Mag 18, 2018 - teatro    No Comments

Una Squola d’Inferno al D’Arco

Maggio torna e i saggi rimena…

Al Teatrino D’Arco è tempo di saggi finali per la Scuola di Teatro Campogalliani – e si comincia con il Corso Ragazzi: sette scatenati allievi tra i dieci e i tredici anni debuttano in…

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Che cosa succede quando le preoccupazioni quotidiane dei ragazzi e il contrappasso dantesco entrano in rotta di collisione? Succede un testo spassosissimo, che – secondo il migliore spirito della Scuola Campogalliani – unisce didattica teatrale e comicità. Dicono Marina Alberini, Nicola Martinelli e Mario Zolin:

Lo spettacolo nasce da un’idea collettiva di noi insegnanti che ci siamo posti la domanda “Cosa può interessare ai ragazzi dagli 11 ai 13 anni?”. La risposta che ci siamo dati ascoltando e vivendo le preoccupazioni per la verifica o l’imminente interrogazione dei nostri allievi è stata unanime: la scuola! Ecco allora che abbiamo confezionato uno spettacolo che desse vita a questo mondo e che potesse rendere maggiormente partecipi i nostri giovani attori alle dinamiche del gioco teatrale. Confessiamo che Dante Alighieri ci ha dato una mano nello strutturare lo spettacolo che si sviluppa proprio attraverso i gironi dell’inferno. L’opportunità di creare uno spettacolo pensato ad “hoc” per sfruttare le risorse dei ragazzi, ci ha anche permesso di inserire le competenze acquisite durante il corso, che prevedeva l’uso consapevole del corpo, l’emissione armonica della voce e il riconoscimento del rito musicale.

I giovanissimi interpreti sono Carolina Maria Carra, Tommaso Dalzoppo, Aurora Giacomini, Alessio Mezzatesta, Mariasole Tartari, Esther Torelli e Mariasole Zamboni: vi aspettiamo ad applaudirli insieme a noi sabato 19 maggio alle ore 21 e domenica 20 alle 17!

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Informazioni e prenotazioni, come di consueto, al numero 0376 325363 (via telefono o fax) oppure via mail all’indirizzo biglietteria@teatro-campogallian.it. La biglietteria è aperta dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30.

 

Piovono Libri

books-illustrationLa triste verità è che non leggo più come un tempo…

In realtà credo che il tempo che dedico alla lettura tout court non sia necessariamente diminuito, perché leggo un sacco per lavoro, per studio e per documentazione, e la lettura è lettura – ma ci sono stati tempi, anni, decenni in cui divoravo felicemente romanzo dopo saggio dopo romanzo…

Ricordo che da implume, quando mi si chiedeva dei miei hobbies, non mi passava nemmeno per il capino di citare la lettura, perché la lettura non era uno hobby – era… oh, non so: una forma di respirazione?

Ah, bei tempi. Adesso sono ridotta al triste punto in cui due-tre giorni, o al massimo una settimana di letturaletturalettura costituiscono la mia più felice, desiderabile e dorata idea di vacanza, da concedermi un paio di volte l’anno nella migliore delle ipotesi.

raining booksIeri sera, tuttavia, ho avuto una specie di pioggia di perseidi libresche.

È capitato che partissi presto per la città, nell’intento di pasare, prima delle prove, in biblioteca a ritirare un prestito bibliotecario appena arrivato: John Donne – Life, Mind and Art, dell’elisabettianamente nomato John Carey. E mentre me ne venivo via col mio bottino (un grazioso librino, proveniente dalla Sala Borsa di Bologna – e prima, a giudicare dai timbri, dal British Council), mi si chiama da casa per comunicare che un corriere ha appena consegnato un pacchetto di Amazon.  Ed è The Master, di Colm Toìbin – un romanzo che ha per protagonista Henry James, con particolare enfasi, I think, sul suo fiasco teatrale.

Bizzarra coincidenza, penso tra me – e tanto più perché so che c’è un pacchetto della Historical Novel Review ad aspettarmi in Teatrino.

