Set 21, 2018 - elizabethana, Storia&storie    No Comments

Ned

Vi presento Edward “Ned” Alleyn (1566-1626), il grande attore tragico della sua generazione, creatore della maggior parte dei grandi ruoli marloviani.

OldNed

E magari a vederlo così non si direbbe che fosse il primo Tamerlano, il primo Faustus, il primo Ebreo di Malta… Ma il ritratto qui sopra è posteriore: Alleyn si ritirò dalle scene al colmo della sua fama, quando aveva poco più di trent’anni – e poi accumulò una notevole fortuna gestendo teatri, arene per gli orsi e proprietà di varia natura. All’epoca del ritratto era ormai un tranquillo e prospero gentiluomo, che collezionava quadri e libri e meditava di fondare una scuola per fanciulli indigenti. NedStatue

Poi lo fece, in effetti: poiché non aveva figli, tutto il suo considerevole patrimonio andò nella fondazione del God’s Gift College a Dulwich. E vi dirò: la scuola è ancora lì ai nostri giorni – insieme a una galleria con i quadri di Ned, alla maggior parte delle sue carte e alla statua che vedete qui accanto.

Immagino che non vi stupirà scoprire che la scuola (in cui tra molti altri studiò, anche se non felicissimamente, C. W. Hodges) ha una solida tradizione teatrale.

Da attore celeberrimo e scandaloso (non dimentichiamo che, quando vedeva Faustus vendere l’anima, il pubblico elisabettiano medio lo associava con l’attore più che con l’autore…) a filantropo: una di quelle carriere molto elisabettiane, nevvero?

Ma questo è solo un inizio. Credo proprio, o Lettori, che di Ned Alleyn parleremo ancora.

Set 19, 2018 - memories, musica, teatro    2 Comments

Fila I, Posto 9

DonC062E guarda un po’ la serendipità… accennavasi al Don Carlo di Rovigo, nel post di lunedì – e ieri sera, togliendo dalla mia lavagnetta di sughero un vecchio appunto che era lì da secoli senza nessun buon motivo particolare, che cosa ci ho trovato sotto, se non il biglietto del mio primo Don Carlo?

Sabato 10 novembre 2001, ore 20.30. Platea. Fila I, posto 9. Teatro Sociale di Rovigo… of all places. Ebbene sì. Nemmeno lo sapevo, che Rovigo avesse una stagione d’opera – ma ce l’ha. E nel 2001 comprendeva un Don Carlo – versione in quattro atti, in Italiano.

Vogliamo essere sinceri? Ero un pochino delusa. Erano anni che aspettavo di vedere un Don Carlo. Era la mia opera preferita, e non l’avevo mai vista in teatro – e il primo che mi capita a distanza ragionevole è… Rovigo? Ah well, che bisogna fare? Un Don Carlo è un Don Carlo, e sabato 10 novembre, con vasto anticipo – perché non si sa mai – si partì.

Il mio compagno di viaggio era il Mentore Operistico* – o forse è più esatto dire che io ero la sua compagna di viaggio. E guardate – io gli volevo un gran bene, ma il suo stile di guida e il mio stomaco avevano scarsa compatibilità. Nonostante un Valontan e quei braccialettini elastici che dovrebbero combattere la nausea, quando sbarcai a Rovigo ero al di là del bene e del male. Ma un Don Carlo è un Don Carlo: su la testa, spalle dritte e onwards! Chestnuts

E quindi immaginate la Clarina in abitino nero, scarpette col tacco e cappottino di cachemire, e immaginate anche una sera di tramontana…

“È tutto lì quel che hai addosso?” domandò scettico il Mentore, guardandomi rabbrividire. “Be’, se non altro l’aria fresca ti farà passare la nausea.”

Non posso negarlo: ero talmente occupata a battere i denti che la nausea non me la ricordavo nemmeno più. Era presto per il teatro e, una volta ritirati i biglietti, ci ritrovammo con un sacco di tempo per le mani. L’idea era quella di un bar calduccio, una tazza di tè e altri generi di conforto – ma all’improvviso…

“Ti piacciono le caldarroste?”

Col pensiero fisso al bar e al tè bollente, convinta che si trattasse di conversazione senza secondi fini, dissi che sì, mi piacevano molto…

“Ah, anche a me! Aspetta qui.” E io mi fermai dov’ero: a un angolo di strada, in mezzo alla corrente, e guardai il Mentore piombare su, of all things, un carrettino delle caldarroste, e tornarsene indietro con l’espressione di un bambino soddisfatto.

