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Gen 16, 2011 - cinema    No Comments

Scaramouche

Parlavamo di Scaramouche, ricordate? Ecco qui il più famoso tra i 7 (sette!) duelli della versione cinematografica del 1952. Il protagonista André Moreau/Scaramouche è interpretato da Stewart Granger, specializzato in film in costume e duelli all’arma bianca. Il suo avversario, il malvagio marchese Noel de Maynes, è invece Mel Ferrer, che forse non era uno spadaccino provetto ma, possedendo una formazione da ballerino classico, si muoveva con molta eleganza. Tanto che Granger ne fu infastidito, puntò i piedi e, a quanto pare, insisté per ridimensionare il ruolo di Ferrer nel film. Addirittura, il duello si sarebbe dovuto concludere con un’agnizione e la morte del marchese (più o meno come nel romanzo, anche se con una notevole differenza), ma dietro pressioni di Granger la scena fu tagliata e Noel de Maynes lasciato vivere…

Tutto si conclude con André che dichiara di non poter uccidere il marchese – ciò che si rivelerà essere una sorta di richiamo del sangue, visto che [alt! non leggete oltre se non volete rivelazioni!!] Noel è in realtà suo fratello. Dove si vede che a volte, un vilain non può nemmeno morire in pace, per non fare troppa ombra al protagonista. 

Una curiosità: della scena tagliata rimangono tracce nella sceneggiatura originale e in questa fotografia sopravvissuta in mezzo al materiale pubblicitario:

scaramouche-death1x.jpg

E buona domenica!

Dic 5, 2010 - cinema    No Comments

Omaggio a Monicelli

Posso anche confessare di non essere una patita del cinema italiano, ma Monicelli è un caso a sé. Le storie, il fluido, naturalissimo passaggio da registro a registro, la capacità di modellare i suoi (grandi) cast, le atmosfere vivide, i meccanismi perfetti, i particolari umanissimi… Monicelli era un meraviglioso narratore.

L’Armata Brancaleone

i Soliti Ignoti

La Grande Guerra

Nov 28, 2010 - cinema    No Comments

Fire Over England

Fire-over-england-1937.jpgFire Over England è un film del 1937, arrivato anche in Italia con due titoli alternativi: Inghilterra In Fiamme e, meno a proposito, Elisabetta Regina d’Inghilterra (che, incidentalmente, è anche il titolo di un’opera di Donizetti). Il film è tratto da un romanzo omonimo di Alfred Edward Woodley Mason, uomo politico, agente del controspionaggio e prolifico autore inglese, che cito a dimostrazione del fatto che il mondo letterario, a volte, è proprio piccolo: noto per avere scritto Le Quattro Piume, Mason aveva studiato prima al Dulwich College, la scuola fondata dall’attore elisabettiano Edward Alleyn (tra l’altro, il primo Tamerlano di Marlowe), e tra i suoi compagni di studi c’era Anthony Hope, futuro autore de Il Prigioniero di Zenda.

Mi rendo conto che questo post sta assumendo l’andamento di un gioco di associazioni, per cui torniamo al film, che è un’avventurosa  storiellona tardo-cinquecentesca in cui compaiono per la prima volta insieme sullo schermo, Vivien Leigh e Laurence Olivier, entrambi giovani e bellissimi. Lei è una nipote fittizia di Lord Burleigh e dama di compagnia della Regina, e lui è un altrettanto fittizio soldato e spia al servizio della Regina stessa – di cui, dopo varie vicende di evasioni, naufragi e vendette, diventa un favorito. Ora, come ognun sa, la grande Bess non voleva che le sue damigelle si sposassero – e meno ancora i suoi favoriti. Sir Walter Raleigh e Bess Throckmorton, che sfidarono il doppio veto, lo pagarono con un soggiorno alla Torre e una più definitiva perdita di favore. Giusto per complicare un po’ le cose, il nostro giovinotto ha anche lasciato una fanciulla in Spagna, dove deve tornare sotto falso nome e a rischio della vita per sventare una congiura. E intanto Re Filippo prepara l’Armada…

Non ho trovato un trailer, ma qui c’è un collage di scene in cui Vivien Leigh, Laurence Olivier e Tamara Desni (la fanciulla spagnola) cantano The Song Of The Spanish Lady, ballata elisabettiana vera e propria. Dapprincipio ero rimasta impressionata, ma pare che non siano davvero loro a cantare.

