: riscrittura in corso.

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* Perché qui, se non ve ne siete accorti, si sta girando un altro film…

Bei Ricordi Productions

TakingNotesIl film inizia con un’inquadradura stretta sulle pagine di un taccuino – un Moleskine, per la precisione – e una penna che corre, corre e annota… C’è una penombra strana e dorata e si sentono delle voci. Due voci maschili. Due voci maschili che recitano.

“…Nessuno lo dirà – perché nessuno ne saprà nulla.”

“Lo saprò io. E dovrò vivere con il pensiero di aver bruciato…”

La penna si ferma, l’inquadratura si allarga… Vediamo il proscenio di un piccolo teatro e capiamo che la luce dorata viene dal palcoscenico, dove due uomini stanno recitando. Poi vediamo tra le quinte un altro attore in costume e una direttrice di palcoscenico con il copione in mano, poi vediamo la platea piena – e in prima fila, di lato, la Clarina con il moleskine e la penna. Sta ascoltando in piena concentrazione…

“…Le debolezze umane. Non credo che ti biasimerebbe.”

“Tu non credi.”

La Clarina storce il naso e riprende ad annotare. La signora in tailleur seduta accanto a lei, che la sta sbirciando da un po’, non resiste oltre: si china di lato e le bisbiglia: “È una giornalista?” La Clarina scuote la testa con un piccolo sorriso misterioso e torna ad annotare, e annotare, e annotare…

Musica.

Montaggio:

La Clarina è rannicchiata su uno sgabelletto dietro le quinte, sempre armata di penna e taccuino. In scena – e lo vediamo di lato – l’attore che prima era dietro le quinte sta parlando con uno degli altri due.

“…Una faccenda più drastica, quando si è fatti di carne e d’ossa…”

La platea – gente diversa – ridacchia. La direttrice di palcoscenico da una piccola gomitata alla Clarina, e le due scambiano un sorriso. La Clarina torna ad annotare, annotare, annotare…Audience

Poi panoramica sulla platea – altra gente ancora – fino all’ultima fila, alla cui estremità la Clarina siede vicino alla consolle luci.

“Bisogna pregare gli dei di dispiacerti!” esclama una voce femminile dal palcoscenico che non vediamo.

La Clarina cerca di annotare nella semioscurità. Il tecnico delle luci la guarda, sospira e modifica appena appena l’orientamento della lucetta della consolle, in modo da illuminare un pochino le pagine del moleskine… La Clarina lo ringrazia con un cenno e torna ad annotare, annotare, annotare…

E potremmo andare avanti – ma fermiamoci qui. Vi siete fatti un’idea. Questo è il film che è entrato in programmazione nella mia testa quando mi sono messa a cercare gli appunti che avevo preso a suo tempo in vista della riscrittura di cui vi dicevo. Sera dopo sera in platea o dietro le quinte, ad annotare quel che non funzionava affatto o funzionava solo un po’, quel che mancava e quel che era di troppo… Pagine e pagine e pagine di appunti. Un piccolo, pittoresco film – starring la Clarina nel ruolo de L’Autrice Drammatica Alle Prime Armi.

Il che era di soddisfazione anche solo come ricordo – ma prometteva anche di essere d’aiuto: pagine e pagine e pagine d’appunti, giusto? Dovevo solo cercarli, trovarli e farne buon uso. E così mi sono messa a cercare.

Diciamo, per amor di brevità, che dopo una certa quantità di safari sono riuscita a trovare il taccuino che usavo allora. L’ho sfogliato trepidante, ho ritrovato la data giusta e…

E c’era poco più di mezza pagina di noterelle.

MoviePoco più di mezza pagina.

Qualcosetta di utile, qualcosetta di terribilmente generico. Mezza pagina o poco più.

E qui immaginate pure il mio grazioso film interiore che si spiaccica sul pavimento con rumore di semolino freddo…

E..

Fine della prima puntata!

Che ne è stato degli appunti della Clarina? Essi esistono da qualche parte? Riuscirà ella a riscrivere ciò che deve riscrivere? Come? Quando? Dove? Perché?

Non perdete il prossimo appassionante episodio de… La Clarina e gli Appunti Fantasma!

 

 

Apr 13, 2016 - memories, musica, teatro    2 Comments

Fila I, Posto 9

DonC062Togliendo dalla mia lavagnetta di sughero un vecchio appunto che era lì da secoli senza nessun buon motivo particolare, che cosa ci ho trovato sotto, se non il biglietto del mio primo Don Carlo?

