Set 17, 2019 - angurie, blog life    No Comments

Promemoria…

Ve lo ricordate, vero, che SEdS ha un nuovo indirizzo?

Il nuovo SEdS non cambia poi molto, ma è più facile a commentarsi più stabile e ragionevole, e vi si posta il lunedì.

Lo raggiungete con il link qui sopra o cliccando sull’immagine qui sotto. Mi raccomando: una volta là, non dimenticatevi di iscrivervi per ricevere le notifiche dei nuovi post!

NEWSEdS

Ci vediamo dall’altra parte?

Set 2, 2019 - angurie, blog life    5 Comments

Chi Si Rivede…?

All’aprisi del sipario, Senza Errori di Stumpa sonnecchia placidamente… eh, son otto mesi che sonnecchia e si annoia. E quando la Clarina entra dal fondo in punta di piedi…

maxresdefaultC – Blogo!

SEdS (sobbalza ad altezze himalayane) – Eeeeeek!

C – Blogo, non fare così – sono io…

SEdS – Chi va là? Chi è? Fermi dove siete!

C – Bloghetto, sono io, la Clarina–

SEdS – Inventane un’altra! La Clarina emigrò a St. Helena!

C – Ma sono tornata… That is, non emigrai a St. Helena affatto, ma sono tornata.

SEdS (la squadra per bene) – Ma… ma sì, sei proprio tu…

C (a braccia aperte, con un luccichio negli occhi) – Oh, Blogo!

SEdS – Sta indietro, sciagurata. Dove sei stata per tutto questo tempo? Sparire così, senza una parola, una cartolina, un piccione, un messaggero a cavallo!

C – I know…

SEdS – St. Helena me la sono inventata io, perché dovevo pur dire qualcosa quando me lo chiedevano.

C – Uh. E l’hai detto a molta gente?

SEdS – Non è questo il punto! Sei sparita!

C – Vero, vero, vero. Scusa, scusa, scusa…

SEdS – Scusa un bottone! Dov’eri, sciagurata donna?

C – Er… storia lunga. Diciamo… periodo sabbatico? Ma adesso sono tornata.

SEdS – Tornata tornata?

C – Mi sei mancato, sai? Tu, i Lettori…

SEdS – Non girarci attorno: tornata per restare?

C – Sì! Magari… er, magari non al ritmo di prima – ma…

SEdS – Ah! Eccola lì! Che vuol dire, non al ritmo di prima?

C – Ecco, pensavo… per cominciare…

SEdS – Sputa il rospo, donna!

C – Che ne dici, per cominciare, di un post la settimana?

SEdS – Un post la settimana?

C – Il lunedì. Per ora. Poi… poi si vedrà.

SEdS (la squadra sospettosamente) – …

C (con i suoi migliori occhi da cocker) – Eh? Eh? Eh? Blogo… Bloguccio? Bloghettino?

SEdS – …

C – Senza Errori di Stumpa, ti prego! Mi rivuoi?

SEdS (cede d’un colpo e singhiozza senza ritegno) – Clarinaaaaaaa!

C (singhiozzando del pari) – Blooooooogo!

Abbracci, lacrime, passi di danza. Sipario.

No, sul serio. Perdonate la lunga assenza, o Lettori. Sono tornata. Mi siete mancati. Se vi va, riprenderemo a bagolare di storia, storie, libri e teatro – con l’occasionale divagazioncella – a cadenza settimanale. Ci vediamo lunedì? pngtree-little-night-come-back-home-reunion-home-image_11385

Il Palcoscenico di Carta: Coriolano

Rieccoci! Dopo essere stati costretti a cancellare Molière lo scorso settembre, torniamo alla ribalta con un titolo dello Shakespeare meno noto: Coriolano.
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Attraverso l’ascesa e caduta di un generale abrasivo e provvisto di scarsa pazienza nei confronti della democrazia, l’ultima delle Tragedie Romane esplora temi ancora sorprendente attuali: l’austerità in tempo di crisi, il peso della guerra, i compromessi della politica, la disconnessione tra governanti e governati… il tutto condito con un’abbondanza di battaglie, duelli, intrighi, tradimenti e mamme ingombranti.
Le date sono il 4, 11 e 18 aprile alle ore 18.00, e il luogo è, come di consueto, la nostra beneamata libreria IBS+Libraccio, an n. 50 di Via Verdi.
Se volete leggere con noi, fatevi sentire compilando il form che trovate qui.Vi assegneremo un ruolo e spediremo il testo.
Se invece volete soltanto assistere, tutto quel che dovete fare è unirvi a noi in libreria, a partire da giovedì 4 aprile alle 18.
Vi aspettiamo!
Dic 24, 2018 - musica, Natale, tradizioni    No Comments

E per la Vigilia, Campane…

Bells18E magari una volta o l’altra, quando l’anno sarà cambiato e io sarò tornata ad essere una persona saggia che posta almeno un paio di volte la settimana, faremo un post sulle campane in letteratura.

