Mag 14, 2018 - elizabethana, teatro    No Comments

Mettendo in Scena Marlowe – Atto III

Kit or soVi avevo detto che di plays su Marlowe ce ne sono tanti? Be’, era proprio vero. D’altra parte va detto che è un personaggio perfetto: poeta, tragediografo, ateo, spia, irrequieto sotto tutti gli aspetti con un talento per mettersi nei guai… Quindi non c’è da sorprendersi poi troppo se questa faccenda sta diventando una storia in molti atti.

Soprattutto se consideriamo come ai plays che hanno Kit per protagonista, vadano aggiunti quelli in cui il nostro giovanotto ricopre un ruolo più o meno secondario, di solito a lato di Shakespeare.

321C’è persino un’opera lirica in proposito: William, musicata dallo svedese Tommy B. Andersson su libretto del parimente svedese Hakan Lindquist nel una dozzina d’anni orsono… Ora, il libretto non l’ho letto, ma da sinossi e interviste mi par di capire che la storia consista nel piazzare uno Shakespeare innamorato in tutti gli snodi della vita di Marlowe. I due si avvicinano gradualmente, il più cinico e fiammeggiante Marlowe comincia a ricambiare, i due cominciano a meditare di unione delle anime, dei corpi e delle penne – ma, prima che ciò possa accadere in pieno, arrivano Deptford e la coltellata fatale.Channel190

Un rapporto diametralmente opposto – ma a suo modo non meno stretto – si trova in The English Channel, di Robert Brustein, il cui Will Shakespeare non ha una personalità terribilmente definita. È una sorta di spugna che assorbe (e annota) tutto quello che sente. È una manciata di cera morbida, pronta a modellarsi su qualsiasi forma  lo colpisca. È un ladro, dice Kit Marlowe. Un ladro di parole, di espressioni, di sentimenti – e occasionalmente di versi. E lo dice con qualche acidità – ma d’altra parte questo Kit non potrebbe mai essere così neutro e flessibile: un radicale fiammeggiante, è sempre lui a parlare in tutti i suoi personaggi. Marlowe foggia l’umanità a sua immagine e somiglianza, mentre Shakespeare foggia sé stesso in forma di varia e molteplice umanità. E quando Marlowe muore, il suo fantasma inappagato chiede a Will di essere la sua voce, il canale attraverso cui prendono vita le idee che la pugnalata fatale a Deptford ha, so to say, soffocato in culla. E Shakespeare accetta, e tutto diventa una faccenda di rapporto tra artista, ispirazione/i e opere…

Sil2Simili e diverse al tempo stesso sono le cose in Shakespeare in Love – e non sto parlando del film, ma della versione teatrale, in cui il ruolo di Kit è più ampio e più fondamentale. Qui Kit è l’amico e il confidente di Will, il cyrano ironico che gli suggerisce parte del sonetto 18 sotto il balcone di Viola, è il punto fermo la cui perdita fa maturare il ragazzo – e alla fine è il fantasma che rimette tutto in prospettiva. E la prospettiva, a differenza del film, non è quella della storia d’amore, ma quella del teatro. Diverso è il rapporto tra i due poeti, ma simile è la funzione di Kit: chiave di volta, ispiratore (più o meno diretto), pietra di paragone, passatore di testimone…

Insomma, può darsi che io sia di parte – ma si direbbe che non sia la sola: anche quando non è protagonista, Marlowe non rimane precisamente nell’angolo, vi pare? Alla fin fine è sempre la morte di Kit a fare di Will l’autore che è: senza Kit non ci sarebbe William Shakespeare – nel bene e/o nel male.

Mag 11, 2018 - libri, libri e libri, posti    No Comments

Sandra Manzella: Gerusalemme – Viaggio al Centro del Mondo

IMG-20180510-WA0008Se mai c’è stato e c’è un luogo che è crocevia simbolico in tutti i modi possibili, questo è Gerusalemme.

Storia, fedi, guerra e pace, paure e speranze, popoli diversi – stanziali o di passaggio – lingue, idee, imperi… Tutto sembra incrociarsi a Gerusalemme, in un fermento che continua da millenni e non accenna a placarsi. Ed è inevitabile, nella natura delle cose, dell’umanità e delle storie, che una città così prismatica si racconti in un numero infinito di modi: non lo so per certo, ma sospetto che, a raccoglierli tutti insieme, i libri su Gerusalemme riempirebbero una seria biblioteca. Questo perché possiede una storia lunghissima e complessa, perché le discordie bevono più inchiostro della pace – ma anche perché ogni viaggiatore che giunge a Gerusalemme poi ne porta in qualche modo il segno.

