Niente Roma

Dovevo presentare Somnium Hannibalis a Roma, a metà dicembre, in una libreria del centro. Sembrava tutto stabilito, e non nego che ero piuttosto al settimo cielo. Insomma, Roma è Roma, e poi, così sotto Natale… Avevo già presentato una volta a Roma, ai tempi di Strada Nuova. Hm. A febbraio. Insieme ad altri due autori. Davanti a una platea di dodici persone. Due terzi delle quali erano amici e parenti. Ma questa volta doveva essere tutto diverso: si era scelto l’attore per il reading, prevista la pubblicità, decisa la data…  tutto perfetto, no?

Appunto: no.

A quanto pare, il Somnium e io siamo rimasti impigliati nel mezzo di una specie di guerra a tre fra librai (vari), distribuzione (Messaggerie) ed editore (Robin), in cui nessuno vuole cedere, in cui a nessuno importa della mia povera, piccola presentazione assassinata. E badate, non sono irragionevole: capisco perfettamente che ci siano problemi di mercato, di contratti, di eccezioni da non fare, di precedenti da non creare. Sono certa che tutti hanno perfettamente ragione. E sono consapevole che il mondo non ruota attorno al mio libro.

Però…

Essere ragionevoli è una magra consolazione, quando si credeva di presentare il proprio libro a Roma a metà dicembre, e invece non lo si farà. Sospirone.

______________________________________________________________________________

ETA: la mia amica Lina Morselli offre una consolazione migliore. Sono vittima di una maledizione millenaria, perbacco! Il vero Annibale non è mai riuscito a passeggiare all’ombra del Colosseo, e mi aspetto di portarcelo io? Allons donc! E devo ammettere che suona molto, molto meglio delle scaramucce distributive…

L’Ammirabile Critonio: Lo Sbregaverze Mal Riuscito

James_Crichton_1.jpgNon tutti gli Sbregaverze riescono col buco, e questo è il solo punto di contatto che veda tra gli Sbregaverze e le ciambelle. Forse bisognerebbe qualificare, perché di James Crichton letterari ne contiamo almeno due*, ma mostreremo perché, a dispetto delle apparenze, Sir Thomas Urquhart non sia affatto il nonno di tutti gli sbregaverzizzatori; e perché William Ainsworth, con uno Sbregaverze al suo attivo, è un autore completamente dimenticato.

Prima, però, tanto per sapere di cosa (e di chi) parliamo, cominciamo con un po’ di storia.

James Crichton of Eliock and Cluny era nato nel 1560, figlio del Lord Avvocato di Scozia e di una Stewart di sangue reale**. Siccome il ragazzino pareva promettere assai bene, fu spedito giovanissimo all’università di St.Andrews, dove si laureò alla matura età di tredici anni, e fu licenziato Master of Arts a quattordici. Poi, come un antesignano del Progetto Erasmus, passò in Francia per completare la sua educazione. Dopo di questo, le notizie diventano un po’ vaghe. Potrebbe avere servito per due anni come cavaliere nelle truppe del Re di Francia senza ricoprire alcun grado di rilievo, oppure no. Potrebbe avere lasciato una profonda impressione di sé a corte e negli ambienti accademici parigini, oppure no, checché ne dicano gli adoranti biografi scozzesi, contemporanei e posteri. Next we know, il giovanotto riemerge a Genova nel 1579, e lo sappiamo per certo perché c’è un’orazione di Giacomo Critonio, Scoto rivolta alla Repubblica di Genova. Non un successo travolgente, se dobbiamo giudicare dal fatto che l’anno successivo il Critonio era già a Venezia. Lì andò meglio: i patrizi, gli eruditi e i professori di Padova erano impressionati: Aldo Manuzio il giovane c’informa che il suo scozzese parlava dieci o undici lingue, disputava di filosofia, teologia, araldica, matematica, musica, politica e chi più ne ha più ne metta; tirava di scherma, danzava, cavalcava, saltava (!)… ed era pure bello. Pur avendo incontrato tanto entusiasmo, il giovane Giacomo passò a Mantova in tempo per il Carnevale del 1582, e lì divenne, alla velocità del fulmine, il favorito del gobbo, cinico e sospettosissimo Duca Guglielmo Gonzaga. “Come diavolo avrà fatto?” si domandavano tutti, per primo il figlio del Duca, il brillante, irresponsabile, bel Don Vincenzo, cui in vent’anni non era mai riuscito d’andar d’accordo con il padre… A parte il Duca e le dame di corte, però, Mantova si mostrò meno entusiastica di Venezia. Meno felice di tutti era Don Vincenzo, cui non piaceva vedersi capitare tra i piedi un rivale in tutti i campi. Come fu, come non fu, la parabola mantovana del Critonio durò fino ai primi di luglio, quando ebbe la cattiva sorte d’incontrare Piccoli Duchi Crescono in una stradina buia. Uno spintone, un insulto o due, le staffe perdute, i pugnali sguainati… ben presto sul terreno restò un amico di Don Vincenzo, mentre il nostro Scozzese, ferito al fianco, correva via in cerca di soccorso. Arrivò a una bottega di speziale giusto in tempo per morirci. Aveva ventidue anni. Forse era stato un prodigio di erudizione multiforme, forse un millantatore intrigante. Non lo sappiamo per certo, perché le fonti sono dubbie. Forse non lo sapremo mai.