Ora, forse vi ho già detto e forse no che, dalle mie rurali parti, la consegna della posta è così inaffidabile, lenta ed erratica che, dopo un paio di disguidi che hanno rischiato di costarmi il lavoro, ho cominciato a farmi spedire i pacchi della HNR presso amici che abitano in città. Ebbene, sabato E. mi aveva telefonato per comunicarmi che era arrivato “un libricino” per me, e che me lo avrebbe lasciato in Teatrino… C0sì, appena giunta, ho cercato nel cassetto in biglietteria, e ho scoperto che il “libricino” era in realtà un pacco enorme, contenenti due grossi hardback per un totale di ottocentosettanta pagine. a58537d99af4544c9d73962306ea2f58

“Laggiù sull’Isoletta temevano che ti annoiassi?” ha sghignazzato M., guardandomi aprire il malloppo ed estrarre i tomi. “Leggi, leggi!”

E quello è stato l’istante in cui mi sono resa felicemente conto di quanta lettura ho davanti nel prossimo paio di settimane – grazie alle scadenze della HNR, ai tempi di restituzione dei prestiti interbibliotecari e a cose del genere.  In realtà per Toìbin non ci sarebbe nessuna fretta – ma date le circostanze, perché non infilarlo tra le Perseidi ed estendere la maratonetta di lettura?

Una biografia, un giallo storico, un romanzo biografico, un fantasy storico… E ci sono di mezzo un saggio e un festival teatrale: suona perfettamente felice, vero?

Mag 14, 2018 - elizabethana, teatro    No Comments

Mettendo in Scena Marlowe – Atto III

Kit or soVi avevo detto che di plays su Marlowe ce ne sono tanti? Be’, era proprio vero. D’altra parte va detto che è un personaggio perfetto: poeta, tragediografo, ateo, spia, irrequieto sotto tutti gli aspetti con un talento per mettersi nei guai… Quindi non c’è da sorprendersi poi troppo se questa faccenda sta diventando una storia in molti atti.

Soprattutto se consideriamo come ai plays che hanno Kit per protagonista, vadano aggiunti quelli in cui il nostro giovanotto ricopre un ruolo più o meno secondario, di solito a lato di Shakespeare.

321C’è persino un’opera lirica in proposito: William, musicata dallo svedese Tommy B. Andersson su libretto del parimente svedese Hakan Lindquist nel una dozzina d’anni orsono… Ora, il libretto non l’ho letto, ma da sinossi e interviste mi par di capire che la storia consista nel piazzare uno Shakespeare innamorato in tutti gli snodi della vita di Marlowe. I due si avvicinano gradualmente, il più cinico e fiammeggiante Marlowe comincia a ricambiare, i due cominciano a meditare di unione delle anime, dei corpi e delle penne – ma, prima che ciò possa accadere in pieno, arrivano Deptford e la coltellata fatale.Channel190

Un rapporto diametralmente opposto – ma a suo modo non meno stretto – si trova in The English Channel, di Robert Brustein, il cui Will Shakespeare non ha una personalità terribilmente definita. È una sorta di spugna che assorbe (e annota) tutto quello che sente. È una manciata di cera morbida, pronta a modellarsi su qualsiasi forma  lo colpisca. È un ladro, dice Kit Marlowe. Un ladro di parole, di espressioni, di sentimenti – e occasionalmente di versi. E lo dice con qualche acidità – ma d’altra parte questo Kit non potrebbe mai essere così neutro e flessibile: un radicale fiammeggiante, è sempre lui a parlare in tutti i suoi personaggi. Marlowe foggia l’umanità a sua immagine e somiglianza, mentre Shakespeare foggia sé stesso in forma di varia e molteplice umanità. E quando Marlowe muore, il suo fantasma inappagato chiede a Will di essere la sua voce, il canale attraverso cui prendono vita le idee che la pugnalata fatale a Deptford ha, so to say, soffocato in culla. E Shakespeare accetta, e tutto diventa una faccenda di rapporto tra artista, ispirazione/i e opere…

Sil2Simili e diverse al tempo stesso sono le cose in Shakespeare in Love – e non sto parlando del film, ma della versione teatrale, in cui il ruolo di Kit è più ampio e più fondamentale. Qui Kit è l’amico e il confidente di Will, il cyrano ironico che gli suggerisce parte del sonetto 18 sotto il balcone di Viola, è il punto fermo la cui perdita fa maturare il ragazzo – e alla fine è il fantasma che rimette tutto in prospettiva. E la prospettiva, a differenza del film, non è quella della storia d’amore, ma quella del teatro. Diverso è il rapporto tra i due poeti, ma simile è la funzione di Kit: chiave di volta, ispiratore (più o meno diretto), pietra di paragone, passatore di testimone…

Insomma, può darsi che io sia di parte – ma si direbbe che non sia la sola: anche quando non è protagonista, Marlowe non rimane precisamente nell’angolo, vi pare? Alla fin fine è sempre la morte di Kit a fare di Will l’autore che è: senza Kit non ci sarebbe William Shakespeare – nel bene e/o nel male.

