Lug 16, 2018 - scribblemania    No Comments

La Storia Riluttante

deadlinewrtOggi sono un nonnulla di fretta…

C’è una scadenza che incombe, e mi sono ridotta più all’ultimo minuto del solito. Avevo il bando fin dalla fine di marzo, e il termine scade il 20 – quindi diciamo la verità: è stato più o meno criminale mettermi a scrivere sul serio venerdì e finire la prima stesura dieci minuti fa.

Conosco gente che architetta, imbastisce & tira a lucido ottime storie in una manciatella d’ore con elegante nonchalance – ma non appartengo alla categoria. E sia ben chiaro: non appartengo nemmeno alle solenni coorti di Coloro Che Aspettano La Musa – dininguardi! Di regola, sono in grado di mettere insieme una storia secondo necessità e con una ragionevole quantità di strologamenti – e per di più ho taccuini interi di idee che vogliono essere scritte.

Ma questa volta… no.

procrastination-cloudsQuesta volta ho cominciato mesi fa con l’impressione di avere solo l’imbarazzo della scelta; poi ho deciso per l’ennesima faccenda elisabettiana – e dapprincipio mi sembrava anche promettente. Ci ho lavorato un po’, ho letto, pianificato, iniziato ad abbozzare – e mi sono accorta che, più ci lavoravo, meno mi convinceva. Oh well, mi sono detta, che sarà mai? C’è tutto il tempo… Il che era ancora del tutto vero alla fine di maggio, e non mi sono preoccupata nemmeno un po’.

Solo che dopo maggio è venuto giugno, e dopo giugno è iniziato luglio,  ed è diventato spaventosamente chiaro che non era uno dei casi consueti di procrastinazione tattica: non solo seguitavo a non scrivere – ma, ogni volta che provavo a mettermici sul serio (e succedeva spesso), era come se mi si aprisse un airbag tra le meningi, occupando a vuoto tutto lo spazio generalmente riservato all’elucubrazione di storie.

Frustrante e terrificante in parti uguali.

WritingE intanto i giorni passavano… finché la settimana scorsa, su consiglio di gente più saggia e più produttiva di me (namely Davide Mana, over at Karavansara), ho preso una giornata intera da dedicare al problema. Poi interissima non è stata – ma una certo numero di ore di solitudine, concentrazione, tazze di tè, freewriting e strologamenti per iscritto hanno portato a un’idea tanto bellina quanto praticabile. O meglio: a sviluppi tanto bellini quanto praticabili di un’idea che fino a quel momento era rimasta a poltrire pigramente.

Dopodiché, per qualche insondabile motivo, mi sono sentita a posto con la coscienza, e sono rimasta a contemplare la mia idea bellina&praticabile come se fosse un problema risolto… Finché venerdì mi sono svegliata di botto e ho cominciato a scrivere a singulti e strattoni, tra una visita dal veterinario e un servizio di maschera a Palazzo d’Arco, tra l’arrivo di un’opsite e il falegname da seguire…

E sì, dieci minuti fa ho concluso la prima stesura. È leggermente troppo lunga, e ho una lista di modifiche e necessità varie lunga una pagina, e c’è ancora parecchio da fare prima di venerdì – ma insomma, la prima stesura è presente all’appello, ed è già qualcosa.

Adesso sarà bene che torni al lavoro, però. Vi farò sapere.

Le Armi E L’Uomo

armsmanShawBenché G.B. Shaw sia un altro dei miei numi tutelari, e benché nel corso degli anni abbia letto il suo Le Armi e l’Uomo (Arms and the Man) un’infinità di volte, ho impiegato secoli a rendermi conto che la connessione virgiliana andava più a fondo della citazione nel titolo.

Non tantissimo più a fondo, perché l’interesse di Shaw non risiede, come c’era da aspettarsi, nell’obbedienza al volere del fato e nelle magnifiche sorti e progressive di Roma, ma nel demolire l’idea romantica della guerra – non senza lanciare i consueti strali alla società inglese del suo tempo.

Arms_0592_DCcolour-291x300E tuttavia, state a sentire: figlia di maggiorente fidanzata (con più soddisfazione della madre che del padre) a brillante e bell’eroe di guerra; arriva estraneo fuggiasco e tutt’altro che sentimentale, ben accolto dal padre; estraneo mostra interesse alla fanciulla con disapprovazione della madre; brillante fidanzato rivela tratti assai meno ideali del previsto, ma non è disposto a cedere fanciulla; estraneo si rivela erede (e continuatore) di grandi fortune; estraneo e fanciulla convolano.

Poi naturalmente Shaw arms&manè Shaw. Il tutto è ambientato in Balcani da semi-operetta, durante la fulminea guerra Bulgaro-Serba del 1885, e i personaggi sono molto più inglesi che bulgari. Raina è una Lavinia solo per posizione: romantica, viziata, manipolatrice – maturerà prima del sipario, ma intanto non aspetta certo che altri decidano per lei. Sua madre Caterina è un’Amata senza tragedia, ossessionata dal passare per una signora viennese e dal maritare Raina al bellissimo e affascinante Sergius. Il maggiore Petkoff è un Latino da macchietta, il padre benevolo e non troppo intelligente, del tutto manovrato dalle sue donne, rassegnato a Sergius per amor di pace e vecchia consuetudine, ma pronto a simpatizzare con Bluntschli, l’Enea della situazione, un mercenario svizzero pratico, efficiente e disincantato, l’antitesi del fiammeggiante, deleterio e bel Sergius/Turno.

armsandmandNessuno muore, il duello finale tra i due pretendenti finisce col non farsi, Bluntschli eredita un impero alberghiero, Caterina non si suicida nemmeno un po’ e persino Sergius trova rapidamente un’altra fidanzata (l’ambiziosa servetta Luka), perché questa Arms and the Man, per tagliente e caustica che sia, è una commedia.