Chi credeva di avere le idee chiarissime in proposito era Sir Thomas Urquhart. Ho già accennato a lui, ThomasUrquhart.pngqualche post fa: un altro erudito scozzese, viaggiatore, scrittore, traduttore di Rabelais, inventore di lingue universali… bel soggetto. Nel 1652, Sir Thomas dedicò alle prodezze di James Crichton, che era il suo idolo e modello, la maggior parte del suo Exkybalauron, ovvero La Scoperta di un Meraviglioso Gioiello, singolarissimo trattato sul carattere nazionale scozzese, che sovrasta, lo si capisce bene, il carattere nazionale di qualsiasi altro popolo. Sir Tom era fatto così, e anche il suo Crichton era fatto così: un eroe senza macchia e senza paura, ineffabile nella sua spavalderia e presunzione, che attraversa l’Europa vendicando torti altrui per pura magnanimità, riducendo al più umiliato silenzio gli eruditi di tutte le università, battendo in duello chiunque gli si pari davanti, e ovunque ottenendo il plauso e l’ammirazione degli ottimati, l’amore delle donne e la grata adorazione del popolo. Unica eccezione, naturalmente, Mantova, dove il malvagio, invidioso Don Vincenzo va in giro con dieci compagni armati fino ai denti. E lo stesso, riesce a battere “Crichtoun” solo con l’inganno: riconoscendo il suo augusto avversario, lo Scozzese si ferma, s’inginocchia e porge la spada… e Vincenzo prende l’arma e trapassa l’avversario disarmato! Non so se mi spiego. Comunque, non siamo davanti a uno Sbregaverze. Sir Tom fa sul serio, sul serissimo: non considera la sua improbabilissima storia un romanzo, ma un’opera storica, una biografia e un trattato tutto assieme. E’ fermamente convinto di non avere esagerato nemmeno un pochino, e gli attributi sbregaverzeschi di Crichtoun sono del tutto involontari. Poco importa che sconfigga spadaccini seriali per sport, che sia sopraffinamente geloso del suo onore, che faccia fuori da solo tutti e dieci i compagni di Don Vincenzo, spacciandolo in altrettanti modi diversi, tutti “scientifici”… Resta il fatto che a Sir Tom, gentiluomo barocco e scozzese, non sembra di avere ritoccato la verità***… E la creazione di uno Sbregaverze deve essere deliberata. Peccato, vero?

Ma non è finita qui.