Mag 11, 2018 - libri, libri e libri, posti    No Comments

Sandra Manzella: Gerusalemme – Viaggio al Centro del Mondo

IMG-20180510-WA0008Se mai c’è stato e c’è un luogo che è crocevia simbolico in tutti i modi possibili, questo è Gerusalemme.

Storia, fedi, guerra e pace, paure e speranze, popoli diversi – stanziali o di passaggio – lingue, idee, imperi… Tutto sembra incrociarsi a Gerusalemme, in un fermento che continua da millenni e non accenna a placarsi. Ed è inevitabile, nella natura delle cose, dell’umanità e delle storie, che una città così prismatica si racconti in un numero infinito di modi: non lo so per certo, ma sospetto che, a raccoglierli tutti insieme, i libri su Gerusalemme riempirebbero una seria biblioteca. Questo perché possiede una storia lunghissima e complessa, perché le discordie bevono più inchiostro della pace – ma anche perché ogni viaggiatore che giunge a Gerusalemme poi ne porta in qualche modo il segno.

È quel che è successo anche a Sandra Manzella – insegnante, divulgatrice, e appassionata di archeologia biblica: Gerusalemme l’ha catturata la prima volta che ci ha messo piede, e non l’ha più lasciata andare completamente. Così lei ha risposto al richiamo ed è tornata, ancora e ancora, per conoscere la città – ma non da turista né, tutto sommato, da pellegrina.

Ed è proprio questo accostarsi che Sandra racconta nel suo libro Gerusalemme – Viaggio al Centro del Mondo: un accostarsi lento, accurato, curioso e rispettoso. Un’esplorazione della città nelle sue dimensioni talvolta inattese ma imprescindibili (sapevate che esistono una Gerusalemme sotterranea e una aerea?), nei suoi tempi e nelle sue sonorità uniche, nelle sue tensioni, nei suoi sommovimenti…

IMG-20180510-WA0011Parte quaderno di viaggio, parte riflessione personale, parte osservazione acuta di una fetta di storia e di umanità, questo Gerusalemme è soprattutto il diario di un modo di viaggiare lento, individuale e profondo, che nulla ha di turistico – ad occhi, mente e cuore bene aperti.

Sandra presenterà il suo libro domani alle 16, nella Sala Pozzo del Museo Diocesano di Mantova. Ci sarà un prezioso e inconsueto momento musicale di sapore gerosolimitano, a cura del coro da camera Il Bell’Umore, ci sarà un altro viaggiatore d’eccezione come lo storico dell’arte Monsignor Roberto Brunelli – e ci sarò anch’io.

Unitevi a noi: viaggeremo insieme al centro del mondo.

Oh – e il libro si trova qui.

Mag 9, 2018 - angurie, grillopensante    No Comments

Spaventi, Paure, Brividi & Terrori

scary-reading-illo-450x313Mi è capitato di discutere di paure visive e paure per iscritto, e A. considerava che spaventarsi davvero leggendo è qualcosa di raro e abbastanza singolare – a differenza dello spaventarsi davanti a un film.

E io ho dovuto dissentire.

Non ho difficoltà ad ammettere che è inverecondamente facile levarmi il sonno, ma farmi paura per iscritto è forse persino più facile che farlo per immagini.

Il dizionario Treccani definisce la paura come

Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso,

e immagino che noi oggi si ricada in un caso particolare di pericolo immaginario… Voglio dire, da bambina credevo davvero che una guerra nucleare potesse scoppiare da un giorno all’altro*, mentre adesso ho una visione un pochino più sana della possibilità, ma non per questo ho smesso di evitare come la peste le storie post-apocalittiche. Quindi si direbbe che il pericolo immaginario vada definito in modo piuttosto lato: non è solo questione di credere a un pericolo che di fatto non esiste (o almeno non troppo), ma anche di perdere il sonno su un pericolo puramente ipotetico.

ghoststoriesD’altra parte, per dire, non credo assolutamente ai fantasmi e le storie di fantasmi mi piacciono molto – ma guai a leggerle dopo il tramonto. E sottolineo leggerle. E qui siete anche autorizzati a sghignazzare alle mie spalle, se vi va, ma siamo arrivati al punto in questione.