“Buona vigilia di San Martino,” mi disse, mettendomi in mano un cartoccio. “E buon primo Don Carlo! Dì se non è una cena originale.”

Come negarlo? Avete mai cenato a caldarroste a un angolo di strada, vestiti da sera, nel vento gelido di novembre? Scommetto di no. Be’, io invece l’ho fatto. A parte la difficoltà di sbucciare le caldarroste con i guanti, non vi fate idea di quanto sia pittoresco. E divertente. E dickensiano. E gelido. Quando finalmente entrammo nel bar calduccio e potei ordinare la mia tazza di tè era quasi tardi. O meglio, non lo era affatto, ma era quel genere di presto che bastava a mettere un po’ di ansia all’ansiosissimo Mentore.

Giuseppe_Verdi's_Don_Carlo_at_La_ScalaLui inalò il suo caffè e rimase a soffiarmi metaforicamente sul collo mentre mi ustionavo lingua, palato e gola con l’Earl Grey… Ma un Don Carlo è un Don Carlo, e quindi trottammo fino al teatro e prendemmo i nostri posti quando in platea non c’era ancora quasi nessuno, e aspettammo – la deliziosa attesa di una sala di teatro che si riempie, degli scampoli di musica che arrivano da dietro le quinte, dell’occasionale fremito del sipario, della lettura del programma…  L’avevo aspettata per mesi, quella sera, e finalmente c’eravamo.

Poi il buio in sala, l’orchestra che si accorda, il maestro che entra, gli applausi che si tacciono, il sipario che si apre… E Don Carlo fu!

E sapete cosa? Non fu nemmeno un granché. Decoroso, ma nulla di più. Forse il più modesto fra tutti quelli che ho visto in questi anni… E però fu il primo, e non lo dimenticherò mai – con la nausea andata-e-ritorno, e le caldarroste, e il gelo novembrino, e il coro con l’accento veneto, e il Grande Inquisitore con la zazzera… Che cosa non si ritrova alle volte in un pezzetto di cartoncino giallo appuntato su una lavagnetta di sughero, vero?

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* E, a dire il vero, Mentore in generale…

Set 17, 2018 - grillopensante, musica    No Comments

Influenze Artistiche

PantheonSiete liberi di trarne le conclusioni che preferite, ma è un fatto che tutti (o quasi) gli scrittori che mi hanno influenzata maggiormente sono defunti da molti anni. Morale, le mie possibilità di un contatto diretto con i miei numi tutelari sono un tantino limitate.

E, tanto per aggiungere al fatto funebre un lieve paradosso, uno dei numi vivi non è affatto uno scrittore, ma un cantante d’opera – per la precisione un baritono.

DCChateletMi sono imbattuta in Thomas Hampson per conseguenza non voluta* di un prestito del mio MO, sigla che qui non sta per Medio Oriente, ma per Mentore Operistico. Una quindicina di anni fa, per levarmi ogni illusione a proposito di un Don Carlos visto a Rovigo, il MO mi prestò il video della meravigliosa produzione del Theatre du Chatelet di Parigi. Ora, per favore, apprezzate il fatto che mi faccia violenza per non lanciarmi in una tirade sulle molteplici perfezioni del Don Carlos in questione, e torni invece in carreggiata limitandomi alla notizia che il Marchese di Posa era appunto Thomas Hampson – folgorazione!

Non lo avevo mai sentito nominare prima, e poca meraviglia, perché in Italia è praticamente sconosciuto. Perché, vedete, Thomas Hampson non ha una voce verdiana, affermazione con cui non capisco mai se si voglia significare che Verdi ha scritto un solo e ristretto tipo di ruolo per baritono… ma, una volta di più, non tagliam pei prati. Nonostante non abbia una voce verdiana, TH canta anche un certo numero di ruoli verdiani (particolarmente Macbeth e la versione francese di Posa) e lo fa come fa tutto il resto: con una meravigliosa combinazione di raffinatezza, intelligenza interpretativa e intensità.

