Mar 30, 2018 - tradizioni    No Comments

Altri Vessilli

70934c04cea4f27ca3d3123ed7f9f48e--hymne-poitiersTradizioni, tradizioni…

Venerdì Santo – e quindi Senza Errori di Stumpa presenta il tradizionale Vexilla Regis. O forse non proprio quello tradizionale, per una volta. Quest’anno niente gregoriano – ma una deviazione bruckneriana eseguita dal Netherlands Chamber Choir:

E già che ci siamo, vi comunico anche che questa sera Hic Sunt Histriones presenta questa intensissima lauda medievale:

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Mar 28, 2018 - libri, libri e libri    4 Comments

Pasqua Per Iscritto

Hand-Written-Easter-Eggs-587x395Cominciamo col dire che Pasqua non è Natale: non ci sono legioni di autori ansiosi di servirsi dell’atmosfera pasquale per ambientarci qualche bella scena commovente e significativa. Sarà perché, tutto sommato, si associa molto meno mistero, magia ed emozione a Pasqua? Non intendo questo da un punto di vista religioso, naturalmente, ma è un fatto che non esiste nemmeno una “atmosfera pasquale” propriamente detta. Primavera, sì, violette, uova e pulcini, e le processioni del venerdì santo con le fiaccole, ma non lo si può negare: c’è molta meno suggestione emotiva. Per verificarlo a livello molto spicciolo, basta contare il numero di spot pubblicitari che capitalizzano su Pasqua: tolte le uova di cioccolato, nulla, zero, zip.

Ciò detto, in letteratura?

Untitled 1Prima di tutto, sembra esserci più poesia che prosa. Se si cercano poesie pasquali, si parte da Jacopone da Todi, ma poi si trova parecchio fra Otto e Novecento: in ordine sparso, Manzoni, Pascoli, Christina Rossetti, Browning, Ada Negri, Gozzano, Yeats, per citarne qualcuno.

In prosa va peggio.

C’è un racconto di Checov che si chiama Vigilia di Pasqua, ma trattandosi di Checov è tutto fuorché quello che ci si aspetta.

C’è la Pasqua di Strindberg, che per chiunque altro sarebbe feroce e desolata, ma trattandosi del buon August è quasi lieta. Se non altro non finisce con un conto cadaveri.

C’è la Settimana Santa religioso-mondan-adulterina degli Uzeda ne I Viceré, dove si descrivono minutamente i riti, Consalvo fa il chierichetto, e il Conte Raimondo corteggia donna Isabella Fersa persino nella canonica del Duomo.

C’è la Pasqua povera dei Malavoglia, col debito da pagare, i fiori per tutta festa, e il triste matrimonio della Mena.

Hanno Ammazzato Compare Turiddu!.jpgC’è la mala Pasqua sanguinosa di Cavalleria Rusticana, col duello campagnolo tra Alfio e Turiddu (prima della messa nel racconto, subito dopo nell’opera, perché non si buttano via le occasioni musicali…)

E c’è la Pasqua in collegio di Emi Mascagni che, fedele al suo stile, personifica i giorni della settimana santa: martedì è un discolo, mercoledì ha un’aria d’importanza, giovedì è sordo e amaro, venerdì triste… e tutti si aggirano per il Collegio, osservando non visti (ma sentiti assai) i preparativi di ragazze, insegnanti e servitù.

In definitiva, quella della Mascagni è la Pasqua più emotiva – e la più lieta, – quella di Checov è molto russa (e con questo abbiamo detto tutto), e le varie Pasque siciliane comportano vari gradi di amarezza. Per trovare un trattamento più strettamente religioso – ma per nulla narrativo – del tema bisogna rivolgersi alla poesia, per trovare della letizia… francamente non saprei.  61zqkLA+NxL._AC_UL320_SR224,320_