Prendiamo un film come The Others, storia di fantasmi se mai ce ne fu una e your mileage may vary, ma personalmente la trovo anche piuttosto angosciante. Sì, sì, lo so: sono una mozzarella. E tuttavia non ho perso notti di sonno per The Others, mentre una storia relativamente innocua come Oh, whistle and I will come to you, my lad di M.R. James, letta di notte, mi costrinse anni orsono a varie notti insonni e con la luce accesa. In età adulta. E anche The Others l’ho visto dopo il tramonto, ma in qualche modo – in qualche modo, su di me la suggestione della parola scritta è più forte di quella delle immagini.**No ILL

O quanto meno, non è meno forte. Credo di avere già parlato della mia seria fobia nei confronti dei R-, le orribili bestie con otto zampe, di cui davvero non so indurmi a scrivere il nome per intero – salvo forse in Inglese… Per qualche motivo spider, senza quell’orribilmente suggestivo gruppo -gn, suona abbastanza asettico perché possa indurmici. Ma persino leggere la parola per intero è abbastanza al di sopra delle mie possibilità, e tendo a saltare pagine e capitoli interi nei romanzi in cui compaiano bestie a otto zampe, e a quattordici anni, per attraversare l’infestatissimo Bosco Atro, dovetti ricorrere all’aiuto di qualcuno*** che mi leggesse il capitolo in questione ad alta voce, e tuttora non posso toccare la parola r-, stampata o scritta, più di quanto possa toccare una fotografia. Persino sentirne parlare mi mette molto a disagio.

E se da tutto ciò vi siete fatti l’idea che soffra di una forma ridicolmente accentuata di fobia, non so darvi torto, ma il punto è e resta che la parola ha su di me lo stesso potere dell’immagine – quando non addirittura di più.

NightmaresImmagino che sia perché, rispetto all’immagine, la parola scritta lascia più spazi bui da riempire – con il mio personale genere di paure? In fondo l’immagine è quello che è, e tende a mostrare più di quanto suggerisca… È quel che non so (e di conseguenza sono libera d’immaginare nel peggiore dei modi) che mi spaventa.

E per di più, mentre sono perfettamente capace di venirmene via da un film che mi dà la pelle d’oca, quando si tratta di libri non ho altrettanto buon senso, e continuo a leggere pur sapendo che poi avrò gli incubi…

Per cui sì, è più facile che mi spaventi con un libro che con un film, e negli anni ho imparato: niente apocalissi e postapocalissi, thank you very much, e meno distopie che sia possibile; niente horror, niente che contenga r- e fantasmi solo prima del tramonto. Poi ci sono sempre gli incidenti, le deviazioni inaspettate e la gente sadica, ma nel complesso la strategia difensiva funziona.

E voi? Ve ne siete mai rimasti insonni a occhi spalancati nel buio, chiedendovi perché diavolo avete dovuto leggere proprio quel libro? O, senza arrivare a questo – e più interessante – vi spaventate per iscritto, o no?

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* E scoprire a dieci anni che è molto più facile farsi prendere sul serio se si dichiarano paure un nonnulla più generiche…

** Del perché invece scrivere di fantasmi dopo il tramonto non mi faccia nessun effetto particolare, magari parleremo un’altra volta.

*** La mia meravigliosa nonna, per la cronaca – che, vedendomi abbandonare di colpo un libro che avevo divorato con inverecondo entusiasmo, e scoprendone il motivo, mi propose: “E se te lo leggessi io, finché non siamo fuori dal bosco?” E così fece – censurando tutto quel che non andava bene e conducendomi in salvo fuori da Bosco Atro. La mia eroina.

Mag 7, 2018 - elizabethana, teatro    No Comments

Mettendo in Scena Marlowe (Atto II)

Kit Marlowe come personaggio teatrale, dicevamo… E infatti, rieccoci qui, con un’altra manciatina di plays – con i cui autori, in un modo o nell’altro, ho avuto occasione di corrispondere.

CassidyMarloweCominciamo con The Reckoning of Kit and Little Boots, di Nat Cassidy – con un titolo talmente poco maneggevole che persino l’autore ne parla sempre come TRoKaLB, e traducibile come La Resa dei Conti di Kit e Stivalino. Stivalino è Caligola, il cui spirito compare a Kit subito dopo la coltellata fatale, per guidarlo (o forse no) mentre ripercorre la sua vita così bruscamente interrotta.

