Gente Vera E Personaggi

English: This photograph was taken in Lyon, Fr...In realtà, ormai sono passati anni da quando A. S. Byatt ha dichiarato che piazzare in un romanzo gente vera – viva o morta – è riprovevole e pericoloso.

“Proprio non mi piace l’idea di basare un personaggio su qualcuno,” disse nel 2009 in un’intervista in occasione della sua candidatura al Man Booker Prize. “È come appropriarsi della vita e della privacy altrui. Inventarsi qualcun altro è un po’ come usargli violenza.”

E procedeva spiegando come conoscesse casi di gente giunta al suicidio per essersi “ritrovata” in un romanzo, e come lei per prima cercasse di parlare di sé il meno possibile con certi colleghi romanzieri, sempre così interessati a quel che si ha da dire…

Ecco, io la Byatt la ammiro molto, ho letto diverse cose sue e mi piacciono davvero tanto – ma questa sua boutade mi ha lasciata davvero perplessa.

Potremmo cominciare col dire che lei per prima ha basato parecchi personaggi su “qualcuno”. In Possession, per dire, può darsi che Ash sia una commistione tra Browning e Tennyson, ma nessuno mi toglierà di mente che Christabel sia Christina Rossetti in diguise. Per non parlare di The Biographer’s Tale, i cui ritratti di Ibsen, Galton e Linneo fanno abbastanza a pugni con il veemente attacco contro quegli scrittori che “mescolano realtà e finzione.” Entrambi libri vecchi di uno o due decenni, nel 2009, questo è vero – peccato che nel suo titolo candidato al Booker di quell’anno, The Children’s Book, apparisse gente come Oscar Wilde o Rupert Brooke… cui però, a suo dire, non aveva messo in bocca nulla d’inventato…

hilary_mantel_preferred_1_june_2016_credit_anita_corbin-399x600Mah. Sarà stato per questo che più di un giornale, all’epoca, vide in tutta la faccenda un attacco, nemmeno troppo velato, contro la sua rivale per il Booker, la romanziera storica Hilary Mantel – che, guarda caso, le soffiò la vittoria…

Ma in fondo non è questo il punto. Da nessuna parte è scritto che le grandi scrittrici debbano essere sempre sensate ed obbiettive, giusto? Il punto è che, se la signora Byatt avesse ragione, i romanzieri storici si ritroverebbero il campo severamente limitato. Perché se è vero che si può sempre lavorare sulla gente fittizia sullo sfondo di fatti veri, è vero anche che parte del fascino del genere consiste nella possibilità di indagare la mente, la mentalità, le motivazioni e le idee di quei personaggi che la storia l’hanno forgiata.

Ho fatto qualche tipo di violenza ad Annibale e all’Ammirabile Critonio, cercando d’intessere una personalità attorno all’ossatura nuda dei documenti (pochini) che sono arrivati fino a noi? Ho mancato loro di rispetto, nel cercare di leggerli attraverso i secoli? Se sì, è un crimine che mi ritrova in buona compagnia. Provate a immaginare il genere senza nessun personaggio storico… non resta granché, temo. histnov

E poi, non si tratta soltanto del romanzo storico – anzi. A voler essere cinici, i romanzi storici sono proprio il problema minore, perché se non altro nessuno ci si suiciderà sopra. Ma tutto il resto? Tutti gli altri? Tutti i parenti, genitori, coniugi, amici, insegnanti, colleghi, nemici, conoscenti, contatti occasionali degli scrittori, quelli che sono serviti ad alimentare millenni di narrativa? Perché se è vero che nessuno scrive a prescindere da se stesso, lo è altrettanto che nessuno scrive a prescindere da chi gli sta attorno. Magari non saranno sempre ritratti dal vivo, magari si tende a combinare più persone in un personaggio, ma chi non ha mai, mai, mai basato almeno in buona parte un personaggio su una persona vera alzi la mano – e non si aspetti di essere creduto.

Non ho usato il verbo “alimentare” a caso: la letteratura si nutre di gente, almeno tanto quanto la gente consuma letteratura. E gli scrittori sono, alla fine fine, un genere ragionevolmente incruento di vampiri. Ragionevolmente incruento, ma vorace. E se, in linea generale, non compiono sacrifici umani, è pur vero che talvolta scrivere anestetizza un tantino la coscienza, e poi esistono cose come gli incidenti, le vendette, i danni collaterali e gli effetti preterintenzionali…

Il che mi fa ricordare la polemica della signora inglese che, qualche anno fa, scrisse alla HNR lamentandosi di come una romanziera avesse romanzato i suoi antenati. E mi fa ricordare Charlotte Brontë, maestra nel farsi nemici e offendere amici nella sua ansia creativa. E mi fa ricordare la spiritista tedesca secondo cui i morti fanno il diavolo a quattro per dettare le loro storie ai romanzieri storici. E mi fa ricordare C. che, una volta in cui ci scambiavamo confidenze, si bloccò e mi chiese se la stessi studiando per scriverla…

Perché il fatto è, o Lettori: se non basiamo i nostri personaggio su qualcuno, di chi – di che scriveremo?