E siccome qui c’è il film intero, e io ho ancora la bronchite, adesso sapete come passerò la mia domenica pomeriggio.

Nov 21, 2010 - cinema    No Comments

To Be Or Not To Be

Continuiamo con Lubitsch.

To Be Or Not To Be (che in Italiano è stato tradotto – va’ a sapere perché – come Vogliamo Vivere!) è una commedia nera e piuttosto meta, girata nel 1942. E’ ambientata in una Varsavia conquistata ma non sottomessa, dove una compagnia teatrale si barcamena tra i divieti della Gestapo e le azioni della Resistenza…

Aggiungete una primadonna (Carole Lombard al suo ultimo film) con un marito ancor più primadonna di lei, un ufficiale pilota di ritorno dall’Inghilterra, dei pesci rossi, un falso Hitler, Shakespeare, champagne e alto tradimento, nonché un elaboratissimo stratagemma, metateatro involontario, per così dire, sempre in bilico tra il disastro e il colpo di genio – tutto trattato con il celebre “tocco” di Lubitsch, elegantissimo e soavemente appuntito.

Qui c’è il trailer:

E qui la scena in cui, durante l’Amleto, Joszef Tura (“il più grande attore drammatico di tutta la Polonia”) rientra in camerino distrutto perché uno spettatore ha lasciato la sala durante il suo monologo.

“Dimmi, Maria: sto perdendo la mia presa sul pubblico?”

“Oh, tesoro, certo che no! Mi dispiace così tanto!”

“Ma se n’è andato!”

“Forse doveva proprio andare… forse non stava bene: potrebbe avere avuto un infarto!”

“Speriamo.”

“Forse, se fosse rimasto, sarebbe morto…”

“E forse è morto! Oh, tesoro, è così consolante!”

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Buona domenica!

 

Ott 31, 2010 - cinema, musica    2 Comments

This Is Halloween

E poi ci sono i film – a non finire, dal truculento al buffo, passando per le serie: polizieschi, ospedalieri, legal-procedurali, vita di famiglia… non c’è serie che non abbia la sua puntata incentrata su Halloween.

Naturalmente i cartoni animati non fanno eccezione. Un tempo credevo che i film in stop motion non mi piacessero, poi ho scoperto Tim Burton. E sì, so che il titolo del film è natalizio, ma… andiamo!

E di certo la musica di Danny Elfman Aiuta non poco, vero?

Buona domenica e buon ponticello!

Ott 24, 2010 - cinema    3 Comments

Wings

Wings fu il primo miglior film premiato ai neo-istituiti Academy Awards nel 1927. Diretto dall’allora ventisettenne William Wellman, è una storiellona di guerra, amicizia e amore, interpretata da Clara Bow (una sorta di Marilyn Monroe del muto, tanto celebre e richesta che il suo personaggio fu ampliato rispetto alla sceneggiatura per darle più minuti e più rilevanza, compreso un audace interludio parigino), da Buddy Rogers e Richard Arlen – che nessuno ricorda più – e da un giovanissimo e sconosciuto Gary Cooper in una particina di tre minuti.

Le sequenze di combattimento aereo erano all’avanguardia. Wellman insisté per adottare un metodo mai sperimentato prima: telecamere montate sulla carlinga degli aerei ed evoluzioni pericolosissime – del tutto senza rete, per così dire. Tutti gli stuntmen erano veterani della I Guerra Mondiale, e anche i due protagonisti dovettero imparare a volare. Le scene che li riprendono in primo piano mentre volano (o, nel caso di Arlen/David, precipitano) non sono girate con un aereo finto e uno schermo sullo sfondo.

Le battaglie di terra furono minuziosamente ricostruite utilizzando centinaia e centinaia di figuranti forniti dall’esercito, la produzione costò un’ira e fu più di una volta sul punto di essere abbandonata per i costi eccessivi, per il temperamento esplosivo di Wellman, per un incidente aereo mortale, per i dissensi tra esercito e aviazione e per un’infinità di motivi.