È quel che è successo anche a Sandra Manzella – insegnante, divulgatrice, e appassionata di archeologia biblica: Gerusalemme l’ha catturata la prima volta che ci ha messo piede, e non l’ha più lasciata andare completamente. Così lei ha risposto al richiamo ed è tornata, ancora e ancora, per conoscere la città – ma non da turista né, tutto sommato, da pellegrina.

Ed è proprio questo accostarsi che Sandra racconta nel suo libro Gerusalemme – Viaggio al Centro del Mondo: un accostarsi lento, accurato, curioso e rispettoso. Un’esplorazione della città nelle sue dimensioni talvolta inattese ma imprescindibili (sapevate che esistono una Gerusalemme sotterranea e una aerea?), nei suoi tempi e nelle sue sonorità uniche, nelle sue tensioni, nei suoi sommovimenti…

IMG-20180510-WA0011Parte quaderno di viaggio, parte riflessione personale, parte osservazione acuta di una fetta di storia e di umanità, questo Gerusalemme è soprattutto il diario di un modo di viaggiare lento, individuale e profondo, che nulla ha di turistico – ad occhi, mente e cuore bene aperti.

Sandra presenterà il suo libro domani alle 16, nella Sala Pozzo del Museo Diocesano di Mantova. Ci sarà un prezioso e inconsueto momento musicale di sapore gerosolimitano, a cura del coro da camera Il Bell’Umore, ci sarà un altro viaggiatore d’eccezione come lo storico dell’arte Monsignor Roberto Brunelli – e ci sarò anch’io.

Unitevi a noi: viaggeremo insieme al centro del mondo.

Oh – e il libro si trova qui.

Mag 9, 2018 - angurie, grillopensante    No Comments

Spaventi, Paure, Brividi & Terrori

scary-reading-illo-450x313Mi è capitato di discutere di paure visive e paure per iscritto, e A. considerava che spaventarsi davvero leggendo è qualcosa di raro e abbastanza singolare – a differenza dello spaventarsi davanti a un film.

E io ho dovuto dissentire.

Non ho difficoltà ad ammettere che è inverecondamente facile levarmi il sonno, ma farmi paura per iscritto è forse persino più facile che farlo per immagini.

Il dizionario Treccani definisce la paura come

Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso,

e immagino che noi oggi si ricada in un caso particolare di pericolo immaginario… Voglio dire, da bambina credevo davvero che una guerra nucleare potesse scoppiare da un giorno all’altro*, mentre adesso ho una visione un pochino più sana della possibilità, ma non per questo ho smesso di evitare come la peste le storie post-apocalittiche. Quindi si direbbe che il pericolo immaginario vada definito in modo piuttosto lato: non è solo questione di credere a un pericolo che di fatto non esiste (o almeno non troppo), ma anche di perdere il sonno su un pericolo puramente ipotetico.

ghoststoriesD’altra parte, per dire, non credo assolutamente ai fantasmi e le storie di fantasmi mi piacciono molto – ma guai a leggerle dopo il tramonto. E sottolineo leggerle. E qui siete anche autorizzati a sghignazzare alle mie spalle, se vi va, ma siamo arrivati al punto in questione.

Prendiamo un film come The Others, storia di fantasmi se mai ce ne fu una e your mileage may vary, ma personalmente la trovo anche piuttosto angosciante. Sì, sì, lo so: sono una mozzarella. E tuttavia non ho perso notti di sonno per The Others, mentre una storia relativamente innocua come Oh, whistle and I will come to you, my lad di M.R. James, letta di notte, mi costrinse anni orsono a varie notti insonni e con la luce accesa. In età adulta. E anche The Others l’ho visto dopo il tramonto, ma in qualche modo – in qualche modo, su di me la suggestione della parola scritta è più forte di quella delle immagini.**No ILL

O quanto meno, non è meno forte. Credo di avere già parlato della mia seria fobia nei confronti dei R-, le orribili bestie con otto zampe, di cui davvero non so indurmi a scrivere il nome per intero – salvo forse in Inglese… Per qualche motivo spider, senza quell’orribilmente suggestivo gruppo -gn, suona abbastanza asettico perché possa indurmici. Ma persino leggere la parola per intero è abbastanza al di sopra delle mie possibilità, e tendo a saltare pagine e capitoli interi nei romanzi in cui compaiano bestie a otto zampe, e a quattordici anni, per attraversare l’infestatissimo Bosco Atro, dovetti ricorrere all’aiuto di qualcuno*** che mi leggesse il capitolo in questione ad alta voce, e tuttora non posso toccare la parola r-, stampata o scritta, più di quanto possa toccare una fotografia. Persino sentirne parlare mi mette molto a disagio.