 

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Lug 18, 2018 - teatro    No Comments

Gloriosamente Melodrammatici

RignoldHenryVAvere una riconosciuta ossessione per Marlowe, Shakespeare e tutto ciò che è elisabettian/teatrale significa, tra molte altre cose, che amici, parenti e conoscenze superficiali, quando inciampano in qualcosa di pertinente, lo fanno rotolare verso di me…

Come questo vecchio post su Atlas Obscura, con una collezioncella di quelli che l’articolista definisce “gloriosamente melodrammatici ritratti di attori shakespeariani ottocenteschi”, provenienti dalle favolose collezioni digitali LUNA della Folger Library*. Come questo qui a destra, che mostra George Rignold en Enrico V.

Erano ritratti pubblicitari, da mandare alla stampa e da distribuire autografati – e sì, sono alquanto melodrammatici – un po’ perché riflettono le convenzioni teatrali di un’altra epoca, e un po’ perché si suppone che rappresentino e concentrino in una singola immagine l’idea riconoscibile di un personaggio, o addirittura di un’intera opera. Quello che vediamo non è una scena specifica o un singolo momento, ma una specie di condensato di un’interpretazione: personalità e personaggio fusi e cristallizati come un moscerino nell’ambra.

Guardate per esempio Ellen Terry – che non ci lascia nessun dubbio su quale pericolosa signora scozzese stia interpretando, o l’Amleto armato e dubitante (To kill or not to kill…), o lo Iago infido, o la Giulietta sospirosa… Non so voi, ma io sono affascinata da questi cimeli di un’epoca in qui il realismo era l’ultima preoccupazione di attori e registi – e men che meno quando si trattava di Shakespeare, che si circondava sempre di un’aura particolarmente aulica. Ed è anche interessante osservare quali elementi, quali atteggiamenti ed espressioni l’attore e lo scenografo sceglievano per rendere immediatamente riconoscibile il loro soggetto.

Glorioso melodramma e marketing – back in the day.

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* Un altro di quei meravigliosi e-posti in cui si sa quando si entra e non quando si esce… Una grotta del tesoro, davvero. Fateci un salto.

Lug 16, 2018 - scribblemania    No Comments

La Storia Riluttante

deadlinewrtOggi sono un nonnulla di fretta…

C’è una scadenza che incombe, e mi sono ridotta più all’ultimo minuto del solito. Avevo il bando fin dalla fine di marzo, e il termine scade il 20 – quindi diciamo la verità: è stato più o meno criminale mettermi a scrivere sul serio venerdì e finire la prima stesura dieci minuti fa.

Conosco gente che architetta, imbastisce & tira a lucido ottime storie in una manciatella d’ore con elegante nonchalance – ma non appartengo alla categoria. E sia ben chiaro: non appartengo nemmeno alle solenni coorti di Coloro Che Aspettano La Musa – dininguardi! Di regola, sono in grado di mettere insieme una storia secondo necessità e con una ragionevole quantità di strologamenti – e per di più ho taccuini interi di idee che vogliono essere scritte.

Ma questa volta… no.

procrastination-cloudsQuesta volta ho cominciato mesi fa con l’impressione di avere solo l’imbarazzo della scelta; poi ho deciso per l’ennesima faccenda elisabettiana – e dapprincipio mi sembrava anche promettente. Ci ho lavorato un po’, ho letto, pianificato, iniziato ad abbozzare – e mi sono accorta che, più ci lavoravo, meno mi convinceva. Oh well, mi sono detta, che sarà mai? C’è tutto il tempo… Il che era ancora del tutto vero alla fine di maggio, e non mi sono preoccupata nemmeno un po’.

Solo che dopo maggio è venuto giugno, e dopo giugno è iniziato luglio,  ed è diventato spaventosamente chiaro che non era uno dei casi consueti di procrastinazione tattica: non solo seguitavo a non scrivere – ma, ogni volta che provavo a mettermici sul serio (e succedeva spesso), era come se mi si aprisse un airbag tra le meningi, occupando a vuoto tutto lo spazio generalmente riservato all’elucubrazione di storie.

