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Festival della Letteratura di Nogara

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Piccoli Festival Crescono! Il Festival della Letteratura di Nogara (VR) è nuovo nuovo: parte quest’anno, pensato e organizzato dai giovani dell’associazione L.O.Gi.C.A. (Libera Associazione GIovanile per la Cultura e l’Arte), gente dall’entusiasmo contagioso e dalle idee chiare.

 

Domenica 24 ottobre, alle 17.30, nel Salone del Focolare del bellissimo Palazzo Maggi, ci sono anch’io, con Somnium Hannibalis e con un reading a cura di Hic Sunt Histriones.

Mi piace far parte di questa nuova avventura. Ad Maiora, Festival della Letteratura, e fra dieci, venti edizioni, potrò ricordare che io c’ero!

Qui, intanto, c’è il programma completo: programma.pdf

Set 29, 2010 - pennivendolerie    14 Comments

D’Ingegneri, Agenti Letterari e Ragazzine Cieche

Avete mai avuto la sgradevole sensazione che, se foste un potenziale caso letterario – se foste minorenni e/o paraplegici, orfani, sine reddito, profughi o in qualsiasi modo maltrattati dalla vita – il vostro romanzo incontrerebbe miglior fortuna con case editrici e agenzie letterarie? Sì, vero? Non dovete vergognarvene, non siete soli: benvenuti nel club. E, da oggi, il club ha un eroe.

Leggete un po’ questo post che, come diceva Guareschi, è bello e anche istruttivo: c’è di che ridere e piangere, di che inorridire e consolarsi – ma forse non di che stupirsi soverchiamente. E Alessandro/Angra merita un’ovazione per quello che ha fatto e per l’equilibrio, la lucidità e l’ironia con cui l’ha fatto. E’ tutti noi.

 

Set 20, 2010 - pennivendolerie    7 Comments

Quella lì è una scrittrice

Ero sul treno Mantova-Milano, sabato mattina, e dall’altra parte del corridoio erano sedute due signore che, ogni tanto, mi guardavano e poi tornavano a parlottare fra loro.

Mentre tutti scendevamo a Milano, ho sentito una delle due dire all’altra che sì, ero proprio quella scrittrice là. Avevano un accento mantovano ed erano salite a Mantova, e quindi non è esatto dire che sono stata riconosciuta a Milano, però…

Ripensandoci, spero vivamente che “quella scrittrice là” non significasse “l’autrice di quell’orrido romanzo che mi ha regalato mia suocera – dopo averne lette venti pagine con immane sforzo ho deciso che potevo usarlo per tappare lo spiffero della finestra nel bagno di servizio”.

Può sempre capitare anche quello: una volta, durante una presentazione, una signora mi ha rimproverata aspramente perché ne Lo Specchio Convesso avevo messo in cattiva luce Vincenzo Gonzaga, e dopo l’occasionale cena pesante mi capita ancora di sognare lo storico che, mentre ci presentavano, mi ha annunciato, fissandomi con occhio di falchetto maldisposto, che disapprovava dal profondo del cuore le libertà narrative che mi ero presa, sempre nello Specchio. La tirata d’orecchi della mia vita, però, l’ho presa per avere scritto ne Il Giglio e la Falce (inedito primo volume di un’ineditissima trilogia) che i sacerdoti vandeani impartivano l’assoluzione preventiva prima della battaglia. E’ assolutamente vero – e per quanto ne so la pratica non era confinata alla Vandea o alla fine del Settecento), ma ciò non toglie che sia stata irragionevolmente bacchettata per averlo scritto.