E se da tutto ciò vi siete fatti l’idea che soffra di una forma ridicolmente accentuata di fobia, non so darvi torto, ma il punto è e resta che la parola ha su di me lo stesso potere dell’immagine – quando non addirittura di più.

NightmaresImmagino che sia perché, rispetto all’immagine, la parola scritta lascia più spazi bui da riempire – con il mio personale genere di paure? In fondo l’immagine è quello che è, e tende a mostrare più di quanto suggerisca… È quel che non so (e di conseguenza sono libera d’immaginare nel peggiore dei modi) che mi spaventa.

E per di più, mentre sono perfettamente capace di venirmene via da un film che mi dà la pelle d’oca, quando si tratta di libri non ho altrettanto buon senso, e continuo a leggere pur sapendo che poi avrò gli incubi…

Per cui sì, è più facile che mi spaventi con un libro che con un film, e negli anni ho imparato: niente apocalissi e postapocalissi, thank you very much, e meno distopie che sia possibile; niente horror, niente che contenga r- e fantasmi solo prima del tramonto. Poi ci sono sempre gli incidenti, le deviazioni inaspettate e la gente sadica, ma nel complesso la strategia difensiva funziona.

E voi? Ve ne siete mai rimasti insonni a occhi spalancati nel buio, chiedendovi perché diavolo avete dovuto leggere proprio quel libro? O, senza arrivare a questo – e più interessante – vi spaventate per iscritto, o no?

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* E scoprire a dieci anni che è molto più facile farsi prendere sul serio se si dichiarano paure un nonnulla più generiche…

** Del perché invece scrivere di fantasmi dopo il tramonto non mi faccia nessun effetto particolare, magari parleremo un’altra volta.

*** La mia meravigliosa nonna, per la cronaca – che, vedendomi abbandonare di colpo un libro che avevo divorato con inverecondo entusiasmo, e scoprendone il motivo, mi propose: “E se te lo leggessi io, finché non siamo fuori dal bosco?” E così fece – censurando tutto quel che non andava bene e conducendomi in salvo fuori da Bosco Atro. La mia eroina.

Mag 7, 2018 - elizabethana, teatro    No Comments

Mettendo in Scena Marlowe (Atto II)

Kit Marlowe come personaggio teatrale, dicevamo… E infatti, rieccoci qui, con un’altra manciatina di plays – con i cui autori, in un modo o nell’altro, ho avuto occasione di corrispondere.

CassidyMarloweCominciamo con The Reckoning of Kit and Little Boots, di Nat Cassidy – con un titolo talmente poco maneggevole che persino l’autore ne parla sempre come TRoKaLB, e traducibile come La Resa dei Conti di Kit e Stivalino. Stivalino è Caligola, il cui spirito compare a Kit subito dopo la coltellata fatale, per guidarlo (o forse no) mentre ripercorre la sua vita così bruscamente interrotta.

Perché Caligola? Perché il Kit di Cassidy, prima di morire, meditava di scrivere su di lui. E onestamente, Caligola sarebbe stato proprio il tipo di personaggio che poteva interessare a Marlowe, così che l’idea di partenza è tanto brillante quanto plausibile, e lo diventa sempre più, mano a mano che Caligola in persona mette in luce tutti i punti di contatto (veri o immaginari o inclinati a 45° e tinti di violetto) tra la sua storia e quella del suo mancato autore. E ci sono questioni di identità, di arte, di umanità, di potere – il tutto servito con abbondanza di humour nero e dialoghi efficaci in un Inglese estremamente contemporaneo con l’occasionale sfumatura period.

LillieMarloweIl Marlowe di Edward Lillie è una faccenda più tranquilla. Meno originale, certo, con un linguaggio storicamente più neutro e un’enfasi molto diversa: non soltanto la vita e il punto di vista di Kit, ma le reazioni altrui. Questo Kit è brillante, spaventato e irriducibilmente deciso ad arrivare fino in fondo a… qualsiasi cosa stia capitando. Ci sono cospirazioni e trame in corso, e un uomo prudente accetterebbe il consiglio degli amici solleciti e preoccupati. Ma Kit non sa che cosa voglia dire prudenza, e gli par di non essere Kit Marlowe se non riesce ad essere il peggior mal di testa possibile per gente che ha ogni mezzo, modo e interesse per eliminarlo – e, di conseguenza, una continua fonte d’ansia per i suoi amici. Sarebbe insopportabile, se non fosse per una certa disperata onestà di fondo, una fedeltà a se stesso che lo rende attraente.  HamitMarlowe

