Lug 2, 2018 - libri, libri e libri    No Comments

Letture d’Infanzia

StoriesSe ci badate, è un classico: quante volte un autore ci mostra quel che un personaggio legge da bambino? E sempre le letture d’infanzia sono un segno, nel bene o nel male, di come cresceranno il nostro eroe e la nostra eroina – di quel che vorranno, di quel che perderanno, di quel che faranno da grandi, o non faranno e rimpiangeranno per tutta la vita… Oppure, per contro, di quello a cui sono stati costretti e poi detesteranno.

Per elezione, per prossimità, per proiezione, per rifiuto – non importa come, ma le letture d’infanzia di un personaggio vanno sempre prese sul serio.

Per dire, lo sapevate che da bambino Ebenezer Scrooge leggeva avventure e fiabe? Ebbene sì: il piccolo Scrooge possedeva un’immaginazione e, abbandonato in collegio Natale dopo Natale, si consolava leggendo le Mille e Una Notte e Robinson Crusoe – almeno finché le amarezze della solitudine e poi la scalata al successo nella City non lo cambiano. Eppure le gioie di questa compagnia favolosa sono il primissimo ricordo che lo Spirito dei Natali Passati gli fa rivedere – e con quanta dolceamara nostalgia ci si commuove Scrooge! E queste fantasie perdute riaffiorano per prime, insieme al ricordo dell’adorata sorellina: le poche felicità di un’infanzia maltrattata, ma anche i segni che Ebenezer Scrooge non era nato arido.

StoriesSeaPiù beffardamente profetiche – e, se vogliamo, più crudeli – sono le avventure di mare che Lord Jim legge da ragazzo, quelle che gli fanno scegliere una carriera navale. Conrad sapeva come funziona: lui stesso da ragazzino, nelle pianure polacche e senza aver mai visto una goccia d’acqua salata, aveva deciso che solo il mare lo avrebbe reso felice, sulla base di James Fenimore Cooper. E poi lo ebbe, il mare – e non andò terribilmente bene. A Lord Jim, reclutato per inchiostro allo stesso modo, va molto peggio – pur conservando la stessa idea che lo splendore indefinito delle storie assorbite da bambini sia in realtà un luccichio bugiardo, capace di rovinare per la vita chi non impara a distinguere per bene la realtà.

Anche John Felton, l’erudito duchicida di The Assassin, non viene precisamente tirato su a senso pratico. Alunno del traduttore Arthur Golding, il piccolo John assorbe antichità classica, paradossi e storie – ma la sua predilezione personale oscilla tra libri di viaggi e trattati protestanti sulla responsabilità individuale. Quando ritroviamo Felton nella Torre di Londra, soldato deluso, viaggiatore esausto e condannato a morte per aver pugnalato il rovinoso Buckingham a beneficio dell’Inghilterra tutta, non ce ne stupiamo affatto. StoriesTurbin

Ma non è sempre tutto così profetico. Nel primo capitolo de La Guardia Bianca, per i tre fratelli Turbin la biblioteca della loro bella casa a Kiev è il simbolo di un mondo perduto. I volumi “dal profumo di cioccolata”, la stufa di maiolica olandese, le sere d’inverno passate a leggere romanzi per ragazzi prima, e poi Pushkin e Tolstoj emergono da una lontananza dorata e sicura, a cui Alyosha, Elenka e Nikol’ka si aggrappano dopo la morte della madre. All’età in cui dovrebbero cominciare “la vita raccontata nei romanzi”, i tre si ritrovano orfani, in un mondo sull’orlo della guerra e della rivoluzione. Niente sarà più come prima, niente sarà come Elena e i suoi fratelli avevano immaginato – e l’immagine più vivida di questa perdita fiammeggiante è il timore di vedere i libri bruciati nella stufa…

StoriesfSe poi c’è di mezzo un futuro scrittore, state certi che, oltre a leggere storie, le racconterà. Jo March, per esempio, e David Copperfield (che l’affascinante e malvagio-to-be Steerforth chiama la sua Sheherazade), passano il loro tempo a raccontare storie a sorelle, amici e compagni di collegio: storie che hanno letto, storie che hanno modificato, storie che hanno inventato. Kipling va un passo più avanti: le stesse storie hanno effetti differenti su ragazzi diversi.  Gli inseparabili Starkey, M’Turk e Beetle spaziano insieme dalle Mille e Una Notte ai saggi anti-stratfordiani, dagli edificanti (e detestati) romanzi scolastici all’elisabettiano Knight of the Burning Pestle, fino a Tom o’ Bedlam, pieno di folli avventure immaginate… E questi ragazzi finiranno sparsi per l’Impero, cresciuti in diverse combinazioni di queste premesse per iscritto: un ufficiale temerario e un nonnulla insubordinato, un malinconico e lucido funzionario malato di nostalgia, uno scrittore di curiosità e immaginazione sconfinate.

È possibile che tutti siamo – almeno in parte – frutto delle storie che assorbiamo da piccoli. Di certo è così per i personaggi letterari: per rifiuto, per proiezione, per prossimità, per elezione… non è per caso o per capriccio che il peso delle storie è un ottimo meccanismo narrativo.

E voi che ne dite, o Lettori? Che leggevano da fanciulli i vostri personaggi prediletti?