A meno di voler considerare un caso completamente diverso, vale a dire i gialli medievali. Non ricordo il titolo, al momento, ma uno dei misteri di Fratello Cadfael, di Ellis Peters, è ambientato attorno ai preparativi per la Pasqua, e non mi stupirei se qualcosa di simile avesse fatto anche Candace Robb. Questi vanno a finire bene, nel senso che l’investigatore scopre sempre il colpevole, e la Pasqua serve più che altro per il valore dello sfondo storico e particolare, essendo Cadfael un monaco benedettino, e Owen Archer il capitano delle guardie dell’Arcivescovo di York. Quindi, ci sono ma fanno testo fino a un certo punto: l’Inghilterra in questo caso recupera come fondale il suo passato cattolico, e forse alla fin fine la questione si è che alla Pasqua letteraria è mancato un Dickens?

Una cosa sembra certa: il lieto fine a Pasqua è decisamente un bestia rara e, considerando che festa di risveglio, risurrezione e nuovi inizi sia, la faccenda è quantomeno bizzarra, nevvero?

Mar 26, 2018 - angurie    No Comments

Lunedì Percepito

Monday PerceivedSapete la faccenda della temperatura percepita? Il fatto che si senta più freddo o più caldo di quanto in realtà sia, per varie ragioni o condizioni?

Ecco. Siccome la mia impressione che l’anno abbia più lunedì di quanto sia ragionevole non può essere fondata, sono giunta a concludere che debba esserci una percezione variabile del lunedì, in base a varie ragioni o condizioni. Altrimenti non si spiegherebbe la sensazione che sia sempre lunedì, giusto?

Come oggi: vi pare ragionevole che sia già lunedì di nuovo? A me per nulla. Se mi prendeste in un momento di distrazione e mi chiedeste quando è stato l’ultimo lunedì, direi qualcosa come “l’altro giorno”… Ma è ovvio, in base al calendario, che così non può essere – e inclino a credere che il calendario non menta più di quanto facciano in generale i termometri.

MondayAgainQuindi non c’è niente da fare: è proprio lunedì. Di nuovo.

E a titolo d’inizio, sono riuscita a far cadere un cd dentro il computer…

No, davvero: un cd. Dentro. Il computer.

E naturalmente sul cd c’erano cose che mi servirebbero con una certa urgenza per lavoro, e quindi ne ho dovuta chiedere una seconda copia d’emergenza. Anzi, ripensandoci, una copia su chiavetta, da scaricare direttamente sul computer. Così non rischia di caderci dentro… Nemmeno sapevo che potesse succedere, e sono certa che questo genere di cose possa accadere tranquillamente in un giorno qualsiasi – ma ammettiamolo: suona così intrisecamente, abominevolmente lunedesco…

Lunedico.

Lunedevole.

Mondayish.

Oh, whatever. Ad ogni modo, persino il San Tecnico ha sghignazzato quando gli ho raccontato la faccenda. Persino la persona cui ho chiesto la seconda copia. Solo io, immagino. E solo di lunedì… Monday

O forse no – ma diciamo che fa parte della Lunediggine Percepita? Cui possiamo aggiungere il fatto che Pru, il Flagello Felino, ha iniziato la settimana trascinando giù dal tavolo una torta con tutta la tortiera attorno? E che una cosa semplice come ricaricare il telefono è stata un’irragionevole odissea? E che per motivi imprevisti e imprevedibili devo scapicollarmi entro sera a fare una commissione che credevo riservata a qualche vago futuro?

Ah well. Domani è un altro giorno. Martedì, per la precisione – che non è una meraviglia splendente a sua volta, ma ha il grosso pregio di non essere lunedì. E, per quanto mi secchi citare Pollyanna, c’è di buono che dovrà passare tutta una settimana prima che sia lunedì di nuovo.

Almeno di scientifico e calendariesco fatto.

Pintereston Pinterestoni…

PinterestPinterest, sì… oh dear.

Sono entrata in Pinterest ai tempi in cui ci si entrava su invito. Non è più così, vero? In realtà non lo so – perché, appunto, ci sono entrata anni e anni fa, su invito di un amico, e con un certo divertito scetticismo.  No, perché davvero: mi si era detto che era terribilmente addictive, ma che poteva esserci mai di così interessante nel raccogliere figurine digitali? Così creai una piccola bacheca chiamata History, Stories, Books and Theatre, ed ero convinta che non sarei mai andata oltre, perché davvero: figurine digitali…?