Eppure il parallelo è lì, anche se la critica tradizionale sembra ignorarlo allegramente, evidente nella trama, nei personaggi e anche a livello tematico. Se Enea è lo strumento del fato imperscrutabile che cambia le sorti dell’Italia (e del mondo), Bluntschli è l’uomo moderno che rovescia il piccolo mondo balcanico e tradizionale dei Petkoff a colpi di volontà individuale e senso pratico.

E non so – ma adesso mi è venuta voglia di mettere in scena Le Armi e l’Uomo…

Lug 11, 2018 - grillopensante, memories    1 Comment

Apprendistato

GrandmammaandJaneQuando si considera per bene tutto, è chiaro che a fare di me una scrittrice è stata, in primissimo luogo, mia nonna.

Mia nonna che, quando ero piccola piccola, non mi raccontava mai due volte una favola nello stesso modo: aggiungeva e modificava e ambientava nel nostro giardino, e nei boschi di pioppi lungo il fiume – e m’invitava a fare altrettanto.

Mia nonna che, all’epoca in cui cominciavo a voler fare “la commediografa”, alle matinées domenicali al Teatrino D’Arco, mi sussurrava che, un giorno, avrebbero rappresentato i miei lavori su quel palcoscenico.

Mia nonna che si divertiva a immaginare espressioni bizzarre ed errori di stampa messi in pratica alla lettera.

GrandmotherMia nonna che, in vacanza in montagna o al lago, ricamava storie sulle persone che incrociavamo. In albergo o sedute a un tavolino di caffé per l’aperitivo, in fila per la funivia o in platea prima che iniziasse un concerto, si guardava attorno senza parere, individuava un soggetto e poi… Questi qui vicino alla fioriera. Guarda com’è imbronciata la signora: cosa mai avrà combinato il marito? Oppure la famigliola straniera qui davanti: perché sono venuti in vacanza in Italia? O com’è che il signore con il cane bianco è sempre da solo e non scambia mai una parola con nessuno? Ed eravamo capaci di passare ore a immaginare vite, pensieri, piani, gusti, occupazioni e whatnot per gli sconosciuti che ci capitavano attorno – sulla base di una maglietta, di un’espressione, di un accento, di una postura, di un pezzettino di conversazione…

E allora non lo sapevo, naturalmente, ma era tutto esercizio, tutto apprendistato. Era una mentalità che assorbivo – quella di osservare, interpretare e raccontare. La mia meravigliosa nonna amava leggere e amava le storie in questo modo attivo – anche se non scriveva. Probabilmente è un gran peccato che non lo abbia mai fatto, perché aveva la forma mentis giusta, oltre a vaste quantità di grazia e immaginazione e flair narrativo, e un tocco di senso dell’assurdo… Però, non so quanto intenzionalmente, ha dato l’imprinting alla sua unica nipote – del che, come per infinite altre cose, non le sarò mai abbastanza grata. Di sicuro scrivo per merito suo – ma forse, in un certo senso, scrivo anche un po’ per conto suo?

E voi, o Lettori? Che primo apprendistato avete seguito, sulla via della scrittura, della lettura, della musica, di…?

Prima Persona Singolare

firstpMi piacciono le storie narrate in prima persona.

Mi piace condividere lo sguardo del narratore. Mi piacciono le voci narrative individuali che si creano, con i quirks espressivi, le considerazioni personali, gli errori di valutazione e le menzogne. Mi piacciono le sterminate possibilità aperte alla caratterizzazione. Mi piacciono i modi obliqui in cui si mina l’affidabilità del narratore in I persona. Mi piacciono gli sfondamenti della IV parete. Mi piace che, al prezzo della sospensione dell’incredulità, venga l’impressione che il narratore stia raccontando la storia proprio a me.

Dopodiché si dirà che, dal punto di vista dello scrittore, la I presenta inconvenienti come una pericolosa facilità alla divagazione per prati del tutto imprevisti, e il limite di una sola testa su tutta la popolazione del romanzo.

Non saprei. Da un lato non ho serie obiezioni all’occasionale divagazione ben scelta – e non ho mai notato che la III Persona (di qualsiasi colore) trattenesse gli autori dal divagare*. Né, in via generale, mi getta nello sconforto non sapere quel che accade al di fuori della particolare testa in cui mi trovo.

E ammetto che ci sono circostanze in cui è bene per la narrazione che il lettore ne sappia di più di quanto possa sapere il narratore, ma se devo dire la verità, mi piacciono persino gli escamotages che l’autore smaliziato usa per girare attorno al limite.