Ciò che mi consola è che non sono precisamente un caso isolato: Louisa May Alcott fu sommersa dalle lettere di lettrici irate per la morte di Beth in Piccole Donne, e lo stesso accadde a Dickens con la morte della piccola Nell. La cosa buffa è che Nell era stata spedita prematuramente al Creatore su suggerimento di un amico e lettore, cui pareva che un finale drastico si adattasse meglio alla situazione generale. In effetti, Nell è di quella gente troppo buona per vivere che va rimossa da questa terra (o quanto meno dal suo romanzo) con tutta la prontezza possibile, ma resta il fatto che Dickens era sempre molto ansioso di compiacere i suoi lettori. Quello che non aveva calcolato era la possibile reazione delle folle infatuate. Pare che, all’epoca dell’uscita dell’ultima puntata in Inghilterra, le navi inglesi fossero accolte al porto di New York da folle di ansiosi lettori che volevano sapere dai passeggeri in arrivo se Nell fosse viva. Potete immaginare che questa gente, se avesse incontrato Dickens in treno dopo avere saputo la luttuosa notizia, non sarebbe stata amichevolissima. E a proposito di treno, Daniel O’Connel, tostissimo campione dell’emancipazione dei Cattolici d’Irlanda, stava leggendo TOQS in volume durante uno spostamento ferroviario. Quando arrivò alla scena della morte di Nell, scoppiò a piangere e scaraventò il libro fuori dal finestrino.

Posso assicurare con sollievo che le due signore non hanno scaraventato nessun romanzo – mio o altrui – dal finestrino del Mantova Milano.

Set 4, 2010 - pennivendolerie    No Comments

Sulla Via per Villadose

Ecco, nel primo pomeriggio parto per Villadose. Villadose essendosi tra Rovigo e Adria, a un centinaio di km da qui, e non avendo voglia di fare 400 km in due giorni, mi fermo in loco per una notte.

Tutto è pronto – no, non è vero, tutto è in via di preparazione: microbagaglio – due giorni e una notte: in teoria dovrei avere più carta e computer che altro, ma non si sa mai… tenuta seria per il convegno, tenuta da sbarco per la giornata di prove, corse e spostamento capitelli, tenuta ragionevolmente presentabile per la sera dello spettacolo – ma a strati, perché qui si è rinfrescato alquanto. E poi cartella con appunti per l’intervento, chiave USB con presentazione powerpoint (non dovrei averne bisogno, ma better be safe than sorry), computer portatile, qualcosa da leggere, orologio – che non porto, ma fa comodo da appoggiare sul tavolo per sapermi regolare sullo scorrere del mio quarto d’ora, abbondanti farfalle nello stomaco (ugh!), blocco per gli appunti, perché quello non manca mai, le tre o quattro sciarpe che sono il mio contributo ai costumi.

Mi pare che sia tutto, il che significa che di certo mi dimenticherò qualcosa – ma, come diceva la mia saggia nonna, di quello che non c’è si fa a meno. I think.

Si vede che sono in una certa quale agitazione?

Speriamo che tutto vada bene, speriamo che i relatori prima di me non sforino troppo sul tempo (perché sono una degli ultimi), speriamo che il clima regga, speriamo che ci sia gente, speriamo di avere il tempo di dare una buona occhiata agli eventi e alle rievocazioni. Also, mi piacerebbe essere sicura che a Villadose disporrò di una connessione a Internet, ma non ne sono sicura, e quindi è possibile che le Cronache Villadosiane arrivino lunedì e non domani.

Non vi dico di tenere le dita incrociate per me, ma se nel corso della giornata vi avanzasse un attimo per incrociarle, ecco, sarei molto grata.

Ago 17, 2010 - pennivendolerie    6 Comments

No, non leggerò il tuo dannato manoscritto!

Circa un anno fa, lo sceneggiatore americano Josh Olson* (candidato all’Oscar 2005 per la migliore sceneggiatura non originale, con History of Violence) scrisse un articolo intitolato No, non leggerò il tuo dannato manoscritto, in cui raccontava di non aver potuto rifiutare di leggere la sinossi di una sceneggiatura scritta da un amico di amici (con inclusa richiesta di un parere onesto in proposito), di averlo trovato pietoso, di avere perso una notevole quantità di tempo nel tentativo di formulare con tatto una critica costruttiva – seppur non molto incoraggiante, e di avere avuto, in cambio delle sue pene, un gelido e furioso ringraziamento, male parole dietro le spalle e una rottura con gli amici comuni.

Pubblicato su un seguitissimo blog newyorkese, l’articolo sollevò un polverone, infilando più di mille commenti in pochi giorni, e scatenando un’orgia di post, contropost, interviste, reazioni, video su YouTube** e ogni possibile corollario internettiano: apparentemente tutti avevano qualcosa da dire contro Olson o in suo favore, a sostegno dei suoi tutt’altro che irragionevoli argomenti, o in biasimo alla petulante arroganza con cui li presentava.