Alla fine il film fu un colossale successo e Wellman divenne una leggenda della nascente industria cinematografica. Dei protagonisti, Gary Cooper ebbe la carriera che sappiamo, Rogers sparì presto, Clara Bow non seppe adattarsi all’arrivo dei film parlati e finì alcolizzata e depressa, mentre Richard Arlen, dopo un paio di ruoli importanti, infilò un ruolo di caratterista dopo l’altro fino agli Anni Settanta.

Trailer originale:

Buona domenica a tutti!

Ott 17, 2010 - cinema, musica    No Comments

Lawrence d’Arabia

Credo che, di tutta la musica di Maurice Jarre, la colonna sonora di Lawrence of Arabia sia quello che preferisco.

E Lawrence è uno dei pochi casi in cui preferisco il film al libro da cui è tratto, La Rivolta nel Deserto. Raccontano la stessa storia, ma il libro è reso di difficile digestione dalla voce narrante. Non so che farci: Lawrence, vanaglorioso, egocentrico e petulante, mi irrita nel profondo. Sia il libro che il film mi sono stati inflitti in dosi massicce per tutta l’infanzia e parte dell’adolescenza… oddìo, anche più tardi, se vogliamo, visto che all’Università non ho trovato di meglio che portare a un esame tutto un lungo studio su tattica, strategia e motivazioni politiche nella rivolta in questione…

Comunque, mentre non toccherei volentieri il libro con un palo da barca, non ho sviluppato nessuna avversione al film, anzi. Ho cercato con un certo impegno la scena in cui Lawrence arriva al campo del Principe Feisal ma non ho trovato nulla. Per cui, musica – e tutto sommato ci sono dentro tutti i reggimenti beduini al galoppo, tutte le bandiere al vento e tutti gli assalti che servono. 

Buona domenica a tutti.

Ott 10, 2010 - cinema, musica    2 Comments

Via Col Vento

Non sono sicura, ma mi pare che sia stato Wilde a dire che una donna è capace di tutto purché abbia lo scenario adatto. Questa donna, francamente, preferirebbe la musica adatta, e quindi ecco a voi il Tema di Tara, da Via Col Vento, perché oltre ad essere la colonna sonora de Il Film, è anche tremendamente adatto, con questo tripudio di sweeping strings, al pomeriggio autunnale.

Fuoco nel camino, libro abbandonato sulla poltrona, tazza di tè, finestra che guarda sul giardino, foglie gialle che turbinano nel vento… musica!

Ho letto da qualche parte che, all’anteprima del film, questa musica non era ancora pronta e il produttore David O. Selznick ripiegò sulla colonna sonora de Il Prigioniero di Zenda (edizione 1937). Fu un trionfo lo stesso, anche perché il libro della Mitchell era popolarissimo, e il film molto atteso – ma mi pungerebbe la curiosità di vederlo con la musica di Newman, quella dell’anteprima, giusto per avere un’idea dell’effetto che doveva fare.

Oh pazienza. E ad ogni modo, domani è un’altro giorno. Per ora, buona domenica a tutti!

Parlavamo di colori

Ricordo di essere andata in estasi qui per lo schema di colori del Tamerlano di Marlowe, analizzato da Una Ellis-Fermor. Idea geniale e coraggiosa, ma d’altra parte Kit… e va bene – mi fermo qui.

Tuttavia, per dare un’idea, e per mostrare che si può, ecco a voi il trailer di Khartoum, un film con uno schema di colore ristretto e coerente e, incidentalmente, non del tutto dissimile da quello di Marlowe. Qui tutto è bianco, nero, azzurro, rosso e in varie sfumature di giallo (dal colore della sabbia all’ocra scuro).

 

 Per la cronaca, Khartoum è una ricostruzione romanzata della caduta della città eponima nel 1885, con Charlton Heston nel ruolo del Generale Gordon (conosciuto come Gordon Pasha), e Laurence Olivier che fa il Mahdi. A me Olivier piace, ma devo confessare che qui lo trovo un tantino sopra le righe. Non sono certissima che il Mahdi fosse proprio la sua parte… 

Cito ancora la fotografia di Edward Scaife, responsabile dello schema di colori in questione – e del fatto che K è un film molto pittorico, con inquadrature ispirate a quadri dell’epoca (most famously la scena finale in cui Gordon esce da solo a parlamentare con i nemici) e illustrazioni dei corrispondenti di guerra – un po’ l’equivalente delle storiche copertine della Domenica del Corriere.