D’accordo, l’occasionale capitolo o scena narrato in III raramente è più che funzionale, ma ci sono soluzioni più eleganti.

firstBallantraePer esempio incrociare due narrazioni in I, come fa Stevenson in The Master Of Ballantrae – che, l’ho detto ancora, dovrebbe essere testo obbligatorio per lo studio del narratore inaffidabile. È difficile credere al Colonnello Burke, vanitoso, vago e portato a sconcertanti interpretazioni dei fatti cui assiste – eppure la storia che traspare dalle sue illusioni e dai suoi fraintendimenti riesce a minare anche la credibilità di Ephraim McKellar, la cui narrazione si rivela all’improvviso molto più partigiana di quanto si potesse sospettare a prima vista.

Anche Conrad tende ad essere sofisticato in proposito – almeno quando scrive solo, ma facciamo un patto: le collaborazioni con Ford Madox Ford non contano, d’accordo? Altrove troviamo vertiginose prospettive di punti di vista, con gente che racconta storie riferite di terza mano. Il mio caso conradiano preferito è Lord Jim**: Marlow è un narratore in I con una tendenza alla speculazione interpretativa che, per di più, tra il momento in cui ha assistito a parte della vicenda di Jim e quello in cui lo racconta sulla veranda del Malabar Hotel, ha raccolto storie, ricordi e impressioni altrui. Il risultato è una narrazione quasi rapsodica, con un intrecciarsi di I e III sempre legate dall’interpretazione di Marlow – basata sulla sua esperienza diretta. Il tutto è racchiuso tra un inizio in III persona più o meno onnisciente e l’amarognola dichiarazione d’inaffidabilità da parte di Marlow, secondo cui in realtà nessuno ha capito Jim – meno di tutti Jim stesso.  The Elizabethans at play

in Entered From The Sun, George Garret fa qualcosa di ancor più complesso, cucendo insieme una collezione pressoché sterminata di punti di vista fluttuanti all’interno di una narrazione in I da parte di un personaggio che, fin dalla prima pagina, dichiara di non sapere per primo quando mente e quando dice la verità – pur essendo in posizione di sapere parecchio di quel che pensano gli altri personaggi. O almeno così crede. O almeno così dice – e non è come se il lettore avesse la minima ragione di fidarsi di lui. Ammetto che non è la lettura più agevole del creato universo, ma ha un suo notevole, iridescente, faticoso fascino.

firsttomNon del tutto dissimile, ma molto più liscia è la voce narrante che Patricia Finney ha costruito per Firedrake’s Eye. Tom o’Bedlam è scisso tra il folle Tom, che parla con gli angeli, danza con la luna e ha paura solo del suo passato, e The Clever One, che parla di se stesso come “noi”, mendica nelle strade, ricorda i suoi giorni di gentiluomo e attribuisce agli angeli di Tom la facoltà di aprire “finestre nelle anime degli uomini.” Ne esce un narratore in prima persona che sa tutto e non è interamente affidabile su nulla, con l’occasionale burst di poetica visionarietà. Quanto mai attraente ed efficace.

E potrei citare anche un raro caso di I Persona Plurale: La Leggenda Degli Annegati, di Carsten Jensen, in cui la voce narrante appartiene agli uomini di Marstal, gli annegati e i vivi – fino quando la piccola comunità marinara perde le sue navi a vela, le sue tradizioni e il suo senso di appartenenza. E allora, in un passaggio di notevole eleganza e potenza, la voce narrante migra da Noi a una III tra l’onnisciente e il generico, cambiando del tutto l’atmosfera e il tono.

E la morale è, come al solito, che non finisco mai d’incantarmi di fronte alle possibilità di un consapevole e raffinato uso della tecnica. Ma non sono strettamente necessari i fuochi d’artificio: a parità di buona e solida storia, a parità di buona e coerente voce, datemi anche una pura e semplice I che abbracci limiti e possibilità assieme – e ci sono buone probabilità che riusciate a farmi felice.

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* Alzi la mano chi ha letto I Miserabili senza saltare nemmeno una riga…

** You saw it coming. Yes, you did.

Facce

FacesMi è stato fatto notare che il mio romanzo in corso ha un sacco di personaggi, e che la caratterizzazione diventa sempre meno dettagliata e vivida mano a mano che ci si allontana dal centro – ovvero dal protagonista.

“Il che è anche normale,” mi si è detto, “ma c’è una certa quantità di gente, né protagonisti né comparse – e questa gente è un pochino generica.”

E a dire la verità è un dubbio/timore che nutrivo già – ma speravo, in quella maniera vaga in cui si sperano queste cose, che non si notasse troppo. Invece, a quanto pare, si nota, e quindi occorre riparare in qualche modo.  In particolare, mi ritrovo con due compagnie di attori da… ravvivare. Well, due compagnie e mezzo – o una compagnia e mezzo, se volete. O forse piuttosto una compagnia, più una compagnia, più qualche altro di contorno… Ah well, never mind. Le vicende, fusioni e passaggi delle compagnie elisabettiane costituiscono una storia intricata e tutt’altro che certa – ma questa gente è tutta storica. Di qualcuno sappiamo di più, di qualcuno sappiamo di meno o quasi nulla, ma tutti costoro sono esistiti.

