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Ritratto Dell’Artista

E non dico che tutto il mondo sia un teatro affollato di antistratfordiani, ma la sensazione che il povero Will Shakespeare non fosse del tutto qualificato per scrivere ciò che ha scritto dev’essere diffusa – e lo dico sulla base della quantità di Will letterari mostrati mentre non fanno altro che assorbire il loro materiale.

Lo Shakespeare letterario medio, quello che  si trova in un romanzo o a teatro, vive con il taccuino in mano – più o meno metaforicamente – annotando, raccogliendo o rubando ogni spunto che gli passa nel raggio di un miglio.

E non da oggi, se consideriamo Le Voyage de Shakespeare, di Alphonse Daudet, una faccenda a mezza strada tra la storia picaresca e il romanzo di formazione, in cui un giovane Will attraversa l’Europa e tutte quelle esperienze che mancano al figlio del guantaio di Stratford per diventare il Bardo.

In The Dark Lady Of The Sonnets, sconosciutissimo atto unico di G.B. Shaw, la faccenda è più teatrale e più spudorata: il nostro ragazzo incontra sul ponte di Londra la Signora Bruna, un Beefeater e varia altra gente, e per tutto il tempo non fa altro che appuntarsi ogni parola che dicono – irritando tutti da non dirsi.

P. F. Chisholm, che poi è Patricia Finney, nei suoi Carey Mysteries porta occasionalmente in scena un Will di questo genere – solo molto più tecnico e consapevole di quel che fa. A un certo punto Sir Robert Carey racconta del bizzarro piccolo attore della compagnia di suo padre*. Costui, dice Carey, ha l’abitudine di scovare gente di tutte le provenienze (nulla di troppo difficile a Londra) e pagarla un tanto all’ora per ascoltarla parlare o leggere ad alta voce. Per impadronirsi di ritmi, inflessioni e cadenze. He’s odd that way, commenta un perplesso Sir Robert – ma noi capiamo e sorridiamo.

Robert Brustein, in The English Channel, riprende l’idea l’idea di Shaw** con un Will che, in conversazione, continua ad interrompere se stesso e gli altri al grido di “this could be something” ogni volta che riconosce un giro di frase, una possibile trama o un’idea. Dopodiché uno dei suoi interlocutori è Marlowe, che non si diverte particolarmente ad avere la sua conversazione messa in versi – e meno ancora a constatare i piccoli furti di versi del suo ambizioso collega… E se vi chiedete il significato del titolo, ebbene, l’idea è che Shakespeare trasmetta, canalizzi voci e idee del suo tempo – in particolare del defunto Marlowe, il cui fantasma, in una bizzarra cornice di prologo & epilogo, c’informa di aspettarsi che Will continui il suo lavoro.

Ancor più radicale da questo punto di vista è Sarah Hoyt, che in Any Man So Daring ci mostra un prima perplesso e poi terrorizzato Shakespeare che scrive sotto dettatura di Marlowe. Un Marlowe che forse non è proprio morto, ma lo è sotto molti aspetti, e comunque questo è un fantasy piuttosto metaletterario in cui i personaggi fatati del Sogno e della Tempesta prendono vita, sono di grande aiuto e combinano innumerevoli danni, e quindi figuratevi che cosa non può fare un Marlowe tra il defunto e il fatato…

Inutile dire che, in tutto questo, Marlowe invece è sempre perfettamente capace di scrivere da sé, senza un gran bisogno di ascoltare, osservare o prendere a prestito altro che l’occasionale cronaca di Holinshed o atlante di Lonicerus.

Basta vedere certe scene di The Reckoning of Kit and Little Boots di Nat Cassidy, con un vulcanico Marlowe che scrive per tesi e uno Shakespeare a mala pena articolato, ma occupato a raccogliere l’essenza della natura umana. “Stories. People,” spiega in tutto e per tutto Will, accennando con le mani alla folla che lo circonda.

E certo è che, a giudicare dalle sue opere, non si direbbe che quell’egocentrico e ambizioso rimuginatore di Kit Marlowe si sia mai preoccupato soverchiamente di capire o osservare i suoi simili. Non doveva avere un grande interesse per l’aspetto people, quale che fosse la sua passione per le stories. Al punto che in quella bizzarria marloviana che è The Nine Lives of Kit Marlowe, Jay Margrave sente di dover giustificare in qualche modo la nuova umanità del Kit post-1953 – quello che, per intenderci, invece di morire a Deptford sopravvive e scrive l’intero canone scespiriano***. E così, tanto per cominciare, il giovanotto passa abbastanza tempo nascosto, travestito da donna e addestrato a comportarsi come una donna da sviluppare tutta una nuova comprensione per il genere femminile.

Ma eccentricità a parte, bisogna ammettere che stili, maniere e biografie autorizzano questo tipo di caratterizzazione. O forse sto assumendo opinioni bizzarre a mia volta, ma trovo del tutto convincente vedere un Marlowe che essuda e uno Shakespeare che assorbe come una spugna.

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* Carey era il figlio più giovane di Lord Hunsdon, Lord Ciambellano d’Inghilterra e mecenate dei Lord Chamberlain’s Men, la prima compagnia con cui Shakespeare lavorò.