180px-William_Harrison_Ainsworth_-_Project_Gutenberg_eText_12369.pngLasciamo passare un altro paio di secoli, e scendiamo dalla Scozia a Londra. Enter William Harrison Ainsworth. “E chi era costui?” vi chiedete voi. Ebbene, WHA era un romanziere storico, un contemporaneo di Dickens, autore di una quarantina di romanzi storici, tra cui The Admirable Crichton. Vale la pena di ricordare che per un certo numero di anni Ainsworth fu considerato al pari, se non più di Dickens, che ebbe il suo periodico, che i suoi lavori venivano adattati per il teatro… come ciò sia possibile non mi è del tutto chiaro. E’ vero, di suo ho letto solo TAC, che non è il suo capolavoro, ma credetemi: è uno dei libri più brutti che abbia mai letto. Che cos’ha che non va? Voglio dire, Sir Thomas o no, a prima vista, il Critonio ha tutto quello che serve per un eroe da romanzo vittoriano: nobile, bello, giovane, avventuroso, diseredato o qualcosa di simile, un duellatore di prima forza… andiamo! Che si può volere di più? Ma Ainsworth, no. Non contento delle pittoresche (pur se dubbie) fonti a disposizione, va a scegliere il periodo più oscuro della vita del Critonio, quello di cui non sappiamo praticamente un bottone: gli anni francesi! Be’, avrà voluto lasciarsi margine di manovra, pensa il lettore ottimista. Sssì… e per cosa lo usa, questo margine? Per la più improbabile storia di congiure, alchimia e veleni che si possa immaginare. Oh, l’intenzione sbregaverzesca questa volta c’è: di Sir Tom, Ainsworth conserva una cosa sola, ed è l’aura da Sette Ammazzai Tutti d’Un Colpo di Crichton, solo che non siamo più nel XVII Secolo. Per cui, ecco la facile suscettibilità, ecco la professione delle armi (gentiluomo povero con precedenti in cavalleria), ecco lo sprezzo incosciente del pericolo, ecco la straordinaria abilità con la spada, ecco la condizione di outsider (un Inglese alla corte di Enrico III…), ecco l’irresistibile impulso a difendere le cause perdute (l’impossibilmente piatta principessa Esclairmonde), ecco l’amata poco significativa (vedi sopra), ecco una specie di sideckick (lo studente inglese Simon Blount), ecco… ecco. Basta. Crichton non invecchia per rimpiangere la sua giovinezza turbolenta e felice, ma non muore nemmeno. Anziché far morire Crichton pugnalato o altrimenti, a Mantova**** o altrove, Ainsworth gli fa sventare non uno, ma due attentati alla vita del Re nel giro di venti pagine. Seguono matrimonio con la principessa e concessione di una paria. Oh gaudio! Oh tripudio! Ne viene che Crichton non ha tristezze di sorta. Ma d’altra parte, non ha mai nemmeno dubbi, né incertezze, né rimpianti, nulla di nulla: è sempre perfetto, sicuro, cavalleresco ed efficace. Difficile affezionarsi a uno così. Eppure, ci dice Ainsworth, tutti adorano Crichton! Reali, nobili e popolani, uomini e donne, buoni e malvagi non meschini, tutti cantano in coro le sue lodi. In coro con l’autore, intendo. Perché, come dicevo prima, tutto questo non è che lo vediamo: ce lo dice Ainsworth. E ce lo ripete. E ce lo ripete ancora. E ancora. E ancora, tante volte che a pagina 18 noi lo detestiamo già cordialmente, ‘sto Ammirabile Crichton. E quanto più Ainsworth insiste, tanto più lo prendiamo in antipatia. Ricordate quando dicevamo che gli Sbregaverze traboccano di fascino? Be’, ecco a voi il motivo per cui non avete mai sentito parlare di Ainsworth: non è capace di mostrarci un singolo motivo per cui dovremmo essere affascinati da James Crichton, ma spera tanto che, se continua a ripetercelo, finiremo col crederci*****.

Insomma, la morale di questa settimana è che non bastano una spada e un ego delle dimensioni di un melone per fare uno Sbregaverze. Bisogna che l’autore sappia quello che fa. Che riconosca nel suo personaggio uno Sbregaverze, e che sappia dargli una personalità, delle malinconie, delle debolezze, delle nostalgie, dei momenti di furia, delle giornate storte, delle idee irragionevoli, delle aspirazioni inappagate, delle testardaggini. Tutte quelle irritanti, adorabili, umanissime ombre che fanno dello Sbregaverze una persona vera, e non una figurina di cartone colorato.

_________________________________________________________________________________

* Oddìo, se fossi in vena di autopromozione, potrei dire che ce ne sono tre: c’è anche il mio “Lo Specchio Convesso”…

** Sì, sì, sì: un nome da Re, come Alan. Ma, credetemi, le somiglianze finiscono qui.

*** Per qualche motivo, il Chrictoun di Sir Tom ha una trentina d’anni, anziché poco più che venti. Non sono mai riuscita ad accertare se si trattasse di una svista o di una scelta deliberata. E nel secondo caso, perché mai? Un ragazzino ventenne non gli sarebbe parso all’altezza di tante qualità?

**** Mantova compare solo di straforo, nella persona di Don Vincenzo Gonzaga, vilain occasionale, malvagio, meschino e inefficace.

***** Eppure qualcuno dovette cascarci. Non ricordo chi fosse il recensore secondo cui The Admirable Crichton stava “solo e irraggiungibile alla testa di tutti i romanzi inglesi di ogni tempo”!

L’Iniquo Steno, Mangiatore di Sbregaverze

Lo so che oggi dovrebbe essere giornata di Sbregaverze, ma accade che il mio computer (chiamato, non a caso L’Iniquo Steno) oggi non sia di umore collaborativo.

Si pianta, non apre i siti necessari alla bisogna, ha indotto MyBlog a mangiarmi il post già due volte, si rifiuta di inserire link e immagini e si rende generalmente insopportabile. Per cui, stringatissimo post per dire che L’Ammirabile Critonio, Lo Sbregaverze Malriuscito è rimandato a domani. Si spera.