TomHEd ecco dove io casco come una pera – sull’artistry, sulla complessità dei personaggi, sulla gamma di sfumature, di colori e di registri, sull’elasticità nell’affrontare (e ampliare sempre) un repertorio eclettico, sulla dedizione alla musica e all’insegnamento – tutti tratti che, nella mia ingenuità musicale, apprezzo molto più di una voce possente.

Quindi, sì, sono artisticamente influenzata da un baritono: dal modo in cui scava e cesella i suoi personaggi (non sempre sono d’accordo sull’interpretazione, e c’è sempre la regia di cui tener conto, ma il lavoro è sempre di prim’ordine), da come interpreta ogni lied “al modo di una storia compiuta”, dallo studio continuo, dall’apertura e curiosità intellettuale, dalla tensione verso l’eccellenza.

Alla fine, e mi rendo conto che per me è spesso così: molto si riduce a una questione d’intensità. Ogni volta che lo sento cantare, me ne vengo via stimolata e pungolata, spesso con qualche idea nuova, sempre con il desiderio di ottenere con la mia scrittura almeno un po’ dell’efficacia raffinata che TH infonde nella sua musica.

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* Con questo intendo dire che il MO non intendeva affatto che io m’innamorassi artisticamente di Hampson, che a lui non piaceva granché – anche se qualche volta,  debitamente messo alle strette, ammetteva che certi suoi personaggi come Posa (in Francese), Mandryka, Athanael e Werther (versione Baritono) sono notevoli creazioni. Ah, e gli riconosceva tutti i meriti possibili come liederista.

Set 12, 2018 - Storia&storie    No Comments

Storia & Storie

RoyleTrevor Royle è così perfettamente britannico che non potrebbe esserlo di più. Nato in India, giornalista della BBC e membro della Royal Society di Edimburgo, scrive libri di storia e radiodrammi, indossa giacche di tweed, e ha una di quelle belle voci rotonde, una perfetta Received Pronunciation e un asciuttissimo sense of humour. Non l’ho visto fumare la pipa – ma scommetto che lo fa.

Recentemente ha pubblicato un libro chiamato Culloden – che, a dispetto del titolo, non racconta della battaglia che concluse sanguinosamente la sollevazione giacobita del 1745… o almeno, non solo. O almeno, non nel modo consueto.

Ora, quella del Quarantacinque è la più nota e più romanticizzata* delle Sollevazioni Giacobite – una manciata di tentativi, tra tardo Seicento e Settecento, di rimettere sul trono i defenestrati Stewart. È una storia intricatella anzichenò, piena di episodi burrascosi, atti audaci, occasioni mancate e indicibili stupidità e – come molte faccende di questo genere – nel suo complesso non offre il miglior quadro possibile della natura umana… Si potrebbe dibattere (e in effetti si dibatte da secoli, letteralmente) se gli Stewart fossero criminalmente incauti o sfortunati da non dirsi… Se lo chiedete a me, erano entrambe le cose – e per di più costretti ad appoggiarsi a una base molto divisa in Scozia e un’alleanza molto dubbia in Francia – ma fa lo stesso.

Culloden, dicevamo. Culloden fu La Battaglia, se volete. L’immagine generale è quella di un sacco di gente in kilt e un sacco di gente in giubba rossa – e tutti costoro se le danno di santa ragione – e finisce molto male per quelli in kilt. Il che si chiama semplificare molto le cose, ma non è del tutto inaccurato…

RoyleCullodenEcco, Trevor Royle inorridirebbe, se leggesse l’ultimo paragrafo. Lui ha fatto ricerche molto approfondite in materia, ricostruendo tutte le notevoli complessità del caso, e concentrandosi – per una volta – sul lato governativo della faccenda. Gli uomini del Duca di Cumberland, quelli con la giubba rossa. A qualcuno alla Royal Society pareva bello, dopo duecentosettant’anni e monetina, cominciare a ricordarsi che c’erano anche loro, sul campo di Culloden – e Royle era pienamente d’accordo. Così, libro: la battaglia raccontata dal punto di vista di una manciata di giovani ufficiali governativi, con un’attenzione ai rispettivi background e (per lo più notevoli) carriere successive. L’idea era che a fronteggiare i Giacobiti non c’erano dei villains di cartone – ma uomini con capacità, aspirazioni, idee, convinzioni…

Una buona idea, don’t you think?

Ebbene, il libro si ricerca, si scrive, si pubblica – e Royle non ci pensa più fino al giorno in cui gli capita sotto gli occhi un articolo sullo scrittore che si è messo in un sacco di guai socialmediatici scrivendo su Culloden.