** Direi che mi sono stupita di non trovare Shaw citato tra i precedenti letterari nella prefazione dell’autore – se non fosse che constato quasi quotidianamente la facilità con cui si scrive qualcosa di simile a qualcos’altro – senza averne la più pallida idea. *sospiro*

*** Mai usata in vita mia questa versione italianizzata dell’aggettivo, ma mi sono proposta di fare qualcosa di mai fatto prima almeno una volta al mese, Breakfast-at-Tiffany’s-wise. Ci sono mesi in cui baro un pochino. Scespiriano, scespiriano, scespiriano.

Una Persona Seduta A Scrivere

Jeffrey Sweet offre un sacco di buone ragioni per il fatto che un romanziere difficilmente possa essere un buon protagonista teatrale.

Lo scrittore è, teatralmente parlando, un personaggio statico e passivo, perché il suo mestiere è quello di osservare, elaborare, starsene seduto a scrivere e, nel complesso fare tutto quel che fa d’interessante all’interno della propria testa.

A meno che non uccida qualcuno – o che non risolva delitti* – ma questo è un altro discorso. Nella sua qualità di scrittore, in scena non funziona granché.

Per quanto ciò mi spiaccia in linea di principio, devo ammettere che tutto questo vale anche per i romanzi. Bisogna essere davvero molto in gamba per rendere drammaticamente interessante la scrittura di un libro. Fare della stesura di un romanzo una trama significa avventuarsi su terreno pericoloso, perché una persona seduta a scrivere è… be’, una persona seduta a scrivere. Non precisamente materiale narrativo.

E questo è il motivo per cui, benché ci siano molti libri che hanno scrittori per protagonisti, sono rari quelli in cui la scrittura in sé costituisce la trama principale. Mi viene in mente New Grub Street, in cui parecchi capitoli sono dedicati al più tormentoso attacco di Blocco dello Scrittore che si possa immaginare – tragico addirittura, visto che alla fine Edwin ci lascia persino le penne. È una storia molto triste, ma appunto per renderla pregnante Gissing ha sentito la necessità di farne una faccenda di vita e di morte in senso stretto.

In questo ristretto panorama, i personaggi che scrivono romanzi storici si contano sulle dita di una mano. Un paio di volte. Così, off the top of my head, mi vengono in mente solo due casi, e devo confessare che nessuno dei due mi riempie di gioia.

Uno è Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio. Sia chiaro, il libro in sé è tutt’altro che male, ma… Dunque: uno scrittore siciliano si ritrova tra le mani dei documenti cinquecenteschi, il cui succo sembra essere che Shakespeare era in realtà siciliano a sua volta. Scettico fin dapprincipio, il protagonista-narratore si vede commissionare una trattazione romanzesca del materiale** – e qui cominciano i guai. Perché il Nostro, che è un insegnante di lettere in un Liceo, si mette all’opera praticamente senza ulteriori ricerche e armato solamente di qualche libro di storia dell’arte per avere un’idea di abbigliamento e mobilio. Così equipaggiato, dopo varie settimane di lavoro, produce un romanzo storico. Feu! Feu! Feu!

L’altro – e se possibile peggiore – caso è La Storia dell’Assedio di Lisbona, di Saramago. Qui abbiamo uno stimato correttore di bozze che, in un momento di stravaganza, aggiunge un “non” a un saggio di storia medievale, stravolgendo il significato del testo. La casa editrice, invece di richiamarlo, gli commissiona una bella ucronia basata sul suo colpo di testa, ovvero l’ipotesi che, nel 1147, i Crociati si rifiutino di aiutare il Re del Portogallo a riconquistare Lisbona. E anche qui il Nostro si mette all’opera senza nessuna particolare ricerca, viene mostrato mentre s’interroga su come entrare nella mente di gente del Dodicesimo Secolo, poi mentre scrive una scena in cui un armigero e una lavandaia s’incontrano al fiume e, nel giro di non troppo tempo, lo vediamo consegnare un romanzo storico che rende tutti molto felici.

Ecco. In entrambi i casi, confesso di avere letto con estrema irritazione. So che in parte questa irritazione è irragionevole, so che mesi e mesi (o anni) di ricerche e letture non sono nulla che si possa raccontare in un romanzo, so che le complessità di due lunghe stesure non costituiscono buona materia narrativa… Sì, grazie: sono ben consapevole di tutto ciò.

Tuttavia, vedere quello che so essere un processo complicato, affascinante, lungo e occasionalmente tormentoso – nonché un mestiere di precisione, pazienza, curiosità, immaginazione e finezza – ridotto a una rapida compilazione con mezzi di fortuna e motivazione casuale mi irrita nel profondo. Anche perché, diciamocelo: sarebbe stato così difficile dare al professore una laurea in Inglese, o almeno un interesse particolare per il teatro elisabettiano o qualche altro argomento inerente? O fornire il correttore di bozze di un interesse pregresso per la storia medievale? Era proprio necessario implicare che qualsiasi individuo di buona cultura, con o senza esperienza precedente in fatto di narrativa, privo persino di interesse specifico per il genere, possa produrre un romanzo storico pubblicabile in qualche settimana, senza uno straccio di ricerca e senz’altro motivo che una richiesta altrui?

Se leggeste in un romanzo che un orologiaio, da un giorno all’altro e con la minima provocazione, si mette a produrre gioielli, e che imbrocca risultati di qualità professionale al primo colpo – nonostante la mancanza di un briciolo preparazione specifica o di esperienza? O che, dal giorno alla notte, senza addestramento Jedi e senza nemmeno la scusa di un’urgenza improcrastinabile e vitale, un fonditore di campane comincia a forgiare cannoni che funzionano? La considerereste una grossolana e approssimativa improbabilità, giusto?