Ci sono giorni in cui lo prenderei a sculacciate sulla pubblica piazza, l’Iniquo Steno.

E, a dire il vero, speriamo che almeno questo lo pubblichi senza troppe storie…

Piste Mentali

Di questa dovrei fare uno schemino.

Qualche post fa si parlava di libri perduti, e Renzo ha commentato raccontando di un film perduto. Ora, questo film non era affatto L’Isola del Dottor Moreau, ma in un primo momento, dall’inizio della descrizione, avevo pensato di sì.

De L’IdDM, ho visto una vecchissima versione in bianco e nero, chiamata The Island of Lost Souls, con Charles Laughton, Franchot Tone e Richard Arlen.

Laughton e Tone hanno recitato insieme anche nella versione de Gli Ammutinati del Bounty con Clark Gable, il quale a me piace molto, ma francamente, come Fletcher Christian era un nonnulla fuori parte.

Il capitano Bligh, quello vero, è sepolto in un cimitero di Southwark, next door al posto dove abitavo a Londra. Nella chiesa adiacente, ormai sconsacrata, c’era una specie di mostra permanente su una creatrice di giardini, di cui ora mi sfugge il nome.

Franchot Tone è anche Forsythe ne I Lancieri del Bengala, altro film di prima del diluvio (1935), che a me piace tanto. In esso, Gary Cooper fa McGregor. Ogni volta che vedo questo film, mi ricordo una specifica occasione in cui l’ho visto, di ritorno dall’aver accompagnato un’amica a visitare Sabbioneta.

Laughton fa anche l’avvocato in Testimone d’Accusa di Billy Wilder, con Marlene Dietrich e, se ben ricordo, Elsa Lanchester. E Tyrone Power, forse? Ad ogni modo, la prima volta che ho visto Testimone d’Accusa erano i primi di novembre, e hanno interrotto le trasmissioni per annunciare l’assassinio di Ytzak Rabin.

Richard Arlen non era un gran buon attore, seppur non proprio un cane totale. La parte di comprimario in Wings l’aveva avuta per due ragioni: a) physique du role; b) sapeva pilotare un biplano. Wings, di William Wellman, fu il primo film a vincere l’Oscar nel 1927. Una particina l’aveva anche Gary Cooper.

E potrei andare avanti a lungo, ma sono già finita in America, in India, a Sabbioneta, a Gerusalemme, a Tahiti, non si sa bene dove, in Francia e su e giù tra il XVIII e il XX secolo… partendo dal film sbagliato.

Mi piacciono tanto, queste vagaries… Il giro del mondo in sette pensieri.

Vagamente Imparentato

MSG non è celebre come altri suoi colleghi Sbregaverze in pantaloni, ma conta ugualmente una dozzina di adattamenti cinematografici e televisivi al suo attivo, a partire dal 1900 (anno, non secolo), quando doveva trattarsi di Sardou filmato. Per la maggior parte si tratta di produzioni francesi, ma ce ne sono alcune dal passaporto bizzarro, come il tedesco Napoleon und die kleine Waescherin (1920) e l’italo-portoghese, nonché ineffabilmente improbabile, Il Figlio di MSG* (1921). Don’t ask. Ci sono anche due produzioni USA, una del 1924, con Gloria Swanson, che si può considerare un film perduto, se è vero che tutte le copie sono svanite**, e quella che forse è la più celebre, del 1962, con Sophia Loren e Robert Hossein. Credevo che in anni più recenti la nostra Catherine fosse uscita di moda, ma apparentemente non è così. Almeno non in Francia, dove tra il 1974 e il 2002 ne sono state prodotte tre versioni, una delle quali con Annie Cordy (voce di Nonna Salice nella versione francese di Pocahontas***, amongst many other things).

Per una volta, YouTube mi delude, e non ho trovato granché da proporre, se non questa clip della versione USA del 1962, che è vivace e colorata, ma non ha molto in comune con Sardou… Però ha un buon ritmo.

 

_________________________________________________________________________________________

* Sì, uso l’acronimo perché non ho voglia di andare continuamente a caccia dell’accento circonflesso che andrebbe su Sans-Gène. Il giorno in cui qualcuno inventerà una tastiera multilingue, sarà sempre troppo tardi. O forse esiste già, solo che io non lo so?