Pinterest1Un paio di giorni e svariate centinaia di figurine più tardi, Pinterest era diventato il mio nuovo Pozzo delle Ore Perdute. Il giusto contrappasso per il mio divertito scetticismo, immagino.

Ma quando me ne resi conto, era troppo tardi. Cominciai a creare bacheche per libri prediletti, velieri, nevicate cinema muto e altre ossessioni, e poi per cose che ossessioni non erano – dal piccolo artigianato alle combinazioni di colori ai rapaci notturni… E mi sentivo in colpa da matti per tutto il tempo che dedicavo alla cosa – ma nondimeno…

Poi arrivarono le bacheche dedicate al teatro: una per le mie cose rappresentate, una per le luci, una per i costumi, una per le scenografie – e questo cominciava ad avere un’aria un pochino più seria e utile, abbastanza per acquietare un nonnulla la mia coscienza. E intanto il conto delle Ore Perdute lievitava. Pinterest2

E poi fu la volta delle bacheche dedicate alla scrittura: il disastro, la beresina procrastinativa… pincrastinazione? Alas, mi piace avviare una bacheca per ogni nuovo progetto, e mi piace avere un posto dove raccogliere immagini rilevanti, idee visive, suggestioni, links e atmosfere – e tanto più perché, lasciata a me stessa, non sono una persona terribilmente visiva. Il problema è che mi piace un po’ troppo. È terribilmente facile convincersi di star facendo qualcosa di utile writing-wise – e tutti sappiamo dove conduce questa strada, vero?

Quindi sì, lo confesso: mi chiamo Chiara, e ho una dipendenza da Pinterest. Lo trovo tanto utile quanto dilettevole, ed è persino diventato parte del mio processo di scrittura – ma non è di nessun aiuto nella mia costante lotta alla procrastinazione.

Ogni tanto ho l’impressione di disintossicarmi, e poi ci ricado. Una nuova bacheca per un motivo o per l’altro, qualche immagine di qua e di là, un’idea cui associare un’immagine… ed ecco che sono ricaduta giù per la tanta del Pinconiglio. È successo di nuovo ieri, per dire – hence questo post.

Non so che dire. Passerà. O non molto. E… non per volervi trascinare lungo sentieri pericolosi – ma, in caso vi siate incuriositi, le mie bacheche sono qui.

Mar 21, 2018 - angurie    2 Comments

Un Post Pigro Ma Non Del Tutto Dissennato

In realtà ho fatto qualcosa del genere la settimana scorsa su Scribblings – ma…

Voltaire on Writing ITA

As I said, già fatto altrove – ma ho pensato che, considerando tutto il recente parlare di sinestesia… E no, sono certa che non è esattamente il senso in cui Voltaire intendeva questa cosa, e nondimeno si presta, non credete? Trovo che sia vero – o almeno possa esserlo – in più di un senso.

Ma insomma, ecco.

Un post pigro, dicevasi, ma non del tutto privo del suo vago e contorto perché.

 

Mar 19, 2018 - libri, libri e libri    No Comments

Libri di Famiglia

dersu-uzala-0-230-0-345-cropTre anni fa – o per la precisione tre anni e tre giorni fa – postavo di giornate ventose e di Buzzati, e del modo in cui Buzzati avesse figurato nella mia infanzia, tramite il mio buzzatianissimo babbo.

Poi nei commenti si parlava con D. di libri e genitori, e io concludevo dicendo che una volta o l’altra averi raccontato l’assai meno idillica stroria di mio padre, Dersu Uzala e me… As I said, sono passati tre anni e tre giorni – ma eccomi qui. Dersu Uzala.

