Romanzi Rosa e Romance

scarlet_pimpernel.pngRicordo che una decina di anni fa, un’agenzia di analisi del mercato editoriale stabilì che l’avvento dell’e-reader stava modificando in modo consistente le vendite di romanzi rosa: probabilmente non si trattava solo di quello, probabilmente c’entravano anche le mutate politiche editoriali – ma resta il fatto che l’e-reader, privo di copertine comprometttenti, consentiva di leggere romanzi rosa in sicuro anonimato anche in pubblico. Che gli Anglosassoni si vergognassero a leggere romanzi rosa in pubblico non era troppo sorprendente – generale libertà e indifferenza, sì, ma la mentalità protestante è diversa dalla nostra… A un decennietto scarso di distanza mi devo domandare se, quanto, come e dove sia funzioni ancora così. A rendere lievemente buffa la faccenda era ed è, semmai, il fatto che a Ovest della Manica non è così scontato che il romanzo rosa sia al di sotto di ogni possibile livello di decenza narrativa – per non dire letteraria.

Chiariamo: il genere va sotto il nome di Romance e comprende una vasta gamma di sottogeneri, a partire dal casto Inspirational Romance di orientamento cristiano, all’Erotic Romance*, passando per lo Young Adult Romance, lo Historical Romance, il Paranormal Romance, la Romantic Suspence e chi più ne ha più ne metta, fino a livelli di segmentazione del mercato che noi, nel nostro candore continentale, fatichiamo a immaginare. Per dire, a giudicare dalle raccomandazioni su siti come BookLemur, di questi tempi vanno fortissimo sotto-sottogeneri che coinvolgono specificamente vampiri, lupi/orsi/draghi/whatnot mannari, mogli su ordinazione, motociclisti, milionari, madri o padri single… georgette-heyer.jpg

Detto questo, la classificazione Romance finisce col coprire, insieme a… er, tutto il resto, anche narrativa che, seppur di genere, per qualità di scrittura e bontà della ricostruzione storica sfugge decisamente all’idea continentale di “romanzo rosa”. Quando ciò avviene lo stesso, ne escono classificazioni editoriali del tutto fuorvianti.

georgetteheyer.jpgÈ il caso, per esempio, di Georgette Heyer, prolificissima autrice inglese di Historical Romance e gialli tra gli Anni Venti e Quaranta. I romanzi della Heyer sono ambientati per lo più durante la Reggenza, con occasionali escursioni nel Cinque, Sei e primo Settecento, e sono pieni di magioni avite, debutti in società, fortune da recuperare, matrimoni da combinare, testamenti irragionevoli, misteri di famiglia, duelli, scambi di persona e improbabili corteggiamenti. Aggiungete una scrittura di qualità altissima, dialoghi sfavillanti, uno humour delizioso, personaggi pieni di personalità, trame varie e complesse e, soprattutto, un’ambientazione storica superlativa e una cura del dettaglio ai limiti dell’incredibile. Questi romanzi sono una miniera di informazioni su costume, società, abitudini, mentalità, espressioni gergali… Oh, il gergo dei ladri londinesi, oh i diversi livelli di accento dello Yorkshire, oh la moda in fatto di nodi alla cravatta e le rivalità tra i valletti personali dei dandies… La pura e semplice ricchezza di dettagli la perfetta naturalezza con cui ogni singolo dettaglio è inserito nella narrazione o nel dialogo sono oggetto d’incanto, di studio e di meraviglia per ogni romanziere storico che si rispetti. E non sto parlando soltanto di acconciature e cerimonie di fidanzamento: la descrizione della battaglia di Waterloo in An Infamous Army è talmente perfetta, nella sua vivida accuratezza, da essere citata con ammirazione dagli storici militari! troops.jpg

E a questo punto capirete che relegare l’incomparabile Georgette nel ghetto di genere della narrativa rosa sarebbe un delitto. La signora è una romanziera storica di prim’ordine (nonché un’umorista finissima), indipendentemente dal fatto che in tutti i suoi romanzi ci siano una o più fanciulle da maritare, e che i finali vedano sempre una richiesta di matrimonio accettata e sigillata con un casto bacio…
Ecco, poi in Italia gli Heyer sono tradotti e pubblicati nella sezione “storica” delle collane Harmony – tradizionalmente associati a scrittura abissale e narrazione atroce** – con conseguenze facili da intuire.