Frustrante e terrificante in parti uguali.

WritingE intanto i giorni passavano… finché la settimana scorsa, su consiglio di gente più saggia e più produttiva di me (namely Davide Mana, over at Karavansara), ho preso una giornata intera da dedicare al problema. Poi interissima non è stata – ma una certo numero di ore di solitudine, concentrazione, tazze di tè, freewriting e strologamenti per iscritto hanno portato a un’idea tanto bellina quanto praticabile. O meglio: a sviluppi tanto bellini quanto praticabili di un’idea che fino a quel momento era rimasta a poltrire pigramente.

Dopodiché, per qualche insondabile motivo, mi sono sentita a posto con la coscienza, e sono rimasta a contemplare la mia idea bellina&praticabile come se fosse un problema risolto… Finché venerdì mi sono svegliata di botto e ho cominciato a scrivere a singulti e strattoni, tra una visita dal veterinario e un servizio di maschera a Palazzo d’Arco, tra l’arrivo di un’opsite e il falegname da seguire…

E sì, dieci minuti fa ho concluso la prima stesura. È leggermente troppo lunga, e ho una lista di modifiche e necessità varie lunga una pagina, e c’è ancora parecchio da fare prima di venerdì – ma insomma, la prima stesura è presente all’appello, ed è già qualcosa.

Adesso sarà bene che torni al lavoro, però. Vi farò sapere.

Le Armi E L’Uomo

armsmanShawBenché G.B. Shaw sia un altro dei miei numi tutelari, e benché nel corso degli anni abbia letto il suo Le Armi e l’Uomo (Arms and the Man) un’infinità di volte, ho impiegato secoli a rendermi conto che la connessione virgiliana andava più a fondo della citazione nel titolo.

Non tantissimo più a fondo, perché l’interesse di Shaw non risiede, come c’era da aspettarsi, nell’obbedienza al volere del fato e nelle magnifiche sorti e progressive di Roma, ma nel demolire l’idea romantica della guerra – non senza lanciare i consueti strali alla società inglese del suo tempo.

Arms_0592_DCcolour-291x300E tuttavia, state a sentire: figlia di maggiorente fidanzata (con più soddisfazione della madre che del padre) a brillante e bell’eroe di guerra; arriva estraneo fuggiasco e tutt’altro che sentimentale, ben accolto dal padre; estraneo mostra interesse alla fanciulla con disapprovazione della madre; brillante fidanzato rivela tratti assai meno ideali del previsto, ma non è disposto a cedere fanciulla; estraneo si rivela erede (e continuatore) di grandi fortune; estraneo e fanciulla convolano.

Poi naturalmente Shaw arms&manè Shaw. Il tutto è ambientato in Balcani da semi-operetta, durante la fulminea guerra Bulgaro-Serba del 1885, e i personaggi sono molto più inglesi che bulgari. Raina è una Lavinia solo per posizione: romantica, viziata, manipolatrice – maturerà prima del sipario, ma intanto non aspetta certo che altri decidano per lei. Sua madre Caterina è un’Amata senza tragedia, ossessionata dal passare per una signora viennese e dal maritare Raina al bellissimo e affascinante Sergius. Il maggiore Petkoff è un Latino da macchietta, il padre benevolo e non troppo intelligente, del tutto manovrato dalle sue donne, rassegnato a Sergius per amor di pace e vecchia consuetudine, ma pronto a simpatizzare con Bluntschli, l’Enea della situazione, un mercenario svizzero pratico, efficiente e disincantato, l’antitesi del fiammeggiante, deleterio e bel Sergius/Turno.

armsandmandNessuno muore, il duello finale tra i due pretendenti finisce col non farsi, Bluntschli eredita un impero alberghiero, Caterina non si suicida nemmeno un po’ e persino Sergius trova rapidamente un’altra fidanzata (l’ambiziosa servetta Luka), perché questa Arms and the Man, per tagliente e caustica che sia, è una commedia.

Eppure il parallelo è lì, anche se la critica tradizionale sembra ignorarlo allegramente, evidente nella trama, nei personaggi e anche a livello tematico. Se Enea è lo strumento del fato imperscrutabile che cambia le sorti dell’Italia (e del mondo), Bluntschli è l’uomo moderno che rovescia il piccolo mondo balcanico e tradizionale dei Petkoff a colpi di volontà individuale e senso pratico.

E non so – ma adesso mi è venuta voglia di mettere in scena Le Armi e l’Uomo…

Lug 11, 2018 - grillopensante, memories    1 Comment

Apprendistato

GrandmammaandJaneQuando si considera per bene tutto, è chiaro che a fare di me una scrittrice è stata, in primissimo luogo, mia nonna.