Sabato 10 novembre 2001, ore 20.30. Platea. Fila I, posto 9. Teatro Sociale di Rovigo… of all places. Ebbene sì. Nemmeno lo sapevo, che Rovigo avesse una stagione d’opera – ma ce l’ha. E nel 2001 comprendeva un Don Carlo – versione in quattro atti, in Italiano.

Vogliamo essere sinceri? Ero un pochino delusa. Erano anni che aspettavo di vedere un Don Carlo. Era la mia opera preferita, e non l’avevo mai vista in teatro – e il primo che mi capita a distanza ragionevole è… Rovigo? Ah well, che bisogna fare? Un Don Carlo è un Don Carlo, e sabato 10 novembre, con vasto anticipo – perché non si sa mai – si partì.

Il mio compagno di viaggio era il mio mentore – o forse è più esatto dire che io ero la sua compagna di viaggio. E guardate – io gli volevo un gran bene, ma il suo stile di guida e il mio stomaco avevano scarsa compatibilità. Nonostante un Valontan e quei braccialettini elastici che dovrebbero combattere la nausea, quando sbarcai a Rovigo ero al di là del bene e del male. Ma un Don Carlo è un Don Carlo: su la testa, spalle dritte e onwards! Chestnuts

E quindi immaginate la Clarina in abitino nero, scarpette col tacco e cappottino di cachemire, e immaginate anche una sera di tramontana…

“È tutto lì quel che hai addosso?” domandò scettico il mentore guardandomi rabbrividire. “Be’, se non altro l’aria fresca ti farà passare la nausea.”

Non posso negarlo: ero talmente occupata a battere i denti che la nausea non me la ricordavo nemmeno più. Era presto per il teatro e, una volta ritirati i biglietti, ci ritrovammo con un sacco di tempo per le mani. L’idea era quella di un bar calduccio, una tazza di tè e altri generi di conforto – ma all’improvviso…

“Ti piacciono le caldarroste?”

Col pensiero fisso al bar e al tè bollente, convinta che si trattasse di conversazione senza secondi fini, dissi che sì, mi piacevano molto…

“Ah, anche a me! Aspetta qui.” E io mi fermai dov’ero: a un angolo di strada, in mezzo alla corrente, e guardai il mentore piombare su, of all things, un carrettino delle caldarroste, e tornarsene indietro con l’espressione di un bambino soddisfatto.

“Buona vigilia di San Martino,” mi disse, mettendomi in mano un cartoccio. “E buon primo Don Carlo! Dì se non è una cena originale.”

Come negarlo? Avete mai cenato a caldarroste a un angolo di strada, vestiti da sera, nel vento gelido di novembre? Scommetto di no. Be’, io invece l’ho fatto. A parte la difficoltà di sbucciare le caldarroste con i guanti, non vi fate idea di quanto sia pittoresco. E divertente. E dickensiano. E gelido. Quando finalmente entrammo nel bar calduccio e potei ordinare la mia tazza di tè era quasi tardi. O meglio, non lo era affatto, ma era quel genere di presto che bastava a mettere un po’ di ansia al mio ansiosissimo mentore.

Giuseppe_Verdi's_Don_Carlo_at_La_ScalaLui inalò il suo caffè e rimase a soffiarmi metaforicamente sul collo mentre mi ustionavo lingua, palato e gola con l’Earl Grey… Ma un Don Carlo è un Don Carlo, e quindi trottammo fino al teatro e prendemmo i nostri posti quando in platea non c’era ancora quasi nessuno, e aspettammo – la deliziosa attesa di una sala di teatro che si riempie, degli scampoli di musica che arrivano da dietro le quinte, dell’occasionale fremito del sipario, della lettura del programma…  L’avevo aspettata per mesi, quella sera, e finalmente c’eravamo.

Poi il buio in sala, l’orchestra che si accorda, il maestro che entra, gli applausi che si tacciono, il sipario che si apre… E Don Carlo fu!

E sapete cosa? Non fu nemmeno un granché. Decoroso, ma nulla di più. Forse il più modesto fra tutti quelli che ho visto in questi anni… E però fu il primo, e non lo dimenticherò mai – con la nausea andata-e-ritorno, e le caldarroste, e il gelo novembrino, e il coro con l’accento veneto, e il Grande Inquisitore con la zazzera… Che cosa non si ritrova alle volte in un pezzetto di cartoncino giallo appuntato su una lavagnetta di sughero, vero?