Posso suggerire di azzardare un tentativo? Tenendo presente il fatto che in traduzione si perde molto e che sarebbe meglio leggerli in originale, ignorate lo stigma del genere e leggete almeno un Heyer. In fondo, potete sempre comprarlo su Amazon e poi leggerlo in privato, o scaricarlo sul vostro ereader, o rivestire la copertina imbarazzante… oppure potreste esibire deliberatamente il tutto, e divertirvi a veder sobbalzare il vostro libraio, la famiglia e gli Sbirciatori in treno.

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* Da non confondersi con l’Erotica – tutt’altra faccenda.

** Non è per fare del bieco snobismo di genere – ma siamo onesti: sentiamo “Harmony” o “romanzo rosa” e qual è mai la prima cosa che ci balza in mente? La qualità letteraria? Eh…

 

Nov 12, 2018 - Lunedì del D'Arco, teatro    No Comments

Dentro le Fiabe al D’Arco: La Vecchia Scorticata

VecchiaTornano i Lunedì, stasera. Torniamo a esplorare le fiabe, a raccontarle e a usarle come finestre per sbirciare dentro la psiche umana…

Questa settimana tocca a Gian Battista Basile, raccontatore secentesco, collezionista di storie nel suo Cunto de li Cunti, con un gusto per il grottesco, il misterioso, il pittoresco… D’altronde, è di barocco che parliamo – e di barocco napoletano per di più.

Marina Alberini ha scelto La Vecchia Scorticata, storia di amori attraverso una porta o nel buio, d’inganni e di artifici, d’invidia punita – fino al magico colpo di scena…  perché qui forse non è tanto la virtù a trionfare quanto la furbizia e il caso, ma di certo il “vizio” è punito con ferocia barocca e irridente…

24Ne avranno di cose da dire, dopo, gli amici di Libera Freudiana Associazione!

Ci vediamo a teatro questa sera – e la raccomandazione è sempre la stessa: arrivate con buon anticipo, o rischiate di non trovare posto!

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Also: i posti per Canto di Natale vanno a ruba… se volete vederlo (e io ve lo consiglio), affrettatevi a prenotare! La biglietteria è aperta nei giorni feriali, dal mercoledì al sabato, dalle ore 17:00 alle ore 18:30. In questi orari si prenota per telefono (o via fax) allo 0376 325363; in alternativa si prenota per posta elettronica a questo indirizzo: biglietteria@teatro-campogallian.it

Canto di Natale al Teatrino D’Arco

Ed ecco che ci siamo…

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Domani sera debutta Canto di Natale – probabilmente la seconda storia natalizia più celebre al mondo… La novella con cui, centosettantacinque anni fa, Charles Dickens cambiò per sempre il volto e il gusto del Natale.

Non so voi, ma io concordo con Michael Faber quando dice che, in tutta la letteratura, le storie che assurgono a parabole si contano sulle dita di una mano – e Canto di Natale è una di quelle poche. Chi non conosce le vicende dell’avaro redento e degli spiriti, immerse in una Londra cupa e luminosa al tempo stesso? Chi non la cerca a dicembre, in una forma o nell’altra? Chi non è ben felice di lasciare da parte l’incredulità per il tempo di sentirsela raccontare ancora una volta? Untitled 5

Fantasmi e poveri bambini, memorie e rimpianti, avidità e cuori d’oro, nebbia, oche al forno, scintillii impalpabili, giochi di società, sciacallaggio, amori mai dimenticati… Canto di Natale è un po’ come il Christmas Pudding: c’è dentro un po’ di tutto, e tutto si combina in un insieme delizioso e unicamente natalizio.