Mia nonna che, quando ero piccola piccola, non mi raccontava mai due volte una favola nello stesso modo: aggiungeva e modificava e ambientava nel nostro giardino, e nei boschi di pioppi lungo il fiume – e m’invitava a fare altrettanto.

Mia nonna che, all’epoca in cui cominciavo a voler fare “la commediografa”, alle matinées domenicali al Teatrino D’Arco, mi sussurrava che, un giorno, avrebbero rappresentato i miei lavori su quel palcoscenico.

Mia nonna che si divertiva a immaginare espressioni bizzarre ed errori di stampa messi in pratica alla lettera.

GrandmotherMia nonna che, in vacanza in montagna o al lago, ricamava storie sulle persone che incrociavamo. In albergo o sedute a un tavolino di caffé per l’aperitivo, in fila per la funivia o in platea prima che iniziasse un concerto, si guardava attorno senza parere, individuava un soggetto e poi… Questi qui vicino alla fioriera. Guarda com’è imbronciata la signora: cosa mai avrà combinato il marito? Oppure la famigliola straniera qui davanti: perché sono venuti in vacanza in Italia? O com’è che il signore con il cane bianco è sempre da solo e non scambia mai una parola con nessuno? Ed eravamo capaci di passare ore a immaginare vite, pensieri, piani, gusti, occupazioni e whatnot per gli sconosciuti che ci capitavano attorno – sulla base di una maglietta, di un’espressione, di un accento, di una postura, di un pezzettino di conversazione…

E allora non lo sapevo, naturalmente, ma era tutto esercizio, tutto apprendistato. Era una mentalità che assorbivo – quella di osservare, interpretare e raccontare. La mia meravigliosa nonna amava leggere e amava le storie in questo modo attivo – anche se non scriveva. Probabilmente è un gran peccato che non lo abbia mai fatto, perché aveva la forma mentis giusta, oltre a vaste quantità di grazia e immaginazione e flair narrativo, e un tocco di senso dell’assurdo… Però, non so quanto intenzionalmente, ha dato l’imprinting alla sua unica nipote – del che, come per infinite altre cose, non le sarò mai abbastanza grata. Di sicuro scrivo per merito suo – ma forse, in un certo senso, scrivo anche un po’ per conto suo?

E voi, o Lettori? Che primo apprendistato avete seguito, sulla via della scrittura, della lettura, della musica, di…?

Prima Persona Singolare

firstpMi piacciono le storie narrate in prima persona.

Mi piace condividere lo sguardo del narratore. Mi piacciono le voci narrative individuali che si creano, con i quirks espressivi, le considerazioni personali, gli errori di valutazione e le menzogne. Mi piacciono le sterminate possibilità aperte alla caratterizzazione. Mi piacciono i modi obliqui in cui si mina l’affidabilità del narratore in I persona. Mi piacciono gli sfondamenti della IV parete. Mi piace che, al prezzo della sospensione dell’incredulità, venga l’impressione che il narratore stia raccontando la storia proprio a me.

Dopodiché si dirà che, dal punto di vista dello scrittore, la I presenta inconvenienti come una pericolosa facilità alla divagazione per prati del tutto imprevisti, e il limite di una sola testa su tutta la popolazione del romanzo.

Non saprei. Da un lato non ho serie obiezioni all’occasionale divagazione ben scelta – e non ho mai notato che la III Persona (di qualsiasi colore) trattenesse gli autori dal divagare*. Né, in via generale, mi getta nello sconforto non sapere quel che accade al di fuori della particolare testa in cui mi trovo.

E ammetto che ci sono circostanze in cui è bene per la narrazione che il lettore ne sappia di più di quanto possa sapere il narratore, ma se devo dire la verità, mi piacciono persino gli escamotages che l’autore smaliziato usa per girare attorno al limite.

D’accordo, l’occasionale capitolo o scena narrato in III raramente è più che funzionale, ma ci sono soluzioni più eleganti.

firstBallantraePer esempio incrociare due narrazioni in I, come fa Stevenson in The Master Of Ballantrae – che, l’ho detto ancora, dovrebbe essere testo obbligatorio per lo studio del narratore inaffidabile. È difficile credere al Colonnello Burke, vanitoso, vago e portato a sconcertanti interpretazioni dei fatti cui assiste – eppure la storia che traspare dalle sue illusioni e dai suoi fraintendimenti riesce a minare anche la credibilità di Ephraim McKellar, la cui narrazione si rivela all’improvviso molto più partigiana di quanto si potesse sospettare a prima vista.