Fuori I Secondi

secondi.jpgIl primo pensiero, nel ritrovarmi in mano questo libro nel corso delle Grandi Manovre, è stato: chissà se si trova ancora… dopo tutto è uscito nell’ormai remoto 2002, pubblicato da BUR nella collana Scuola Holden.

E in realtà sì, con un minimo di impegno si trova ancora, benché fuori catalogo: Amazon è davvero il pozzo di San Patrizio.

E vi dirò, vale decisamente la pena di un’occhiata, perché Fuori I Secondi, di Giordano Meacci, è analisi narratologica e letteraria al suo meglio: accessibile, competente, spassosa a tratti, persino appassionante – sempre che vi piacciano i meccanismi della narrazione.yanez-U1080709115109MGH-U1080751364257LeD-327x437@LaStampa-NAZIONALE

E poi l’argomento è inconsueto e affascinante: quei personaggi che non sono i protagonisti, ma emergono per una combinazione felice della loro funzione e di una personalità tracciata con cura: da Sancho Panza a Yanez, dal Dottor Watson a Spock, questa gente che se ne sta appena in secondo piano, talmente indispensabile da far parte della definizione del protagonista. Non si nomina l’uno senza l’altro, non si dà l’uno senza l’altro. “So che non esisterebbe Sandokan senza il suo amico portoghese”, dice a un certo punto Kammamuri. Appunto.

Will_Scarlet_(Earth-616)_from_Marvel_Classics_Comics_Vol_1_34_0001Poi, a dire il vero, Meacci ha lasciato fuori un sacco dei miei “secondi” preferiti: avessi scritto io questo libro, avrei usato ad esempio sidekicks molto diversi: l’Alan Breck che ruba la scena al Ragazzo Rapito, il Marlow narratore conradiano, le sorelle di Jo March, Mercuzio, il Marchese di Posa, Will Scarlett e tutta la lunga fila di comprimari, secondi e altra gente del genere che ho sempre una certa tendenza a prediligere. Ma questo è del tutto secondario.

Il punto resta che tutti, una volta o l’altra, ci siamo identificati non tanto nel protagonista, quanto nel suo amico/luogotenente/confidente/fratello giurato/fido servitore, e la cosa non è accaduta per caso – perché gli scrittori sono pessima gente e mostri manipolatori e, abbastanza spesso, sanno quel che fanno. Dopodiché, se siete curiosi di sapere come e perché producano costantemente questa specifica categoria di personaggi, i sidekicks, potete far di peggio che leggere Fuori I Secondi.

E voi, o Lettori? Vi capita di avere un debole per i Secondi? Magari a scapito del protagonista? Chi è il vostro deuteragonista prediletto?

Sulla Saggezza Dello Stampare

printmachineE quindi sto stampando il romanzo per quella che comincio a sperare sia davvero l’ultima revisione… sì, ormai dovrei proprio togliere dalla barra laterale i contaparole delle prime stesure, perché ormai sono obsoleti anzichenò.

Anyway, grazie a quell’archeologia famigliare di cui vi parlavo – e che è ancora abbondantemente in corso – lo sto stampando sul retro di carta di recupero ritrovata. E ci sono stampe del Palcoscenico di Carta, prime stesure di racconti e di plays – ma anche robe di un’altra vita: prove d’esame di economia politica e una stampa mal riuscita del mio primissimo romanzo, tutto risalente ai miei anni pavesi…

printpaperNell’esame presi 25 allo scritto e non mi azzardai a tentare l’orale – e il protagonista del romanzo era, proprio come in quello in corso, un attore teatrale londinese di nome Ned. Persona diversa, secolo diverso, storia diversa – ma in qualche modo sembra appropriato, non credete?

Detto ciò, sto stampando.

Ho un paio di liste di cose da fare, e una lavagnetta di sughero con una specie di mappa del lavoro – e in teoria potrei fare tutto a schermo. Però… Anni fa seguii un corso chiamato How To Revise Your Novel, tenuto da Holly Lisle. Era un ottimo corso. Non che usi ancora tutto quel che avevo imparato – ma in parte sì, da anni e con soddisfazione. E una delle cose su cui Holly era particolarmente insistente era la necessità di lavorare su una copia a stampa.

Ora, che una copia a stampa sia indispensabile per la correzione delle bozze l’avevo già imparato a mie spese. È impossibile correggere le bozze sullo schermo, perché gli errori di stumpa, i pasticci di formattazione e le pulci di varia natura hanno un’abilità diabolica nello sfuggire quando sono su uno schermo: non c’è altro modo di catturarli che incatenarli su una pagina. È così e basta.

La revisione… well, credevo che la revisione fosse un cavallo di colore diverso – e in parte a volte tento ancora di crederlo – ma in realtà non è così. O almeno, lo è in modi che non fanno nessuna differenza dal punto di vista del dilemma schermo/stampa. PrintHow-to-revise-your-novel-61

Una buona vecchia stampa cartacea è di enorme aiuto nel lavoro preliminare, quando si tratta di cominciare a trasferire dalla teoria alla pratica il contenuto di tutte quelle liste e lavagnette di sughero. Un conto è sapere che devo rendere più individuale la voce del personaggio secondario X; un altro è sperimentare in proposito e trovare il modo giusto per farlo. E non so voi, ma se comincio a correggere sullo schermo, io mi perdo. Sistemo le quattro battute di pagina 45, poi X non ricompare più fino a pagina 128 (perché è davvero secondario) e, mentre rotello avanti e indietro, non ricordo più com’era esattamente la battuta che ho cambiato, e in che modo l’ho cambiata, e poi devo tornare indietro e poi avanti a vedere come ho reso l’accento del Devonshire di X – o se qualcuno ha già commentato in proposito – e poi decido che dopo tutto, se a pag. 128 faccio una certa cosa, è meglio che non ne faccia una simile a pagina 45, anche se poi così simile non era, a ben pensarci, e forse potrei tenere quella di pagina 45, oppure spostarla a pagina 128, sempre che lì non vada a cozzare con quel che dice il narratore, e… e… e…

Rendo l’idea?