Intanto, però, essendosi la Vigilia di Natale, non si può rinunciare alla Carola delle Campane, vero?

Quindi eccola qui, nella versione di Point of Grace.

Con tanto di parole, quest’anno:

Hark! how the bells, sweet silver bells
All seem to say, throw cares away.
Christmas is here, bringing good cheer
To young and old, (meek and the bold)
Ding, dong, ding, dong, that is their song,
With joyful ring, (all caroling)
One seems to hear words of good cheer
From everywhere, (filling the air)
O, how they pound, raising the sound
O’er hill and dale, telling their tale

Gaily they ring, while people sing
Songs of good cheer, christmas is here!
Merry, merry, merry, merry christmas!
Merry, merry, merry, merry christmas!

On, on they send, on without end
Their joyful tone to every home
(Hark! how the bells, sweet silver bells
All seem to say, throw cares away.)
Christmas is here, bringing good cheer
To young and old, (meek and the bold)
Ding, dong, ding, dong, that is their song
With joyful ring, (all caroling.)
One seems to hear words of good cheer
From everywhere, (filling the air)
O, how they pound, raising the sound
O’er hill and dale, telling their tale

Gaily they ring, while people sing
Songs of good cheer, christmas is here!
Merry, merry, merry, merry christmas!
Merry, merry, merry, merry christmas!

Ed è in compagnia di un’altra carola – What Child is This, sulla melodia di Greensleeves.

Felice Vigilia, o Lettori – e a presto!

Dic 17, 2018 - Natale, teatro    No Comments

Di Genesi E Di Auto-Adattamenti

ChJoyChristmas Joy, che è andato in scena giovedì scorso – e del quale per ora non ho nemmeno una foto –  l’avevo scritto già nel 2011 e poi, per una serie di circostanze, era stato accantonato fino al debutto del 2014. Nel riprenderlo in mano per Storie Sotto l’Albero mi sono ricordata che scriverlo era stata un’esperienza interessante.

Hic Sunt Histriones mi aveva richiesto una piccola cosa natalizia in termini molto stretti – per una serata benefica, tanto per cambiare. Prima avevo detto di no*, poi lottato per qualche giorno con i sensi di colpa, poi deciso che potevo fare almeno un tentativo. Avevo trovato trovato e scartato un paio di pur promettenti idee** e infine mia madre se n’era uscita con questo: “Perché non adatti qualche racconto natalizio? Ne hai scritti – puoi fingere di no, ma so che ne hai scritti, because I’m your mother, and I know.”

Naturalmente aveva ragione. Non trovate irritante la maniera in cui le madri tendono ad avere ragione? Per cui pescai dalle più buie profondità del mio disco rigido un racconto scritto – pensate un po’ – sotto Natale 2000, e mi applicai al compito di farne un atto unico miniature della durata di una ventina di minuti – scarsi.

E per prima cosa constatai (con una certa soddisfazione, lo ammetto) che diciotto anni fa scrivevo già storie provviste della canonica dotazione di 1 Inizio, 1 Mezzo e 1 Fine. So far so good.

E c’erano anche personaggi che volevano qualcosa e non potevano averlo, e un’ambientazione passabilmente insolita, e un lieto fine che, pur non inaspettato, era in carattere con la natura natalizia della storia***… Tutto bene, allora?

No. Tutt’altro. CJ2b

Tutt’altro, per una duplice serie di motivi. Serie numero uno – di ordine pratico: avevo richieste molto specifiche riguardo a che genere di personaggi mettere in scena – e le richieste non corrispondevano affatto alla popolazione originaria del racconto.