Appunto.

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* Per fare due esempi che non sono teatrali, ma televisivi, c’importerebbe molto di Castle se, invece di investigare insieme alla sua bella detective, se ne stesse chiuso in casa a scrivere e nient’altro? O anche se, invece di partecipare alla risoluzione dei casi, si limitasse a osservare, quiet and unobtrusive? Se così fosse, la serie si chiamerebbe “Beckett”.

** Stratagemma che, ne abbiamo parlato, è quasi un topos a sé nei paraggi narrativi di qualsiasi teoria controversa o downright balenga.

Piccola Fenomenologia Del Segugio Tonacato

Avete mai badato a quanti investigatori religiosi ci siano nei gialli – particolarmente nei gialli storici?

Il primo che mi viene in mente, in realtà, non è un caso di giallo storico affatto: il Padre Brown di Chesterton era contemporaneo – un pretino cattolico trasandato e acutissimo, che al suo amico e sidekick Flambeau (criminale riformato), perplesso sulla sua competenza in fatto di umana malvagità, dice: “Vi è mai venuto in mente quanto sarebbe improbabile che un uomo la cui occupazione consiste per lo più nell’ascoltare i peccati altrui fosse del tutto digiuno di umana malvagità?” O qualcosa del genere – cito a memoria e traduco a braccio, per cui… ma il sugo è quello, e forse è uno dei motivi della popolarità del sacerdote-detective: una combinazione di dimestichezza con gli aspetti meno edificanti dell’umana natura e di distacco dall’umana natura stessa… 

Poi in realtà non tutti sono sacerdoti, non tutti sono confessori (anche se c’è una netta prevalenza di religiosi cattolici*) – ma tutti hanno qualche genere di passato.

Guglielmo da Baskerville è un ex inquisitore francescano. Apparentemente, una carriera nell’Inquisizione aguzza le meningi… oppure delle meningi aguzze favoriscono una carriera nell’Inquisizione. All’aprirsi del sipario de Il Nome Della Rosa, Guglielmo inquisitore non è più (disapprovava la quantità di innocenti arrostiti), ma è un ur-Holmes in saio con tanto di Watson – il giovane e candido novizio Adso da Melk, narratore e sidekick al prezzo di uno. Ma Eco va holmeseggiando in maniera spudoratamente metaletteraria – qualcosa che non tutti gli autori di historical whodunnit fanno.

Un altro con un passato è Fratello Cadfael, per esempio: monaco benedettino ed erborista nella turbolenta Inghilterra del XII Secolo, ma prima contadino gallese, servitore di un mercante di lana, crociato, armigero… tutte esperienze che gli vengono comode per la carriera di detective, al fianco dello Sceriffo di Shrewsbury, Hugh Beringar – di cui sarebbe il sidekick ufficioso, se le cose non stessero the other way ‘round. Naturalmente tutto questo passato (Cadfael ha persino un figlio saraceno convertito al Cristianesimo) e le idee non convenzionali che gliene vengono servono a molteplici scopi: conoscenze specifiche e non comuni, ma anche quel tanto di conflitto con i suoi superiori che non guasta mai e una giustificazione per quel genere di mentalità non proprio dugentesca che gli consente anche di fare da ponte tra l’epoca e il lettore.

Qualcosa del genere vale anche per Charles Du Luc, il giovane Gesuita di Judith Cook. Anche Charles ha un passato: squattrinato rampollo della piccola nobiltà provenzale, ex soldato, pieno di dubbi sulla revoca dell’Editto di Nantes per motivi famigliari, essendo parte dei suoi congiunti di fede ugonotta. Tutto ciò offre un’ombra di plausibilità storica alle idee non ortodosse di Charles, lo rende alquanto tollerante nei confronti dei peccati altrui e lo provvede di amatissima cugina ugonotta – lontana ma mai dimenticata – periodico attrito con i superiori (come sopra) e dosi ricorrenti di dubbio vocazionale.

Per ragioni di voti e/o di regole monastiche, ogni mossa dei detective in tonaca va giustificata con la segreta connivenza di un superiore o con un atto di disobbedienza – e in genere in ogni giallo il protagonista mette insieme una buona collezione di entrambi. La cosa si complica quando il detective diventa una suora, che si suppone goda di minor libertà d’azione – e sarà forse per questo che ci sono meno esemplari femminili della specie. Al momento me ne vengono in mente due.

Suor Fidelma è una religiosa irlandese del VII Secolo, ma è anche una principessa reale e un avvocato – il tutto compatibile con le peculiarità della chiesa celtica dell’epoca. E quindi anche Fidelma ha un passato, dei dubbi sui suoi voti, delle competenze e tutto l’armamentario del caso, compreso un marito, religioso a sua volta, erborista, sidekick e attratto dall’ortodossia romana. Conflitto, conflitto, conflitto… Abbastanza perché i casi di Suor Fidelma siano sempre diabolicamente complicati, pieni di sottotrame politiche, giudiziarie e sentimentali.

Non so granché invece di Suor Pelagia, protagonista di tre o quattro gialli di Boris Akunin. So che è una suora ortodossa, insegnante in una scuola per fanciulle nella Russia a cavallo tra Otto e Novecento, e so che agisce per conto del suo vescovo, ma ho letto solo qualche recensione – non abbastanza per avere le idee chiare. Sospetto, tuttavia, che come tutti i suoi colleghi, Suor Pelagia possieda qualche genere di passato e di competenze e di dubbi – sennò come potrebbe andarsene attorno a risolvere omicidi?