VoiceChartNon che questo sia terribilmente importante ai fini pratici – se non per l’occasionale aneddoto che mette in luce un temperamento, oppure per una provenienza regionale che può influire su vocabolario e speech patterns per creare una voce individuale. E proprio da questo ho iniziato, preparandomi una tabella in cui riassumo tipo di voce e idiotismi per ciascuno di costoro. Dopo tutto sono attori, e il modo in cui parlano e usano la voce è rilevante, giusto? Anche solo la differenza tra una stage-voice e la voce normale è un tratto di caratterizzazione.

Nondimeno, la gente non è solo voce, e quindi ho aggiunto alla tabella una colonna per l’aspetto fisico e una per maniere, modo di muoversi e cose del genere. E non dovete pensare che non ci fosse nulla di tutto ciò finora: nel compilare la tabella mi sono consolata nel notare che in realtà alcuni degli attori sono ragionevolmente completi come sono – altri sono abbozzati in maniere promettenti, e qualcuno è curiosamente blando. Ed è in particolare su questi ultimi che sto lavorando.Faces3

E però mi accorgo che anche i più dettagliati sono un po’ vaghi quando veniamo a parlare di aspetto fisico. Non c’è nulla da fare, non sono una persona visiva e non sono fisionomista – il che si traduce in figuracce terribili nella vita quotidiana, e in una banda di attori senza volto nel romanzo. O non proprio senza volto – ma… hanno voci, maniere, predilezioni, movenze, ma non si vedono in faccia.

E così adesso credo che mi metterò al lavoro con Google Images e Pinterest, e metterò insieme una gallerietta di facce per i miei attori – ritratti, teatro, cinema, rievocazioni, whatnot – e vedremo che cosa salta fuori. È un metodo che ho utilizzato ancora, e so che funziona, e quindi perché non mi sia passato per il capino di farlo finora non saprei dire – ma tant’è.

Forse perché GI e Pinterest sono luoghi pericolosissimi, dove si sa quando si entra, ma non quando si esce, né dove si va a finire? Può essere, oh, può essere…

Ah well, se non ricompaio, sapete dove venire a cercarmi.

Lug 4, 2018 - Storia&storie    No Comments

Napoleone e il Parroco

Nap3Qualche anno fa mi capitò l’occasione di consultare e trascrivere dei registri parrocchiali di fine Settecento, in un villaggio qui vicino. Ero a caccia di informazioni dirette sul passaggio delle truppe napoleoniche dalle mie parti tra il 1796 e il 1797 – e, mentre la maggior parte dei parroci tagliò l’angolo all’arrivo dei Francesi, finii col trovar traccia di uno che non l’aveva fatto.

Nap2Don Francesco Doni non solo rimase bravamente nella sua parrocchia, ma annotò quel che accadeva nei suoi registri, tra una nascita, un matrimonio e un funerale: annotazioni, segnate da frettolose manicule,  e scritte in un curioso miscuglio di Latino ecclesiastico e quelli che dovevano essere ricordi degli studi classici di Don Doni*. La scrittura era scolorita e sbavata qua e là – grazie alla qualità dell’inchiostro e al clima men che asciutto delle mie parti – ma ancora ragionevolmente leggibile. NapArcole

E così lessi dell’attesa trepidante, dello stillicidio di notizie sull’avanzata inarrestabile dei Francesi – preceduti da una nomea di saccheggiatori violenti e miscredenti che spinse parroco e parrocchiani a tentar di proteggere il poco argento della piccola parrocchia. Nel villaggio, come altrove, ci si affrettò a redigere nuovi inventari che attribuivano a privati la proprietà di oggetti preziosi e opere d’arte – misura ingenua e destinata a rivelarsi del tutto inutile. Tale era la paura che, quando una ragazza diciassettenne del villaggio morì di malattia, la si seppellì in gran fretta e senza cerimonie… a quel punto i Francesi erano vicini: stavano assediando Mantova, a una decina di chilometri appena.

La grafia e le manicule di Don Doni segnavano un’agitazione crescente, man mano che gli invasori si avvicinavano. Alla fine arrivarono, e alcuni furono alloggiati nel villaggio. Ci scappò anche il morto – un cinquantenne locale che riuscì a litigare con i soldati per motivi sconosciuti, e ne ebbe tre colpi di sciabola (ensis, nell’aulica e precisa descrizione di Don Doni) in faccia, morendo dopo quattordici ore di dolorosa agonia.

NapReddition_de_MantoueMa quel che davverò abbatté il parroco, se dobbiamo fidarci della sua grafia viepiù disordinata e del linguaggio drammatico, fu la caduta di Mantova, nel febbraio del 1797, dopo mesi di battaglie e vani tentativi di rompere l’assedio. Alla fine gli Austriaci si ritirarono e i Francesi, che avevano lasciato il villaggio qualche settimana prima, tornarono e requisirono l’argento. Don Doni allegò al registro il breve inventario e un verbale in Italiano – notevolmente acido sul rifiuto dei Francesi di firmare una ricevuta. Nap1

Una piccola storia, alla fine – e senza la minima traccia della battaglia nel mio villaggio che stavo cercando di documentare… Eppure c’era un che di toccante nella prosa latina di Don Doni, viepiù colorita con l’incalzare degli eventi. Nel trovare in quelle piccole annotazioni la paura del parroco, la sua indignazione, il suo rancore e la sua afflizione. Per quanto ne so, dopo la caduta di Mantova se ne tornò a segnare nei registri nascite, morti e matrimoni e nient’altro. Forse la calata dei Francesi fu il solo momento della sua vita in cui Don Francesco Doni si sentì passare accanto la storia – e le sue annotazioni ne restituiscono un resoconto molto vivido.