Cavallo di tutt’altro, tutt’altrissimo colore è il Christopher Marlowe di Francis Hamit, bizzarro dramma in un Inglese pseudo-elisabettiano legnosetto anzichenò, con un protagonista eponimo francamente odioso. E badate, che il fatto che chi semina vento raccolga tempesta tende ad essere un caposaldo della maggior parte della narrativa e del teatro incentrati su Kit: genio e sregolatezza, coraggio intellettuale e imprudenza suicida compaiono più spesso che no, e anche in TRoKaLB e in Marlowe, for that matter. Ma là dove chiaramente Cassidy e Lillie simpatizzano con Kit, Hamit lo detesta di cuore. Che il suo Marlowe sia un poeta è una specie di sentito dire – decisamente un aspetto marginale rispetto alla spia senza morale né sentimenti né profondità di sorta. D’altra parte, Hamit era interessato esclusivamente all’aspetto del lavoro d’intelligence, e considerava Kit uno psicopatico sadico e morboso… Parole sue.

Insomma, la costante mi sembra una: quale che sia il taglio, quale che sia il colore linguistico, quale che sia la posizione dell’autore rispetto al protagonista, Kit è sempre ritratto a grandezza più che naturale. Una creatura di eccessi – nel bene e nel male – con cui è sempre complicato avere a che fare, e che si rovina da sé. Genio, poesia e umanità sembrano essere, all’occasione, opzionali.

 

Mag 4, 2018 - cinema, teorie    4 Comments

Duelli, Capricci e Bisticci

Rupert6Questa è una storia così.

Credo di avervi detto una volta o due quanto mi piace Rupert of Hentzau, il fascinoso malvagio del Prigionero di Zanda, giusto? Ebbene, di recente mi è capitato di parlare di vecchie versioni cinematografiche del Prigioniero – e si constatava come, tra i vari Rupert, quello di Douglas Fairbanks Jr sia il più perfetto e fedele allo spirito del libro, mentre quello di James Mason… er.

E chiariamo subito che a me James Mason piace molto, però non posso fare a meno di domandarmi a chi, nel 1952, sia parsa una buona idea affidargli la parte di Rupert. Voglio dire – Rupert, che nel capitolo dodicesimo del Prigioniero di Zenda entra in scena così:

Il giovane Rupert, che aveva l’aria di un rompicollo e non poteva avere più di ventidue o ventitre anni, prese l’iniziativa e ci riferì un discorsetto elegante, col quale il mio devoto suddito e affezionato fratello Michael von Strelsau mi pregava di perdonarlo se non mi presentava di persona i suoi omaggi, né metteva a mia disposizione il suo castello – due apparenti mancanze di riguardo da imputarsi al fatto che mio fratello e alcuni dei suoi domestici erano afflitti dalla scarlattina. O così disse il giovane Rupert, con un sorriso insolente e un moto arrogante della testa ricciuta… Era bello, il mascalzone – e, stando ai pettegolezzi, aveva già turbato i cuori di parecchie signore. RupertJM2

Ecco, torno a chiederlo: a chi sarà parso bello affidare questa parte a un Mason quarantaquattrenne e fargliela interpretare con la cupa seriosità di uno junker prussiano di fronte al Rudolph Rassendyll di Stewart Granger? E sì, Rupert è pericoloso, completamente inaffidabile e matto da legare – ma sorridente e beffardo e pieno di fascino. E giovanissimo…

scaramouche-death1xE allora mi è tornata in mente un’altra storia, che non ricordo più dove ho letto. Avete presente Scaramouche, parimenti del 1952 e di nuovo con Stewart Granger, evidentemente specializzato in film in costume e duelli all’arma bianca? Ebbene l’antagonista, il malvagio marchese Noël de Maynes, è Mel Ferrer, che forse non era uno spadaccino provetto ma, possedendo una formazione da ballerino classico, si muoveva con molta eleganza. Tanto che Granger ne fu infastidito, puntò i piedi e, a quanto pare, insisté per ridimensionare il ruolo di Ferrer nel film. Addirittura, il duello si sarebbe dovuto concludere con un’agnizione e la morte del marchese (più o meno come nel romanzo, anche se con un paio di notevoli differenze), ma dietro pressioni di Granger la scena fu tagliata e Noël de Maynes lasciato vivere nella più anticlimatica e inspiegata delle maniere… Potrebbe sembrare un pettegolezzo hollywoodiano – ma c’è la foto qui sopra a sinistra, chiaramente la scena tagliata – a renderla plausibile.