Perché sono certa che sto tralasciando parecchi nomi**, ma mi azzardo a dire che la scelta di un detective religioso in altri secoli sembra rispondere ragionevolmente a una serie di criteri: la summentovata combinazione di conoscenza e distacco; la plausibilità di una buona istruzione; la possibilità di accedere a vittime e sospetti della più varia estrazione senza violare (troppo) le convenzioni sociali del tempo; l’autorevolezza dell’abito; un’ambientazione con qualche grado di singolarità. E poi a tutto ciò si aggiungono i parimenti summentovati dubbi e passato – giusto per tendere un ponticello al lettore, e per giustificare una certa proclività alla disobbedienza senza la quale, sembrano implicare generazioni di giallisti, la verità non si trova mai.

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* e probabilmente legioni di sacerdoti e sacerdotesse antichi, druidi e druidesse, e vestali – d’accordo, forse quelle no)

* Naturalmente, per una certa quantità di secoli non è che l’Occidente offrisse una gran varietà di alternative – ma inclino a credere che per una fetta del pubblico anglosassone gli ordini monastici cattolici abbiano un certo genere di… esotismo? Mistero? Singolarità?

L’Invasione Degli Ultra-Anacronismi

La mia fede nell’editoria anglosassone sta vacillando un nonnulla. Quando pensavo ai produttori di parallelepipedi over the Channel e Over the Pond, li facevo spudorati e spregiudicati quanto quelli nostrani, ma attenti. Accurati, se capite quel che intendo.

Ma la messe di anacronismi che ho mietuto nel corso dell’ultimo giro di recensioni per HNR mi lascia in una selva di angosciosi dubbi, almeno per quel che riguarda l’Isoletta. La messe copre senza pregiudizi e omissioni molte delle anacronocategorie possibili.

Pensieri: se siamo nel III Secolo a. C., se la narrazione è in terza persona limitata, se si suppone che il punto di vista sia quello di un giovane aristocratico cartaginese, può la Voce Narrante definire una particolare vicenda col medievalissimo termine “ordalia”? Ripetete con me: Bizmillah, no! Mamma mia, mamma mia!

Parole: non sarò certo io a negare che Annibale avesse ogni genere di straordinaria qualità, ma persino nella mia cieca adorazione dubito che fosse un veggente. O un precursore del Vangelo. Per cui, quando definisce il giovane protagonista scomparso e ricomparso un “figliol prodigo”, mi si allappano i denti. Davvero. Idem quando un ufficiale settecentesco parla di “serendipità” vari decenni prima che Horace Walpole nasca, cresca e conii la parola. Anacronismo a parte, poi, ce lo vedete l’ufficiale in questione che parla di “serendipità” con il suo sergente e una vivandiera – e quelli lo capiscono al volo? Ma questo è un peccato di plausibilità, non un anacronismo, per cui stiamo sconfinando. E però lasciatemi anche osservare che un ufficiale di carriera (specialmente uno particolarmente sveglio) non dovrebbe proprio confondere tattica con strategia…

Opere: scrivere un romanzo storico implica il disturbo di farsi un’idea degli usi sociali dell’epoca – e renderli in forma narrativa per il lettore. La gente nel Cinquecento non si presentava a casa della rispettabile giovane vedova conosciuta la sera prima portandole un cesto di frutta; non la conduceva pubblicamente da una sarta per regalarle un vestito nuovo; meno ancora la invitava a cena a casa propria per un tète à tète o la conduceva fuori città in una romantica gita a due. Non faceva nulla di tutto ciò se non intendeva comprometterla – e certo non se aveva intenzione di chiederla in moglie. Se poi la rispettabilità vera o presunta della signora in questione è uno dei cardini della vicenda, trattarne in questo modo disinvolto ottiene un risultato solo: spingere the discerning reader a dimandarsi perché, perché, perché ambientare a metà Cinquecento quella che in definitiva è una storia contemporanea…

Omissioni – as in “omissioni di ricerca”. Perché, nella Napoli del 1564, far mangiare ai protagonisti pomodori a tutti pasti e mettere il calico sugli scaffali dei mercanti di stoffe, quando entrambi non sono documentati nell’Italia meridionale prima del tardo Seicento? E perché mettere in mano a uno scriba del III Secolo a. C. una penna d’oca – svariati secoli prima che l’arnese venga in uso? Anche ammesso di non saperlo, non sono particolari difficili da scoprire…

L’unica cosa che manca (o quanto meno è largamente evitata) è il peccato mortale: quel genere di travesty in cui i personaggi che pensano period sono tutti malvagi e osteggiano l’eroina “appassionata e anticonvenzionale” e, in generale, tutti i buoni che pensano, agiscono e sentono come gente dei giorni nostri*. E questo è già qualcosa, ma non abbastanza. Bisognerebbe che gli autori fossero più attenti – anche se Clio sa che l’anacronismo è una bestiaccia subdola e facile a sfuggire. E però non c’è romanzo storico che non si concluda con una o più pagine di Acknowledgements, in cui l’autore ringrazia legioni di amici, altri scrittori, agnati e cognati, agenti letterari, editor, vecchi professori di storia, esperti, archivisti, bibliotecari e storici di varia natura – tutta gente che “ha letto il libro con lusinghiero entusiasmo e offerto preziose osservazioni.” Possibile che mai nessuno in questo diluvio di gente qualificata in vari gradi e a vari livelli, faccia caso al figliol prodigo o alla penna d’oca? 