Anche Conrad tende ad essere sofisticato in proposito – almeno quando scrive solo, ma facciamo un patto: le collaborazioni con Ford Madox Ford non contano, d’accordo? Altrove troviamo vertiginose prospettive di punti di vista, con gente che racconta storie riferite di terza mano. Il mio caso conradiano preferito è Lord Jim**: Marlow è un narratore in I con una tendenza alla speculazione interpretativa che, per di più, tra il momento in cui ha assistito a parte della vicenda di Jim e quello in cui lo racconta sulla veranda del Malabar Hotel, ha raccolto storie, ricordi e impressioni altrui. Il risultato è una narrazione quasi rapsodica, con un intrecciarsi di I e III sempre legate dall’interpretazione di Marlow – basata sulla sua esperienza diretta. Il tutto è racchiuso tra un inizio in III persona più o meno onnisciente e l’amarognola dichiarazione d’inaffidabilità da parte di Marlow, secondo cui in realtà nessuno ha capito Jim – meno di tutti Jim stesso.  The Elizabethans at play

in Entered From The Sun, George Garret fa qualcosa di ancor più complesso, cucendo insieme una collezione pressoché sterminata di punti di vista fluttuanti all’interno di una narrazione in I da parte di un personaggio che, fin dalla prima pagina, dichiara di non sapere per primo quando mente e quando dice la verità – pur essendo in posizione di sapere parecchio di quel che pensano gli altri personaggi. O almeno così crede. O almeno così dice – e non è come se il lettore avesse la minima ragione di fidarsi di lui. Ammetto che non è la lettura più agevole del creato universo, ma ha un suo notevole, iridescente, faticoso fascino.

firsttomNon del tutto dissimile, ma molto più liscia è la voce narrante che Patricia Finney ha costruito per Firedrake’s Eye. Tom o’Bedlam è scisso tra il folle Tom, che parla con gli angeli, danza con la luna e ha paura solo del suo passato, e The Clever One, che parla di se stesso come “noi”, mendica nelle strade, ricorda i suoi giorni di gentiluomo e attribuisce agli angeli di Tom la facoltà di aprire “finestre nelle anime degli uomini.” Ne esce un narratore in prima persona che sa tutto e non è interamente affidabile su nulla, con l’occasionale burst di poetica visionarietà. Quanto mai attraente ed efficace.

E potrei citare anche un raro caso di I Persona Plurale: La Leggenda Degli Annegati, di Carsten Jensen, in cui la voce narrante appartiene agli uomini di Marstal, gli annegati e i vivi – fino quando la piccola comunità marinara perde le sue navi a vela, le sue tradizioni e il suo senso di appartenenza. E allora, in un passaggio di notevole eleganza e potenza, la voce narrante migra da Noi a una III tra l’onnisciente e il generico, cambiando del tutto l’atmosfera e il tono.

E la morale è, come al solito, che non finisco mai d’incantarmi di fronte alle possibilità di un consapevole e raffinato uso della tecnica. Ma non sono strettamente necessari i fuochi d’artificio: a parità di buona e solida storia, a parità di buona e coerente voce, datemi anche una pura e semplice I che abbracci limiti e possibilità assieme – e ci sono buone probabilità che riusciate a farmi felice.

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* Alzi la mano chi ha letto I Miserabili senza saltare nemmeno una riga…

** You saw it coming. Yes, you did.

Facce

FacesMi è stato fatto notare che il mio romanzo in corso ha un sacco di personaggi, e che la caratterizzazione diventa sempre meno dettagliata e vivida mano a mano che ci si allontana dal centro – ovvero dal protagonista.

“Il che è anche normale,” mi si è detto, “ma c’è una certa quantità di gente, né protagonisti né comparse – e questa gente è un pochino generica.”

E a dire la verità è un dubbio/timore che nutrivo già – ma speravo, in quella maniera vaga in cui si sperano queste cose, che non si notasse troppo. Invece, a quanto pare, si nota, e quindi occorre riparare in qualche modo.  In particolare, mi ritrovo con due compagnie di attori da… ravvivare. Well, due compagnie e mezzo – o una compagnia e mezzo, se volete. O forse piuttosto una compagnia, più una compagnia, più qualche altro di contorno… Ah well, never mind. Le vicende, fusioni e passaggi delle compagnie elisabettiane costituiscono una storia intricata e tutt’altro che certa – ma questa gente è tutta storica. Di qualcuno sappiamo di più, di qualcuno sappiamo di meno o quasi nulla, ma tutti costoro sono esistiti.