** Curiosa scelta lessicale, svanite. Non è mia, però: presa tale e quale da IMdB. Vanished. Ho già voglia di scrivere una storia sulle copie di un film muto che spariscono una dopo l’altra…

*** Non so come so questo dettaglio, anche perché non ho mai visto Pocahontas in Francese, però sono certissima che è così. Una di quelle cose che restano impigliate tra i lobi del cervello, suppongo…

Strategie Provate

Don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, è un esperto di comunicazione, religiosa e non. Ascoltandolo presentare il suo ultimo libro (La Famiglia Cristiana – Una risorsa trascurata, Mondadori 2009), e osservando le reazioni del pubblico, si deduce tutta una serie di strategie che evidentemente funzionano, se si è alla direzione del settimanale più diffuso in Italia.

Per esempio:

– Ripetere numerose volte, con voce tonante e accorata, perle di saggezza e originalità come “la famiglia non è un problema: la famiglia è una risorsa”, oppure “si deve fare politica nel senso più nobile del termine, non per rincorrere il proprio interesse”, o ancora “la televisione e internet allontanano i nostri ragazzi dai veri valori”, et caetera similia. Multa caetera.

– Fare attenzione alla densità delle parole chiave: “famiglia” deve comparire in media ogni quattro parole; non meno di tre volte in ogni periodo, ma non c’è limite alla quantità. “Politica” è, ça va sans dire, un altro buon cavallo di battaglia.

– Dichiararsi (mancate) vittime degli attacchi di un Potere miope e ingiusto fa scattare piccoli applausi… stavo per scrivere spontanei. Piuttosto, presente il ginocchio, il martelletto e il riflesso condizionato? Ecco.

– Avviare una sorta di mea culpa della propria categoria, salvo poi tirarsi fuori. Noi giornalisti abbiamo abdicato alla dignità del nostro mestiere. Ma io ho pubblicato il tale editoriale e il tal’altro: non ho abdicato a un bel niente, io!

– Non esagerare con i congiuntivi. Questo lo diceva già Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno: la gente si identifica più facilmente con chi non usa troppo il congiuntivo.

– Dare un’impressione di generosa equanimità. “Non chiedetemi di esprimere giudizi su XXX e YYY” (nello specifico, Padre Lombardi dell’Ufficio Stampa Vaticano e Avvenire), e poi… fuori l’artiglieria pesante!! Banzai!

– Infine, non c’è quasi bisogno di dirlo: dare addosso al Governo in carica è sempre un bonus. Anche se si è appena detto che la Chiesa deve essere apolitica. Per dovere di cronaca: Don Sciortino sostiene di avere riservato lo stesso trattamento a tutti i governi di qualsiasi colore. Sarà. Questa Clarina non ricorda episodi analoghi in altri tempi, ma è vero che questa Clarina non legge FC da anni, e ne sa solo quello che viene ripreso da altri mezzi d’informazione. Deve questa Clarina supporre che, in altri tempi, gli altri mezzi d’informazione non dedicassero inchiostro e air time alle intemperanze di FC?

Ecco qui: non una, non due, non tre, ma sette piccole strategie. Funzionano, vi assicuro: dopo avere applaudito abbondantemente, la platea se ne va a casa convinta di avere udito parole belle, sagge e giuste.

Nov 13, 2009 - Vita da Editor    No Comments

Certe Volte

Ieri consegno per posta elettronica un manoscritto editato. Raccolta di racconti.

Oggi telefona la cliente.

“Non sono sicura che mi piaccia come ha lavorato sui miei racconti.”

“Mi dispiace. Per i refusi e la punteggiatura, tuttavia…”

“No, non parlo di quello. Quello va bene. Ma i suggerimenti?”

“Sono, per l’appunto, suggerimenti. Come le ho detto fin dapprincipio…”

“Posso anche non seguirli?”

“Certo. Le consiglierei di prendere in seria considerazione almeno quelle che le ho indicato come incongruenze di trama e punto di vista, ma ovviamente la decisione finale spetta all’autore.”

“Be’, ma allora, se non seguo i suggerimenti, devo pagarla lo stesso? In fondo, è come se non avesse fatto niente!

Certe volte ti lasciano proprio senza parole.

Epifanie

A volte ci vogliono vent’anni, per capire.