“How very bizarre…” pensa Royle – e legge l’articolo**, e scopre che lo scrittore in questione è… lui! È lui che la sezione scozzese della Rete va furiosamente bollando come revisionista, traditore, hanoveriano e agente del MI6*** – giusto per confinarci a ciò che si può ripetere in polite company.

Morale: Royle esterrefatto, l’editore deliziato dalla pubblicità, il mondo accademico-giornalistico diviso… non tanto su Culloden in sé, quanto sul fatto che, dopo duecentosettant’anni, ammettere la possibilità che il Nemico non fosse un mostro insensato sia materia di furibonda, fiammeggiante polemica.Culloden

Che Culloden, laggiù nel 1745, sia ancora una faccenda personale per un sacco di Scozzesi. E sì, consideriamo pure l’amplificazione e distorsione che tutto avvolge in Rete – ma a quanto pare, una volta che si è messo a cercare, Trevor Royle non ha trovato nulla di troppo diverso in campo analogico.

Il che è una storia interessante. Non necessariamente edificante – ma rivelatrice delle ombre lunghe che la storia passata e la sua narrazione e percezione gettano e seguitano a gettare sui secoli a venire e sull’identità. Sulla presa indistruttibile di certe idee. Sulle difficoltà, le meraviglie, le irragionevolezze e il peso della Storia come elemento della vita quotidiana…

Una piccola storia da raccontare, magari, agli implumi che tornano a scuola oggi – e sono tentati di chiedersi a che cosa serva mai studiare la Storia?

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* È arrivato Outlander in Italia? I romanzi della Gabaldon, sì – ma la serie TV? A ovest della Manica la serie ha portato nuova e travolgente popolarità al Quarantacinque e, mi si dice, un aumento considerevole dei flussi turistici a Culloden…

** No, lo so. Nemmeno io credo fino in fondo al sovrano disprezzo per la Rete e alla completa sorpresa. Dopo tutto, questo è il XXI secolo, giusto? Ma bisogna ammettere che suona bene.

*** “I treasure that one…”

Set 10, 2018 - angurie    4 Comments

Rieccomi!

ImbackSono qui, o Lettori!

Non ero sparita, sapete? O meglio, sì – in effetti sono sparita per una dozzina di giorni, ma non di mia volontà…

Chiamiamola una piccola emergenza in fatto di salute, il genere di emergenza che richiede un po’ di ospedale e poi della convalescenza. Il genere che fa franare a valle cose lungamente preparate come un’edizione speciale del Palcoscenico di Carta e uno Shakespeare in Words davanti alla Rotonda di San Lorenzo. Il genere che costringe a prendersi una pausa dalle prove e a dilazionare impegni di lavoro già presi. Il genere che costituisce una sesquipedale seccatura, insomma – ma che ci si può fare, se non obbedire ai medici e sperare che tutto passi alla svelta?

Intanto sono qui, vedete? Sono a casa, finalmente – e questo è già tanto. Però sono convalescente. Mi si dice che, con un po’ di pazienza, potrò tornare gradualmente alla mia vita*. Me lo si dice con rassicurante convinzione, e io ho fiducia. Però la parola operativa sembra essere pazienza… Ciò significa che – proprio adesso, nella stagione in cui di solito il blog riprende la corsa dopo la pigrizia estiva – non so troppo bene come andranno le cose su Senza Errori di Stumpa nell’immediato futuro.

leisureOh, ci sarò senza dubbio – ma non prometto una regolarità terribilmente svizzera, ecco. Vedremo come va, di giorno in giorno.

Intanto, siccome la mia iperprotettiva famiglia sta prendendo molto sul serio questa faccenda della convalescenza, ho parecchio tempo per leggere. Credevo di non avere il tempo per una Reading Week, quest’anno – e invece comincia a sembrare che ne avrò più di una… Oh well: questa è una cosa di cui non sono davvero propensa a lamentarmi.

Grazie per la pazienza, o Lettori – e a presto. Promesso.

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* Anche se c’è chi mi fa notare che i medici hanno parlato di “vita normale”, e che questo non significa necessariamente la mia vita – che normalissima non era to begin with…

O Forse Non Proprio Glasgow…

GlasgowSkyRieccomi qui! Vi avevo detto Glasgow, giusto?