A parte un ego grosso come un’anguria, a parte i molti e semi-isterici lai sul fatto che un’amicizia in comune non dava all’aspirante sceneggiatore il diritto di chiedere una cosa simile, a parte una notevole quantità di esagerazioni sul tempo e la sofferenza spesi nella lettura della sinossi***, a parte gli insulti all’aspirante, il punto fondamentale era che un sacco di gente tende a chiedere “pareri” di questo genere come se si trattasse di una cosa da nulla.

Capita abbastanza spesso persino a me – che pure non sono mai stata candidata all’Oscar – e non tanto nella mia qualità di scrittrice, ma come editor. “Ah, è questo che fai? Interessante, perché sai, ho scritto un racconto/romanzo/poema epico in pentametri trocaici/lemma d’enciclopedia sui mustelidi. Mi piacerebbe avere un tuo parere – con tuo comodo, sai, senza nessuna fretta…” E ci mancherebbe anche la fretta! Cribbio: mi conosci da dieci minuti, ho appena finito di spiegarti che leggo manoscritti per mestiere – che la gente mi paga per leggere manoscritti – e mi chiedi una consulenza gratuita? Perché non sto parlando di amici e parenti, ma delle conoscenze casuali o degli amici di amici di amici, cui evidentemente pare che io debba avere vissuto i miei anni in famelica attesa di dare un’occhiatina al loro capolavoro.

Olson, cui fino a questo punto si potrebbe davvero essere tentati di dare ragione, rovina tutto chiedendo enfaticamente se questa stessa gente chiederebbe un parere medico a uno specialista incontrato per caso a una festa. Lasciatemi volare molto più basso con i paragoni: chiedereste a un idraulico incontrato per caso di ripararvi gratuitamente il termosifone della cucina? In tutta probabilità no – e il fatto che un sacco di gente non consideri la scrittura (o l’editing) un vero lavoro non è una scusante: se non altro, un aspirante scrittore dovrebbe rendersene conto.

In realtà io sono molto meno introvabile e molto meno costosa di un idraulico, ma ho sviluppato una tecnica difensiva: di fronte alla proposta, faccio un gran sorriso e snocciolo le mie tariffe. Qualcuno si offende a morte, qualcuno ride e finge con grazia che stessimo scherzando entrambi, qualcuno mi dice “ci penserò”, e poi magari mi commissiona il lavoro per davvero – in ogni caso tende a funzionare.

Olson avrebbe potuto fare qualcosa del genere, invece di pubblicare un articolo livoroso dove tutti potevano vederlo (e ogni anima vagamente connessa con l’ambiente poteva riconoscere l’oggetto della sua ira****), il che toglie un po’ di mordente al fatto che non abbia tutti i torti: uscire dal blu e chiedere un parere professionale a uno sceneggiatore che ha lavorato con Cronenberg è un notevole esercizio di faccia tosta.

E tuttavia…

Siamo sinceri: avere il più labile degli agganci con uno sceneggiatore che ha lavorato con Cronenberg può essere l’occasione della vita. In un mondo trucemente competitivo come quello del cinema (o, for that matter, dell’editoria), chi è davvero disposto a lasciarla passare senza fare nemmeno un tentativo? Qui non stiamo più parlando di estorcere una valutazione gratuita a qualche piccola editor freelance***** ma di mettere il proprio lavoro sotto quelli che potenzialmente sono gli occhi giusti… Rinunciarci sarebbe un po’ meno o un po’ più che umano, giusto?

Però, come dice il giallista Mark Terry in un sensatissimo post di commento al rant di Olson, c’è modo e modo di farlo. Se mi capitasse di allacciare il contatto, non lo getterei al vento con una richiesta inopportuna. Cercherei di coltivarlo, piuttosto, di stabilire qualche tipo di rapporto con lo Scrittore – i mezzi non mancano, e tantomeno nell’Evo di Internet. E badate, forse cercherei anche di stabilirlo senza troppi secondi fini: da un lato, l’idea che uno scrittore, per pubblicato che sia, abbia influenza sulle scelte del suo editore è una specie di mito metropolitano; e d’altra parte, c’è sempre molto da imparare e da osservare, ci sono le idee, gli scambi, lo stimolo intellettuale. Se c’è almeno un po’ di tutto questo è possibile che arrivi anche il resto. Non è detto, ma è decisamente più facile così che affrontare la faccenda ex abrupto: non vorrebbe, senza nessuna particolare ragione, leggere il mio dannato manoscritto?