PrintRevisionsSu una stampa cartacea il problema da risolvere è sempre lo stesso, ma posso fare annotazioni a matita e appiccicare post-it colorati, e tenermi davanti le due pagine  in questione contemporaneamente (senza doverle accostare, restringere o che altro…) e, quando avrò finito con questo particolare problema, potrò fare le mie correzioni e cambiamenti a schermo senza troppo timore di aver lasciato cadere tra le maglie qualcosa di rilevante.

 

E invece magari voi siete gente di preternaturale organizzazione, memoria visiva ed efficienza, e i problemi di tre paragrafi più sopra non vi fanno un baffo, e non avete il minimo bisogno di stampare alcunché… Buon per voi, in questo caso.

Ma se siete anche solo un pochino come me, è il caso di rassegnarvi. Stampare il malloppo e lavorarci sopra alla vecchia maniera è come leggere tutto quanto ad alta voce: una seccatura e, all’occasione, una noia – ma enormemente utile.

E, se posso azzardare qualche consiglio eminentemente pratico: a) ricordatevi che la cartuccia è esaurita quando non stampa più bene, non quando lo dice la stampante*; b) lavorate, a stampa avvenuta, su un tavolo bello grande; c) tenetevi sempre a portata di mano abbondanti quantità di tè.

__________________________

* Dite che è ovvio? Io l’ho scoperto soltanto oggi – e dopo che me lo ha fatto notare un gentilissimo signore che vende cartucce.

Giu 25, 2018 - libri, libri e libri    No Comments

Piove Inchiostro

pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopyDavvero non so immaginare che cosa mi abbia suggerito un argomento del genere – ma perché non parliamo di pioggia per iscritto?*

Perché la letteratura, a ben pensarci, è piena di pioggia. Nei libri piove, tira vento, si scatenano temporali, tempeste, nubifragi, fortunali, acquazzoni, scrosci e piovaschi, l’acqua scende a secchiate e infradicia protagonisti, malvagi, paesaggi e tutto quanto…

E se per iscritto piove così tanto, i motivi sono fondamentalmente due: il cattivo tempo offre conflitto, perché sotto l’acquazzone le navi naufragano, le dighe cedono, la gente si smarrisce, cade, si ammala… E poi c’è la fallacia sentimentale – o patetica, o antropomorfica – quella tentazione di far partecipare la natura ai patemi narrativi. Tentazione cui è così difficile resistere – perché onestamente, che c’è di meglio di un bell’acquazzone per sottolineare qualcosa di triste, di epocale, di tragico, di minaccioso o, al contrario, anche di particolarmente gioioso? Una bella pioggia è un accessorio utilissimo e duttile, buono per tutte le stagioni e per tutte le occasioni.

Così quando Snoopy inizia bulwer-lyttonianamente il suo eterno romanzo con “Era una notte buia e tempestosa…” possiamo ragionevolmente aspettarci che il suo protagonista, chiunque egli o ella sia, è nei guai o sta per mettercisi… E se, detto così, vi sembra poco piovoso, considerate che la notte buia & tempestosa originale, quella del Paul Clifford, prosegue con la pioggia che cadeva a torrenti… pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopy

Per dire, avete mai badato al modo in cui piove sempre in Cime Tempestose? Piove e tira vento – il che non è sorprendente in un romanzo che porta un titolo del genere. Emily aveva una passione per il tempaccio, lo si nota anche nelle sue poesie. E la sua pioggia non è mai casuale: Heathcliff arriva con il vento e la pioggia, se ne va con il vento e la pioggia e muore con il vento e la pioggia… Ecco, Emily non era sempre sottile, però aveva il senso delle atmosfere.

Come, d’altronde, sua sorella Charlotte. Quando un temporale improvviso – con relativo scroscio di pioggia – interrompe un momento di tenerezza tra Jane Eyre e Mr. Rochester, costringendoli a correre al riparo e bagnandoli come pulcini, non siamo tentati nemmeno per un momento di pensare che sia una di quelle pioggerelle liete e promettenti…

pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopyPer non parlare di Dickens, re della fallacia sentimentale. Per tutto il canone dickensiano, il tempo è sempre perfettamente intonato al momento drammatico. Piove a catinelle la notte in cui Magwitch ricompare a Londra, pronto a infrangere involontariamente le Grandi Speranze di Pip. E piove che Iddio la manda la notte in cui Bill Sykes trascina Oliver Twist a commettere il suo furto con scasso. E piove sempre in Casa Desolata – specie attorno a Lady Dedlock e al povero John Jarndyce. E piove spesso anche in David Copperfield: così, off the top of my head, mi vengono in mente le frequenti precipitazioni quando David è infelicissimo a scuola, e il fortunale che uccide Steerforth e il buon Ham…

Una variazione è Marianne Dashwood di Ragione & Sentimento, che dopo avere scoperto la mascalzonaggine di Willoughby (incidentalmente, incontrato durante un temporale…), si dà alle camminate all’aperto  – o ci si darebbe se, in tono con il suo umor cupo, non si mettesse a piovere forte. E Jane Austen essendo Jane Austen, veniamo informati che piove davvero troppo forte persino per la romanticamente scriteriata Marianne. Il che poi non le impedirà di camminare nell’erba bagnata e ammalarsi, ma questa è un’altra faccenda.