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* In realtà questa è una specialità più diffusa al di fuori del mondo anglosassone – ma non sconosciuta over the Channel & over the Pond. Purtroppo l’idiozia da politically correct è un morbo che non conosce confini.

Serendipità Storica

assedio di costantinopoli, mehmed secondo, romanzi storici, diana gabaldonÈ successo di nuovo.

Vi ricordate del mio romanzo/due romanzi/trilogia sull’assedio di Costantinopoli, eterno work in progress? E vi ricordate del mercante d’olio?

Ebbene ieri sera, nel corso di una di quelle campagne notturne a caccia di informazioni oscure, mi è capitato sotto il mouse un articolo di una rivista americana a proposito di Ciriaco da Ancona. Ora, Ciriaco da Ancona era un erudito quattrocentesco, forse precettore del sultano Mehmed e forse no, ma quello che mi ha dato la pelle d’oca è stato trovare, in una nota all’articolo, un riferimento a un segretario greco, al servizio di Mehmed durante l’assedio, di nome Dimitrios Apocaucos Kiritzis. 

Perché il fatto è che la mia prima stesura contiene un segretario greco di nome Demetrios – solo che di Kiritzis non sapevo nulla. A quanto pare è una figura molto oscura, citata in un paio di fonti di scoperta relativamente recente, e non se ne parla in nessuno dei miei autori di riferimento. Il mio Demetrios era del tutto fittizio – o così credevo.

Per cui sì, è remotamente possibile che ne abbia letto di sfuggita in qualche tomo di storia ottomana o bizantina. E poi invece è possibile che sia successo di nuovo quello che Diana Gabaldon chiama historical serendipity, ovvero particolari fittizi che, ex post facto, si rivelano non solo plausibili, ma, in qualche misteriosa maniera, veri.

E se è così, è la seconda volta che succede. E se è la seconda volta che succede, si direbbe che questo libro voglia proprio essere scritto. E se questo libro vuole proprio essere scritto, chi sono io per ignorare tutti questi segni del destino?

E sì, lo so: mi sto incartando in discorsi dalle allarmanti sfumature new age… è che non capita tutti i giorni questa gradevole sensazione di essere sulla giusta strada. Non capita spesso che la storia dia di queste strizzatine d’occhio. Non capita spesso di incappare in serendipità siffatte. Lasciate che mi ci crogioli un po’.

 

Mar 9, 2011 - romanzo storico    No Comments

Promessi Sposi – Capitolo XXXVI

Questo è un capitolo in cui si predica molto: predica (lungamente) il Padre Felice, predica (a più riprese) il Padre Cristoforo e, nel suo piccolo, predica anche Lucia. D’altra parte, è un capitolo risolutivo, se non conclusivo, e sarebbe ben strano che Don Lisander non tornasse su quei temi di provvidenza, misericordia divina, umiltà, perdono, carità e fede che tanto gli stanno a cuore. Per fortuna ci sono redeeming qualities.

Capitolo risolutivo, dicevo. Sottolineato dall’addensarsi delle nubi e dallo scoppiare del temporale, abbiamo qui quello che in termini aristotelici si chiamerebbe il climax del romanzo: il culmine della storia, la risoluzione dell’ultimo ostacolo che separa i protagonisti e il lieto fine. Parlo del voto di Lucia, naturalmente. Una volta sciolto il voto, i due capitoli che restano saranno tutta azione discendente verso la conclusione con tanto di morale, ma le cose fondamentali succedono qui e ora.

Succedono come in un finale d’opera, con tanto di tuoni e fulmini – l’abbiamo detto – e con Renzo che, per entrare nel quartiere delle donne, si lega alla caviglia un campanello da monatto, a mo’ di vaga giustificazione della sua presenza in quel luogo… ma in realtà, il campanello serve ad altro. Serve perché Renzo debba toglierselo in gran fretta dopo essere stato scambiato per un monatto davvero, e perché debba quindi infilarsi tra due casupole, perché debba appoggiarsi a una parete sconnessa e… quale soave voce credete che senta al di là della parete, se non quella di Lucia?

E non storcete il naso all’ennesima miracolosa coincidenza, per favore, perché qui comincia la parte migliore, più viva e più vera del capitolo. Non per l’impossibilmente angelica Lucia, capace solo di difendere il suo voto e d’invocare la Madonna, quanto per Renzo. Qui Renzo fa sfoggio di un’eloquenza ingenua e candidamente astuta, toccando tutti i tasti che sa: la tenerezza, il rimprovero, la supplica, il ricatto morale… come altro definire il modo in cui si appella alle disgrazie che ha patito per Lucia, alla loro vecchia promessa, alla grazia da impetrare insieme per Don Rodrigo morente, al pensiero di Agnese che tanto desidera vederli maritati, alla sua stessa rovina? Renzo promette a Lucia di far spropositi se lei non lo vuole più, e la sfida a dirgli in faccia che non gli vuole più bene in un alternarsi di blandizie e di brontolamenti che è un delizioso, vivido ed efficacissimo capolavoro di caratterizzazione. Par di vederlo, il nostro giovine, con tutto quello che gli passa in viso: trasporto, delusione, rabbia, speranza, lampi d’astuzia…

Nonostante tutto ciò, Lucia non cede, e bisogna chiamare il Padre Cristoforo. Perché Lucia è tanto buona, spiega Renzo, “ma è un po’ fissa nelle sue idee” e in un momento di paura “si è scaldata la testa e si è promessa alla Madonna…” Adoro Renzo, e voi?