Vent’anni e una notte semi-insonne a rileggere vecchi diari, a cercare di ricordarsi come si era da ginnasiali, che cosa si pensava, perché si piangeva come fontane davanti ai servizi da Berlino…

Ebbene, adesso – adesso so perché piangevo. Piangevo perché per la prima volta nella mia vita vedevo la storia fuori dai libri. La vedevo succedere intorno a me, ed era così piena di forza, e viva, e travolgente. Gli imperi crollavano davvero, e la folla cantava davvero nelle piazze, e abbatteva frontiere. Un conto era sapere in teoria che il mondo poteva cambiare in una notte, e tutt’altro era vederlo succedere…

E all’improvviso, tutto quello che avevo imparato, tutte le vicende remote che erano state solo carta e inchiostro prendevano vita, come se vederne accadere una le rendesse tutte più reali, infondesse loro respiro, soffiasse via tutta la polvere che le aveva ricoperte. La notte del 9 novembre 1989, mentre finiva la Guerra Fredda, mentre crollava la Germania Est, per me il mondo assunse un nuovo significato, un nuovo grado di realtà che contemplava cambiamento e movimento – tutto diventava più vivido, più profondo, cangiante, pieno di correnti. Era elettrizzante, era sconvolgente, era meraviglioso.

Doveva esserci un motivo se la caduta del Muro è l’avvenimento non strettamente famigliare che mi ha segnata di più nella mia vita. Adesso so perché.

 

Madame Sans-Gêne, lo Sbregaverze in gonnella

ptlavandiere_aa.jpgEbbene sì, ci sono anche le Sbregaverzesse. Quanto meno ce n’è una, e parliamo di Catherine Lefebvre, nata Huebscher, Marescialla di Francia, Duchessa di Danzica, meglio conosciuta come Madame Sans-Gêne.

Ora forse, bisognerebbe chiarire che MSG è esistita veramente, ma non si chiamava affatto così. La vera MSG era una sua contemporanea, una donna che si era arruolata in abiti maschili sotto il comando di Napoleone*, e che ha finito con l’essere quasi dimenticata, perché Sardou e Moreau hanno sottratto il sobriquet e l’hanno usato per il loro personaggio, che era ricalcato su Catherine Lefebvre. Morale, ci sono una vera-vera MSG e una falsa-vera MSG, e a noi interessa la seconda. Chiaro?

Comunque, sempre in era napoleonica siamo, e sempre in uniforme: Catherine, che faceva la lavandaia a Parigi (e a quanto pare aveva tra i suoi clienti uno squattrinatissimo tenentino còrso, tale Napoleone Buonaparte), sposò François Lefebvre, un bel sergente delle Guardie, e lo seguì al campo come vivandiera. Erano i tempi in cui un giovanotto cominciava con i galloni da sergente, e finiva con un bastone da Maresciallo, per non parlare di una corona ducale. Il tenentino còrso, che aveva fatto buona carriera a sua volta, e aveva la mania di distribuire titoli nobiliari, si tirò Lefebvre a corte, con la consorte al seguito. Ma, a differenza del resto della nuova nobiltà napoleonica, Catherine non aveva nessuna intenzione di fingersi diversa da quella che era: intelligente, sboccata, pronta di lingua e più franca di quanto fosse salutare, l’ex lavandaia non la mandava a dire a nessuno, men che mai alle sorelle dell’Imperatore, ed era una costante fonte d’imbarazzo per il marito, che tuttavia non volle mai sentir parlare di divorzio. Catherine aveva  a corte nemici (prime fra tutti Paolina ed Elisa, nées Bonaparte), estimatori (Tayllerand pare si divertisse moltissimo ad ingaggiare schermaglie verbali con l’abrasiva Duchessa) ed amici, il più importante dei quali era Napoleone in persona. Madame Sans-Gêne ripagò l’appoggio dell’Imperatore con una fedeltà a tutta prova, fino ai Cento Giorni, fino a Waterloo, e anche dopo.

marechale01.jpgFin qui la storia, e non è che Sardou e Moreau, una volta perpetrato il furto del nome, abbiano aggiunto granché. C’è un’amicizia con il Conte di Neipperg (ancor lungi dall’essere il secondo marito di Maria Luisa), le cui peripezie forniscono l’intrigo centrale della commedia**, insieme alle macchinazioni delle soeurs Bonaparte per imporre il divorzio al buon Lefebvre. La commedia è deliziosa, frizzante, vivace, e Catherine tiene sempre il centro della scena, prima lavandaia e poi duchessa, circondata da un profluvio di coprotagonisti, antagonisti e comprimari: l’elenco dei personaggi ne conta la bellezza di quarantotto, chi più chi meno vero. Napoleone è irritabile ma giusti; Paolina ed Elisa sono meschine; Lefebvre è coraggioso, geloso e un po’ ingenuo; Neipperg è del tutto privo di buon senso; Fouché è soave e sarcastico; Savary un idiota; Catherine è generosa, Catherine è imprudente, Catherine è sveglia, onesta nel profondo, leale e linguacciuta. Ed è una Sbregaverze. Appartiene alla varietà femminile della specie, e quindi non è del tutto identica ai suoi colleghi maschi, ma non c’è da sbagliarsi, cosa che ora procederò, siore e siori, a dimostrare scientificamente.