VoiceChartNon che questo sia terribilmente importante ai fini pratici – se non per l’occasionale aneddoto che mette in luce un temperamento, oppure per una provenienza regionale che può influire su vocabolario e speech patterns per creare una voce individuale. E proprio da questo ho iniziato, preparandomi una tabella in cui riassumo tipo di voce e idiotismi per ciascuno di costoro. Dopo tutto sono attori, e il modo in cui parlano e usano la voce è rilevante, giusto? Anche solo la differenza tra una stage-voice e la voce normale è un tratto di caratterizzazione.

Nondimeno, la gente non è solo voce, e quindi ho aggiunto alla tabella una colonna per l’aspetto fisico e una per maniere, modo di muoversi e cose del genere. E non dovete pensare che non ci fosse nulla di tutto ciò finora: nel compilare la tabella mi sono consolata nel notare che in realtà alcuni degli attori sono ragionevolmente completi come sono – altri sono abbozzati in maniere promettenti, e qualcuno è curiosamente blando. Ed è in particolare su questi ultimi che sto lavorando.Faces3

E però mi accorgo che anche i più dettagliati sono un po’ vaghi quando veniamo a parlare di aspetto fisico. Non c’è nulla da fare, non sono una persona visiva e non sono fisionomista – il che si traduce in figuracce terribili nella vita quotidiana, e in una banda di attori senza volto nel romanzo. O non proprio senza volto – ma… hanno voci, maniere, predilezioni, movenze, ma non si vedono in faccia.

E così adesso credo che mi metterò al lavoro con Google Images e Pinterest, e metterò insieme una gallerietta di facce per i miei attori – ritratti, teatro, cinema, rievocazioni, whatnot – e vedremo che cosa salta fuori. È un metodo che ho utilizzato ancora, e so che funziona, e quindi perché non mi sia passato per il capino di farlo finora non saprei dire – ma tant’è.

Forse perché GI e Pinterest sono luoghi pericolosissimi, dove si sa quando si entra, ma non quando si esce, né dove si va a finire? Può essere, oh, può essere…

Ah well, se non ricompaio, sapete dove venire a cercarmi.

Lug 4, 2018 - Storia&storie    No Comments

Napoleone e il Parroco

Nap3Qualche anno fa mi capitò l’occasione di consultare e trascrivere dei registri parrocchiali di fine Settecento, in un villaggio qui vicino. Ero a caccia di informazioni dirette sul passaggio delle truppe napoleoniche dalle mie parti tra il 1796 e il 1797 – e, mentre la maggior parte dei parroci tagliò l’angolo all’arrivo dei Francesi, finii col trovar traccia di uno che non l’aveva fatto.

Nap2Don Francesco Doni non solo rimase bravamente nella sua parrocchia, ma annotò quel che accadeva nei suoi registri, tra una nascita, un matrimonio e un funerale: annotazioni, segnate da frettolose manicule,  e scritte in un curioso miscuglio di Latino ecclesiastico e quelli che dovevano essere ricordi degli studi classici di Don Doni*. La scrittura era scolorita e sbavata qua e là – grazie alla qualità dell’inchiostro e al clima men che asciutto delle mie parti – ma ancora ragionevolmente leggibile. NapArcole

E così lessi dell’attesa trepidante, dello stillicidio di notizie sull’avanzata inarrestabile dei Francesi – preceduti da una nomea di saccheggiatori violenti e miscredenti che spinse parroco e parrocchiani a tentar di proteggere il poco argento della piccola parrocchia. Nel villaggio, come altrove, ci si affrettò a redigere nuovi inventari che attribuivano a privati la proprietà di oggetti preziosi e opere d’arte – misura ingenua e destinata a rivelarsi del tutto inutile. Tale era la paura che, quando una ragazza diciassettenne del villaggio morì di malattia, la si seppellì in gran fretta e senza cerimonie… a quel punto i Francesi erano vicini: stavano assediando Mantova, a una decina di chilometri appena.

La grafia e le manicule di Don Doni segnavano un’agitazione crescente, man mano che gli invasori si avvicinavano. Alla fine arrivarono, e alcuni furono alloggiati nel villaggio. Ci scappò anche il morto – un cinquantenne locale che riuscì a litigare con i soldati per motivi sconosciuti, e ne ebbe tre colpi di sciabola (ensis, nell’aulica e precisa descrizione di Don Doni) in faccia, morendo dopo quattordici ore di dolorosa agonia.