Perché Caligola? Perché il Kit di Cassidy, prima di morire, meditava di scrivere su di lui. E onestamente, Caligola sarebbe stato proprio il tipo di personaggio che poteva interessare a Marlowe, così che l’idea di partenza è tanto brillante quanto plausibile, e lo diventa sempre più, mano a mano che Caligola in persona mette in luce tutti i punti di contatto (veri o immaginari o inclinati a 45° e tinti di violetto) tra la sua storia e quella del suo mancato autore. E ci sono questioni di identità, di arte, di umanità, di potere – il tutto servito con abbondanza di humour nero e dialoghi efficaci in un Inglese estremamente contemporaneo con l’occasionale sfumatura period.

LillieMarloweIl Marlowe di Edward Lillie è una faccenda più tranquilla. Meno originale, certo, con un linguaggio storicamente più neutro e un’enfasi molto diversa: non soltanto la vita e il punto di vista di Kit, ma le reazioni altrui. Questo Kit è brillante, spaventato e irriducibilmente deciso ad arrivare fino in fondo a… qualsiasi cosa stia capitando. Ci sono cospirazioni e trame in corso, e un uomo prudente accetterebbe il consiglio degli amici solleciti e preoccupati. Ma Kit non sa che cosa voglia dire prudenza, e gli par di non essere Kit Marlowe se non riesce ad essere il peggior mal di testa possibile per gente che ha ogni mezzo, modo e interesse per eliminarlo – e, di conseguenza, una continua fonte d’ansia per i suoi amici. Sarebbe insopportabile, se non fosse per una certa disperata onestà di fondo, una fedeltà a se stesso che lo rende attraente.  HamitMarlowe

Cavallo di tutt’altro, tutt’altrissimo colore è il Christopher Marlowe di Francis Hamit, bizzarro dramma in un Inglese pseudo-elisabettiano legnosetto anzichenò, con un protagonista eponimo francamente odioso. E badate, che il fatto che chi semina vento raccolga tempesta tende ad essere un caposaldo della maggior parte della narrativa e del teatro incentrati su Kit: genio e sregolatezza, coraggio intellettuale e imprudenza suicida compaiono più spesso che no, e anche in TRoKaLB e in Marlowe, for that matter. Ma là dove chiaramente Cassidy e Lillie simpatizzano con Kit, Hamit lo detesta di cuore. Che il suo Marlowe sia un poeta è una specie di sentito dire – decisamente un aspetto marginale rispetto alla spia senza morale né sentimenti né profondità di sorta. D’altra parte, Hamit era interessato esclusivamente all’aspetto del lavoro d’intelligence, e considerava Kit uno psicopatico sadico e morboso… Parole sue.

Insomma, la costante mi sembra una: quale che sia il taglio, quale che sia il colore linguistico, quale che sia la posizione dell’autore rispetto al protagonista, Kit è sempre ritratto a grandezza più che naturale. Una creatura di eccessi – nel bene e nel male – con cui è sempre complicato avere a che fare, e che si rovina da sé. Genio, poesia e umanità sembrano essere, all’occasione, opzionali.

 

Mag 4, 2018 - cinema, teorie    4 Comments

Duelli, Capricci e Bisticci

Rupert6Questa è una storia così.

Credo di avervi detto una volta o due quanto mi piace Rupert of Hentzau, il fascinoso malvagio del Prigionero di Zanda, giusto? Ebbene, di recente mi è capitato di parlare di vecchie versioni cinematografiche del Prigioniero – e si constatava come, tra i vari Rupert, quello di Douglas Fairbanks Jr sia il più perfetto e fedele allo spirito del libro, mentre quello di James Mason… er.