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* No, non c’è modo di scriverlo senza che sia lievemente buffo – per cui…

Lug 2, 2018 - libri, libri e libri    No Comments

Letture d’Infanzia

StoriesSe ci badate, è un classico: quante volte un autore ci mostra quel che un personaggio legge da bambino? E sempre le letture d’infanzia sono un segno, nel bene o nel male, di come cresceranno il nostro eroe e la nostra eroina – di quel che vorranno, di quel che perderanno, di quel che faranno da grandi, o non faranno e rimpiangeranno per tutta la vita… Oppure, per contro, di quello a cui sono stati costretti e poi detesteranno.

Per elezione, per prossimità, per proiezione, per rifiuto – non importa come, ma le letture d’infanzia di un personaggio vanno sempre prese sul serio.

Per dire, lo sapevate che da bambino Ebenezer Scrooge leggeva avventure e fiabe? Ebbene sì: il piccolo Scrooge possedeva un’immaginazione e, abbandonato in collegio Natale dopo Natale, si consolava leggendo le Mille e Una Notte e Robinson Crusoe – almeno finché le amarezze della solitudine e poi la scalata al successo nella City non lo cambiano. Eppure le gioie di questa compagnia favolosa sono il primissimo ricordo che lo Spirito dei Natali Passati gli fa rivedere – e con quanta dolceamara nostalgia ci si commuove Scrooge! E queste fantasie perdute riaffiorano per prime, insieme al ricordo dell’adorata sorellina: le poche felicità di un’infanzia maltrattata, ma anche i segni che Ebenezer Scrooge non era nato arido.

StoriesSeaPiù beffardamente profetiche – e, se vogliamo, più crudeli – sono le avventure di mare che Lord Jim legge da ragazzo, quelle che gli fanno scegliere una carriera navale. Conrad sapeva come funziona: lui stesso da ragazzino, nelle pianure polacche e senza aver mai visto una goccia d’acqua salata, aveva deciso che solo il mare lo avrebbe reso felice, sulla base di James Fenimore Cooper. E poi lo ebbe, il mare – e non andò terribilmente bene. A Lord Jim, reclutato per inchiostro allo stesso modo, va molto peggio – pur conservando la stessa idea che lo splendore indefinito delle storie assorbite da bambini sia in realtà un luccichio bugiardo, capace di rovinare per la vita chi non impara a distinguere per bene la realtà.

Anche John Felton, l’erudito duchicida di The Assassin, non viene precisamente tirato su a senso pratico. Alunno del traduttore Arthur Golding, il piccolo John assorbe antichità classica, paradossi e storie – ma la sua predilezione personale oscilla tra libri di viaggi e trattati protestanti sulla responsabilità individuale. Quando ritroviamo Felton nella Torre di Londra, soldato deluso, viaggiatore esausto e condannato a morte per aver pugnalato il rovinoso Buckingham a beneficio dell’Inghilterra tutta, non ce ne stupiamo affatto. StoriesTurbin

Ma non è sempre tutto così profetico. Nel primo capitolo de La Guardia Bianca, per i tre fratelli Turbin la biblioteca della loro bella casa a Kiev è il simbolo di un mondo perduto. I volumi “dal profumo di cioccolata”, la stufa di maiolica olandese, le sere d’inverno passate a leggere romanzi per ragazzi prima, e poi Pushkin e Tolstoj emergono da una lontananza dorata e sicura, a cui Alyosha, Elenka e Nikol’ka si aggrappano dopo la morte della madre. All’età in cui dovrebbero cominciare “la vita raccontata nei romanzi”, i tre si ritrovano orfani, in un mondo sull’orlo della guerra e della rivoluzione. Niente sarà più come prima, niente sarà come Elena e i suoi fratelli avevano immaginato – e l’immagine più vivida di questa perdita fiammeggiante è il timore di vedere i libri bruciati nella stufa…

StoriesfSe poi c’è di mezzo un futuro scrittore, state certi che, oltre a leggere storie, le racconterà. Jo March, per esempio, e David Copperfield (che l’affascinante e malvagio-to-be Steerforth chiama la sua Sheherazade), passano il loro tempo a raccontare storie a sorelle, amici e compagni di collegio: storie che hanno letto, storie che hanno modificato, storie che hanno inventato. Kipling va un passo più avanti: le stesse storie hanno effetti differenti su ragazzi diversi.  Gli inseparabili Starkey, M’Turk e Beetle spaziano insieme dalle Mille e Una Notte ai saggi anti-stratfordiani, dagli edificanti (e detestati) romanzi scolastici all’elisabettiano Knight of the Burning Pestle, fino a Tom o’ Bedlam, pieno di folli avventure immaginate… E questi ragazzi finiranno sparsi per l’Impero, cresciuti in diverse combinazioni di queste premesse per iscritto: un ufficiale temerario e un nonnulla insubordinato, un malinconico e lucido funzionario malato di nostalgia, uno scrittore di curiosità e immaginazione sconfinate.