Serie numero due – di ordine narrativo: considerando le variazioni di personaggi, mi resi conto che c’era spazio per una buona dose di conflitto in più. Di fronte ai personaggi che volevano qualcosa senza poterlo avere, infatti, c’erano i supposti protagonisti, che di per sé volevano solo aiutare i primi… ma se avessero avuto qualcosa da ottenere a loro volta?

E così, per una combinazione di necessità della compagnia e necessità narrative, ai tre cugini adulti del racconto si sostituirono un padre inacidito dalla recente vedovanza e le sue due figlie alle prese col primo Natale senza mamma. A parte tutto il resto, l’appeal universale degli orfani è cosa nota, giusto?

Quindi, all’improvviso mi ritrovavo persino con due archi narrativi, anche se uno era un archetto molto dipendente dalla risoluzione dell’altro – e tuttavia complessità aplenty, per una ventina di minuti.  E proprio sulla ventina di minuti emerse un’ulteriore magagna. Nel racconto i personaggi col problema originario (chiamiamoli Gruppo B) erano degli estranei, e le loro motivazioni, circostanze e precedenti andavano spiegati in una situazione che Jeffrey Sweet definirebbe di Low Context. Vale a dire, semplificando, che i personaggi del Gruppo A non potevano saperne nulla, a meno di esplicite e dettagliate informazioni. Di nuovo, il Low Context non è un male di per sé, ma richiede molto più spazio e lascia poco margine per il sottotesto – al contrario di tutto ciò che si può implicare fra personaggi che si muovono su terreno comune, ovvero in situazione di High Context.

Ragion per cui i visitatori del Gruppo B furono promossi da estranei a conoscenti, e il problema trasferito da un paesetto mai sentito nominare prima al paesetto in cui vivevano entrambi i gruppi, liberandomi dalla necessità di condensare al massimo un sacco di informazioni mantenendole comprensibili. Il fatto poi che tra tutto ciò che si poteva implicare tra compaesani ci fossero accenni alla morte della madre e alla situazione conseguente, era tutta glassa sulla torta.

CJ3bInfine, per questioni di ritmo, contrassi tutta la vicenda nel giro di tre giorni – anziché in un paio di settimane – e cambiai la maggior parte dei nomi inglesi in altri meno impronunciabili.***

Alla fine l’atto unico (miniature) era solo vagamente imparentato con il racconto da cui ero partita, ma era molto più teatrale. Per quanto il racconto non fosse male in partenza, la storia si era fatta più solida dal punto di vista narrativo, il ritmo era tutt’altra cosa, i personaggi avevano motivazioni più impellenti… Sono certa che, se adesso facessi il percorso inverso e adattassi l’atto unico in racconto, ne uscirebbe qualcosa che funziona molto meglio dell’originale. Anzi: pensandoci bene, non è detto che non lo faccia.

Morale 1: nel corso degli anni s’impara – e per fortuna. Morale 2: il Test del Palcoscenico può davvero fare miracoli per una storia: se dovessi portarla in teatro, funzionerebbe? E se no, perché? Morale 3: non ho mai più guardato allo stesso modo gli adattamenti cinematografici dei libri e le libertà che gli sceneggiatori si prendono.

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* “Non ho tempo, davvero, non ho tempo… già così vado a dormire alle quattro del mattino. Non ci sto dietro. Mi dispiace, davvero, ma questa volta è no. Dovete dirmelo prima, non è come mettere gli ingredienti nel forno e tirar fuori la torta…” Sono sicura che avete un’idea.

** Promettenti ma tristi. Che posso farci? Il Natale m’ispira storie dallo strappacuore al semitragico. Che in linea generale potrebbe anche non andare del tutto male, se non fosse destinato a un pubblico di famigliole a metà dicembre…

*** E sì: è ambientato in Inghilterra. Dite la verità, da me non ve lo sareste mai aspettato, vero?

 

Dic 10, 2018 - Natale, teatro    No Comments

Storie Sotto l’Albero

È dicembre, Santa Lucia è in arrivo – e si fa tempo di storie natalizie.

Giusto per abbondare (questo Diciotto è proprio un anno nataliziamente speciale…) giovedì 13 arriva…

Dic18

Ci saranno le incantevoli Voci Bianche della Verdi di Ostiglia, dirette dal Maestro Sani. E ci saranno i fanciulli delle scuole con le loro poesie. E ci sarà Hic Sunt Histriones, con due mie piccole cose natalizie.