Se non sapete di che si tratta, non agitatevi: non credo che siamo precisamente legioni ad aver letto il noiosissimo libro del capitano Vladimir K. Arsen’ev… Io sì – o non starei scrivendo questo post – ma non di mia iniziativa.

DersuCapitò, alas and alack, che ce ne fosse un’edizione scolastica tra le pile di libri per l’Ora di Narrativa che ogni anno le case editrici mandavano in visione a mia madre insegnante. Mio padre questa storia di esplorazioni russo-asiatiche l’aveva letta con gran gusto, e la citava spesso (di solito quando andavamo per boschi – ma non solo), e aveva apprezzato molto anche il film omonimo di Kurosawa… quando vide il librino, con un fotogramma del film in copertina, lo estrasse dalla pila e me lo mise in mano.

“Ah, leggi questo,” disse. “Vedrai.”

E lo metto in corsivo per sottolineare come fosse il genere di “vedrai” che di solito prometteva meraviglie… Ebbene, a otto o nove anni non solo ero una bambina obbediente, ma nutrivo anche molta fiducia letteraria nei miei adulti. Per di più, come dicevo sopra, tutta la faccenda era spesso citata e dunque in parte familiare: era come conoscere finalmente qualcuno di cui si era tanto sentito parlare. Così mi misi a leggere… e mi annoiai oltre ogni dire. Dersuuzala

Ora, sono passati parecchi anni, ma mi par di ricordare che il buon Capitano Arsen’ev raccontasse con passo assai sedato e soporifera dovizia di dettagli, indugiando all’infinito sull’abilità e preternaturale saggezza della sua eponima guida indigena… e sono ragionevolmente certa che nulla succedeva – o non granché. Così piccola, e già ossessionata dalla fabula…  Ad ogni modo, finii il libro, perché i libri si finivano sempre, e poi comunicai a mio padre che no, non mi era piaciuto molto.

“Mi sono annoiata,” dissi.

La reazione non fu particolarmente buona. Mi ero annoiata? Come potevo essermi annoiata? Un libro così bello, così poetico, una storia di viaggi ed esplorazioni, e quest’amicizia tra il narratore e Dersu… Come potevo? Di certo non lo avevo letto bene?  Come dicevo nel commento al post su Buzzati, è del tutto possibile che una lunga carriera nell’Esercito renda  impervi alla possibilità che un libro che si adora possa non essere proprio la tazza di tè di qualcun altro… il mio babbo proprio non si capacitava che Dersu non mi piacesse, e riteneva suo dovere convincermi del contrario.

dersu-uzala-md-webPeriodiche insistenze perché rileggessi, discussioni, sarcasmo, ricatto morale, baratti*, il film… non c’erano molte tattiche a cui il genitore non fosse disposto a ricorrere nel suo zelo missionario – senza cogliere che più lui insisteva, più si cementava la mia avversione per il povero Dersu. Si cementava al punto che ancora oggi, la sola idea di riprendere in mano il libro mi scombussola: da un lato, sarei curiosa di vedere se, da adulta, possa vederlo diversamente; dall’altro, la reazione automatica è la fuga…

E alla fin fine non lo so: immagino che, a suo modo, anche Dersu Uzala sia un libro che ho in comune con mio padre. Non come lui avrebbe inteso, surely, ma in più di una maniera difficile da ignorare, attraverso svariati decenni. Tra le altre cose, fu un’esperienza miliare del fatto che i miei adulti non sempre avevano necessariamente ragione – almeno non in fatto di libri… Di sicuro anche questo conta, non pensate?

Voi che ne dite, o Lettori? Libri in comune – nel bene e nel male…?

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* “Io leggo X se tu rileggi Dersu…”

 

Mar 16, 2018 - teatro    No Comments

Non Sparate sul Postino al D’Arco

postman_113_01Yes, well – non sparategli nemmeno altrove, a dire il vero: a parte tutto il resto, non è carino e nemmeno particolarmente utile…

A meno che non siate Lord Elrood (Adolfo Vaini), aristocratico ufficiale in pensione, convinto che il postino sia in realtà una spia russa dai mille travestimenti, da tenere lontano a ogni costo, tra fucilate, ronde shakespeariane e ponti levatoi…

Non che il ponte levatoio ci sia – ma il castello sì: il castello di famiglia che la svagata Lady Elrood (Gabriella Pezzoli) ha deciso di aprire al pubblico per racimolare qualche sterlina… E nemmeno questo è facile, con un padrone di casa che accoglie a fucilate amici e nemici indistintamente.