Enfin, con l’intervento del Padre Cristoforo e ancora un po’ di prediche miste assortite, la questione è sciolta, i nostri due promessi sono ricongiunti per un congedo frettoloso e pudico, di raccomandazioni scambiate e messaggi affidati, e poi Renzo parte, incurante della burrasca, ansioso di condividere con Agnese le buone notizie.

E mentre parte, ecco finalmente che il temporale scoppia, in parallelo con la rottura della tensione narrativa: ecco la pioggia che scende a lavare via il contagio e a marcare – di fatto – la fine delle tribolazioni dei nostri.

Sì, lo so: ci sono ancora due capitoli, ma se fossimo all’opera il sipario si chiuderebbe qui.

Feb 23, 2011 - romanzo storico    No Comments

Promessi Sposi – Capitolo XXXV

Capitolo pieno di contrasti, questo Trentacinquesimo, di ombre scurissime e di luci violente, alternate con una tecnica che, se l’usasse un contemporaneo, chiameremmo rollercoaster: su e giù per le montagne russe.

Lazz1.jpgSi comincia con un’apocalittica descrizione del lazzeretto come si presenta al primo sguardo di Renzo, una folla di malati e di cadaveri confusi, sopra cui i vivi brulicano e ondeggiano – due verbi che non sollecitano nessuna associazione mentale particolarmente simpatica. Renzo si aggira in mezzo alla confusione, alla sofferenza e allo squallore che non concedono tregua, senza mai trovar Lucia. Persino il clima, con quella che i teorici Di Là Dall’Acqua chiamano sentimental fallacy, si adegua alle necessità narrative oscurandosi e promettendo tempesta.

Poi, del tutto inatteso, primo chiarore: il luogo dove le balie allattano i bambini rimasti orfani con l’aiuto delle capre addestrate all’uopo. E come s’impegna Manzoni a mostrarci questo quadretto, con le amaltee della peste guidate da una specie di goffa tenerezza tutta loro. La scena non è del tutto serena – troppi orfanelli e troppo balie che hanno il latte solo per aver perso un bambino – ma è abbastanza gaia perché Renzo, in mezzo a tanta cupezza, faccia fatica a staccarsene. Lazz2.jpg

Poi il fulmine! Chi ti ritrova il nostro giovine, se non il Padre Cristoforo? Lo intravvede, stenta a credere ai suoi occhi, lo cerca, lo trova… e la consolazione, ci dice Don Lisander, non è intera nemmeno per un attimo, perché visto da vicino, il Padre Cristoforo porta già addosso i segni della malattia.

Ricongiungimento, tuttavia, e scambio di notizie davanti a una scodella di zuppa. Renzo, lo sappiamo, è venuto in cerca di Lucia. Il PC gli concede il permesso di cercarla anche nel quartiere delle donne – raccomandandogli di comportarsi bene con un’insistenza che a me è sempre parsa un po’ fuori luogo… voglio dire: stiamo parlando di Renzo, sarà anche un po’ scriteriato (e lo ha appena ammesso), ma ce lo vedete, voi, ad approfittare del fatto di ritrovarsi nel quartiere delle donne? Mah… Non divaghiamo, tuttavia, perché è in arrivo un’altra discesa.

Bada però, dice il PC, che non è affatto detto che Lucia sia ancor viva. Verissimo, per carità, date le circostanze, ma a Renzo non fa un gran bene sentirselo dire. Alla sola idea che Lucia possa essere morta, tutti i suoi propositi di vendetta si risvegliano. Se non trova Lucia, promette il nostro giovine, troverà quell’altro, e se la farà lui, la giustizia!

Segue ramanzina severissima del Padre Cristoforo: non sa Renzo che in questa maniera si va all’inferno? Che si tolga pure di torno, perché lui non ha tempo per gente che non sa perdonare e cova vendetta. Sciagurato! Et Multa Caetera Similia, con l’effetto di sgomentare e commuovere Renzo. Ma c’è il tranello, perché non appena Renzo si è impegnato a perdonare Don Rodrigo…

Lazz3.jpg… Chi ti produce il PC, se non Don Rodrigo stesso, moribondo e insensibile? Pronto lì perché Renzo, commosso, sopraffatto e ultimamente redento, possa pregare al suo capezzale prima di andarsene in cerca di Lucia, per il bene o per il male, senza più  covar propositi di vendetta.

Noi, naturalmente, sappiamo che la troverà – e se adesso pensate che sia tutto just a little too pat, con tutti i personaggi convenientemente riuniti al lazzeretto per il gran finale, ebbene lo penso anch’io, ma che fa? E’ un finalone efficace e suggestivo, come s’usa all’opera e come un tempo s’usava a teatro.

Ormai, lo sentiamo nell’aria torva e temporalesca, non manca più molto: il destino è sul punto di compiersi. Tratteniamo il respiro e aspettiamo il Capitolo XXXVI.

Promessi Sposi – Capitolo XXXI

Questo è uno di quei capitoli che si considerano noiosi. Ricordo – ormai quasi due anni fa – quando progettavamo questa rilettura dei PS per la UTE, e discutevamo l’opportunità di una lettura più o meno integrale. “Ci sarà qualcosa che potremo sfrondare,” diceva qualcuno, “per esempio quei soporiferi capitoli della peste…” Alla fin fine, lettura integrale è stata, e il primo dei soporiferi capitoli della peste è arrivato. 