Buona Domenica!

Ago 20, 2010 - cinema, scrittura    2 Comments

Ossignor!

Leggendo i commenti alla tirata di Josh Olson, mi sono imbattuta in un altro e sesquipedale esempio di snobismo di genere:

Forse ricorderete la storia: Olson è uno sceneggiatore hollywoodiano, un aspirante collega gli chiede di leggere la sua paginetta di sinossi per una sceneggiatura, Olson – pur seccato dalla richiesta – legge la sinossi, la trova orribile e inveisce pubblicamente.

Ora, per quanto Josh Olson sia una persona sgradevole, stento a credere che qualcuno abbia potuto davvero scrivergli questo commento:

Olson descrive la storia dello sceneggiatore così: “I personaggi vagano senza scopo, compiono azioni senza motivo, scompaiono, ricompaiono, vengono arrestati per crimini non specificati e prendono decisioni dissennate ed epocali senza nessuna particolare ragione.” Tutto questo somiglia molto a Il Processo di Kafka.

Poi Olson dice: “Mezzo paragrafo è dedicato a descrivere il profumo e la consistenza di un cibo, ma l’evento centrale della crisi è sbrigativamente liquidato in una frase.” Questo somiglia a Gita al Faro di Virginia Woolf.

“La morte del protagonista non è nemmeno menzionata. Una frase descrive una scena in cui è presente, e la successiva descrive la gente che va al suo funerale.” Questo somiglia a molti lavori di Hemingway e Faulkner, con le loro omissioni deliberate di momenti cruciali e particolari rilevanti. 

In altre parole, Mr. Olson, una persona che avesse anche solo un briciolo di vero talento o integrità artistica non scriverebbe filmacci per Hollywood come fa lei, per poi spendere inutilmente tante parole al solo scopo di distruggere pubblicamente i sogni di qualcun altro. Lei non scriverà mai nulla che valga veramente la pena di essere letto, con la sua ossessione per il “venire al punto”.

Di fronte a discorsi del genere posso azzardare solo due spiegazioni alternative: stupidità abissale o pura e semplice malafede – a meno che non si tratti di una combinazione di entrambe. Obiettiamo prima di tutto che la sinossi di una sceneggiatura è la sinossi di una sceneggiatura, ovvero un tipo di scrittura specializzata e strettamente funzionale. Chi la scrive non dovrebbe preoccuparsi di emulare Kafka, Woolf o Hemingway, ma di presentare la sua storia in pochi paragrafi, nel modo più razionale, avvincente e comprensibile di cui è capace. “Ben scritto” in questo caso significa due cose soltanto: chiaro ed efficace. Per echi letterari ed ellissi ermetiche ci sarà tutto il tempo nella sceneggiatura, grazie tante.

Quindi, tre paragrafi su quattro del commento sono dissennati. Adesso veniamo alla parte in mala fede: la disonestà intellettuale del passaggio dai presunti meriti letterari della sinossi all’indegnità artistica e umana di Olson è di una spudoratezza rimarchevole nel suo genere. A) JO non sa riconoscere la buona scrittura quando se la trova davanti; B) ma d’altra parte, JO scrive sceneggiature cinematografiche (orrore, orror!); C) e prende a calci i cuccioli; D) e in fondo, che altro ci si può aspettare da un uomo ossessionato dalla fabula?

Noterete che l’argomento finale – destinato a sancire l’inferiorità morale e artistica di Olson – non è tanto il fatto che abbia maltrattato pubblicamente l’aspirante sceneggiatore, quanto la sua ributtante pretesa che una storia “venga al punto”. Insomma, è chiaro come il giorno: tutta questa gente che farnetica di trama, struttura, solidità e principi narrativi è crassa, venale, volgare e costituzionalmente incapace di veleggiare nelle regioni rarefatte della VERA ARTE, scritto in tutte maiuscole – empireo a cui Hollywood non dovrebbe nemmeno permettersi di aspirare!

Come dicevasi nel titolo: ossignor…