Anche in Stevenson piove piuttosto spesso, anche se la faccenda si giustifica col clima scozzese e tende ad avere anche funzioni abbondantemente pratiche. Piove a catinelle la prima notte che David passa a Shaws – consentendo allo zio di giocare sporco, e piove sempre – ma plausibilmente – sull’isoletta su, su al nord in cui David è tenuto prigioniero, e piove quando, dopo la disastrosa partita a carte con Cluny McPherson, David e Alan litigano più seriamente di quanto abbiano mai fatto e poi proprio la pioggia li spinge a far pace…

E se pensate che sia una faccenda confinata all’Ottocento e/o alla prosa, ebbene non è affatto così. In poesia c’è per esempio la pioggia incessante su Brest che, secondo Prevert, non promette bene per l’amore della povera, umida Barbara. E prima di quello, l’esplicitazione del legame tra pioggia e malinconia che Verlaine spiattella con Il pleut dans mon coeur. E vogliamo parlare della desolata pioggia dantesca, quella che bagna le ossa del povero e disseppellito Manfredi nel verso più triste di tutta la poesia di tutti i tempi? E in fatto di prosa, nel Novecento la narrativa di genere ha ereditato la pioggia. In abbondanza e in ogni genere di funzione decorativa, simbolica e/o pratica.  Non sempre poi l’eredità è usata bene – ma a volte sì – specialmente quando il maltempo prende il centro della scena. Se la pioggia continua di Twilight vorrebbe essere d’atmosfera e invece è di una platitudine sconsolante, la faccenda è ben diversa con l’acquazzone che lava il veliero diretto in Australia nel primo volume della Trilogia del Mare di Golding, e ancora di più con l’angosciante The Long Rain, di Ray Bradbury, ambientato su Venere, dove piove sempre – ma proprio sempre. E tanto da far perdere la trebisonda…

E non è l’unico caso in cui la pioggia è del tutto centrale alla trama. pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopy

Penso a Tifone, in cui, con una combinazione di finezza psicologica e grandiosità descrittiva, Conrad mette in scena una lotta epica – e iniziatica – tra l’uomo e le intemperanze del meteo.

Penso a I Tamburi della pioggia di Ismail Kadare, dove la pioggia non si vede, ma ossessiona tutti, temuta e attesa. Attesa dagli Albanesi assediati a Kruja e privati dell’acqua, e temuta dall’assediante ottomano Tursun Pasha, perché l’arrivo delle piogge autunnali segnerà la fine dell’assedio – per questa volta.

E penso, a tutt’altro livello, a La grande pioggia, di Louis Bromfield**, in cui un triangolone… er, quadrangolone – o anche pentangolone, a ben pensarci – amoroso galleggia sulle piogge monsoniche in qualche parte dell’India. Per la cronaca, al diluvio si aggiungono un terremoto e un’epidemia, just because, e comunque da questo simbolico lavacro si suppone che emerga una nuova India.pioggia, dante, dickens, twilight, conrad, brontë, verlaine, snoopy

Oh sì, perché quando non sta a significare afflizione, tormento, minaccia, infelicità o punizione (come la pioggia “etterna, maladetta, fredda e greve” che tortura i golosi nell’Inferno dantesco), la pioggia assume connotazioni battesimali e purificatrici – a partire dal diluvio universale nella Bibbia, fino alla pioggia francescana che porta in ogni goccia anime di fonti chiare di Federico Garcia Lorca e, molto significativamente, la pioggia manzoniana che lava via la peste (e non solo) verso la fine dei Promessi Sposi.

Una pioggia lieta, finalmente. Come la dannunziana Pioggia nel pineto – fresca, ticchettante, viva…

Qualcosa da ricordare per risollevarsi l’animo in questa giornata bigia e freddina – che dovrebbe essere estiva e invece no.

_________________________________________

* Yes, well – invece lo so benissimo, visto che me l’ha suggerito M.

** In Italia forse è più noto il film che ne fu tratto, Le piogge di Ranchipur.

Dieci Buoni Motivi Per Sterminare La Famiglia Del Vostro Protagonista

Un peu brutal? Può darsi, ma si direbbe che renderlo orfano sia uno dei migliori regali che si possano fare a un personaggio. Non è certo per caso che fiabe, miti e narrativa sono pieni di orfani e orfane. OrphansCind

Vediamo un po’…

I. Una storia, tanto per cominciare. Se la madre di Cenerentola non morisse, il padre di Cenerentola non finirebbe a risposarsi con la matrigna. E se poi non morisse anche lui, Cenerentola non finirebbe a fare la sguattera. E allora che ragione avrebbe la fata madrina di fare tutto il pandemonio che sappiamo per mandarla al ballo? E quand’anche C. fosse la stessa fanciulla colma di virtù pur non essendosi temprata nelle avversità, c’interesserebbe davvero di lei se, per andare al ballo, non dovesse far nulla di più faticoso che scegliere un vestito? Molti orfani letterari non avrebbero una storia affatto, se non fossero orfani.