Vero è che il mondo non è perfetto, che gli scrittori in Italia non fanno più “bottega”, che le probabilità sono sempre minime… però le occasioni capitano. Thomas Hampson dice che le occasioni capitano a chi è preparato a coglierle – e a volte essere preparati significa saperle coltivare con pazienza anziché cercare di afferrarle. Se poi il miracolo avviene e l’occasione si materializza, bisogna essere pronti con il meglio del proprio lavoro, mantenersi lucidi in proposito e accettare con mente aperta e gratitudine (o almeno un convincente sfoggio di entrambe) il verdetto, quale che esso sia.

Inutile cercare agganci e occasioni per prime stesure o progetti allo stato gassoso, inutile offendersi se il parere non è di estatico e cieco entusiasmo: inutile, immaturo e pericoloso. Non si ottiene nulla e, se si è scelta la persona sbagliata, si rischia di finire brutalmente sputtanati su The Village Voice.

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* Da non confondersi assolutamente con l’altrove citato romanziere John Olson – tutt’altra persona.

** Non l’ho mai vista, ma mi si dice che qualcuno abbia realizzato una lettura drammatica dell’articolo. Don’t ask.

***La sinossi di una sceneggiatura non dovrebbe occupare più di una pagina – una facciata, intendo – ed è umanamente difficile impiegare più di dieci minuti per leggerla con tutta l’attenzione. Il che non giustifica di per sé il tizio che ha chiesto a Olson di leggerla, ma impedisce di prendere sul serio Olson che si lamenta per aver dovuto leggere “quella porcheria”.

**** Non so quanto sia aurea la reputazione di Olson a Hollywood, ma se avesse fatto pubblicamente a pezzi la mia sinossi, le mie capacità e il mio carattere a beneficio di tutta l’America, potrei essere portata a un filo di pessimismo a proposito delle mie chances.

*****Da questo punto in poi, potete dimenticarvi il mio lagno sulle occhiatine: passo dalla parte dei sollecitatori.

Recensione su Sedicimantova

Sì, lo so, oggi ho già postato.

Volevo segnalare la recensione che Riccardo Savoldo ha dedicato a Somnium Hannibalis sulle pagine elettroniche di Sedicimantova, e-magazine di cose non solo mantovane, attualità, politica, cultura e servizi. Recensione qui.

E già che ci sono, colgo l’occasione per ringraziare chi ha votato il mio video per il concorso Talysmana. Sono arrivata quinta, e quindi non figurerò nel romanzo, ma è stato un buon risultato. Grazie a tutti!

Giu 4, 2010 - pennivendolerie    No Comments

In Cerca Di Fortuna

E così viene il giorno in cui, dopo avere scritto, riscritto, riletto, stampato, corretto, avuto ripensamenti, agito sulla base dei ripensamenti, riscritto nuovamente, ristampato, ricorretto, agonizzato sulla lettera d’accompagnamento, stampato anche quella, chiuso tutto in una busta – viene il giorno, dicevo, in cui si manda la nostra ultima opera Là Fuori, nel vasto mondo, in cerca di fortuna.

Ogni volta è un crampo, ogni volta si vorrebbe la buca delle lettere per riprendersi indietro il prezioso dattiloscritto, ogni volta si è presi da ogni sorta di abominevole dubbio di avere trascurato qualcosa di essenziale – oppure dalla folgorazione di come si sarebbe potuto fare tutto molto, molto meglio se solo… Di solito è questione di un quarto d’ora, poi passa tutto e subentra il senso di anticipazione. Non che l’attesa sia davvero più ragionevole: si fanno conti sull’efficienza delle patrie poste, speculazioni su chi aprirà il fatidico pacchetto, rimuginamenti sui tempi di risposta e, con tutto questo, si comincia a sussultare a ogni squillo di telefono e ad ogni approssimarsi di portalettere mezz’ora dopo essere tornati dall’ufficio postale. E poi… poi si vedrà, e a volte si vedrà per molto tempo, perché certe case editrici hanno tempi biblici, altre non rispondono affatto (à la Pascali’s Island), altre ancora ti colgono a tradimento e rispondono prima di subito – in genere “no grazie”.