Maestri di Carta

YodaQualche tempo fa si parlava con un allievo di influenze, divinità e maestri – di quella gente che non s’incontra mai se non per lettura, eppure ha una parte fondamentale nel fare di noi quello che siamo. Almeno dal punto di vista della scrittura. Col che non voglio dire che non succeda anche in altri campi, ma diciamo che gli altri campi son fatti di ciascuno, e limitiamoci al rapporto tra scrittore e scrittore a mezzo libro. Tra l’altro, è precisamente quello di cui si discuteva con l’allievo in questione.

“Scommetto che ci fai un post,” egli disse a conclusione – e io non dissi né sì né no, ma insomma, sappiamo tutti come  vanno a finire queste cose. E soprattutto sappiamo che quando si tratta di SEdS la mia capacità di resistenza è prossima a nulla… Sappi, o Allievo, che se c’è voluto tutto questo tempo è solo perché mi era passato di mente… 

Ma eccoci qui, alla fin fine: sette maestri sette. Sette perché sì – e in un vago ordine cronologico di apprendistato consapevole*.

I. G. B. Shaw. Perché quando avevo dodici anni e mi chiedevano “che cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo “la commediografa”. E rispondevo così solo perché allora studiavo francese e non sapevo che esistesse la parola playwright, che mi piace tanto di più – ma non divaghiamo. Volevo tanto, ma in quella maniera informe, you know. Non era che non ci provassi, ma non avevo troppo idea. Poi, nell’estate dei miei tredici anni, entra in scena Shaw, nella forma delle Quattro Commedie Gradevoli, edizione Anni Sessanta, BUR con la copertina rigida – di mia madre. Folgorazione. In particolare Cesare e Cleopatra e L’Uomo del Destino. Teatro a sfondo storico – proprio quello che volevo fare. E la costruzione dei dialoghi, e l’uso delle fonti, e il tratteggio dell’ambientazione storica, e il funzionamento teatrale…

II. Joseph Conrad. In un sacco di modi. La profondità cui si poteva spingere l’indagine psicologica. Le possibilità infinite dei punti di vista. La possibilità di raccontare una storia attraverso l’accumulo di prospettive. La cesellatura di un personaggio centrale. I dubbi e le domande senza risposta. L’intensità. E poi l’uso della lingua – e di una lingua appresa. È in buona parte per via di Conrad che scrivo in Inglese.

III. Patrick Rambaud. Rambaud non se lo ricorda più nessuno, credo. A un certo punto ha letto nella corrispondenza di Stendhal di un romanzo mai scritto. Allora ha preso l’ambientazione (una battaglia napoleonica), ha preso Stendhal in persona, ha preso una manciata di personaggi storici e ne ha cavato un bel romanzo. Nulla d’immortale, solo una buona storia ben raccontata, fedele alle fonti e romanzesca quanto bastava. All’epoca in cui mi trastullavo con l’idea di scrivere romanzi storici ed ero paralizzata dall’incertezza dei confini tra fonti e immaginazione, Monsieur Rambaud è stato piuttosto fondamentale.

IV. R. L. Stevenson. Ah, i narratori di Stevenson, inaffidabili anche quando sembra che non lo siano, sottilmente minati nella loro attendibilità, irragionevoli, opinionated, a volte nemmeno terribilmente intelligenti… O Lettore, a te il delizioso mestiere di trarre conclusioni. E poi Alan Breck e l’Appin Murder – un personaggio minorissimo e un processo celebre ripresi, rivoltati come guanti, dipinti a colori irresistibili e avventurosi là dove in origine si trattava di un figuro losco e di una vicenda cruda e grigia. Ah, saper indurre il lettore a voler credere a me – persino quando sa benissimo di non poterlo fare…

V. Rodney Bolt. Quando uno scrittore mi fa entrare da una porta saggistico-divulgativa con qualche pretesa, poi mi fa sospettare che si tratti di una parodia accademica, e infine mi scodella in pieno romanzo, quando fa tutto ciò con grazia, sottigliezza e intelligenza, quando mi conduce pei prati in questa maniera e non mi irrita nemmeno un po’, tutto quel che voglio è imparare a barare così a mia volta.