Ricordate quando abbiamo elencato in via preliminare le caratteristiche salienti dello Sbregaverze qui? Ebbene, ripercorriamole una ad una, per vedere come si applicano a Madame Sans-Gêne.

* Lo Sbregaverze svolge una professione di tipo guerresco. Ebbene, l’abbiamo detto: Catherine fa la vivandiera. Check.

* Lo Sbregaverze prospera in tempo di guerra, rivoluzione, rivolta, instabilità sociale. A parte la promozione a Duchessa, dovreste vederla, nel prologo, affrontare senza paura il tumulto delle strade parigine il giorno della presa delle Tuileries, e tenere testa alle guardie nazionali che vogliono frugarle casa e bottega! Così si fa, ragazza!

* Lo Sbregaverze è realmente esistito, e ha giocato ruoli marginali nella storia del suo tempo. Già detto. Sardou e Moreau ne fanno una specie di amica di gioventù di Napoleone, ma è probabile che fosse un po’ lo spaventapasseri della corte.

* Lo Sbregaverze è abbastanza competente nel badare a se stesso e ad eventuali altri, ma mostra una spiccata tendenza a cacciarsi in guai della più diversa natura. Catherine deve i suoi guai principalmente a due fonti: la sua boccaccia e il suo buon cuore. Rispondere a tono alle Bonaparte non è una buona idea; dare asilo a giovani aristocratici feriti nemmeno; difendere amici in disgrazia, idem come sopra. E tuttavia, Catherine è furba e coraggiosa a sufficienza da togliersi per lo più da sola dai guai in cui si caccia. O in alternativa, è talmente in buona fede che chi dovrebbe/potrebbe punirla ci rinuncia.

* Lo Sbregaverze mostra un carattere complesso. Per dirla tutta, Catherine è molto più straightforward dei suoi colleghi maschi. Non rimugina, non alambicca, non strologa, non cerca vie traverse. Vuole qualcosa? Agisce per averla. Non vuole qualcos’altro? Si batte per evitarla. Qualcuno le sta sul gozzo? Lo dice candidamente (e pittorescamente). Also, Catherine non si fa vanto della sua neo-nobiltà, e non finge di disprezzare i titoli: essere duchessa le sta sul gozzo, piuttosto che altrimenti, proprio come lo strascico degli abiti da corte. E’ il sincero fastidio che si ha per un intralcio, non snobismo. Tutto molto, molto più semplice.

tomba-madame-sans-gene-.jpg* Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, lo Sbregaverze non è predestinato a una fine precoce. La Catherine storica ebbe quattordici figli, raggiunse la matura età di 83 anni ed è sepolta nel cimitero del Père Lachaise***. La Catherine della commedia è (prologo a parte) una donna matura che ricorda con nostalgia i tempi fiammeggianti della Rivoluzione e delle campagne militari, che rimpiange la sua lavanderia e il suo carro di vivandiera.

* Se c’è qualcosa a cui uno Sbregaverze non può resistere, è una causa perduta. Che cosa fa la fidanzata di un sanculotto, quando si vede piombare in bottega un contino austriaco ferito e braccato dagli amici del sanculotto stesso? Provate a indovinare. E quando lo stesso Austriaco, vent’anni dopo, ha di nuovo bisogno d’aiuto? Appunto.

* Lo Sbregaverze è sempre un outsider, in un modo o nell’altro. Una volta a Corte, Catherine è una outsider in tutti i modi possibili, e lo è con gran gusto e allegria. Bisogna vederla dare la baia ai maestri di etichetta, alle principesse e ai duchi, compreso suo marito.

* Lo Sbregaverze si offende con estrema facilità, vede insulti in ogni dove ed è pericolosamente pronto ad esigere riparazione. No, questo no. Catherine s’infiamma quando le circostanze lo richiedono, e allora risponde per le rime, e si difende quando l’attacco merita risposta. Sennò fa allegramente spallucce. Se c’è qualcosa che Catherine non ha, sono i complessi. Il nome di Madame Sans-Gêne non sarà suo, ma le sta a pennello.