NapReddition_de_MantoueMa quel che davverò abbatté il parroco, se dobbiamo fidarci della sua grafia viepiù disordinata e del linguaggio drammatico, fu la caduta di Mantova, nel febbraio del 1797, dopo mesi di battaglie e vani tentativi di rompere l’assedio. Alla fine gli Austriaci si ritirarono e i Francesi, che avevano lasciato il villaggio qualche settimana prima, tornarono e requisirono l’argento. Don Doni allegò al registro il breve inventario e un verbale in Italiano – notevolmente acido sul rifiuto dei Francesi di firmare una ricevuta. Nap1

Una piccola storia, alla fine – e senza la minima traccia della battaglia nel mio villaggio che stavo cercando di documentare… Eppure c’era un che di toccante nella prosa latina di Don Doni, viepiù colorita con l’incalzare degli eventi. Nel trovare in quelle piccole annotazioni la paura del parroco, la sua indignazione, il suo rancore e la sua afflizione. Per quanto ne so, dopo la caduta di Mantova se ne tornò a segnare nei registri nascite, morti e matrimoni e nient’altro. Forse la calata dei Francesi fu il solo momento della sua vita in cui Don Francesco Doni si sentì passare accanto la storia – e le sue annotazioni ne restituiscono un resoconto molto vivido.

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* No, non c’è modo di scriverlo senza che sia lievemente buffo – per cui…

Lug 2, 2018 - libri, libri e libri    No Comments

Letture d’Infanzia

StoriesSe ci badate, è un classico: quante volte un autore ci mostra quel che un personaggio legge da bambino? E sempre le letture d’infanzia sono un segno, nel bene o nel male, di come cresceranno il nostro eroe e la nostra eroina – di quel che vorranno, di quel che perderanno, di quel che faranno da grandi, o non faranno e rimpiangeranno per tutta la vita… Oppure, per contro, di quello a cui sono stati costretti e poi detesteranno.

Per elezione, per prossimità, per proiezione, per rifiuto – non importa come, ma le letture d’infanzia di un personaggio vanno sempre prese sul serio.

Per dire, lo sapevate che da bambino Ebenezer Scrooge leggeva avventure e fiabe? Ebbene sì: il piccolo Scrooge possedeva un’immaginazione e, abbandonato in collegio Natale dopo Natale, si consolava leggendo le Mille e Una Notte e Robinson Crusoe – almeno finché le amarezze della solitudine e poi la scalata al successo nella City non lo cambiano. Eppure le gioie di questa compagnia favolosa sono il primissimo ricordo che lo Spirito dei Natali Passati gli fa rivedere – e con quanta dolceamara nostalgia ci si commuove Scrooge! E queste fantasie perdute riaffiorano per prime, insieme al ricordo dell’adorata sorellina: le poche felicità di un’infanzia maltrattata, ma anche i segni che Ebenezer Scrooge non era nato arido.

StoriesSeaPiù beffardamente profetiche – e, se vogliamo, più crudeli – sono le avventure di mare che Lord Jim legge da ragazzo, quelle che gli fanno scegliere una carriera navale. Conrad sapeva come funziona: lui stesso da ragazzino, nelle pianure polacche e senza aver mai visto una goccia d’acqua salata, aveva deciso che solo il mare lo avrebbe reso felice, sulla base di James Fenimore Cooper. E poi lo ebbe, il mare – e non andò terribilmente bene. A Lord Jim, reclutato per inchiostro allo stesso modo, va molto peggio – pur conservando la stessa idea che lo splendore indefinito delle storie assorbite da bambini sia in realtà un luccichio bugiardo, capace di rovinare per la vita chi non impara a distinguere per bene la realtà.

Anche John Felton, l’erudito duchicida di The Assassin, non viene precisamente tirato su a senso pratico. Alunno del traduttore Arthur Golding, il piccolo John assorbe antichità classica, paradossi e storie – ma la sua predilezione personale oscilla tra libri di viaggi e trattati protestanti sulla responsabilità individuale. Quando ritroviamo Felton nella Torre di Londra, soldato deluso, viaggiatore esausto e condannato a morte per aver pugnalato il rovinoso Buckingham a beneficio dell’Inghilterra tutta, non ce ne stupiamo affatto. StoriesTurbin

Ma non è sempre tutto così profetico. Nel primo capitolo de La Guardia Bianca, per i tre fratelli Turbin la biblioteca della loro bella casa a Kiev è il simbolo di un mondo perduto. I volumi “dal profumo di cioccolata”, la stufa di maiolica olandese, le sere d’inverno passate a leggere romanzi per ragazzi prima, e poi Pushkin e Tolstoj emergono da una lontananza dorata e sicura, a cui Alyosha, Elenka e Nikol’ka si aggrappano dopo la morte della madre. All’età in cui dovrebbero cominciare “la vita raccontata nei romanzi”, i tre si ritrovano orfani, in un mondo sull’orlo della guerra e della rivoluzione. Niente sarà più come prima, niente sarà come Elena e i suoi fratelli avevano immaginato – e l’immagine più vivida di questa perdita fiammeggiante è il timore di vedere i libri bruciati nella stufa…