È possibile che tutti siamo – almeno in parte – frutto delle storie che assorbiamo da piccoli. Di certo è così per i personaggi letterari: per rifiuto, per proiezione, per prossimità, per elezione… non è per caso o per capriccio che il peso delle storie è un ottimo meccanismo narrativo.

E voi che ne dite, o Lettori? Che leggevano da fanciulli i vostri personaggi prediletti?

Fuori I Secondi

secondi.jpgIl primo pensiero, nel ritrovarmi in mano questo libro nel corso delle Grandi Manovre, è stato: chissà se si trova ancora… dopo tutto è uscito nell’ormai remoto 2002, pubblicato da BUR nella collana Scuola Holden.

E in realtà sì, con un minimo di impegno si trova ancora, benché fuori catalogo: Amazon è davvero il pozzo di San Patrizio.

E vi dirò, vale decisamente la pena di un’occhiata, perché Fuori I Secondi, di Giordano Meacci, è analisi narratologica e letteraria al suo meglio: accessibile, competente, spassosa a tratti, persino appassionante – sempre che vi piacciano i meccanismi della narrazione.yanez-U1080709115109MGH-U1080751364257LeD-327x437@LaStampa-NAZIONALE

E poi l’argomento è inconsueto e affascinante: quei personaggi che non sono i protagonisti, ma emergono per una combinazione felice della loro funzione e di una personalità tracciata con cura: da Sancho Panza a Yanez, dal Dottor Watson a Spock, questa gente che se ne sta appena in secondo piano, talmente indispensabile da far parte della definizione del protagonista. Non si nomina l’uno senza l’altro, non si dà l’uno senza l’altro. “So che non esisterebbe Sandokan senza il suo amico portoghese”, dice a un certo punto Kammamuri. Appunto.

Will_Scarlet_(Earth-616)_from_Marvel_Classics_Comics_Vol_1_34_0001Poi, a dire il vero, Meacci ha lasciato fuori un sacco dei miei “secondi” preferiti: avessi scritto io questo libro, avrei usato ad esempio sidekicks molto diversi: l’Alan Breck che ruba la scena al Ragazzo Rapito, il Marlow narratore conradiano, le sorelle di Jo March, Mercuzio, il Marchese di Posa, Will Scarlett e tutta la lunga fila di comprimari, secondi e altra gente del genere che ho sempre una certa tendenza a prediligere. Ma questo è del tutto secondario.

Il punto resta che tutti, una volta o l’altra, ci siamo identificati non tanto nel protagonista, quanto nel suo amico/luogotenente/confidente/fratello giurato/fido servitore, e la cosa non è accaduta per caso – perché gli scrittori sono pessima gente e mostri manipolatori e, abbastanza spesso, sanno quel che fanno. Dopodiché, se siete curiosi di sapere come e perché producano costantemente questa specifica categoria di personaggi, i sidekicks, potete far di peggio che leggere Fuori I Secondi.

E voi, o Lettori? Vi capita di avere un debole per i Secondi? Magari a scapito del protagonista? Chi è il vostro deuteragonista prediletto?

Sulla Saggezza Dello Stampare

printmachineE quindi sto stampando il romanzo per quella che comincio a sperare sia davvero l’ultima revisione… sì, ormai dovrei proprio togliere dalla barra laterale i contaparole delle prime stesure, perché ormai sono obsoleti anzichenò.

Anyway, grazie a quell’archeologia famigliare di cui vi parlavo – e che è ancora abbondantemente in corso – lo sto stampando sul retro di carta di recupero ritrovata. E ci sono stampe del Palcoscenico di Carta, prime stesure di racconti e di plays – ma anche robe di un’altra vita: prove d’esame di economia politica e una stampa mal riuscita del mio primissimo romanzo, tutto risalente ai miei anni pavesi…

printpaperNell’esame presi 25 allo scritto e non mi azzardai a tentare l’orale – e il protagonista del romanzo era, proprio come in quello in corso, un attore teatrale londinese di nome Ned. Persona diversa, secolo diverso, storia diversa – ma in qualche modo sembra appropriato, non credete?

Detto ciò, sto stampando.

Ho un paio di liste di cose da fare, e una lavagnetta di sughero con una specie di mappa del lavoro – e in teoria potrei fare tutto a schermo. Però… Anni fa seguii un corso chiamato How To Revise Your Novel, tenuto da Holly Lisle. Era un ottimo corso. Non che usi ancora tutto quel che avevo imparato – ma in parte sì, da anni e con soddisfazione. E una delle cose su cui Holly era particolarmente insistente era la necessità di lavorare su una copia a stampa.

Ora, che una copia a stampa sia indispensabile per la correzione delle bozze l’avevo già imparato a mie spese. È impossibile correggere le bozze sullo schermo, perché gli errori di stumpa, i pasticci di formattazione e le pulci di varia natura hanno un’abilità diabolica nello sfuggire quando sono su uno schermo: non c’è altro modo di catturarli che incatenarli su una pagina. È così e basta.