II. Libertà d’azione. Un genitore è una quantità che è difficile ignorare in modo realistico, e d’altra parte avere due quantità non ignorabili e non strettamente connesse al conflitto principale può essere ingombrante. Avete mai badato al fatto che Renzo&Lucia hanno un genitore in due, invece dei regolamentari quattro? Oltretutto, la mancanza di genitori mette su strade inattese: qualcuno parte per salvare il mondo, altre s’impiegano come governanti a Thornfield o vengono portate a Francoforte, altri ancora si ritrovano a fare gli insegnanti e gli attori girovaghi, o emigrano in America, o s’imbarcano con i pirati.

Orphansyoung heathcliffIII. Passato Traumatico. La triste infanzia in un orfanotrofio e/o la traumatica morte di uno o più genitori vengono molto comodi per dare vulnerabilità a un protagonista o umanizzare un malvagio. Sospettiamo tutti che Heathcliff sia selvaggio di natura, ma il fatto di non avere mai conosciuto una famiglia ha avuto la sua parte.

IV. Motivazione. Tutti vogliamo amore, stabilità e sicurezza, grazie – ma un orfano è intitolato a volerne di più e con più determinazione. La frenesia con cui David Copperfield cerca figure sostitutive e famiglie surrogate sarebbe leggermente malsana se non fosse per la sua tragica infanzia. Il fatto poi che le figure sostitutive rivelino spesso piedi d’argilla e le famiglie surrogate franino una dopo l’altra… ah well – questo è puro Dickens.

V. Mistero. Non sempre è ben chiaro chi l’orfano sia. Talvolta non lo sa nemmeno lui. Talvolta non è poi orfano come tutti pensavamo – tutte ottime premesse. Hector Malot era specializzato in orfanelli a caccia delle proprie origini, ma anche il solito Dickens non scherzava: in Grandi Speranze Pip crede di sapere chi è, poi comincia a sospettare di essere qualcun altro, poi prende una serie di affascinanti cantonate in proposito, e poi alla fine… Ma no, non ve lo dico. Mi limiterò a dire che invece Estella non è poi così orfana come crede, il che ci porta a…OrphansDavie

VI. Rovesciamento e agnizione. Tutti gli orfani sono uguali? Non saprei: di certo alcuni sono meno orfani di altri, alla fin fine. Come Edipo che, credendosi orfano finisce con l’assassinare suo padre e sposare sua madre. Ops. O Luke Skywalker, che si ritrova figlio dell’Evil Overlord dal respiro difficoltoso, nientemeno*. E questi sono due casi di gente che, di suo, stava meglio orfana, ma ci sono anche agnizioni più felici, come Perdita che si scopre essere principessa anziché pastorella, come David Balfour che dopo tutto è un gentiluomo – o come Ernest/Jack/Ernest che, pur con qualche difficoltà, da trovatello si ritrova imparentato con quasi tutti gli altri**.

VII. Vendetta. Un sacco di gente nella letteratura di genere e all’opera ha genitori defunti da vendicare. Tipo il povero Don Carlos Vargas che, essendo un baritono, non gode mai di beneficio del dubbio, ma in realtà vuole vendicare suo padre. O tipo Amleto, che dubita a lungo, la prende molto alla larga e finisce con una strage parzialmente preterintenzionale. O come Harry Potter, che però alla fine matura e non si vendica. O forse sì? Be’, il finale non è chiarissimo, ma di sicuro Harry si è voluto vendicare per sette lunghi volumi.

OrphansLLFVIII. Istinti altrui. L’orfano può essere protagonista oppure no, ma l’incontro con questa creatura indifesa tende a scatenare istinti parental-protettivi in altri personaggi, che di conseguenza cambiano e maturano. La zia di Pollyanna si addolcisce, il nonno del Piccolo Lord Fauntleroy altrettanto, Alan Breck Stewart diventa fraterno e protettivo con David Balfour, Cimourdain si umanizza con il piccolo Gauvain, la dolce Rose Maylie diventa materna con Oliver Twist, Jean Valjean e Marius sono protettivi verso l’orfana Cosette*** e Dick Swiveller si redime parzialmente per amore della Marchesa. Dopodiché non tutti gl’istinti sono altrettanto commendevoli – e penso a tutta la gente che tenta di approfittare (e in molti casi approfitta) dell’indifeso candore di Little Nell, David Copperfield e Oliver Twist, o ai crudeli padroni degli spazzacamini in Angelo Nero e Die Schwaerzer Bruder.

IX. Avversità altamente formative. Questo viene in due varietà. L’adulto che l’orfanitudine ha reso tanto buono e/o tosto, come Esther Summerson**** e Richard Sharpe rispettivamente; oppure il fanciullo di buona disposizione che resta orfano e si tempra nelle avversità, come Sara Crewe, che da piccola sognatrice si prova principessa nell’animo, o come James Sands, che cresce inefficace ma generoso ed equanime. On the other Hand, c’è anche Becky Sharpe – l’orfana più abrasiva e opportunista della storia della letteratura…Orphansb

X. Conflitto a treni merci. Sì, lo so: questo non è veramente un decimo item, ma riassume i nove precedenti e tutto quel che ho lasciato fuori. Se partiamo dall’assioma che la narrativa è questione di gente nei guai, allora non si può negare che un orfano sia eminentemente narrativo, perché arriva dotato di un assortimento di guai garantiti. E sono tutti suoi perché, per definizione, non ha una mamma o un babbo che possano risolverglieli, privandolo del suo appeal.