E chiariamo subito che a me James Mason piace molto, però non posso fare a meno di domandarmi a chi, nel 1952, sia parsa una buona idea affidargli la parte di Rupert. Voglio dire – Rupert, che nel capitolo dodicesimo del Prigioniero di Zenda entra in scena così:

Il giovane Rupert, che aveva l’aria di un rompicollo e non poteva avere più di ventidue o ventitre anni, prese l’iniziativa e ci riferì un discorsetto elegante, col quale il mio devoto suddito e affezionato fratello Michael von Strelsau mi pregava di perdonarlo se non mi presentava di persona i suoi omaggi, né metteva a mia disposizione il suo castello – due apparenti mancanze di riguardo da imputarsi al fatto che mio fratello e alcuni dei suoi domestici erano afflitti dalla scarlattina. O così disse il giovane Rupert, con un sorriso insolente e un moto arrogante della testa ricciuta… Era bello, il mascalzone – e, stando ai pettegolezzi, aveva già turbato i cuori di parecchie signore. RupertJM2

Ecco, torno a chiederlo: a chi sarà parso bello affidare questa parte a un Mason quarantaquattrenne e fargliela interpretare con la cupa seriosità di uno junker prussiano di fronte al Rudolph Rassendyll di Stewart Granger? E sì, Rupert è pericoloso, completamente inaffidabile e matto da legare – ma sorridente e beffardo e pieno di fascino. E giovanissimo…

scaramouche-death1xE allora mi è tornata in mente un’altra storia, che non ricordo più dove ho letto. Avete presente Scaramouche, parimenti del 1952 e di nuovo con Stewart Granger, evidentemente specializzato in film in costume e duelli all’arma bianca? Ebbene l’antagonista, il malvagio marchese Noël de Maynes, è Mel Ferrer, che forse non era uno spadaccino provetto ma, possedendo una formazione da ballerino classico, si muoveva con molta eleganza. Tanto che Granger ne fu infastidito, puntò i piedi e, a quanto pare, insisté per ridimensionare il ruolo di Ferrer nel film. Addirittura, il duello si sarebbe dovuto concludere con un’agnizione e la morte del marchese (più o meno come nel romanzo, anche se con un paio di notevoli differenze), ma dietro pressioni di Granger la scena fu tagliata e Noël de Maynes lasciato vivere nella più anticlimatica e inspiegata delle maniere… Potrebbe sembrare un pettegolezzo hollywoodiano – ma c’è la foto qui sopra a sinistra, chiaramente la scena tagliata – a renderla plausibile.

E allora mi domando… E badate, proprio non lo so – ma non posso fare a meno di domandarmi: data questa avversione di Granger a essere upstaged, supponendo che avesse davvero il peso e il potere per ottenere questo genere di modifiche, e considerando che nel romanzo e nelle versioni precedenti Rupert ha questa irritante tendenza ad essere più interessante del protagonista, non può essere che il Rupert di Mason abbia subito una sorte simile a Prisoner of Zenda-James Mason and Stewart Grangerquella del de Maynes di Ferrer? Che Stewart Granger abbia fatto i capricci e ottenuto una potatura del suo fastidioso antagonista? Ed è pur vero che James Mason era un attore molto, molto, molto migliore di Granger – ma è così fuori parte e così plumbeo nei panni di Rupert, che il rischio che potesse fare ombra al protagonista era bassino. All else apart, guardate la foto qui a destra, presa sul set, con il maestro di scherma Jean Heremans che spiega la coreografia ai suoi Rudolf&Rupert… se teniamo in conto l’ovvio “sorridete per la foto”, James Mason vi sembra straordinariamente felice?

Ah well – lo ripeto di nuovo: è solo un’ipotesi e davvero non lo so – ma pare che non sia del tutto implausibile, e Stewart Granger non ne esce affatto bene. Ad ogni modo, se volete Scaramouche, guardate la versione muta del 1924 con Ramon Novarro e Lewis Stone*, e se volete Il Prigioniero di Zenda, c’è la versione del 1937 con Ronald Colman (che riesce quasi a rendere simpatico l’insopportabilmente perfetto eroe Rudolf Rassendyll) e Douglas Fairbanks Jr. E naturalmente ci sono Sabatini e Hope…

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* E, abbastanza curiosamente, Novarro e Stone erano stati i protagonisti in una delle svariate versioni cinemute del PoZ – solo a ruoli invertiti, after a fashion. Novarro, eroe in Scaramouche, era il malvagio Rupert, e il perfido marchese Stone era invece il Rudolf senza macchia e senza paura. Inultile dirlo, anche la versione muta è mooooolto migliore di quella del 1952 – ma, a parte questo, c’è una serie di bizzarre linee parallele nella storia cinematografica di queste due storie.

 

Mag 2, 2018 - angurie    2 Comments

Piccola Archeologia Domestica

StudyMessDunque, ecco – sì.