Invece non era affatto Glasgow, dopo tutto, ma Cumbernauld – villaggio nelle collinosette campagne glasvegiane… E per dire la verità, anche del villaggio ho visto ben poco, quel che si vede di un posto passandoci accanto in taxi, perché i miei tre giorni scozzesi sono stati trascorsi tra seminari, lezioni, dimostrazioni pratiche di armi e costumi d’epoca, dibattiti – e una favolosa cena di gala, con tanto di piper e candelieri d’argento… ammetto che, entrare a cena in processione preceduti dalla cornamusa, è stata un’esperienza da romanzo – storico, of course.

E ho incontrato due agenti – nessuno dei quali rappresenta esattamente il genere di cose che scrivo… e su questo potrei levare un piccolo sospiro, perché nel cercarsi un agente, ci si sente dire di fare i compiti a casa, di cercar di capire che cosa il singolo agente cerca… e io l’avevo fatto, studiando siti web, interviste, twitter… salvo poi scoprire cose che, ad averle sapute prima, mi avrebbero indotta a presentare il mio pitch a qualcun altro. Quindi sì, o Agenti – è giusto che dobbiamo fare qualche sforzo per trovare la persona giusta, ma come possiamo farlo, se quel che si trova in rete è incompleto o addirittura fuorviante?

Ma ciò non toglie che gli agenti in questione, di persona, si siano rivelati persone gentilissime e disponibili, con un sacco di consigli da dare, e di cose molto lusinghiere da dire sulla mia scrittura e sul mio romanzo… Non foss’altro che come paio di opinioni di gente “dell’industria”, come suol dirsi, i due incontri sono stati molto soddisfacenti e utili.

E poi…

GlasgowPrizeE poi, inutile girarci attorno: il punto focale dell’intera faccenda, è stata la Short Story Competition…  Ricordate la storia che non voleva essere scritta? Quella della scadenza rispettata all’ultimissimo minuto utile? Ebbene, la sera prima di partire ho scoperto che la storia in questione era nella terzina finalista della HNS – e non vi dico che soddisfazione sia stata già quella. La HNS è uno dei non tantissimi palcoscenici riservati alla narrativa storica, ed è notoriamente difficile da accontentare. Per cui, quando sabato pomeriggio sono andata alla proclamazione, ero pienamente disposta a considerarmi contenta di un secondo o anche di un terzo posto. Poi Richard Lee, presidente della HNS, dopo avere annunciato la terzina e fatto qualche considerazione sulla qualità molto alta delle storie partecipanti e sulle difficoltà incontrate dalla giuria nello scegliere,  ha chiamato il terzo classificato – e non ero io. Poi ha chiamato il secondo… e nemmeno quello ero io.

“You’ve won! You’ve won!” ha cominciato a strillare Wendy, l’autrice americana che era seduta accanto a me… e non aveva tutti i torti: il racconto vincitore era il mio, The Revolution in Rivabassa.

Dopodiché… il mondo anglosassone è siffatto che ho passato la maggior parte delle ventiquattro ore successive a ricevere le congratulazioni di un sacco di gente – anche gente pubblicata, pubblicatissima e celebre, e agenti letterari, ed esperti americani di marketing letterario… Ecco – ho ricordi molto dorati di questi tre giorni scozzesi.edinburgh-skyline-in-watercolor-splatters-with-clipping-path

Ero ancora molto sulle nuvole domenica pomeriggio, a passeggio per il centro di Edimburgo – e mi è venuto da pensare che a Edimburgo ci ero arrivata per la prima volta ventisei anni fa, scolaretta spedita in Scozia a imparare la lingua, pressoché incapace di mettere insieme due frasi di senso compiuto… È stato bello – e in qualche modo “giusto”, if you see what I mean, venirmene via di nuovo, dopo un quarto di secolo abbondante, con un premio in tasca per una storia scritta in Inglese.

Glasgow!

GlasgowHNSMentre leggete qui, sono a Glasgow.

O quanto meno, sulla via di Glasgow – dipende da quanto siete mattinieri… E in realtà, nemmeno a Glasgow proper: nei dintorni, a Cumbernauld. Per la Conference della Historical Novel Society. Tre intensi giorni di incontri, seminari, conferenze, contatti… Tra le altre cose, incontrerò due agenti letterari per parlare del mio romanzo.