E, come per il Pudding, la preparazione è complessa: Maria Grazia Bettini ha modellato Dickens in uno spettacolo ricco e suggestivo, popolato di figure indimenticabili e costellato di magie e sorprese… come se le illustrazioni di Leech o Rackham prendessero vita sul piccolo palcoscenico del Teatrino D’arco.

Avendo la benedizione di una madre anglomane, fin da bambina mi è parso che non fosse del tutto Natale senza Dickens – la novella e qualcuno dei suoi innumerevoli adattamenti… Quest’anno la faccenda mi appare particolarmente magica, perché l’adattamento è opera mia – così come la traduzione. Che devo dire? Sono estremamente soddisfatta – e incantata da ciò che Maria Grazia ne ha fatto. E spero che sarete incantati anche voi, o Lettori.

Canto di Natale debutta domani sera e replicherà fino al 6 gennaio. Qui trovate il calendario dettagliato. La biglietteria è aperta nei giorni feriali, dal mercoledì al sabato, dalle ore 17:00 alle ore 18:30. In questi orari si prenota per telefono (o via fax) allo 0376 325363; in alternativa si prenota per posta elettronica a questo indirizzo: biglietteria@teatro-campogallian.it

Che ne dite, ci vediamo a teatro?

Nov 7, 2018 - grillopensante    No Comments

Sul Linguaggio dei Formaggi Altrui

FromageBleuAllora, riproviamo…

Il post che il Blogo Mannaro mi ha trangugiato l’altro giorno iniziava facendo riferimento a quest’altro post – e in particolare a questo commento di B.

Pensa a come i nostri dirimpettai d’oltralpe abbiano nobilitato il volgarissimo termine di ”formaggio verde” con il ben più armonico ”fromage bleu”.
Decisamente più invitante…

E io ammettevo il carattere tutto sommato più casalingo di “formaggio verde”, e la complessiva durezza del suono – un suono quasi marziale, a ben pensarci… fin troppo marziale per un formaggio? Certo, in confronto, le soffici sillabe transalpine, fromage bleu, si sciolgono in bocca – per rapprendersi di nuovo alquanto se le traduciamo in Inglese: blue cheese. O almeno così funziona per me, sulla base del suono – perché poi, se andiamo a considerare i colori, non posso davvero dire che il verde mi evochi muffe peggiori o più repellenti del blu. Però magari per B. è proprio così, e le venature blu non le fanno affatto la stessa impressione bruttina delle erborinature verdi? E che impressione avrebbe fatto le fromage bleu al piccolo A., che aborriva il formaggio verde ma adorava il gorgonzola?

LanguagePerché il punto, alla fin fine, è il fascino dello strato connotativo del linguaggio – quella rete fittissima di associazioni, iridescenze, echi, implicazioni e riverberi,  che ogni frase, ogni parola, ogni sillaba e ogni suono si portano dietro, attraverso cui si percepisce, filtra e utilizza il linguaggio. Ciascuno di noi possiede ed elabora costantemente una rete del genere – che in parte si sovrappone a quella altrui: l’ambiente a cui apparteniamo, il lavoro che facciamo, i libri che leggiamo, le lingue che parliamo, lo sport che pratichiamo contribuiscono a crearla, in modi che condividiamo con gente della stessa nazionalità, della stessa cultura, della stessa provenienza, che fa lo stesso lavoro, legge gli stessi libri, parla le stesse lingue – in un’infinita varietà di combinazioni individuali e più o meno generali. E a tutto questo va aggiunto il diverso grado di sinestesia (associazione di percezioni sensoriali diverse) che funziona per ciascun individuo…

Fascinating stuff – interessante da esplorare, prezioso per caratterizzare un personaggio o costruire una voce narrante, del pari favoloso e frustrante nel tradurre. Ah, le meraviglie del linguaggio! E dove si finisce per arrivare, partendo da un pezzetto di formaggio, non trovate?

 

Nov 5, 2018 - angurie, blog life    No Comments

Il Blogo Mannaro Colpisce Ancora

Aaaah!“Aaaaaaah! Blogo!”

“Che?”

“Blogo, dannazione!”

“Ma che c’è, insomma!”