E allora mi domando… E badate, proprio non lo so – ma non posso fare a meno di domandarmi: data questa avversione di Granger a essere upstaged, supponendo che avesse davvero il peso e il potere per ottenere questo genere di modifiche, e considerando che nel romanzo e nelle versioni precedenti Rupert ha questa irritante tendenza ad essere più interessante del protagonista, non può essere che il Rupert di Mason abbia subito una sorte simile a Prisoner of Zenda-James Mason and Stewart Grangerquella del de Maynes di Ferrer? Che Stewart Granger abbia fatto i capricci e ottenuto una potatura del suo fastidioso antagonista? Ed è pur vero che James Mason era un attore molto, molto, molto migliore di Granger – ma è così fuori parte e così plumbeo nei panni di Rupert, che il rischio che potesse fare ombra al protagonista era bassino. All else apart, guardate la foto qui a destra, presa sul set, con il maestro di scherma Jean Heremans che spiega la coreografia ai suoi Rudolf&Rupert… se teniamo in conto l’ovvio “sorridete per la foto”, James Mason vi sembra straordinariamente felice?

Ah well – lo ripeto di nuovo: è solo un’ipotesi e davvero non lo so – ma pare che non sia del tutto implausibile, e Stewart Granger non ne esce affatto bene. Ad ogni modo, se volete Scaramouche, guardate la versione muta del 1924 con Ramon Novarro e Lewis Stone*, e se volete Il Prigioniero di Zenda, c’è la versione del 1937 con Ronald Colman (che riesce quasi a rendere simpatico l’insopportabilmente perfetto eroe Rudolf Rassendyll) e Douglas Fairbanks Jr. E naturalmente ci sono Sabatini e Hope…

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* E, abbastanza curiosamente, Novarro e Stone erano stati i protagonisti in una delle svariate versioni cinemute del PoZ – solo a ruoli invertiti, after a fashion. Novarro, eroe in Scaramouche, era il malvagio Rupert, e il perfido marchese Stone era invece il Rudolf senza macchia e senza paura. Inultile dirlo, anche la versione muta è mooooolto migliore di quella del 1952 – ma, a parte questo, c’è una serie di bizzarre linee parallele nella storia cinematografica di queste due storie.

 

Mag 2, 2018 - angurie    2 Comments

Piccola Archeologia Domestica

StudyMessDunque, ecco – sì.

Allora, il fatto è che, con quello che definisco da sola un notevole coraggio, ho iniziato da lunedì qualcosa che rimandavo da anni: un serio riordino del mio studio.

“E che coraggio ci vorrà mai, benedetta donna?” vi chiederete voi.

Che devo dire? Il mio studio è una stanza 5×5 con due pareti e mezzo di libreria fino al soffitto, stracolma di libri, carte di ogni genere, CD, elefanti, teatrini, lanterne e whatnot. Poi credo che ci siano alcuni altri mobili, ma sono sepolti sotto cumuli stratificati di libri, carte di ogni genere e whatnot – come pure parte del pavimento.

studypilePittoresca confusione, se volete – e c’è gente come T. (anni dodici e mezzo) a cui l’antro piace così com’è… E in realtà non dispiace del tutto nemmeno a me, e va detto che, otto volte su dieci, so dove trovare quel che cerco. Le altre due volte, tuttavia, sono ricerche di mesi. E comunque non posso negare che sia giunto (e passato) il momento in cui “pittoresca confusione” diventa un eufemismo per “caos inqualificabile”.  Un tantin tanto persino per me.

Per non parlare dei sospiri, degli occhi al cielo, delle labbra mordicchiate e degli sguardi tra l’inorridito e il rassegnato di famiglia e gente preposta a levar la polvere.

E così, siccome è primavera, siccome ho di recente acquisito un enorme armadio vuoto (in un’altra stanza – but still) e siccome bisogna cogliere i momenti d’innocua follia quando capitano, lunedì ho dato inizio alle danze. Study

Già i primi scavi lasciano supporre la presenza di una scrivania del XX secolo – go figure! – e quindi non posso negare che ci siano soddisfazioni. E le cose che saltano fuori! Dalla scaletta per il discorso introduttivo alla discussione della tesi a un telecomando del Pleistocene, dai biglietti del mio primo Phantom of the Opera a degli appunti di mio padre… e aspettate che arriviamo ai settori occupati dalle cose dei miei nonni, prozii e bisnonni!

Ma sapete qual è il guaio peggiore? Che c’è davvero poco che sono disposta a gettare via. Sono scampoli della mia vitae di generazioni della mia famiglia, non voglio che finiscano nella carta straccia. Non promette benissimissimo, vero? Comincia a non sembrare del tutto improbabile che finisca con scatole piene di carte, dove prima c’erano carte sparse… some progress!