Allora, il fatto è che, con quello che definisco da sola un notevole coraggio, ho iniziato da lunedì qualcosa che rimandavo da anni: un serio riordino del mio studio.

“E che coraggio ci vorrà mai, benedetta donna?” vi chiederete voi.

Che devo dire? Il mio studio è una stanza 5×5 con due pareti e mezzo di libreria fino al soffitto, stracolma di libri, carte di ogni genere, CD, elefanti, teatrini, lanterne e whatnot. Poi credo che ci siano alcuni altri mobili, ma sono sepolti sotto cumuli stratificati di libri, carte di ogni genere e whatnot – come pure parte del pavimento.

studypilePittoresca confusione, se volete – e c’è gente come T. (anni dodici e mezzo) a cui l’antro piace così com’è… E in realtà non dispiace del tutto nemmeno a me, e va detto che, otto volte su dieci, so dove trovare quel che cerco. Le altre due volte, tuttavia, sono ricerche di mesi. E comunque non posso negare che sia giunto (e passato) il momento in cui “pittoresca confusione” diventa un eufemismo per “caos inqualificabile”.  Un tantin tanto persino per me.

Per non parlare dei sospiri, degli occhi al cielo, delle labbra mordicchiate e degli sguardi tra l’inorridito e il rassegnato di famiglia e gente preposta a levar la polvere.

E così, siccome è primavera, siccome ho di recente acquisito un enorme armadio vuoto (in un’altra stanza – but still) e siccome bisogna cogliere i momenti d’innocua follia quando capitano, lunedì ho dato inizio alle danze. Study

Già i primi scavi lasciano supporre la presenza di una scrivania del XX secolo – go figure! – e quindi non posso negare che ci siano soddisfazioni. E le cose che saltano fuori! Dalla scaletta per il discorso introduttivo alla discussione della tesi a un telecomando del Pleistocene, dai biglietti del mio primo Phantom of the Opera a degli appunti di mio padre… e aspettate che arriviamo ai settori occupati dalle cose dei miei nonni, prozii e bisnonni!

Ma sapete qual è il guaio peggiore? Che c’è davvero poco che sono disposta a gettare via. Sono scampoli della mia vitae di generazioni della mia famiglia, non voglio che finiscano nella carta straccia. Non promette benissimissimo, vero? Comincia a non sembrare del tutto improbabile che finisca con scatole piene di carte, dove prima c’erano carte sparse… some progress!

Ah well, forse, se non altro, sarà un nonnulla meno imbarazzante far entrare le persone nel mio studio – e nel frattempo avrò rivisto e ritrovato chissà che cosa.  Per ora è tutto molto apocalittico. Persino Tess, la Meraviglia Rigata, è molto perplessa. Si aggira per quel che resta del tappeto, tra cassetti svuotati e svuotandi, pile di libri, carte e whatnot, e ha l’aria di domandarsi se il mondo come lo conosciamo stia per finire…

Ma non temere, o Gatta: ci aspettano giorni, settimane e mesi* di duro lavoro, polvere e caos al quadrato – ma c’è luce in fondo al tunnel. La luce di uno studio moderatamente ordinato.

O Lettori, auguratemi gioia. Vi terrò informati.

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* Yes, well. Ho tutta l’intenzione di fare con calma.

Mettendo In Scena Marlowe – Atto I

KitMDa un lato, era un po’ che non si parlava di Marlowe qui attorno, e lo Spirito di Kit ha cominciato a darmi il tormento; dall’altro, mi è capitato di citare David Grimm su Scribblings, e allora mi son detta… perché non fare una rassegnina di drammi che hanno Kit per protagonista – o giù di lì?

Ed eccoci qui – e cominciamo col dire che, mentre i romanzi su Kit Marlowe si sono moltiplicati attorno al 1993, quarto centenario della sua morte, i drammi ispirati alla sua vita sembrano venire con torrentizia, ininterrotta irregolarità – hence il post in più parti. Da qualche tempo raccolgo e leggo tutti quelli su cui riesco a mettere le mani – il che non è sempre facile, e ha portato persino a un certo numero di contatti con gli autori, gente che varia dal disponibilissimo al leggermente paranoico…

Ma la cosa interessante è la varietà di trattamenti che Kit e la sua vicenda incontrano in mano ad autori diversi. E’ sempre istruttivo vedere come la stessa storia possa assumere colori diversissimi… Prendiamo tre esempi usciti nel corso di una decina d’anni.