E proprio questo è il migliore dei motivi per rendere orfano il nostro protagonista: il lettore si dispiacerà per lui, si appassionerà ai suoi casi, si commuoverà sulle sue sventure, desidererà invitarlo alla cena di Natale… Un metamotivo, se volete: il genere di ricatto emotivo che lo scrittore, quella creatura perfida e manipolatrice, ambisce ad esercitare su ciascuno di noi ingenui lettori.

_______________________________________________________

* Il quale, prequel docet, è a sua volta un tragico orfano e quindi ricade tecnicamente sotto il capo III. Considerando che Lei(l)a è allo stesso tempo più orfana e meno orfana di quanto creda, Guerre Stellari è uno di quei casi in cui non ci si fa mancare proprio nulla.

** “Lady Bracknell, se non sono indiscreto, vi dispiacerebbe dirmi chi sono?

*** D’altra parte Cosette è orfana di madre-un-tantino-indesiderabile-angelicata-in-morte, e quindi ricade in una categoria speciale del Capo II: gente che, restando orfana, si libera di connessioni discutibili. E Marius è orfano a sua volta.

**** In realtà Esther non è davvero così orfana, ma i suoi genitori sono un paio singolarmente melodrammatico. Tutto sommato, anche Esther sta meglio da orfana.

Giu 20, 2018 - musica, tradizioni    No Comments

Summertime ’18

Summer18So che non è il giorno giusto, ma nondimeno.

Quest’anno il Gershwin solstiziale arriva nella bellissima e sofisticata versione del Joan Chamorro Quintet, con Scott Hamilton e la favolosa voce di Andrea Motis – versione scoperta grazie alla segnalazione di M.

E adesso mi piacerebbe mettervi il video qui – ma naturalmente SEdS ha altre idee. SEdS non mi permette più da tempo di mettere dei video qui, e quindi vi dovete accontentare di un link crudo… Che ne dite di un link arancione?

Summertime

 

E sì, lo so: lo dico tutte le volte e tutte le volte mugugno. Che posso dire? La faccenda mi rode, non c’è verso di avere assistenza da MyBlog, e qualche angolo animista della mia mente spera che, se lo faccio sentire abbastanza in colpa, magari SEdS si intenerirà e verrà a più miti consigli…

Ah well. Non importa. Non badate a me. Ho un blog di pessimo carattere – ma non lasciatevi scoraggiare. Seguite il link e ascoltate. Domani verso sera, magari. Con una lanterna accesa e le falene che ci girano attorno.

Felice estate, o Lettori!

Giu 18, 2018 - Senza categoria    No Comments

L’Uomo Con La Spada – E Altre Estivitudini

Henry_Treece,_authorOh, ecco: torniamo a parlare un momento di letture estive, volete?

Il fatto si è che, durante un lavoro di traduzione per conto di un archeologo e medievalista inglese, ho avuto modo di rinfrescare un po’ di storia inglese dell’Undicesimo secolo, scoprire che Hastings, benché la più importante, non fu affatto la prima battaglia del 1066, e imbattermi in un altro di quegli autori di romanzi storici “per fanciulli” che poi sono godibilissimi anche per gli adulti – e di cui l’Isoletta sembra avere riserve inesauribili.

Henry Treece, poeta, romanziere e autore teatrale, nel corso della sua tutt’altro che lunga vita scrisse e pubblicò tantissimo, trovando anche il tempo per insegnare, curare antologie e riviste, e fare intelligence work per la RAF durante la guerra…

HenryTreeceMWASIo ci sono giunta attraverso Man with a Sword, romanzo ambientato durante la conquista normanna dell’Inghilterra, per l’appunto. Cercavo particolari su Morcar, conte di Northumbria – vincitore di Norvegesi feroci e nipote di Lady Godiva – e ho trovato Treece, con questa lunghissima e attraente bibliografia…

Così intanto ho ordinato Man with a Sword, e ho scaricato il non moltissimo – tra romanzi e poesie – che si trova sul Project Gutenberg Canada e su Internet Archive.

Non so se riuscirò ad avere una Reading Week, quest’estate* – ma, in un modo o nell’altro, ho tutta l’intenzione di esplorare almeno un po’ di Henry Treece. Che ne dite – vi andrebbe di unirvi a me?

__________________________________

* E a dire il vero, vorrei tanto anche una Viewing Week, vero N.?

Giu 15, 2018 - Arte Varia, musica, teatro    No Comments

Fanciulli All’Opera

VentiLucentiOggi opera – di nuovo. Questa settimana va così…

Ma opera in tutt’altra maniera, perché oggi parliamo di un progetto curato anni orsono da un’associazione culturale chiamata Venti Lucenti e dal Maggio Musicale Fiorentino. Con questo bellissimo nome, Venti Lucenti si occupa di divulgazione letteraria, scientifica e teatrale, e il suo fiore all’occhiello sembra essere stato, tra il 2006 e il 2014, il progetto All’Opera: il coinvolgimento di varie centinaia di bambini delle scuole elementari e medie in un’opera del cartellone del Maggio.