In Christmas Joy, il primo Natale senza mamma si preannuncia triste – per la famiglia Trent e per l’intero villaggio di Henderley, lasciato senza decorazioni per un taglio di fondi in municipio… Riuscirà la giovanissima Joy a riportare un po’ luce ai suoi cari e al suo villaggio?

In Sì, Virginia – ispirato a un fatto realmente accaduto nella New York di fine Ottocento – Virgie O’Hanlon, otto anni, è in castigo: ha litigato con le sue compagne di scuola, è stata insolente con la maestra, e ha rotto la cometa per la recita natalizia… ma come si può conservare la calma quando tutti insistono a dire che Babbo Natale non esiste?

Due atti unici miniature, due piccole storie di infanzia, di determinazione e di minuscoli miracoli natalizi – con contorno di musica e poesia. Perfetto per Santa Lucia, non credete?

Vi aspettiamo a Ostiglia!

L’Opera Secondo Nizza & Morbelli

interior-view-of-the-teatro-alla-scala-in-milan-ca-1830_a-l-9231368-8880731Sì, sì – Sette di Dicembre, apre la Stagione della Scala, Attila, signore in decolleté e tutto. Io stasera l’Attila non lo vedo, perché sono a teatro – ma me lo faccio registrare e poi vedremo.

Per ora, abbiatevi Nizza&Morbelli. C’è questa scena di Due Anni Dopo, in cui i Moschettieri, prigionieri alla Bastiglia, vengono sottoposti alla tortura dell’Opera – e non si può dire che funzioni, ma l’effetto è rimarchevole. Sottoposti ai “magnifici gorgheggi” di un soprano lirico-drammatico, i nostri si rotolano per terra inebetiti, tanto che è impossibile farli parlare.

OperaTortBioletto‘A questo supplizio – dicono N&M in un aside – c’è chi si abbandona motu proprio, pagando fior di lire e facendo la coda per ore fuori dal teatro. Un nostro amico di famiglia, che sa il nome di tutti i tenori prime donne baritoni e bassi (perché quest’anno al Comunale non c’era il baritono Tromboni voleva far le barricate) per i gorgheggi della Dalpiano la farebbe a piedi fino a Bologna, quel depravato!

In fondo, a tutti i famosi appassionati dell’opera lirica, che cos’è che interessa? Le romanze e i duetti che già conoscono a memoria. Il loro solo piacere è di risentirli e gridare alla primadonna che spara l’acuto: “Brrrrrava!”. Ammesso questo, facciamo una proposta che, al solito, nessuno accetterà.

Riassumiamo le opere! Eseguiamo solo i punti salienti. Potrebbe uscire un omino* a velario chiuso, a raccontare in breve come va la faccenda:

“Signore e Signori, a questo punto lei tira fuori un pugnale. Lui fa un salto indietro e dice:
Perché pugnalarmi tu vuoi?/ Il tuo vecchio genitor son io ecc. ecc..

Lei rinfodera il pugnale, facendo considerazioni di vario ordine e, finalmente, canta la romanza del secondo atto”.Operadmd

L’omino rientra, si apre il velario e l’orchestra attacca:

CONTRABBASSI – Zum!

I e II VIOLINI, VIOLE, CELLI – Pai pai pai pai…

CONTRABBASSI – Vrum Vrum!

I e II VIOLINI, VIOLE, CELLI – Pai pai pai pai…

CONTRABBASSI – Vrum Vrum!

OTTAVINO (accorato) – Piiiiiiiii….

TEODOLINDA (entrando con le treccie** sciolte)

Ahimè figlia sventurata/ di sì tristo genitor… ecc.

OperadNoi qui lo scriviamo. Ma credete che di quello che cantano in palcoscenico, si capisca una parola? Nemmen per sogno! Tenore, basso, baritono e primadonna, non contenti di essere indecifrabili negli assoli, cantano poi a due, a tre, a quattro, con e senza coro, dandosi l’un l’altro sulla voce. Una vera babilonia! E la menano così per ore ed ore. Nel Tristano e Isotta, i due folli amanti si fermano, come una balia e un soldato, sulla panchina a ragionarsela per tutt’un atto. E lui la dice a lei, e lei la dice a lui… (Beh, la fate o non la fate questa passeggiata?) Sapete qual è la conclusione? Che alla fine dello spettacolo si perde il tranvai***. E l’ultim’atto, quando lei muore, che è il punto più bello, non lo puoi ascoltar bene perché non vuoi restar ultimo nella coda al guardaroba. Una bella scocciatura! […]’

Ecco, sì. Se avete amici e parenti melomani, prima di far loro leggere questo post, considerate bene – non tutti i melomani hanno quel simpatico accessorio, un sense of humour, specie quando si viene a parlare di opera****.