School%20of%20Night%20Photo%201.jpgThe School of Night, di Peter Whelan (classe 1931) è uscito nel 1992: due atti in prosa che mescolano sogni premonitori, commedia dell’arte e intrighi politici in una magione di campagna. Il favore della Regina, spie in abbondanza, Walter Ralegh in disgrazia, una moglie gelosa, uno Shakespeare in incognito, accuse di ateismo, assassini prezzolati… Ricordo di avere letto una recensione secondo cui questo dramma non ha le idee chiare – parte teatro e parte dissertazione accademica. Si trattava, detto per inciso, di una recensione americana: le recensioni britanniche ne apprezzano lo spirito brillante, lo humour cinico e la caratterizzazione. Tendo a concordare con i recensori inglesi, con l’eccezione delle caratterizzazioni: Marlowe, spavaldo, diffidente e visionario, è disegnato con cura, ma gli altri personaggi diventano sempre più piatti e generici mano a mano che ci si allontana dal protagonista. Un’altro aspetto bizzarro sono le indicazioni di scena che suggeriscono pensieri, implicazioni e subtesto… È qualcosa che non si dovrebbe mai fare, ma si vede che Whelan può – e va detto che il risultato si legge quasi come un racconto. kitmarloweGrimm.jpg

Kit Marlowe, di David Grimm, è stato prodotto per la prima volta nel 2000, ed è tutta un’altra faccenda. È un drammone affascinate ed eccessivo in tutto: linguaggio, effetti, complicatissime note di scena, quantità di personaggi, omicidi in scena, oscenità, sangue a secchiate, scene madri, voli pindarici… E’ tutto gonfio e truce e rutilante, Marlowe va attorno in una frenesia di estremi – vitale e suicida, fiammeggiante e spaventato, assetato di conoscenza e ossessivo: un Tamerlano pieno di nevrosi. Sarebbe una lettura irritante, se non fosse tutto così marloviano e vivido! Non si può fare a meno di pensare che un nonnulla di misura, qualche taglio qua e là, qualche fioritura metaforica in meno e un uso più sottile dei simboli gioverebbero al risultato complessivo, ma a dire il vero, quale tragedia elisabettiana – e soprattutto quale tragedia di Marlowe era misurata, sobria e sottile? Grimm può avere peccato di zelo, ma di sicuro ha colto un certo spirito, abbastanza che persino il melodrammatico finale suoni, in qualche modo, quasi credibile.

938.jpgA Charles Marowitz, con Murdering Marlowe, del 2005, non è andata altrettanto bene. Probabilmente paga la scelta di riprodurre il verso sciolto di Marlowe – ciò che finisce col dare ai dialoghi più artificiosità che cadenza. Inoltre, Marowitz scarta le motivazioni consuete per l’omicidio di Marlowe e individua il movente in uno Shakespeare consumato dalla gelosia professionale… L’idea è originale, ma non è eseguita in modo terribilmente felice. Questo Shakespeare livoroso ha l’aria di arrivare alle misure drastiche un po’ troppo facilmente, e poco importa che non sia tanto lui a manovrare gli agenti del Governo quanto piuttosto viceversa. Marlowe, per contro, è un genio egocentrico della cui morte è difficile interessarsi, e tutti i personaggi, in generale, sono troppo occupati ad esprimere concetti astrusi in versi ancora più astrusi per catturare davvero l’attenzione – per non parlare della simpatia – del lettore. Cerebrale e macchinoso, alas, nonostante la premessa intrigante…

Insomma, c’è questa fondamentale difficoltà di catturare un periodo storico e una mentalità alquanto estranei, in cui la gente faceva ciò che faceva per motivazioni che, se non sono essenzialmente diverse dalle nostre (paura, avidità, ambizione…), sono però composte e strutturate in proporzioni quasi incomprensibili per un pubblico moderno. Ci sono poi personaggi a grandezza più che naturale, ci sono secoli di luoghi comuni e di leggende, c’è una rivoluzione letteraria di mezzo e c’è la necessità di rendere il tutto teatrale e interessante. Ogni autore ci prova a modo suo, ciascuno sacrifica qualcosa (verosimiglianza, aderenza storica, identificazione, comprensibilità…) – non tutti i drammi riescono col buco.

Come dicevasi più sopra, ne riparleremo.

 

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