“L’hai mangiato, brutto delinquente! Il post – il post che avevo scritto… Quasi cinquecento parolette di elucubrazioni su connotazioni, sinestesia, formaggi…”

“Ah, quello. Well, non era granché, sai.”

“A me piaceva! Restituisci immediatamente.”

“Ma non ce l’ho più. Perché non l’hai salvato nelle bozze prima di spegnere&riaccendere?”

“L’ho salvato eccome – ma non c’è.”

“No? Ah well…”

Ah well? Inefficiente, oltre che delinquente – ecco che cosa sei!”

“Colpa tua, donna. Tieni sempre aperti gazilioni di schede, poi la Volpe Ardente s’inceppa, poi tutto s’inceppa, poi devi spegnere&riaccendere…”

“San Guido dice che è la panacea.”

“Probabile – ma si vede che oggi mi è venuto il singhiozzo… Too bad.”

“Too bad?!”

“Ehi, non fare così. Non emettere suoni di furia inarticolata. Non diventare scarlatta. Pensa alle coronarie…”

“Ma hai mangiato il mio post!!!”

“Non ululare – lo sai che i punti esclamativi ti fanno male. Sì, l’ho mangiato – ma non ho mica fatto apposta. Sarà stata l’esultanza per la notizia–”

“Chiudi la boccaccia, Blogo! Non possiamo ancora parlarne…”

“Ah, già. Giudizio anonimo e tutto quanto. Be’, allora non lo dico – ma you know, l’esultanza e tutto.”

“E adesso? Che cosa racconto ai Lettori, adesso?”

“Racconta che sono un delinquente mannaro dal singhiozzo facile e dalla bocca larga, che trangugio post, che sono inefficiente… vedrai che ti capiscono.”

“Disgraziato.”

“Yes, yes… Le elucubrazioni le riscrivi mercoledì. Dopodomani è un altro-altro giorno.”

“Hmph. Sempre che tu non soffra di nuovo la fame.”

“Tara, Tara!”

(Cue: The Tara Theme)

Abbiate pazienza. Magari non sembra, ma questa è una storia vera – compresa l’esultevole notizia di cui ancora non si può parlare. Elucubriamo mercoledì, volete?

Ventisette Dischetti di Carta

DischettiIl mondo essendo quello che è, ho ritrovato in un cassetto ventisei dischetti di carta bianca – well, ventisette, in realtà – e non tutti sono dischetti perfetti. Avranno un paio di centimetri di diametro e, quando dico di carta bianca, intendo precisamente il colore, e non che siano blank. Perché il fatto è che su ciascuno c’è un’annotazione in blu o in arancione. Minuscole annotazioni in Inglese – qualcuna un nonnulla criptica, qualcuna meno.

A ripensarci, mi è venuto in mente che cosa siano: li avevo usati, un certo numero di anni fa, per mettere in ordine i pezzi di un play di ambientazione elisabettiana (ha!) – o almeno un atto del play in questione, credo. A un certo punto, esasperata dalle contorsioni serpentine della progressione logica, avevo annotato i punti salienti su altrettanti dischetti e mi ero seduta sul pavimento a cercare di dar forma alla cosa.

Con qualche successo, evidentemente: il play vive finito nel mio hard disk e non ne sono del tutto insoddisfatta – e, se non ha ancora trovato casa, ha ricevuto però un certo numero di commenti lusinghieri e incoraggianti.

But never mind. Il punto sono i dischetti. I dischetti di cui avevo dimenticato l’esistenza – e che, se qualcuno me ne avesse chiesto, avrei giurato di aver buttato via. Invece ecco che riemergono, con le loro annotazioncine blu e arancio… Un pochino criptiche, vi dicevo: tanto che, a guardarle così e a non avere riletto il play da tempo, potrebbero essere qualcosa d’altro interamente.

Potrebbero essere… prompts.