StoriesfSe poi c’è di mezzo un futuro scrittore, state certi che, oltre a leggere storie, le racconterà. Jo March, per esempio, e David Copperfield (che l’affascinante e malvagio-to-be Steerforth chiama la sua Sheherazade), passano il loro tempo a raccontare storie a sorelle, amici e compagni di collegio: storie che hanno letto, storie che hanno modificato, storie che hanno inventato. Kipling va un passo più avanti: le stesse storie hanno effetti differenti su ragazzi diversi.  Gli inseparabili Starkey, M’Turk e Beetle spaziano insieme dalle Mille e Una Notte ai saggi anti-stratfordiani, dagli edificanti (e detestati) romanzi scolastici all’elisabettiano Knight of the Burning Pestle, fino a Tom o’ Bedlam, pieno di folli avventure immaginate… E questi ragazzi finiranno sparsi per l’Impero, cresciuti in diverse combinazioni di queste premesse per iscritto: un ufficiale temerario e un nonnulla insubordinato, un malinconico e lucido funzionario malato di nostalgia, uno scrittore di curiosità e immaginazione sconfinate.

È possibile che tutti siamo – almeno in parte – frutto delle storie che assorbiamo da piccoli. Di certo è così per i personaggi letterari: per rifiuto, per proiezione, per prossimità, per elezione… non è per caso o per capriccio che il peso delle storie è un ottimo meccanismo narrativo.

E voi che ne dite, o Lettori? Che leggevano da fanciulli i vostri personaggi prediletti?

Fuori I Secondi

secondi.jpgIl primo pensiero, nel ritrovarmi in mano questo libro nel corso delle Grandi Manovre, è stato: chissà se si trova ancora… dopo tutto è uscito nell’ormai remoto 2002, pubblicato da BUR nella collana Scuola Holden.

E in realtà sì, con un minimo di impegno si trova ancora, benché fuori catalogo: Amazon è davvero il pozzo di San Patrizio.

E vi dirò, vale decisamente la pena di un’occhiata, perché Fuori I Secondi, di Giordano Meacci, è analisi narratologica e letteraria al suo meglio: accessibile, competente, spassosa a tratti, persino appassionante – sempre che vi piacciano i meccanismi della narrazione.yanez-U1080709115109MGH-U1080751364257LeD-327x437@LaStampa-NAZIONALE

E poi l’argomento è inconsueto e affascinante: quei personaggi che non sono i protagonisti, ma emergono per una combinazione felice della loro funzione e di una personalità tracciata con cura: da Sancho Panza a Yanez, dal Dottor Watson a Spock, questa gente che se ne sta appena in secondo piano, talmente indispensabile da far parte della definizione del protagonista. Non si nomina l’uno senza l’altro, non si dà l’uno senza l’altro. “So che non esisterebbe Sandokan senza il suo amico portoghese”, dice a un certo punto Kammamuri. Appunto.

Will_Scarlet_(Earth-616)_from_Marvel_Classics_Comics_Vol_1_34_0001Poi, a dire il vero, Meacci ha lasciato fuori un sacco dei miei “secondi” preferiti: avessi scritto io questo libro, avrei usato ad esempio sidekicks molto diversi: l’Alan Breck che ruba la scena al Ragazzo Rapito, il Marlow narratore conradiano, le sorelle di Jo March, Mercuzio, il Marchese di Posa, Will Scarlett e tutta la lunga fila di comprimari, secondi e altra gente del genere che ho sempre una certa tendenza a prediligere. Ma questo è del tutto secondario.

Il punto resta che tutti, una volta o l’altra, ci siamo identificati non tanto nel protagonista, quanto nel suo amico/luogotenente/confidente/fratello giurato/fido servitore, e la cosa non è accaduta per caso – perché gli scrittori sono pessima gente e mostri manipolatori e, abbastanza spesso, sanno quel che fanno. Dopodiché, se siete curiosi di sapere come e perché producano costantemente questa specifica categoria di personaggi, i sidekicks, potete far di peggio che leggere Fuori I Secondi.

E voi, o Lettori? Vi capita di avere un debole per i Secondi? Magari a scapito del protagonista? Chi è il vostro deuteragonista prediletto?

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