* Con rarissime eccezioni, lo Sbregaverze ha un amico/assistente/compagno di qualche tipo, quello che in Inglese si chiamerebbe sidekick. lefebvre-2.jpgL’unico personaggio che potremmo considerare sidekick di Catherine è suo marito, il bravo, geloso, affezionato Lefebvre, ma ci discostiamo non poco dai canoni. Lefebvre non è un sottoposto adorante, però talvolta è la voce della ragione, e cerca di mediare tra Catherine e la corte. E’ anche, giusto per complicare un po’ le cose, l’oggetto dell’amore di Catherine. Oggetto ottenuto: a differenza dei suoi colleghi maschi, Catherine ottiene quel che vuole, anzi: ce l’ha fin dall’inizio.

* Lo Sbregaverze trabocca di fascino. E sì, suvvia: buona, generosa, coraggiosa, astuta, piena di risorse, onesta, spiritosa, gaffeuse irreprimibile, retta e leale… come si fa a non voler bene a Catherine Lefebvre, duchessa-lavandaia?

Morale? Direi che ci siamo. Catherine fits the bill sotto la maggior parte degli aspetti, discostandosi dal canone solo là dove è una questione di pragmatismo: quando si viene al dunque, le donne sono più pragmatiche degli uomini, e questo è quanto. 🙂 E non è nemmeno bella. Sì, a teatro è stata incarnata da Réjane, al cinema dalla Loren, ma lei… visto il ritratto in cima al post? Ecco. Ci si può chiedere dove sia la malinconia di Madame Sans-Gêne . Non è triste, lei? Non ha aspirazioni inappagabili? Ne ha, ne ha… Ho detto, poco più sopra, che Catherine ottiene quel che vuole, ma forse sarebbe meglio dire che all’inizio ha quello vuole. Poi lo perde. A lei piace fare la lavandaia, ama il suo sergente così com’è, e se segue l’Armée è per restargli accanto. Non ha chiesto di diventare Duchessa, e certo non le piacciono le conseguenze. Rimpiange il mondo più semplice e più diretto in cui stirava camicie (senza farsi pagare dai tenentini còrsi), o distribuiva gamelle di zuppa tra le cannonate, e poteva dire quel che le pareva senza che nessuno la guardasse storto. Nella Rue Sainte Anne, Catherine è popolare ed apprezzata proprio per la sua franchezza e il suo candido coraggio. Non la vediamo sui campi di battaglia, ma possiamo scommettere che è la beniamina di tutti i soldati. Una volta a Corte, ogni gesto e ogni parola di Catherine sono intrisi di nostalgia per la semplicità e la libertà della sua giovinezza, libertà e semplicità che, e lo sa bene, non riavrà mai più. Catherine potrebbe essere un simbolo della Rivoluzione: la lavandaia diventata Duchessa. E non è felice. Ecco, quindi, la malinconia di Madame Sans-Gêne, che talora, quasi controvoglia, il Napoleone di Sardou mostra di condividere: bisognerebbe essere cauti con i sogni di gloria e le ambizioni. Una volta afferrato il premio, è tutto finito. Tranne, s’intende, la nostalgia, i rimpianti e la disillusione.

Volete vedere che, alla fin fine, è più fortunato chi il premio non lo afferra?

__________________________________________________________________________________

* Capitava. Anche al di fuori dai romanzi. Si arruolavano facendosi passare per maschi, e alle volte mi domando dove avessero gli occhi i reclutatori… Ma è pur vero che quando c’è bisogno di gente non si va per il sottile. Lasciatemi citare, benché c’entri fino a un certo punto, Renée Bordereau, detta Langevin, soldato nell’Armata Cattolica e Reale di Vandea, di cui tutte le fonti, per qualche motivo, si affrettano sempre a dire che era brutta.

** Personalmente ho un’edizione BUR del 1961, quando ancora si italianizzavano i nomi di autori (Vittoriano Sardou ed Emilio Moreau) e personaggi (Caterina, Giuseppe e via dicendo). Traduzione vivace di Giacomo Falco. Il libro, trovato alla già citata Libreria Parnaso di Pavia, ha un ex-libris che recita così: Scampato all’alluvione del Ticino 7 novembre 1994.

*** Prima che qualcuno chieda: no, non ci sono statue. C’è solo la lapide riprodotta lì sopra.

Dove eravate?

berlino.jpg
Dov’eravate, vent’anni fa, come stasera?
Io incollata alla televisione, con i miei genitori. “Guarda bene,” disse mio padre, con gli occhi lucidi. “Guarda, perché non te lo dimenticherai più.”

Io avevo quindici anni, e mio padre aveva ragione. A cena i miei genitori mi raccontarono i loro ricordi di quando il muro era stato costruito, e poi brindammo ai Berlinesi, ai Tedeschi, a Gorbaciov, alla fine di un’era, all’inizio di un’altra. Era un mondo nuovo.

E voi?