Ah well, forse, se non altro, sarà un nonnulla meno imbarazzante far entrare le persone nel mio studio – e nel frattempo avrò rivisto e ritrovato chissà che cosa.  Per ora è tutto molto apocalittico. Persino Tess, la Meraviglia Rigata, è molto perplessa. Si aggira per quel che resta del tappeto, tra cassetti svuotati e svuotandi, pile di libri, carte e whatnot, e ha l’aria di domandarsi se il mondo come lo conosciamo stia per finire…

Ma non temere, o Gatta: ci aspettano giorni, settimane e mesi* di duro lavoro, polvere e caos al quadrato – ma c’è luce in fondo al tunnel. La luce di uno studio moderatamente ordinato.

O Lettori, auguratemi gioia. Vi terrò informati.

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* Yes, well. Ho tutta l’intenzione di fare con calma.

Mettendo In Scena Marlowe – Atto I

KitMDa un lato, era un po’ che non si parlava di Marlowe qui attorno, e lo Spirito di Kit ha cominciato a darmi il tormento; dall’altro, mi è capitato di citare David Grimm su Scribblings, e allora mi son detta… perché non fare una rassegnina di drammi che hanno Kit per protagonista – o giù di lì?

Ed eccoci qui – e cominciamo col dire che, mentre i romanzi su Kit Marlowe si sono moltiplicati attorno al 1993, quarto centenario della sua morte, i drammi ispirati alla sua vita sembrano venire con torrentizia, ininterrotta irregolarità – hence il post in più parti. Da qualche tempo raccolgo e leggo tutti quelli su cui riesco a mettere le mani – il che non è sempre facile, e ha portato persino a un certo numero di contatti con gli autori, gente che varia dal disponibilissimo al leggermente paranoico…

Ma la cosa interessante è la varietà di trattamenti che Kit e la sua vicenda incontrano in mano ad autori diversi. E’ sempre istruttivo vedere come la stessa storia possa assumere colori diversissimi… Prendiamo tre esempi usciti nel corso di una decina d’anni.

School%20of%20Night%20Photo%201.jpgThe School of Night, di Peter Whelan (classe 1931) è uscito nel 1992: due atti in prosa che mescolano sogni premonitori, commedia dell’arte e intrighi politici in una magione di campagna. Il favore della Regina, spie in abbondanza, Walter Ralegh in disgrazia, una moglie gelosa, uno Shakespeare in incognito, accuse di ateismo, assassini prezzolati… Ricordo di avere letto una recensione secondo cui questo dramma non ha le idee chiare – parte teatro e parte dissertazione accademica. Si trattava, detto per inciso, di una recensione americana: le recensioni britanniche ne apprezzano lo spirito brillante, lo humour cinico e la caratterizzazione. Tendo a concordare con i recensori inglesi, con l’eccezione delle caratterizzazioni: Marlowe, spavaldo, diffidente e visionario, è disegnato con cura, ma gli altri personaggi diventano sempre più piatti e generici mano a mano che ci si allontana dal protagonista. Un’altro aspetto bizzarro sono le indicazioni di scena che suggeriscono pensieri, implicazioni e subtesto… È qualcosa che non si dovrebbe mai fare, ma si vede che Whelan può – e va detto che il risultato si legge quasi come un racconto. kitmarloweGrimm.jpg

Kit Marlowe, di David Grimm, è stato prodotto per la prima volta nel 2000, ed è tutta un’altra faccenda. È un drammone affascinate ed eccessivo in tutto: linguaggio, effetti, complicatissime note di scena, quantità di personaggi, omicidi in scena, oscenità, sangue a secchiate, scene madri, voli pindarici… E’ tutto gonfio e truce e rutilante, Marlowe va attorno in una frenesia di estremi – vitale e suicida, fiammeggiante e spaventato, assetato di conoscenza e ossessivo: un Tamerlano pieno di nevrosi. Sarebbe una lettura irritante, se non fosse tutto così marloviano e vivido! Non si può fare a meno di pensare che un nonnulla di misura, qualche taglio qua e là, qualche fioritura metaforica in meno e un uso più sottile dei simboli gioverebbero al risultato complessivo, ma a dire il vero, quale tragedia elisabettiana – e soprattutto quale tragedia di Marlowe era misurata, sobria e sottile? Grimm può avere peccato di zelo, ma di sicuro ha colto un certo spirito, abbastanza che persino il melodrammatico finale suoni, in qualche modo, quasi credibile.