Inutile dire che tutti i lepidotteri dell’Emisfero stanno tenendo un sit in sul mio diaframma…

Towers of Kelvingrove Art Gallery and MuseumEro già stata alla Conference nel 2016, a Oxford – e l’esperienza era stata favolosa. Non mi aspetto nulla di meno – e in più, questa volta, ho da ritrovare persone conosciute allora, contatti e amicizie-da-lontano coltivate nel corso degli ultimi due anni.

Vi racconterò – intanto incrociate le dita per me, volete?

Emilia

EmiliaLa miniatura che vedete qui accanto si trova al Victoria & Albert Museum, è opera di Nicholas Hilliard e potrebbe essere l’unico ritratto esistente di Emilia Bassano – forse la Signora Bruna dei Sonetti.

Personaggio interessante di per sé, Emilia – also spelled Aemilia, Emelia… il selvaggio spelling elisabettiano, you know. Ad ogni modo, figlia di musici di corte, talentuosa musicista a sua volta, intelligente, bella, brillante, educata da una contessa, amante di Lord Hunsdon – che era cugino (o forse fratello) illegittimo della Regina, sposata in fretta e furia, quando rimase incinta, a un cugino bellissimo e lestofante, divorziata, direttrice scolastica (o l’equivalente elisabettiano) poetessa… in fact, la prima poetessa professionalmente pubblicata d’Inghilterra – con una rinarrazione in versi del Vangelo dal punto di vista delle donne…

Insomma, una signora notevolissima, coraggiosa e rivoluzionaria – una “prima” sotto tanti aspetti. Non so voi, ma io la vedo bene nei panni della spregiudicata seduttrice dagli occhi neri di Shakespeare, la donna che induce il non-ancora-Bardo a coniare un canone nuovo di bellezza, che ammalia piccoli aristocratici biondi e poeti di genio con un batter di ciglia…

Oh, queste cose mi mettono una feroce nostalgia de L’Uomo dei Sonetti… chissà se riuscirò mai a farne quel che intendo – ovvero portare in scena la versione completa…!

E per tutto questo, e perché sono in un periodo frizzantemente elisabettiano, e perché mi piace la voce di Tom Hiddlestone…  Che ne dite del celeberrimo, inconsueto, acidognolo Sonetto 130?

Gli occhi della mia donna nulla hanno del sole.
Il corallo è ben più rosso del rosso delle sue labbra.
Se la neve è bianca – il suo seno è certo bruno.
Se son setole i capelli, nere setole avrebbe in capo.
Ho visto rose screziate, rosse e bianche
Ma non vedo tali rose sulle sue gote.
E in certi olezzi vi è maggior delizia
Che non nell’alito che la mia bella emana!!
Io amo la sua voce eppure ben conosco
Che la musica ha un suono molto più gradito.
Ammetto che mai vidi l’inceder d’una dea:
La mia donna nel camminar calpesta il suolo.
Eppure, per il cielo, per me è tanto più bella
Di ogni altra donna falsamente decantata.

Ci voleva, ammettiamolo, una certa audacia a dedicare un sonetto così a una donna – e tanto più in una società in cui la bellezza era per radicata convenzione bionda&bianca… Ma d’altra parte, Emilia era una donna non comune – e c’è da scommettere che possedeva tutta l’intelligenza e lo spirito che servivano ad apprezzare per davvero un tributo così unico, don’t you think?

Ago 20, 2018 - cinema    2 Comments

Dame, Ermellini E Nessun Leonardo

ladymqdefaultThat Lady In Ermine è l’ultimo film di Lubitsch – per modo di dire, perché EL morì dopo la prima settimana di riprese, sostituito da Otto Preminger). È un film assolutamente adorabile, a mezza strada tra il ruritarian romance, la commedia musicale e la parodia, in cui Betty Grable interpreta Angelina, Contessa di Bergàmo (da non confondersi assolutamente con Bèrgamo), e Douglas Fairbanks Jr. è un irascibile e fascinoso colonnello ungherese; in cui i fantasmi degli antenati cantano e danzano balzando fuori dai rispettivi ritratti, e il technicolor splende e luccica in tutta la sua magnificenza.