Don_CarloMichele_Monasta_0292_672-458_resize

Foto_Michele Monasta

Produzioni speciali, in cui gli implumi fungevano da coro e figuranti, cantavano e recitavano – e, pur con la presenza di narratori e burattini, la cosa doveva essere organizzata senza particolare condiscendenza, a giudicare dai titoli: ”L’Oro del Reno” (2007),”Carmen” (2008), “Il Crepuscolo degli Dei”(2009), “Il Ratto dal Serraglio”(2010), “Aida”(2011), “Il Cavaliere della Rosa” (2012) , “Don Carlo” (2013), “Tristano e Isotta” (2014).

L’idea dichiarata di VL è che per imparare ad amare la lirica bisogna farla… il che, va ammesso, non capita tutti i giorni. Quindi doveva essere un’esperienza favolosa, per tutti quei fanciulli fiorentini, sperimentare il funzionamento e l’eccitazione di un vero teatro d’opera. Sarebbe bello sapere quanti di loro si sono poi davvero appassionati all’opera lirica – e forse, considerando le date, è presto per dirlo – ma ad ogni modo, e persino a non voler pensare a lungo termine, che bellissima avventura da vivere a otto, dieci, dodici anni!

Don-Carlo-gruppo-A-0490-1030x686

Foto_Ilaria Costanzo

Nel 2013 il progetto si è concentrato sul Don Carlo – ribattezzandolo per l’occasione “La Fiaba di Don Carlo”… yes well, lievemente bizzarro, se vogliamo, perché questa cupa vicendona di potere, inquisizione, adulterio sfiorato ed effettivo, intrighi, autodafè, gelosia e sangue in abbondanza, fiabeschissima non è. E mi diverte abbastanza la descrizione, sul sito, del “dramma del principe Carlos e della principessa Elisabetta di Valois, il cui amore è contrastato dalla gelosia del re Filippo”… Come se Filippo fosse un rompiscatole malvagio e irragionevole – anziché, you know, il marito di Elisabetta!

Don-Carlo-Gruppo-C-2414-1030x686

Foto_Ilaria Costanzo

But never mind: a otto, dieci, dodici anni di queste sottigliezze non ci si preoccupa – ed evidentemente nemmeno della cupaggine generale, a giudicare dalle fotografie delle prove e dal filmato del progetto.

Hanno l’aria presissima e coinvolta: catturati dalle meraviglie dell’opera in particolare e del palcoscenico in generale… Sembra un gran peccato che, dopo il Quattordici, pur continuando a curare progetti didattici di natura teatrale, Venti Lucenti abbia abbandonato questa strada.

Oh well, intanto a Firenze cresce una generazione che ha visto l’opera da dentro grazie a un progetto intelligente. È davvero già molto.

Giu 13, 2018 - teatro    No Comments

Campogalliani: Torna la Rassegna Estiva!

Prosa, musica, danza… tredici appuntamenti con l’arte nel bellissimo giardino di Palazzo d’Arco!

Untitled 1

Non c’è prenotazione – solo la prevendita a partire dalle 20 la sera stessa dello spettacolo. Se dovesse piovere, si rimanda alla sera successiva.

Come di consueto, informazioni qui e qui.

Vi aspettiamo!

Giu 11, 2018 - teatro, teorie    No Comments

Vivremo Insiem, Morremo Insiem…

Francesco da Melzo e RaffaelloÈ un fatto universalmente riconosciuto che, all’opera, l’amore tende a finir male – ma diciamo la verità: non è che l’amicizia se la cavi molto meglio.

E sto parlando di amicizia maschile, per lo più, perché per quanto mi sforzi, di amicizie femminili all’opera non me ne vengono in mente molte. Well, yes – i soprani tendono ad avere delle confidenti con cui, per l’appunto, si confidano: di solito cameriere, donzelle, dame di compagnia e mezzosoprani misti assortiti, senz’altro gran uso che quello di ricevere confidenze a beneficio del pubblico. Non è del tutto impossibile che Mimi e Musetta diventino amiche prima dell’ultimo atto – ma non è che se ne veda granché; e nel Don Carlos c’è la (muta) Contessa d’Aremberg, bandita ingiustamente da corte – il che scatena una bella aria della Regina… Ma si tratta di gente e di vicende tutt’altro che centrali all’interno delle rispettive trame.

L’amicizia maschile è tutt’altra faccenda: ci sono un tenore e un baritono che si giurano amicizia e fratellanza fino alla morte – e, come dicevamo, non va mai a finir bene.

In Verdi questo genere di storia ricorre spesso.

CatturaGuardiamo per esempio La Forza del Destino, in cui Don Alvaro (tenore), nel fuggire con la morosa marchesina (soprano) uccide involontariamente il babbo di lei (basso) e poi si perde per strada la povera fanciulla – che lui crede morta, ma in realtà resta a vagare per la Spagna, abbandonata e non terribilmente stabile. Possiamo biasimare del tutto il fratello baritono, che va a caccia dell’assassino/seduttore  nell’intento di fargliela pagare? Sennonché, per farlo, si arruola sotto falso nome – e quando incontra il tenore, che non ha mai visto e che a sua volta si è arruolato sotto falso nome nello stesso reggimento, i due si piacciono subito e, prima che si possa dire “nemico giurato”, si sono già promessi eterna amicizia. Ebbene sì: da sconosciuti a fratelli d’elezione in cinque minuti – salvo poi, nel giro di un altro paio di scene, scoprire le rispettive identità e ritrovarsi nemici mortali. Duellano una volta, duellano due, e alla fine il baritono ci rimette le penne.