PostHornrs_0162_02Aggiungete una figlia lievemente svanita (Rossella Avanzi), un genero sull’orlo dell’esaurimento nervoso (Luca Genovesi), un’abbondanza di porte, una cameriera sentimentale (Anna Laura Melotti), un ritratto che forse è un Rubens e una zelantissima guida turistica (Francesca Campogalliani) impegnata a condurre attorno turisti di varia e viepiù allarmante natura – e il risultato è assolutamente esilarante.

l’Accademia Campogalliani riscopre Derek Benfield, prolifico autore inglese tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta, specializzato in farse semi-gialle in bilico tra Pamela Branch e P. G. Wodehouse – con più che un tocco di Feydeau (le porte!) e una buona dose di britannicissimo nonsense.PostHornrs_0162_01

Maria Grazia Bettini guida il suo brillante e affiatato cast con mano sicura e un ritmo indiavolato, con tempi perfetti nel susseguirsi senza posa di equivoci, fraintendimenti e sorprese – quella facilità spigliata che in realtà è così difficile da ottenere…  Leggero, spassoso e frizzante, Non Sparate sul Postino è un perfetto dessert per questa stagione di grandissimo successo.

Si replica fino al 29 di aprile. Informazioni e prenotazioni qui.

 

 

Mar 14, 2018 - Lingue    No Comments

Vocali II

voyelles-rimbaud-arParlavamo di vocali, l’altro giorno – ma erano vocali italiane e francesi: vocali che, più o meno aperte, si pronunciano sempre allo stesso modo. Come, del resto, le consonanti nella maggior parte dei casi.

Ripensavo a Rimbaud, oggi, e mi sono resa conto che, con le vocali inglesi, le cose vanno molto diversamente. Forse conoscete quella vecchia barzelletta da linguisti, secondo la quale la parola fish, in Inglese, si scrive GHOTI.

– GH pronunciato come in laugh;

– O pronunciato come in women;

– TI pronunciato come in motion.

PronunciationIl fatto è che la pronuncia è una delle più serie difficoltà nello studio dell’Inglese. Anche tralasciando il fatto che non ci sono due anglofoni che pronuncino allo stesso modo*, la lingua di per sé non fa molto per essere d’aiuto… Non aiuta affatto, per esempio, che la stessa parola, pronunciata diversamente, abbia due significati completamente diversi, come bow, che pronunciato bou** significa arco o fiocco, e pronunciato bau** significa inchino. E non aiuta il modo in cui a volte l’unico differenza fra due tempi dello stesso verbo sia la pronuncia, come to read, che al presente si pronuncia riid**, e al passato (e come participio) suona rèd**. E aiuta meno ancora il fatto che a volte dipenda dall’origine della parola (sassone o normanna?) – per non parlare del modo in cui i nomi propri sfuggono a tutte le regole… come fa un ignaro straniero a sapere che Shaftesbury si pronuncia Shèsbury? O che Featherstonehaugh si pronuncia come Fanshawe? E non cominciamo nemmeno con la differenza fra British English e American English, per favore.

BeeIl che può sembrare irritante fino a quando non si legge Bee Season, di Myla Goldberg. La protagonista, una bambina di nove anni, si scopre campionessa di spelling, la bizzarra disciplina americana in cui i bambini si sfidano nel dedurre dalla pronuncia il modo in cui una parola è scritta. Naturalmente è qualcosa può funzionare soltanto in una lingua dalla pronuncia tanto duttile e varia come l’Inglese***. Uno degli aspetti affascinanti del romanzo è il modo in cui Eliza vede le parole nella sua mente, come ciascun suono prende forma per lei, facendosi riconoscere. Mi ha affascinata il modo in cui Eliza descrive la differenza tra vocali e consonanti: le consonanti sono ferme e solide, mentre le vocali si muovono tra loro, fluide e iridescenti come un branco di pesci argentati, cambiando continuamente colore ad ogni moto della luce. È un’immagine meravigliosa, tanto da riconciliare con l’esasperante inaffidabilità delle regole di pronuncia inglesi.