Dischetti2Mi sono accorta che, da soli o in compagnia, una volta staccati dallo scopo per cui erano nati, suggeriscono delle storie. E diciamo la verità: c’è qualcosa di meglio che potrebbero fare? Voglio dire, guardate la figura qui di fianco. Sono tre dischetti a caso, tradotti e riprodotti. Non vi suggeriscono storie? O quello da solo in cima al post: domare comete? Eh…

Persino il ventisettesimo dischetto, quello debateable – perché dice solo DCL? No! Francamente, a questo punto, non ho proprio idea di che diamine volesse dire DCL – e perché No!… Dammi Cento Lire? Devi Correre Lontano? Due Corsieri Lusitani? Dama Con Leopardo? Donald Certainly Lying? Sono ragionevolmente certa che non significasse nulla di tutto ciò – ma, di nuovo, ciascuna possibilità suggerisce almeno un pezzetto di storia, non vi pare? Dischetti3

Quindi sì: sono molto soddisfatta del mio ritrovamento, e pienamente intenzionata a farne uso. Li metterò in una scatoletta acconcia, e magari ne aggiungerò altri. Magari andrò a caccia di vecchie annotazioni criptiche, frammenti luccicanti e accostamenti inaspettati da trascrivere sui dischetti, e poi li terrò pronti per il bisogno. Come prompts per il freewriting, come gomitate nei momenti di fiacca, come scintille in scatola, come storie potenziali…

Non si sa mai quando si potrà avere bisogno di un dischetto, giusto?

Halloween

HalloweenSi va incontro a marzo, dalle vostre parti? In un paese non lontano da qui ci si andava fino a nemmeno tanti anni fa: l’ultima notte di febbraio ci si armava di pentole, coperchi e altri oggetti rumorosi e si camminava per le strade facendo tutto il chiasso possibile “per cacciare via l’inverno”. Era molto divertente, perfettamente pagano e nessuno si scandalizzava granché.

Ma questo è – o almeno era – qui da noi. I popoli nordici, che hanno inverni più lunghi e notti più buie,  l’inverno cercavano di propiziarselo all’inizio – e con il freddo, il buio e i loro abitanti cercavano di adottare tattiche più prudenti. Visto che elfi e fate (e solo molto più tardi streghe) erano in giro, c’erano soltanto tre cose da fare: accendere fuochi per tenerli lontani, propiziarseli o cercare di carpire loro qualche notiziola sul futuro. Spesso una combinazione delle tre.

oldhallow.jpgNon doveva essere lugubre come suona. Robert Burns, per esempio, racconta di allegre celebrazioni notturne nei villaggi scozzesi. Lo fa in una lunga poesia in uno Scots alquanto stretto, la cui morale è che si accendevano fuochi, si danzava, si beveva in notevole quantità, si facevano giochi di abilità e “incantesimi”, dal cui esito si cercava di capire per lo più il nome del futuro coniuge o la fortuna a venire. I più audaci uscivano dal cerchio di luce del fuoco per sfidare gli esseri magici e, siccome era “la notte in cui le luci fatate danzano sulle colline in fiammeggiante splendore e gli elfi caracollano in sella a corsieri incantati”, poteva capitare di fare brutti incontri. I più, tuttavia, restavano insieme a condividere luce, scherzi, storie, canzoni e alcolici fino all’alba. Tutto molto allegro, con giusto uno hint di minaccia: con il Piccolo Popolo non si scherza – almeno non troppo!

turnip.jpgPiccolo Popolo, the Little Folk*: la tradizione originaria era questa. Le streghe sono un’aggiunta posteriore, mentre i fantasmi sono una specie di estensione. Invitare gli antenati a presiedere a questi riti era già una pratica celtica, che la sovrapposizione della festività cristiana di Ognissanti non fece molto per scoraggiare. Si scavavano lanterne nelle rape per commemorare le anime del purgatorio oppure per tenere lontani gli spiriti malvagi o, più spesso, per entrambi i motivi senza una chiara distinzione. Una volta varcato l’Oceano, le rape vennero sostituite con le zucche, più grosse e più facili da intagliare.