938.jpgA Charles Marowitz, con Murdering Marlowe, del 2005, non è andata altrettanto bene. Probabilmente paga la scelta di riprodurre il verso sciolto di Marlowe – ciò che finisce col dare ai dialoghi più artificiosità che cadenza. Inoltre, Marowitz scarta le motivazioni consuete per l’omicidio di Marlowe e individua il movente in uno Shakespeare consumato dalla gelosia professionale… L’idea è originale, ma non è eseguita in modo terribilmente felice. Questo Shakespeare livoroso ha l’aria di arrivare alle misure drastiche un po’ troppo facilmente, e poco importa che non sia tanto lui a manovrare gli agenti del Governo quanto piuttosto viceversa. Marlowe, per contro, è un genio egocentrico della cui morte è difficile interessarsi, e tutti i personaggi, in generale, sono troppo occupati ad esprimere concetti astrusi in versi ancora più astrusi per catturare davvero l’attenzione – per non parlare della simpatia – del lettore. Cerebrale e macchinoso, alas, nonostante la premessa intrigante…

Insomma, c’è questa fondamentale difficoltà di catturare un periodo storico e una mentalità alquanto estranei, in cui la gente faceva ciò che faceva per motivazioni che, se non sono essenzialmente diverse dalle nostre (paura, avidità, ambizione…), sono però composte e strutturate in proporzioni quasi incomprensibili per un pubblico moderno. Ci sono poi personaggi a grandezza più che naturale, ci sono secoli di luoghi comuni e di leggende, c’è una rivoluzione letteraria di mezzo e c’è la necessità di rendere il tutto teatrale e interessante. Ogni autore ci prova a modo suo, ciascuno sacrifica qualcosa (verosimiglianza, aderenza storica, identificazione, comprensibilità…) – non tutti i drammi riescono col buco.

Come dicevasi più sopra, ne riparleremo.

 

Apr 25, 2018 - angurie, elizabethana    No Comments

Di Libri, Giardini e Pescetti

CatturabOgni tanto ve lo chiedo: vi ricordate il mio stagno letterario? Il mio giardino d’acqua, quello che ha impiegato anni a trovar se stesso, ma che adesso dà un sacco di soddisfazioni?

Ecco – lasciate che vi aggiorni sul suo stato.

Non solo si è ripreso alla meraviglia, pur avendo passato fuori la cosa più simile a un inverno che abbiamo avuto negli ultimi… oh, non so: dieci anni? Neve e ghiaccio non gli hanno fatto un baffo, e tanto le ninfee quanto l’unica pianta da bordo aspettavano soltanto un’energica pulizia e un po’ di fertilizzante per tornare a prosperare.

Non solo tutto ciò – ma quest’anno ho preso ho fatto qualcosa su cui meditavo da tempo: ho aggiunto i pesci. Niente di spettacolare, you know – non immaginatevi pesci rossi, koi o chissaché. Nulla del genere. Solo, da ieri, ci sono tre piccole gambusie che chiamano casa il mio stagno.

GambusiaO almeno così spero, a dirla tutta – perché appena liberate, si sono precipitate a nascondersi, e non le ho più viste… Ad ogni modo, gambusie: minuscoli pescetti che si nutrono voracemente di larve di zanzara, in numero di tre, guizzanti e vivacissimi. Veloci e svegli, mi ha assicurato l’uomo del vivaio – abbastanza divertito dai miei timori riguardo agli istinti venatori dell’Irrepressibile Prunella… Per cui pare non ci sia da agitarsi in proposito. Also, essendo io, ho dato loro dei nomi – Dot, Dash e Pixel – ma non è come se li distinguessi uno dall’altro, né li ho più visti per provarci… così ho più che altro buttato loro i nomi come una manciatina di briciole, e il terzetto è libero di farne l’uso che crede… o nessun uso affatto.

ElizGard

Yes, well… non proprio.

Ho anche aggiunto un giacinto d’acqua, e dovrò sfoltire le piante ossigentanti, e trovare un modo per liberarmi dalle lumachine nere che rosicchiano le foglie di ninfea, e chissà se riuscirò mai ad avere le rane…

Ma insomma, il fatto è che lo stagno ha finito per risvegliare in me qualcosa che non avevo troppo idea di possedere, se non nella più teorica delle maniere: una propensione al giardinaggio. Tanto che mi sono lanciata a piantare un piccolo giardino dei semplici elisabettiano – e gente colpita dalla mia svolta giardinieresca mi ha regalato due caprifogli (also somewhat shakespearean – per non parlare di Tre Uomini in Barca)…

Insomma, non so che dire: né se funzionerà, né quanto durerà. Per ora mi sto divertendo a coltivare (the pun!) il lato letterario del giardinaggio – o forse è il lato giardinevole della letteratura?

Intanto, comunque, l’acqua è limpida, le ninfee sono in boccio e il timo prospera in tre qualità diverse. Vi farò sapere.