Per avere un’idea del tono generale, ascoltate cosa dice la voce fuori campo per primissima cosa: “Questo è il Castello di Bergàmo, nel Principato di Bergàmo, nell’Europa sud-orientale. L’anno è il 1861…”

LadyinErmine

Appunto – e poi passiamo a vedere il matrimonio della Contessa di Bergàmo (ma non era un principato?), che nel 1861 sfoggia pettinatura e make-up Anni Trenta… proprio come la sua antenata rinascimentale, d’altra parte – Francesca di Bergàmo, che seduce e pugnala nemici con allegra noncuranza.

Badate, nei titoli di testa, al fatto che il coreografo si chiama Hermes Pan; badate al sorgere del sole e alle orchestrine immaginarie; badate a “Horvath!!”, badate al corteggiamento tra Mario e Francesca; badate ai costumi dei fantasmi, badate al tema di This Is The Moment, che fu candidata all’oscar e che vi ritroverete a canterellare…

E se volete vedere il resto del film – e potreste, perché è delizioso e molto nonsense e ci sono modi peggiori di passare una serata agostana – lo trovate qui.

Libretti d’Opera e Altri Animali

trereÈ capitato che N., entrando nel mio studio ancora immerso nel caos primordiale, si imbattesse nella mia limitata ma amatissima collezioncella di libretti d’opera. Ci son le cose più o meno ovvie, e poi una quarantina di arnesi tra vecchi e antichi, per lo più titoli mai sentiti prima, in un assortimento di letteratura adattata, storia rivista e vincendone fatteapposta – parte faccende ereditarie, parte regali di gente che conosce le mie ossessioni. E imbattendocisi, e meravigliandosi del glee con cui gliene parlavo…

“Ma come?” ha domandato N., levando un sopracciglio. “Tu leggi libretti d’opera? Indipendentemente dalla musica? E ci trovi gusto?”

E la risposta è sì, sì, tre volte sì. Leggo libretti d’opera per diletto, e non so contare le opere di cui ho conosciuto prima il libretto e poi (sempre che sia arrivata affatto) la musica. Per dire, le probabilità che senta mai anche solo una parte dei titoli che compongono la mia Meravigliosa Quarantina sono bassine – ma devo per questo rinunciare a leggere?

“Ma sono bruttarelli!” ha obiettato N., sfogliandone uno a titolo di esempio. “Massacrano letteratura, storia e principi narrativi in versi improbabili e linguaggio surreale!”

Vero, tutto vero – o almeno vero abbastanza spesso, e tuttavia…

E tuttavia è come per certa pittura. Tipo William Shakespeare Burton, che si chiamava così per via del Cigno, ma era un imbrattatele dell’Ottocento inglese – e che M. deve ancora perdonarmi di averle affibbiato nel corso di quel gioco d’argomento artistico che girava su Facebook.* Sono certa che anche M. pensa che The Wounded Cavalier, il quadro più celebre del povero Burton, sia bruttarello, improbabile e surreale. E in tutta probabilità, dannatamente oleografico, per buona misura…

The Wounded Cavalier by William Shakespeare BurtonE sia chiaro: non ha neanche tutti i torti – così come non li ha N. in fatto di libretti, ma il punto si è che né i libretti né The Wounded Cavalier** si apprezzano per il loro valore artistico in assoluto. Il loro fascino risiede nel modo in cui incarnano un’epoca, una mentalità, un modo di romanticizzare la storia… E questo, a mio timido avviso, questo i librettisti e Burton lo fanno alla perfezione. Tanto che al loro tempo godevano di vasto successo senza remore…***

Forse è un discorso più da storici che da appassionati d’arte – e forse ancor più da narratori, ma ci sono un sacco di cose che non considero opere d’arte immortali, ma mi piacciono tanto lo stesso – perché sono altrettante finestre aperte su un’altra epoca, sul suo gusto, sulla sua mentalità e sul suo modo di raccontare.

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* Avete presente? Ci si assegnavano a vicenda dei pittori, e poi si gugolava il proprio per postarne un’opera. Era carino e si facevano scoperte. M. era una giocatrice indefessa, poi è capitato Burton…

** Né, se vogliamo, parecchia narrativa storica ottocentesca… Guerrazzi, anyone? d’Azeglio? Ainsworth? Achard? E potrei andare avanti a lungo… Ma va detto che per tutto un romanzo – magari in più volumi – ci vuole più dedizione alla causa.

*** Ebbene sì, M. Ruskin, for one, lo definì magistrale. Tal dei tempi era il costume…

 

 

 

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