E poi ci sono il Professor Higgins e il Colonnello Pickering che, in Pigmalione***, individuano decine di suoni diversi in ogni vocale, e trasformano una fioraia in (simil)duchessa correggendo la sua pronuncia.

school-vissen-3-300x300Insomma, a quanto pare, le vocali francesi risvegliavano nella mente di Rimbaud immagini di cinque colori. Che cosa sarebbe successo se Rimbaud fosse stato inglese?

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* Credo che fosse G.B. Shaw a dire che nessun Inglese può pronunciare una singola parola senza rendere infelice un certo numero di altri abitanti delle isole britanniche… Per non parlare, aggiungo io, di uno straniero che studia l’Inglese. Vi suggerisco una prova: quando credete di conoscere la lingua abbastanza bene, provate a fare conversazione con qualcuno che arrivi direttamente da Liverpool, senza passare dall’università. Se siete come me, dopo le prime due frasi avrete voglia di scoppiare a piangere. Posso garantire che Willy Russell parla del suo musical più celebre come di Blùd Brouders.

** Non sto nemmeno provando a fare trascrizione fonetica: cerco solo di rendere l’idea della pronuncia…

*** In effetti, dal romanzo è stato tratto un film con Richard Gere e (mi pare) Juliette Binoche. È uscito anche in Italia, con il fuorviante, furbastro titolo Parole d’Amore, e ha avuto pochissimo successo. Uno dei motivi è stata, credo, l’incomprensibilità delle gare di spelling da un punto di vista non anglosassone. In effetti non è facile rendere appassionante per un pubblico italiano una scena in cui otto o dieci bambini su un palco si affannano a declamare lettera per lettera come si scrive “internecino” o “sesquipedale”…

**** Di nuovo G.B. Shaw. Oggi va così. Tra l’altro, anche qui si tratta dell’educazione di una Eliza ai suoni della lingua inglese… mi domando se la scelta di nomi della Goldberg contempli un piccolo cenno a Shaw.

Mar 12, 2018 - angurie    No Comments

Vocali

Rimbaud_Voyelles_caricatureAvendo una speciale predilezione per l’uso che scrivendo si può fare di immagini, colori, e sinestesia, uno degli esercizi che tendo ad affibbiare agli allievi dei miei corsi di scrittura include la contemplazione di Voyelles, seguita dall’ordine (molto categorico) di cercare per ciascuna vocale un colore – e un’immagine. Tendono a saltar fuori cose interessanti: O blu come aperture di tubi da cui scorre il colore, O rosse come gocce di sangue, I rosse e pungenti, I gialle e taglienti, U viola profondo, U marroni e U color fucsia, I verdi, I bianche per gelo…

E poi è sempre interessante vedere la differenza tra gente uditiva e gente visiva, persone sinestetiche per natura e persone prese di sorpresa, associazioni per suono, associazioni per forma, associazioni istintive e inspiegate, corrispondenze ed eccezioni… A parte tutto il resto, l’esercizio è uno di quelli buoni per rompere il ghiaccio all’interno del gruppo, sciogliere l’atmosfera e stimolare la discussione – e si dimostra sempre tanto rivelatore quanto istruttivo.

Io di solito non gioco – se non per un paio di esempi, anche perché per me l’esercizio non sarebbe particolarmente impromptu. Tanto vale che racconti adesso che Voyelles mi ha sempre affascinata e, incontrandola mentre studiavo letteratura francese al Liceo, ho scoperto la mia propensione alla sinestesia. La cosa davvero grave, però, è che, a sedici anni, ne scrissi una mia versione – un sonetto bruttarello che non leggerete, né qui né altrove, né ora né mai. Però vi dico le mie associazioni.