E voi, o Lettori? Come ve la cavate in giardino? Vi è mai capitato di scegliere le piante per motivi di carta e d’inchiostro?

 

Apr 23, 2018 - grilloleggente    4 Comments

Dieci Personaggi Letterari Che Detesto

img274A volte vado fuori a cena con gente anche più squadrellata di me, si fa tardi chiacchierando e al dessert si fanno discorsi così. Chi sono i personaggi letterari che detestiamo? Quelli che proprio ci danno l’orticaria? Quelli con cui non vorremmo mai ritrovarci a condividere uno scompartimento in treno – let alone una vita intera? Ecco, questa è la mia lista.

1) Il Pio Enea. Lo so, l’ho già citato altrove, ma non posso farci nulla. Alla sola idea del Pio Enea mi va il latte alle ginocchia e poi si caglia. Questo abbandonatore seriale di mogli e regine, questo rapitore di fidanzate altrui, questo sopraffattore di nemici in combattimento sleale… e ci si aspetta anche che lo ammiriamo.

2) La Piccola Nelln in The Old Curiosity Shop. Non so immaginare che cosa avesse in mente Dickens quando l’ha scritta, questa statuina di zucchero. Eppure pare che all’epoca le folle fossero così ansiose di commuoversi sul fato dell’Angelica Orfanella! Ogni volta che penso alla folla che aspettava i transatlantici al porto di New York per sapere dai passeggeri se la Nell di Boz fosse morta, mi viene in mente Oscar Wilde: “Bisogna avere un cuore di pietra per leggere la morte di Nell senza ridere.”

3) Amelia Sedley, nella Fiera delle Vanità. Quanto bisogna essere stupidi per non accorgersi che George è un idiota fatuo, per credere pervicacemente che Becky sia una cara ragazza, per non vedere nemmeno il povero e devoto Dobbin? Che poi, ripensandoci, anche il povero e devoto Dobbin merita la sua parte di biasimo: quanto bisogna essere stupidi per innamorarsi di Amelia e restarlo per decadi?250px-Jenny_Dolfen_-_Frodo_Baggins

4) Frodo Baggins. Frodo parte innocuo, simpatico e leggermente buffo, da buono hobbit. Poi comincia ad assumere quel contegno nobile e sofferente e superiore e, ad essere del tutto sincera, da metà de Le Due Torri in poi sono pronta a buttarcelo io, giù da Monte Fato.

5) Il Piccolo Lord Fauntleroy. Oh, per amor del cielo! E’ davvero signorile, da parte del nonno, non affogare l’impiastro nello stagno delle carpe.

6) Antonio, l’eponimo Mercante di Venezia. Non è che Shylock sia una cara persona, ma Antonio che lo insulta e lo umilia, salvo supplicarlo di prestargli il denaro e di concedergli la proroga, per poi tornare agli insulti e alle umiliazioni nel momento in cui è fuori pericolo, è insopportabilmente peggio.

7) Pollyanna. Lei e il suo gioco della felicità. Lo so: si suppone che la trovi tenera, adorabile e un monumento all’ottimismo, ma credo che a questo punto si sia notato che possiedo un certo quale spirito di contrarietà. Più l’autore m’ingiunge di adorare un personaggio, più è facile che lo detesti.the_sorrows_of_young_werther

8) Il Giovane Werther. Sveglia, ragazzo, sveglia! Intanto che lui ci rimugina su, che bacia i bigliettini e si fa andare la sabbia fra i denti, che gioca con i fratellini, Lotte ha sposato un altro. E credete che lui si rimuova? Nemmeno per idea. Resta lì, rende infelice sé stesso e Lotte, e anche Albrecht, che non ha nessuna colpa. E per coronare il tutto, si suicida con la pistola di Albrecht, chiesta in prestito a Lotte. Bestiaccia meschina!

9) Antonina, nel Count Belisarius di Graves. Come, come, come può Belisario – non dico innamorarsi, ma restare innamorato per tutta la vita di questa donna volgare, intrigante e voltagabbana?

10) Pinocchio. Capisco che è di legno, ma solo io ho l’impressione che si butti con criminale allegria in tutte le situazioni stupide e pericolose che gli si parano davanti? Non sono mai riuscita a dispiacermi per Pinocchio, nemmeno da bambina.

Ecco qui. Mi si dice che dovrei detestare la gente malvagia, non le brave persone, non i protagonisiti eponimi, non le deliziose bambine e i valorosi eroi. Che posso farci? Si vede che, nella mia percezione tortuosa, ci sono crimini peggiori delle azioni malvagie propriamente dette. Magari, come diceva il mio maestro delle elementari, sono dura d’animo.

E voi, o Lettori? Che gente di carta detestate?