La mia prima reazione nel ritrovarlo tra i “miei” capitoli non è stata proprio una triplice capriola di entusiasmo – indipendentemente dalla peste. Voglio dire: per motivi tristemente ovvi, la peste è un irrinunciabile accessorio di tanti romanzi storici e può diventare, a seconda del gusto e delle intenzioni del romanziere, una lettura di estrema sgradevolezza – il che non è il caso nei Promessi Sposi. Quel che smorzava il mio trasporto era, semmai, quest’altro esantema endemico del romanzo storico ottocentesco: la Digressione.

Il romanziere storico si sente, più di altri, in dovere di educare i suoi lettori, non fosse altro che per la necessità di far loro capire che cosa diamine sta succedendo, e allora, ogni tanto, abbandona vicenda e personaggi per un capitolo o due, e si concentra sulla storia. Ricordo ancora con un misto di raccapriccio e d’impazienza le tangenti per le quali parte Victor Hugo – nei Miserabili, per dire. E l’argot parigino, e gli ordini monastici, e le fognature… chi l’ha letto tutto, ma proprio tutto senza saltare nemmeno una pagina, alzi la mano.

Manzoni l’abbiamo già visto uscir di carreggiata – per esempio per cantare le lodi del Cardinal Federigo Borromeo, e diciamocelo: il precedente non ci colma di gioia.

Poi, in realtà, va meglio del previsto – anche molto meglio, a seconda di quanto vi piace sentire nell’ordine una disquisizione teorica e una dimostrazione pratica sulla storiografia di stampo illuminista.

Manzoni comincia con l’obbligatorio cappello, riassumibile come “e ora, brevi cenni sulla peste”, poi passa a lamentare lo stato delle fonti seicentesche: scarse, contraddittorie, confuse, inattendibili… tra memorie, cronache e documenti pubblici, non c’è nulla di esauriente o di certo. L’unica è impolverarsi le dita e spulciare, minuziosi e pazienti, tra le vecchie carte, confrontando le varie versioni, collazionando e correggendo l’una con l’altra, e talvolta stimando il giusto mezzo, e cercando una logica tra quelle informazioni accatastate senza criterio e senza cognizione di causa ed effetto.

Visto l’Illuminista che entra in scena? Riconosce alle fonti originali una “forza viva, propria e, per così dire, incomunicabile”, ma deplora la mancanza di metodo e di rigore con cui sono state composte all’epoca e ingoiate intere nelle opere successive. Dopodiché si mette all’opera e comincia a tracciare la vicenda del propagarsi della peste a Milano e nel Milanese. Ed è una storia ben meschina, di ritardi, di cecità, di pregiudizi, di colpevoli lentezze da ogni parte, mentre il male va “covando e serpendo” nella città. Vero è che all’epoca c’era ben poco in fatto di cure, e la peste era uno dei tanti insondabili terrori di cui era fatta la vita di ciascuno, ma il giudizio severissimo di Manzoni è giustificato: la sola cosa che si sarebbe potuta fare – arginare tempestivamente il contagio – non si fece per una combinazione d’inerzia e di criminale rifiuto dell’evidenza, da parte tanto delle autorità (quasi tutte) quanto della popolazione.

Poi, siamo sempre nelle mani di un narratore con i fiocchi, e quindi assistiamo con inorridito interesse al progresso della peste, quasi di casa in casa, mentre si nega l’evidenza e la si nasconde dietro un susseguirsi di riluttanti ammissioni: nessuna peste, le febbri maligne, le febbri pestilenziali, una specie di peste, la peste sì – ma portata dagli untori.

E il capitolo si chiude con una considerazione sul danno che possono fare le parole e il loro uso – con una concessione alla quasi ineluttabile facilità con cui questo genere di danni si produce, perché è tanto più facile parlare che pensare, e quindi “noi uomini in generale siamo un po’ da compatire.”

Promessi Sposi, Capitolo XXX

Landsknekt.pngQuesto è un capitolo pieno di Lanzichenecchi, senza che se ne veda mai uno.

No, non è del tutto vero, c’è un fuggevole episodiuzzo che funziona da centro, ma se a questo punto di un romanzo che parla della Guerra di Successione del Ducato di Mantova ci aspettavamo qualche grandiosa e truce scena di scaramucce, saccheggi e violenza varia assortita, ebbene ce l’aspettavamo a torto.

Manzoni essendo Manzoni, le terribili soldatesche luterane non le vediamo affatto: ne anticipiamo l’arrivo, ne sentiamo il passaggio, ne osserviamo l’effetto – tutto attraverso gli occhi, le orecchie e le paure dei nostri personaggi, che non sono gente da campi di battaglia.