Potremmo obiettare che in questo caso l’eterna amicizia era stata fulmineamente* giurata sulla base di false premesse e informazioni insufficienti – ma non è come se una conoscenza più approfondita garantisse un esito migliore… 838689

Il Ballo in Maschera, anyone? Il tenore Riccardo è il governatore del Massachussets** , apprezzatissimo dai governati – ma, di fatto, talmente svagato e irresponsabile, che siamo costretti a chiederci quanta della sua popolarità si deva agli sforzi del suo assennato e vagamente ansioso braccio destro – il baritono Renato. Qui di giuramenti espliciti non ce ne sono, ma l’adorante e protettiva devozione di Renato è lampante, la maniera di consuetudine tra i due inequivocabile, e tutti sanno che Renato ha ripetutamente “versato il suo sangue” per Riccardo. Per cui, non so a voi – ma a me pare davvero brutto che Riccardo lo ricambi flirtando con la sua bella moglie… Ora, se l’adulterio vero e proprio si consumi è diventata negli ultimi anni una questione di regia – ma, anche quando il fattaccio non succede, è più per le reticenze del soprano e il tempismo dei cospiratori che per la decenza interiore del tenore… Hence, quando Renato scopre di essere stato tradito dalle due persone che ama di più al mondo, il passo da amico devoto a vendicatore furibondo è operisticamente breve. Per una volta è il tenore a soccombere alla rottura – ma è chiaro che il futuro del baritono non si prospetta per nulla lieto.

a1738f40a5e05bc25cee6d4fec0f68eeE non va molto meglio nemmeno agli amici d’infanzia – nemmeno quando non ci sono donne di mezzo. Il fatto che tra l’eponimo tenore Don Carlos e il baritono Rodrigo di Posa non ci siano padri assassinati, sorelle sedotte o mogli contese sembra promettere abbastanza bene. I due sono amici dalla più tenera età, e quando si giurano eterna amicizia nel secondo*** atto tutto ci fa pensare che non sia la prima volta. Il guaio è che Rodrigo s’illude di fare dell’instabile e molliccio Carlos un grande sovrano, ed è disposto a mentire e uccidere per questo – nonché a sacrificarsi drasticamente. Peccato che, quando Rodrigo resta fatalmente impigliato nelle sue stesse trame, a Carlo sembri bello gettar via qualunque vantaggio il suo amico gli abbia procurato facendosi uccidere – per nient’altro che il gusto di far sentire in colpa suo padre…

E non so, è probabile che, se davvero credeva che Carletto potesse regnare con magnanima efficacia, Rodrigo si sia meritato tutto quel che poteva capitargli – ma c’è motivo di pensare che nemmeno un certo grado di consapevolezza sia di grande aiuto in queste situazioni. Gunn Burden

Passiamo a Bizet e ai Pescatori di Perle: il tenore Nadir si ricongiunge al suo fraterno amico, il baritono (e capovillaggio) Zurga, proprio mentre arriva la semisacerdotessa Leila, deputata a pregare per la buona e sicura riuscita della pesca delle perle. E naturalmente entrambi i giovanotti sono attratti da lei – ma, nel rendersene conto, si giurano reciprocamente che mai, mai, mai permetteranno a una donna di separarli… E come no? Prima di subito, Nadir si precipita da Leila – la cui castità, badate bene, è essenziale al rito. Non del tutto incomprensibilmente, Zurga si sente doppiamente tradito, perché lui era davvero pronto a rinunciare a Leila per amicizia e per la sua responsabilità nei confronti dei pescatori. E nondimeno, dopo un po’ di baritonale furia, è disposto a sacrificare il villaggio e se stesso per salvare l’amico infedele e la men che irreprensibile Leila. Ora, il finale è stato rimaneggiato all’infinito – ma nessuno dubita che, accoltellato subito o condannato a morte poi, Zurga faccia una pessima fine mentre tenore&soprano se ne vanno verso il tramonto…

Impareranno mai i baritoni a non far troppo conto sui tenori? Di sicuro, noi pubblico abbiamo imparato che, quando all’opera due uomini si giurano amicizia fraterna e imperitura, la faccenda è destinata a finire nel sangue – di solito quello del baritono.

________________________________

* Nulla di più fulmineo, d’altra parte, dell’innamoramento di Calaf – che, più o meno due minuti dopo avere visto Turandot da lontano, decide che ha sofferto troppo per amore, e si lancia in una quest suicida per ottenere la mano della pericolosissima principessa… Se non altro, Don Alvaro ha salvato Don Carlo dalle conseguenze della sua imprudenza.

** And I have to wonder: non si poteva scegliere uno stato americano con un nome meno ostico (e potenzialmente meno buffo) per il melomane medio? Non mi risulta che la scelta abbia la minima ragione di plausibilità storica – e ammetto che Boston suona bene, ma… Massachussets! Salute!

*** O primo. Dipende. Lunga storia.