La revisione… well, credevo che la revisione fosse un cavallo di colore diverso – e in parte a volte tento ancora di crederlo – ma in realtà non è così. O almeno, lo è in modi che non fanno nessuna differenza dal punto di vista del dilemma schermo/stampa. PrintHow-to-revise-your-novel-61

Una buona vecchia stampa cartacea è di enorme aiuto nel lavoro preliminare, quando si tratta di cominciare a trasferire dalla teoria alla pratica il contenuto di tutte quelle liste e lavagnette di sughero. Un conto è sapere che devo rendere più individuale la voce del personaggio secondario X; un altro è sperimentare in proposito e trovare il modo giusto per farlo. E non so voi, ma se comincio a correggere sullo schermo, io mi perdo. Sistemo le quattro battute di pagina 45, poi X non ricompare più fino a pagina 128 (perché è davvero secondario) e, mentre rotello avanti e indietro, non ricordo più com’era esattamente la battuta che ho cambiato, e in che modo l’ho cambiata, e poi devo tornare indietro e poi avanti a vedere come ho reso l’accento del Devonshire di X – o se qualcuno ha già commentato in proposito – e poi decido che dopo tutto, se a pag. 128 faccio una certa cosa, è meglio che non ne faccia una simile a pagina 45, anche se poi così simile non era, a ben pensarci, e forse potrei tenere quella di pagina 45, oppure spostarla a pagina 128, sempre che lì non vada a cozzare con quel che dice il narratore, e… e… e…

Rendo l’idea?

PrintRevisionsSu una stampa cartacea il problema da risolvere è sempre lo stesso, ma posso fare annotazioni a matita e appiccicare post-it colorati, e tenermi davanti le due pagine  in questione contemporaneamente (senza doverle accostare, restringere o che altro…) e, quando avrò finito con questo particolare problema, potrò fare le mie correzioni e cambiamenti a schermo senza troppo timore di aver lasciato cadere tra le maglie qualcosa di rilevante.

 

E invece magari voi siete gente di preternaturale organizzazione, memoria visiva ed efficienza, e i problemi di tre paragrafi più sopra non vi fanno un baffo, e non avete il minimo bisogno di stampare alcunché… Buon per voi, in questo caso.

Ma se siete anche solo un pochino come me, è il caso di rassegnarvi. Stampare il malloppo e lavorarci sopra alla vecchia maniera è come leggere tutto quanto ad alta voce: una seccatura e, all’occasione, una noia – ma enormemente utile.

E, se posso azzardare qualche consiglio eminentemente pratico: a) ricordatevi che la cartuccia è esaurita quando non stampa più bene, non quando lo dice la stampante*; b) lavorate, a stampa avvenuta, su un tavolo bello grande; c) tenetevi sempre a portata di mano abbondanti quantità di tè.

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* Dite che è ovvio? Io l’ho scoperto soltanto oggi – e dopo che me lo ha fatto notare un gentilissimo signore che vende cartucce.

Giu 25, 2018 - libri, libri e libri    No Comments

Piove Inchiostro

pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopyDavvero non so immaginare che cosa mi abbia suggerito un argomento del genere – ma perché non parliamo di pioggia per iscritto?*

Perché la letteratura, a ben pensarci, è piena di pioggia. Nei libri piove, tira vento, si scatenano temporali, tempeste, nubifragi, fortunali, acquazzoni, scrosci e piovaschi, l’acqua scende a secchiate e infradicia protagonisti, malvagi, paesaggi e tutto quanto…

E se per iscritto piove così tanto, i motivi sono fondamentalmente due: il cattivo tempo offre conflitto, perché sotto l’acquazzone le navi naufragano, le dighe cedono, la gente si smarrisce, cade, si ammala… E poi c’è la fallacia sentimentale – o patetica, o antropomorfica – quella tentazione di far partecipare la natura ai patemi narrativi. Tentazione cui è così difficile resistere – perché onestamente, che c’è di meglio di un bell’acquazzone per sottolineare qualcosa di triste, di epocale, di tragico, di minaccioso o, al contrario, anche di particolarmente gioioso? Una bella pioggia è un accessorio utilissimo e duttile, buono per tutte le stagioni e per tutte le occasioni.

Così quando Snoopy inizia bulwer-lyttonianamente il suo eterno romanzo con “Era una notte buia e tempestosa…” possiamo ragionevolmente aspettarci che il suo protagonista, chiunque egli o ella sia, è nei guai o sta per mettercisi… E se, detto così, vi sembra poco piovoso, considerate che la notte buia & tempestosa originale, quella del Paul Clifford, prosegue con la pioggia che cadeva a torrenti… pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopy

Per dire, avete mai badato al modo in cui piove sempre in Cime Tempestose? Piove e tira vento – il che non è sorprendente in un romanzo che porta un titolo del genere. Emily aveva una passione per il tempaccio, lo si nota anche nelle sue poesie. E la sua pioggia non è mai casuale: Heathcliff arriva con il vento e la pioggia, se ne va con il vento e la pioggia e muore con il vento e la pioggia… Ecco, Emily non era sempre sottile, però aveva il senso delle atmosfere.