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* Decenni prima di Baricco, non so se mi spiego!

** Sic.

*** Sapete, vero, che per la prima parigina del Don Carlos di Verdi, la direzione dell’Opéra volle drastici tagli perché i Parigini non dovessero perdere gli ultimi treni per la periferia? E invece di levare il ridicolo balletto (dininguardi!) si finì col levare quella meraviglia che è il duetto di Carlo e Filippo nel IV Atto. Eh…

**** Se siete melomani voi stessi, non vogliatemene troppo, va’. Confesso che, a suo tempo, il mio Mentore Operistico impiegò del tempo a perdonarmi questa storia…

Dic 3, 2018 - angurie    2 Comments

Di che colore sono i gatti al buio?

GreycatsMa ditemi un po’, o Lettori: chi di voi conosce il detto “al buio tutti i gatti sono bigi”?

Chiedo perché qualche sera fa C. si è presentata in teatro armata di un paio di calzini blu elettrico che non erano proprio ideali con il suo costume. “Li ho presi in fretta dal cassetto senza accendere la luce,” ha spiegato afflitta. “E mi parevano proprio neri – e invece…”

“E invece al buio tutti i gatti sono bigi,” ho detto io.

Blank eyes.

“Proverbio. Mai sentito? Mai mai?”

E no, C. non l’aveva mai sentito – e nemmeno D., e nemmeno F. Ma d’altra parte si tratta di giovanissimi, e forse è una faccenda generazionale? Volevo iniziare un sondaggio nei camerini  per accertarmene – ma poi altre urgenze sono sopravvenute, e i gatti bigi son passati sotto l’uscio*.

Kamwei Fong

Kamwei Fong

Però nei giorni successivi ho cominciato a chiederlo a diritta e a mancina – e ho scoperto che no, non è una faccenda generazionale. È solo un proverbio meno diffuso di quanto credessi. A casa mia usava e usa – e mioa madre sostiene di ricordarlo vagamente in versione musicale – forse un’operetta. P., dopo averlo gugolato, m’informa che si tratta di un proverbio inglese – il che secondo lei spiega molte cose. Ma non so se ne sono del tutto sicura.

Per dire, il mio fido Allen’s Dictionary of English Phrases non lo riporta affatto. In compenso l’Arthaber – Dizionario Comparato di Proverbi e Modi Proverbiali in Sette Lingue, no less – ne offre prima di tutto una versione al femminile: Al buio tutte le gatte sono bigie. Dopodiché, nella versione latina non ci sono felini di sorta, ma pare che Francia, Spagna**, Inghilterra e Germania, quanto meno, condividano l’idea. Goethe, per dire, ne fa uso nel Faust…

E in Inglese sembrano essercene addirittura più versioni. Il letterale All cats are grey in the dark, e il più poetico When all candles be out, all cats be grey, che compare nel Libro dei Proverbi di John Heywood, datato 1546.

E chissà se nel sedicesimo secolo si parlava di gatte bigie al buio anche sul nostro lato della Manica oppure no… Non dico il concetto – ma questa specifica immagine felina.  Di cui comunque, qui da noi, esistono molteplici versioni: a parte il genere dei gatti, sembra darsi anche una certa varietà di colori: possono essere bigi, grigi, neri, scuri… fluffy-black-cat-ink-drawings-kamwei-fong-18

Ah well, approfondirò. Nel frattempo, o Lettori: di che colore sono i vostri gatti al buio? Il proverbio usa dalle vostre parti? Gatti o gatte? Bigi, grigi o neri?

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* Che, detto così, ha un suo pittoresco genere di nonsense, nevvero?

** De noche todos los gatos son pardos… e niente, mi piace proprio tanto come suona lo Spagnolo. Ha un che di… oh, non so – scolpito, I guess. Pensate invece a come scivola la versione francese, La nuit tous le chats sont gris. Con il Tedesco non cominciamo nemmeno.

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