VI. Josephine Tey. Anche lei scriveva teatro in una maniera che mi piace molto, ma non è questo il punto. Il punto è La Figlia del Tempo, che è una riflessione sulla storia, il modo in cui si costruiscono, mantengono e smantellano le leggende nere e un sacco di questioni che mi stanno a cuore – ed è scritto nella forma di un giallo originalissimo, popolato di personaggi ben fatti che parlano in dialoghi scintillanti. Tecnica impeccabile, idee, spirito – e soprattuto il modo di raccontare le storie.

VII. Jeffrey Hatcher. Ci voleva qualcuno che mi scrollasse fuori dalla maniera di Shaw, ed è stato Hatcher, che scrive un teatro d’ambientazione storica vivido, spigoloso e pieno di ritmo, appeso a un cambiamento epocale per rendere tutto più irreparabile, thank you very much.

E poi sono sempre la solita che si dà dei numeri e non riesce a tenerli neppure per sbaglio, per cui lasciate che aggiunga ancora Emily Dickinson. E no, non scrivo poesia, ma la densità e iridescenza del linguaggio… non si può scrivere prosa in questo modo, ma il principio mi piace proprio tanto.

E voi, o Lettori? Chi sono i vostri mentori di carta?

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* E niente autori di manuali… Quella è un’altra faccenda. La prossima volta, magari.

Qualcosa di Vecchio, Qualcosa di Nuovo…

rewritingddPer varie ragioni… No, in realtà la ragione è una – e di quelle ottime e felici. E quindi per un’ottima e felice ragione ho ripreso in mano una cosa “vecchia”, e la sto rimaneggiando.

È qualcosa che volevo fare da anni – a dire il vero, dall’epoca in cui fu rappresentata per la prima volta. Da un lato, all’epoca ero molto inesperta, e dall’altro non avevo idea del concetto di workshop, per cui di un sacco di magagne mi resi conto solo nel vedere la faccenda in scena per la prima volta. Non tutte erano catastrofette, sia chiaro. È solo che, ne abbiamo parlato tante volte, ci sono cose che sulla carta funzionano e sul palcoscenico no, ed è qualcosa che all’epoca non sapevo.

O forse lo sapevo soltanto in teoria, perché ripeto: fin da allora volevo rimetterci le mani. Ricordo che un amico con cui ne avevo parlato reagì con molta perplessità: ma è stato rappresentato… è stato pubblicato! Come puoi volerlo modificare?

E io gli dissi che non c’è una sola delle mie cose rappresentate e pubblicate che non voglia modificare in qualche modo. Perché col passare del tempo, per fortuna, s’impara. Si continua a leggere, a scrivere, a studiare, ad andare a teatro, a sperimentare, a rileggere, ad avere di quei momenti Come, Come, Come Ho Potuto Scrivere Questo?…

E adesso mi capita questa magnifica occasione per riscrivere – almeno in parte – questa cosa. E credo che sia un bene farlo adesso e non averlo fatto prima. Non averlo fatto allora, quando sapevo di dover fare qualcosa, ma non avrei saputo cosa fare di preciso né come farlo. Adesso… Adesso ho più esperienza, più tecnica, più maturità – e avrò un workshop, a quanto pare. A mio timido avviso, le cose promettono bene.Rewriting-Race-in-Admissions

E quindi ho ritrovato i miei appunti di allora (un po’ fortunosamente, a dire il vero – perché non solo sono disordinata oltre ogni dire, ma ho anche un’immaginazione cui degli appunti piace romanticizzare forma, quantità e collocazione) e mi sono messa al lavoro. Ed è un bizzarro ritrovarsi con i miei personaggi di allora, con la storia e con questa Clarina di Cinque Anni Fa… Soprattutto con lei, che ritrovo così acerba e inesperta…

Ah well, è istruttivo. Davvero tanto.

E così siamo al lavoro, la Clarina Di Cinque Anni Fa e io, attorno ai blocchi del play in fieri. Non era più in fieri – era decisamente finito, quando l’ho consegnato alla compagnia. Però adesso è di nuovo in fieri, e il fatto si è che mi piace. Mi piace enormemente spingere a posto qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di (tecnicamente) prestato… Non credo che ci sia qualcosa di blu, ma fa lo stesso. Finalmente a posto.

 

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