Non ci sono zucche intagliate – e nemmeno rape, se è per questo – in The Legend of Sleepy Hollow, di SleepyHollow.jpgWashington Irving, e tuttavia la festa a casa Van Tassel ha tutte le caratteristiche di una Vigilia di Ognissanti: la sera autunnale, le danze, le decorazioni, le storie di fantasmi, i ragazzi e le ragazze e, naturalmente, il Cavaliere Senza Testa. Non è difficile capire perché sia diventata una lettura classica di Halloween. Di sicuro, il fantasma di questa storia è particolarmente malevolo, ma d’altra parte è possibile che non sia un fantasma affatto**…

Il fatto è che a Sleepy Hollow sono tutti di origine olandese. Fossero stati più celtici, Irving avrebbe potuto aggiungere alla festa qualche gioco come quelli che ancora nel 1912 Mary Blain descrive nel suo Games for Hallowe’en.

A giudicare dai passatempi che Mrs. Blain consiglia alle padrone di casa americane, un secoletto e un oceano non hanno cambiato troppo le cose dai tempi di Burns. Si mangia ancora una mela davanti allo specchio per cogliere il riflesso del futuro marito e si fanno ancora giochi di destrezza e di audacia con il fuoco, sottraendo alle fiamme frutta caramellata e bigliettini con versi e massime***.

Apples.jpgCi sono anche giochi di abilità (come il celebre bobbing for apples, cercar di mordere una mela galleggiante o pendente con le mani legate dietro la schiena), giochi di parole, giochi di memoria e cacce al tesoro, ma la maggior parte sembrano essere incantesimi per leggere il futuro (nome, aspetto, posizione sociale o carattere del futuro coniuge, durata e natura di un amore o matrimonio, ricchezza o povertà…) per mezzo di specchi, mele, semi di mela, pane, farina, noci, acqua, vino, fuoco o movimenti simbolici.

Vale la pena di notare che tra i molti ce n’è uno che prevede di saltare a turno sopra una candela accesa, l’equivalente del salto del falò, questo rito augurale diffuso in tutta l’Europa.

Insomma, nulla di particolarmente originale: una tradizione vecchia come le colline discesa attraverso le generazioni, modificata, spostata di luoghi e di significati e di natura, cristianizzata in parte, cambiata da rito in gioco, codificata, passata attraverso letteratura, cinema e televisione, commercializzata, trascinata di qua e di là dagli oceani, celebrata un po’ a caso. E, come al solito in queste circostanze, tutto si riduce a paure da esorcizzare e domande in cerca di risposta: sotto sotto, l’umanità fa le cose più bizzarre e complicate per le ragioni più semplici, nevvero?

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* Oppure la Gente delle Collline, o la Gente del Crepuscolo – o anche la Brava Gente.

** Giusto per la cronaca, il film di Tim Burton è solo vagamente imparentato con la storia originale.

*** Snap-dragon, già popolare in età elisabettiana. E ci si scottava ferocemente e facilmente – ma a quanto pare nessuno lo considerava un grosso problema. Mrs. Blain suggerisce di sparecchiare completamente la tavola prima di giocare a questo gioco, ma a parte questo l’implicazione sembra essere che la fortuna migliore toccherà alla gente più svelta e abile – e gl’imbranati si scottano.

I Lunedì del D’Arco: Puck delle Colline

LocE questa settimana tocca a me – con Kipling e Puck delle Colline.

Devo dire che a suo tempo – quando si è scelto il tema dei Lunedì 2018, e quando si è deciso che si poteva sconfinare dal territorio delle fiabe strettamente tradizionali – la scelta si è fatta quasi da sé.

Ho un debole per Puck of Pook’s Hill – e per il suo seguito Rewards and Fairies – da quando mi ci sono imbattuta per la prima volta più di vent’anni fa. L’idea di questi due ragazzini che, grazie a un Puck quasi shakespeariano, incontrano una serie di personaggi storici sembra fatta apposta per farmi felice… Sotto certi aspetti rimpiango di non avere scoperto questi libri da ragazzina – ma anche da adulta trovo che siano pieni di cose meravigliose.