La mia A è bianca per vele latine, cumulonembi, lenzuola stese al sole e la generale apertura e luminosità del suono. Voyelles

La E è verde, più chiara fin verso l’azzurro quando è aperta, e tanto più scura quanto più è chiusa.

La I è nera. Dorsi di rondine, principalmente. Ma anche note musicali e ferro battuto.

La O è gialla. Color limone quando è aperta, e su su, verso l’oro e l’arancione mano a mano che si chiude. Però all’opera un acuto in O è senz’altro rosso.

E la U è bruna – dal cioccolato al latte al caffè.

Pensandoci, mi rendo conto che si tratta principalmente di suono – una faccenda diversa, per esempio, dalla E di Rimbaud, bianca per via dell’emiro col turbante che illustrava la vocale sul suo abecedario di bambino.

E voi, o Lettori? Di che colore sono le vostre vocali? E perché?

Giochiamo, volete?

Storidentikit

AileanBreacStewartVi ricordate di Alan Breck Stewart?

Non è del tutto impossibile, considerando la frequenza con cui vi tormento in proposito, e in realtà ne abbiamo parlato di recente.

Ad ogni modo, questa volta non è del tutto colpa mia: potete biasimare Caroline Wilkinson, dell’Università di Dundee, cui qualche anno fa è parso bello fare una ricostruzione della faccia dell’Alan storico – Ailean Breac (o Breic) Stewart – e il risultato lo vedete qui accanto.

Come è successo? Be’, la professoressa Wilkinson ha trattato Ailean come ogni altro sospetto omicida di cui non si conosca la faccia: ha tracciato un identikit sulla base delle testimonianze.

Perché le testimonianze scritte ci sono – sia legate all’omicidio del detestatissimo agente della Corona Colin Cambell nel 1752, sia unrelated – e parlano di un giovanotto dalla faccia lunga e stretta segnata dal vaiolo, dagli occhi azzurri e infossati, dai capelli ricci e scuri e dal naso lungo…

A dire il vero parlano anche di uno scervellato violento e inaffidabile – ma a dirlo era James Stewart, il padre adottivo che fu impiccato per l’omicidio in questione, di sicuro ingiustamente e forse al posto di Alan, che si era reso uccel di bosco. Una punta di astio e/o di panico da parte del povero James sarebbe più che comprensibile, ma sospetto che il fascino di Alan sia tutta farina del sacco Stevenson, e l’originale fosse ben poco raccomandabile.

E in effetti, qui sopra, l’aria raccomandabilissima non ce l’ha, giusto?AppinMurder

Grazioso e simpatico esercizio – ma con un limite sesquipedale: le testimonianze essendo per l’appunto scritte e vecchie di duecentosessant’anni e passa, non sono verificabili in nessun modo. Non è come se a Dundee potessero convocare James Stewart, o l’avvocato di Colin Campbell presente all’omicidio, o gente dell’entourage di Ailean e chiedere loro se la ricostruzione è somigliante… Sono certa che la professoressa Wilkins abbia considerato altri fattori, come fenotipi e strutture facciali dei discendenti Stewart e dei ritratti d’epoca, ma non posso fare a meno di chiedermi a che punto sia intervenuta l’immaginazione dei ricercatori – magari colorata da Stevenson…

Oh well. Non sarò io a lamentarmi. In fondo non si tratta di risolvere un omicidio – anche se a volte, a sentire due Scozzesi che ne discutono, si sarebbe indotti a credere che l’Appin Murder sia faccenda della settimana scorsa – ma l’idea di applicare questo genere di strumenti per ricostruire facce storiche ha più che un po’ di fascino, e mi piacerebbe molto vederla utilizzata su altra gente. La National Portrait Gallery non ha prezzo. Per tutto il resto…

 

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* Yes, yes, I know: il povero David e tutto quanto. Non cominciamo nemmeno.

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