Per prima cosa, sentiamo arrivare le schiere in marcia, precedute da una nomea di ferocia distruttiva davanti alla quale chi può fugge. Come Don Abbondio, che discute i suoi terrori per strada, mentre va a rifugiarsi dall’Innominato in compagnia di Agnese e Perpetua. Le sue sono apprensioni vaghe e terrificanti, alimentate anziché fugate dai preparativi marziali dell’Innominato. Perché “i soldati”, si sa, son gente che non ha paura di nulla e di nessuno, che combatte, distrugge e uccide per il gusto di farlo (e per il bottino), che si getta con avido abbandono su ogni accenno d’opposizione. “Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prender le fortezze? Non cercan altro; per loro, dare un assalto è come andare a nozze…” E potremmo quasi sorridere dei rabbiosi timori del povero curato, se non fosse per il fuggi fuggi generale e per la guarnigioncella bene armata che l’Innominato si prepara attorno, in quel castello organizzato come una caserma…

E poi, durante i ventitre o ventiquattro giorni passati al castellaccio, giungono le voci, tramite i fuggitivi dell’ultimo minuto, che arrivano terrorizzati e malconci: sotto il tetto dell’Innominato, in relativa sicurezza, si raccontano le gesta infami dei Lanzi, si fa la cronaca del loro passaggio, si comparano fanti e cavalli, si tiene il conto dei reggimenti che vengono e che vanno, si reagisce ai falsi allarmi. Solo una volta, in uno di quei blitz con la sua gente armata, l’Innominato trova davvero dei soldati – ma sono solo saccheggiatori sbandati e alla fin fine ne vediamo solo le schiene in fuga. E però non lasciamoci ingannare dalla meschinità dell’episodio: i Lanzichenecchi son ben altra cosa, un terremoto distante di cui dal castellaccio si sente solo il rombo, come nella cadenza del celebre elenco delle compagnie al ponte di Lecco, serrato e cupo come il rullo di tamburi di una carica: “Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa furstenberg, passa Colloredo; passano i Corati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo. Lo squadron volante de’ Veneziani finì d’allontanarsi anche lui; e tutto il paese a destra e a sinistra si trovò libero anch’esso.”

Ma naturalmente non è finita. Sarà passata la tempesta, la gallina tornerà pure sulla via, ma gli augelli han poco da far festa. Quando i nostri tornano a casa, vediamo attraverso i loro occhi la devastazione sudicia e feroce che i Lanzi si son lasciati dietro. Le vigne distrutte, le case spogliate, i saccheggi, gli incendi… E dietro a tutto ciò è in arrivo di peggio: il capitolo si chiude sibillino e minaccioso, preannunciando quella che noi sappiamo essere la peste*. Cue ominous music.

Insomma, il passaggio dei Lanzichenecchi è un altro piccolo capolavoro: narrato obliquamente in un capitolo fatto di battibecchi (tra Don Abbondio e Perpetua) e rimuginamenti (di Don Abbondio), riesce più inquietante nel suo succedersi di hearsay, paure e conseguenze immediate e future, di quanto potrebbe mai essere una fila di descrizioni crude e puntuali. Se è vero che la paura è mancanza di conoscenza, il XXX Capitolo trasforma la ben concreta piaga del passaggio di un esercito seicentesco nel capofila dei terrori indistinti – e per questo peggiori.

Come facesse Leone Gessi (curatore della mia vecchissima edizione dei PS) a definire questo capitolo “divertente” is anybody’s guess.

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* Delizioso lapsus annotato più di vent’anni orsono: “La peste filava nelle strisce dell’esercito imperiale”.

Gen 14, 2011 - romanzo storico    1 Comment

L’Ammiraglio Fantasma – Terzo Episodio

1015ddb27d.jpgRiepilogo delle puntate precedenti: nel corso della sua eterna revisione, la Clarina inciampa nell’enigmatica figura di Balta Oghlu Suleyman Bey, ammiraglio rinnegato e degradato. Dall’ombra e dall’oblio dei secoli, Suleyman Bey chiede a gran voce un riscatto postumo, e la Clarina decide di offrirgliene uno nella sola forma che sa: scriverlo in un romanzo, e provvederlo di un punto di vista. Ma le nuove ricerche, destinate ad approfofondire la fin qui trascurata figura, s’interrompono bruscamente di fronte alla laconicità delle fonti occidentali, al riottoso silenzio delle schiere diplomatiche e accademiche turche. E’ dunque finita? La Clarina è sul punto di abbandonare la cerca quando, all improvviso, ecco che un tenue raggio di luce balena all’orizzonte…

Terzo Episodio: ebbene sì, il Museo della Marina di Istanbul ha risposto. Per la prima volta, un’istituzione turca mi ha presa sul serio. Non so chi sia la cortese, competente e disponibilissima persona che debbo ringraziare – e che si firma soltanto a titolo del Museo – ma ha tutta la mia gratitudine. La risposta è molto soddisfacente, alla fin fine: non trovo nulla perché non c’è praticamente nulla. Le fonti principali sono quelle occidentali, mentre da parte turca, tanto i cronisti contemporanei quanto gli storici successivi non si sono disturbati troppo nel tramandare le gesta di un convertito salito in alto e poi precipitato con ignominia… Parte perché tal dei tempi era il costume, parte per prudenza o disinteresse.

Insomma, restano un po’ di particolari da dissotterrare, resta The Crusade Of Varna da reperire, resta forse da spedire gente a Costantinopoli… sorry: a Istanbul, sulle tracce fornitemi dall’anonimo e mai abbastanza lodato funzionario del Museo della Marina, e poi considererò di avere un’esauriente conoscenza dei limiti entro cui posso romanzare.

Adesso andiamo meglio, e ci avviamo verso un finale tanto lieto quanto può esserlo quello di una storia di fantasmi… o forse no, perché proprio mentre scrivo questo, nuovi sentieri sembrano aprirsi, sentieri dannatamente allettanti. A voler vedere, è un gioco che non finisce mai, ma intanto comincio proprio a credere che finirò questo libro.

 

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