Il rapporto fra mito, storia e folklore, il legame fra paesaggio e immaginazione, atmosfera a bizzeffe, una meravigliosa Inghilterra immaginaria, un tocco amarognolo, una spruzzatina di Shakespeare e, soprattutto, una bella riflessione sull’immaginazione umana…

PuckDanUnaVi pare che potessi lasciar perdere l’opportunità di portare tutto questo in scena? Giammai! E così ho scelto le due storie più strettamente fiabesche della prima raccolta – Weland’s Sword e la mia prediletta Dymchurch Flit – e le ho rimescolate in una piccola storia su come le storie nascono, cambiano e non muoiono mai del tutto.

Una fiaba sulle fiabe, se volete.

E a dare voce e vita ai personaggi di Kipling ci saranno i sempre ottimi Alessandra Mattioli, Francesca Campogalliani, Adolfo Vaini e Luca Genovesi – e due giovanissimi allievi della Scuola di Teatro Campogalliani: Mariasole Tartari e Tommaso Dalzoppo.

Poi il Dottor Alberto Romitti di Libera Freudiana Associazione ci condurrà ad esplorare l’elemento onirico di questa e di altre storie.

Che ne dite, vi unite a noi, questa sera? Una volta di più, vi raccomando di arrivare presto – ma presto per davvero, perché i Lunedì sono popolarissimi e il Teatrino si riempie con facilità. Vi ricordo che la serata è gratuita, non serve prenotare – e non è consentito “tenere posti”.

 

 

Ott 22, 2018 - Lunedì del D'Arco    No Comments

I Lunedì del D’Arco: Il Figlio delle Stelle

Untitled 11E si procede nell’esplorazione delle fiabe – e del rapporto tra storie e mente umana…

Questa settimana, dopo avere cominciato con una fiaba tradizionale, passiamo a qualcosa di più letterario. Diego Fusari ha scelto una delle storie di Oscar Wilde – e non una delle più note: Il Figlio delle Stelle.

Dapprincipio potrebbe sembrare che si pascoli in prati ben conosciuti: l’inverno crudele, il misterioso trovatello, il buon taglialegna… Ma ci si accorge presto che non è così: il linguaggio sontuoso di Wilde, con i suoi ritmi antichi e la sua vena di crudeltà, dà una vita nuova agli elementi tradizionali – che comunque non conducono davvero dove ci aspettavamo…

FdSQuesta potrebbe essere, a prima vista, una storia di arroganza, crudeltà e faticosa redenzione – in cui il pentimento, per quanto sincero, proprio non basta, e il perdono va guadagnato letteralmente a prezzo di sangue… ma Wilde è Wilde – sovvertitore professionale di aspettative – e…

Oh, basta. Non vi dico altro. Venite a farvi incantare e sorprendere questa sera in Teatrino – e poi, a sipario chiuso, gli amici di Libera Freudiana Associazione ci condurranno per i meandri di questa storia che, pur non essendo nata al modo tradizionale delle fiabe, ha parecchio da dire su tutti noi.

E una volta di più, mi raccomando: arrivate presto se volete un posto a sedere!

Di Zelo e di Passione

SchoolgirlE. pare aver trovato da divertirsi con il mio post a proposito di emozioni.

Il divertimento viene da anni di precedenti – in privato e in pubblico – a proposito della mia… anemozionalità narrativa? Sì, immagino che sia una definizione passabile: una certa qualità freddina della mia scrittura, una tendenza a far sobbalzare la gente sostenendo che scrivere non è questione di aprirsi le coronarie e versarne il contenuto sulla carta…

“Hai una mentalità da non-fiction,” dice E. “Anche quando scrivi narrativa.”

“Ah, ma in realtà io credo che un eccessio di emozione&passione sia deleterio anche in fatto di non-fiction,” ho detto io. “Ci farò un post.” E questo è il post. E abbia pazienza, E. – ma dobbiamo prenderla da lontano.

Allora, avevo dodici anni e il tema era “Un posto che ami particolarmente”. Oh letizia, oh contento! Avendo appena avuto il permesso di usare come studio una stanza vuota a casa di mia nonna – e di sistemarla come volevo – non mi pareva vero di poter scrivere un po’ in proposito. Mi dilungai per una quantità invereconda di fogli protocollo, descrivendo amorevolmente ogni libro sugli scaffali, ogni disegno e quadretto che avevo appeso alle pareti, ogni ninnolo su ogni mobile… Non avete idea di quanto ci rimasi male quando questo labour of love mi fruttò il voto più basso che avessi mai preso in un tema.