Come, d’altronde, sua sorella Charlotte. Quando un temporale improvviso – con relativo scroscio di pioggia – interrompe un momento di tenerezza tra Jane Eyre e Mr. Rochester, costringendoli a correre al riparo e bagnandoli come pulcini, non siamo tentati nemmeno per un momento di pensare che sia una di quelle pioggerelle liete e promettenti…

pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopyPer non parlare di Dickens, re della fallacia sentimentale. Per tutto il canone dickensiano, il tempo è sempre perfettamente intonato al momento drammatico. Piove a catinelle la notte in cui Magwitch ricompare a Londra, pronto a infrangere involontariamente le Grandi Speranze di Pip. E piove che Iddio la manda la notte in cui Bill Sykes trascina Oliver Twist a commettere il suo furto con scasso. E piove sempre in Casa Desolata – specie attorno a Lady Dedlock e al povero John Jarndyce. E piove spesso anche in David Copperfield: così, off the top of my head, mi vengono in mente le frequenti precipitazioni quando David è infelicissimo a scuola, e il fortunale che uccide Steerforth e il buon Ham…

Una variazione è Marianne Dashwood di Ragione & Sentimento, che dopo avere scoperto la mascalzonaggine di Willoughby (incidentalmente, incontrato durante un temporale…), si dà alle camminate all’aperto  – o ci si darebbe se, in tono con il suo umor cupo, non si mettesse a piovere forte. E Jane Austen essendo Jane Austen, veniamo informati che piove davvero troppo forte persino per la romanticamente scriteriata Marianne. Il che poi non le impedirà di camminare nell’erba bagnata e ammalarsi, ma questa è un’altra faccenda.

Anche in Stevenson piove piuttosto spesso, anche se la faccenda si giustifica col clima scozzese e tende ad avere anche funzioni abbondantemente pratiche. Piove a catinelle la prima notte che David passa a Shaws – consentendo allo zio di giocare sporco, e piove sempre – ma plausibilmente – sull’isoletta su, su al nord in cui David è tenuto prigioniero, e piove quando, dopo la disastrosa partita a carte con Cluny McPherson, David e Alan litigano più seriamente di quanto abbiano mai fatto e poi proprio la pioggia li spinge a far pace…

E se pensate che sia una faccenda confinata all’Ottocento e/o alla prosa, ebbene non è affatto così. In poesia c’è per esempio la pioggia incessante su Brest che, secondo Prevert, non promette bene per l’amore della povera, umida Barbara. E prima di quello, l’esplicitazione del legame tra pioggia e malinconia che Verlaine spiattella con Il pleut dans mon coeur. E vogliamo parlare della desolata pioggia dantesca, quella che bagna le ossa del povero e disseppellito Manfredi nel verso più triste di tutta la poesia di tutti i tempi? E in fatto di prosa, nel Novecento la narrativa di genere ha ereditato la pioggia. In abbondanza e in ogni genere di funzione decorativa, simbolica e/o pratica.  Non sempre poi l’eredità è usata bene – ma a volte sì – specialmente quando il maltempo prende il centro della scena. Se la pioggia continua di Twilight vorrebbe essere d’atmosfera e invece è di una platitudine sconsolante, la faccenda è ben diversa con l’acquazzone che lava il veliero diretto in Australia nel primo volume della Trilogia del Mare di Golding, e ancora di più con l’angosciante The Long Rain, di Ray Bradbury, ambientato su Venere, dove piove sempre – ma proprio sempre. E tanto da far perdere la trebisonda…

E non è l’unico caso in cui la pioggia è del tutto centrale alla trama. pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopy

Penso a Tifone, in cui, con una combinazione di finezza psicologica e grandiosità descrittiva, Conrad mette in scena una lotta epica – e iniziatica – tra l’uomo e le intemperanze del meteo.

Penso a I Tamburi della pioggia di Ismail Kadare, dove la pioggia non si vede, ma ossessiona tutti, temuta e attesa. Attesa dagli Albanesi assediati a Kruja e privati dell’acqua, e temuta dall’assediante ottomano Tursun Pasha, perché l’arrivo delle piogge autunnali segnerà la fine dell’assedio – per questa volta.

E penso, a tutt’altro livello, a La grande pioggia, di Louis Bromfield**, in cui un triangolone… er, quadrangolone – o anche pentangolone, a ben pensarci – amoroso galleggia sulle piogge monsoniche in qualche parte dell’India. Per la cronaca, al diluvio si aggiungono un terremoto e un’epidemia, just because, e comunque da questo simbolico lavacro si suppone che emerga una nuova India.pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopy

Oh sì, perché quando non sta a significare afflizione, tormento, minaccia, infelicità o punizione (come la pioggia “etterna, maladetta, fredda e greve” che tortura i golosi nell’Inferno dantesco), la pioggia assume connotazioni battesimali e purificatrici – a partire dal diluvio universale nella Bibbia, fino alla pioggia francescana che porta in ogni goccia anime di fonti chiare di Federico Garcia Lorca e, molto significativamente, la pioggia manzoniana che lava via la peste (e non solo) verso la fine dei Promessi Sposi.

Una pioggia lieta, finalmente. Come la dannunziana Pioggia nel pineto – fresca, ticchettante, viva…

Qualcosa da ricordare per risollevarsi l’animo in questa giornata bigia e freddina – che dovrebbe essere estiva e invece no.

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* Yes, well – invece lo so benissimo, visto che me l’ha suggerito M.

** In Italia forse è più noto il film che ne fu tratto, Le piogge di Ranchipur.

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