Fu il mio primo scontro con il fatto che troppo coinvolgimento nuoce gravemente alla salute della scrittura…school-book-swscan07510-copy-2

L’anno successivo, all’esame di terza media, tutti gli insegnanti si aspettavano da me un peana sulla Cavalleria Rusticana in playback in cui avevo interpretato Santuzza con un trasporto degno di miglior causa, e invece scelsi il tema sul significato delle Olimpiadi. Tutto si poteva dire di me, ma non che non imparassi dai miei errori: a un quarto di secolo di distanza, ricordo precisamente la Clarina tredicenne che vorrebbe proprio tanto scrivere dell’opera, ma decide di non giocarsi il tema d’esame per eccesso di passione.

Qualcuno a questo punto sghignazzerà concludendo che, a un quarto di secolo di distanza, con quella che qualcuno definisce la mia scrittura un tantino asettica, sto ancora pagando lo scotto di quel trauma infantile. Sghignazzi pure, questa gente, ma mi lasci illustrare ulteriormente il mio argomento.

Nel corso degli anni mi è capitato, per varie ragioni, di riprendere in mano due letture ginnasiali: i Promessi Sposi, che mi avevano lasciata indifferente, e l’Eneide che avevo proprio detestato. In entrambi i casi ho rivisto il mio giudizio, adorando Manzoni (mostly) e rivalutando – seppur con minore entusiasmo – Virgilio. E sì, bisogna considerare i vent’anni intercorsi e la mia mutata prospettiva, ma in entrambi i casi la mia giovanile insofferenza si può attribuire in parte ai commentatori troppo… appassionati.

eneide.jpgRenato Bacchielli, aulico traduttore in endecasillabi dell’Eneide, con le sue infinite effusioni liriche sull’elevatissimo carattere morale di Enea, sulla nobiltà del sacrificio di tante giovani vite e sulla luminosa sensibilità precristiana* di Virgilio, era un tantino insopportabile. Da adulta riconosco la sua passione per il poema e il fallimento dei suoi eroici sforzi di obiettività e li trovo solo un po’ irritanti. A quattordici anni detestavo di cuore, e probabilmente detesterei ancora se nel frattempo non avessi sperimentato di persona quel genere di ossessione.promessi%20sposi.jpg

Leone Gessi, poi, bellicoso e condiscendente insieme, con la lancia sempre in resta contro ogni pur timida critica nei confronti del Manzoni, è il tipo di commentatore che provoca travasi di bile. Come il re d’Inghilterra, Don Lisander can do no wrong agli occhi del buon Leone, che diventa specialmente acido con quei critici che si sognino d’ipotizzare un qualche eccesso di angelicità&soavità in Lucia o un filo di soverchia pietà religiosa. Considerando che Lucia Pefettissima Mondella e le dosi da cavallo di Provvidenza&Carità sono i due singoli aspetti dei PS che proprio non digerisco**, ancora oggi Leone Gessi riesce ad inquinare il mio apprezzamento del romanzo. Vedo bene (come non vedevo a quindici anni) che a trascinarlo sono lo zelo cristiano e la passione letteraria in parti uguali, ma ciò non mi rende più simpatico lui e a tratti, cosa più grave, rischia di mandarmi di traverso i PS.

In entrambi i casi, non posso fare a meno di pensare che un pizzico di distacco in più, un filo di emozione&passione in meno e qualche parvenza di obiettività avrebbero permesso alla giovanissima Clarina di farsi un’idea personale senza sollevare il suo spirito di contraddizione. E non importa che scrivere sia scrivere e commentare sia commentare. Sometimes less is more è un adagio molto, molto saggio in più di un senso.

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* His words, not mine.

** Merita menzione anche la conversione dell’Innominato, ma consideriamola compresa nel capitolo Provvidenza&Carità.

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