Diciamolo: è uno dei bruciori di stomaco della pennivendoleria, ma si finisce con l’impratichirsi, con l’ispessirsi l’epidermide, con lo sviluppare strategie. Di mio, finora, ho accumulato un limitato numero di perle di saggezza. Non farina del mio sacco, solo consigli altrui che ho trovato efficaci e veritieri, filtrati attraverso l’esperienza personale.

1. Fare l’ultimo controllo su una copia stampata, non sullo schermo del computer. Sembra una quisquilia, ma fa tutta la differenza del mondo: in qualche modo, sullo schermo gli errori di battitura hanno una sciagurata tendenza a sfuggire. L’ideale sarebbe leggere tutto ad alta voce, aggiustare le magagne, stampare, leggere e segnare gli errori, far leggere a qualcun altro che segni gli errori, correggere al computer, ristampare e dare un’ultima lettura. Mortalmente tedioso, è vero, e non fingerò di dire che lo faccio tutte le volte, ma funziona.

2. La lettera d’accompagnamento è fondamentale: è il primo assaggio di scrittura che il destinatario vedrà, e c’è da scommettere che un assaggio di sintassi approssimativa, divagazioni innecessarie, fasla modestia o affermazioni stravaganti non lo disporrà bene verso il manoscritto. Meglio essere beneducati, essenziali e professionali, dare le informazioni rilevanti (fondamentalmente che cosa è il libro e chi è l’autore) e niente di più.

3. Informarsi per bene. Anche questo richiede tempo e pazienza, ma può fare molta differenza. Non è del tutto utile spedire indiscriminatamente. Le case editrici hanno siti web dove spesso (non sempre) si trovano istruzioni e preferenze per l’invio di manoscritti: sempre meglio seguirle dettagliatamente. In secondo luogo, non è una cattiva idea dare l’impressione di avere scelto la casa editrice a ragion veduta: un discreto riferimento a un autore particolare, a una collana specifica, a una linea editoriale tende a fare una buona impressione. Infine, con un po’ di pazienza non è impossibile individuare il nome di un editor a cui indirizzarsi: non è detto che il pacchetto finirà sulla sua scrivania, ma non si sa mai, e comunque si dimostra di avere fatto i compiti a casa.

4. Ricordarsi che, come regola, le case editrici rifiutano per lettera e si dichiarano interessate per telefono. Non è detto al cento per cento, ma in genere non è il caso di farsi venire la tachicardia alla vista di una busta intestata. Le notizie via email possono essere ambivalenti.

5. Non scoraggiarsi. La maggior parte delle volte, la risposta sarà qualcosa sul genere “abbiamo letto con interesse, ma i nostri programmi editoriali al momento non ci consentono…” eccetera. Qualche volta non ci sarà risposta affatto. Più di rado – e più felicemente – ci sarà il rifiuto motivato: no grazie, ci sono buone cose e cattive cose, questo va, questo non va, perché non ci manda qualcos’altro? La prima lettera di questo genere è un evento da festeggiare: segno inequivocabile che si è sulla buona strada!

Ecco. E adesso, siccome questo post non era teoria pura, esco per quattro passi in direzione dell’ufficio postale.

Battaglia Navale

Questa bella foto è opera di Claudio Gobbetti, e ritrae l’affondamento della flotta viscontea a Governolo nel giorno di S.Agostino del 1398 – ricostruito per il son-et-lumière “La Notabile Fabbrica”: i Viscontei andarono all’assalto del borgo fortificato di Governolo, lungo il fiume Mincio, nell’intenzione di muovere su Mantova, ma – come racconta l’ingegnere seicentesco Gabriele Bertazzolo, “i difensori mandando loro addosso le acque per mezzo della Chiusa, gli affogarono quasi tutti nelle fosse, e la maggior parte de’ principali soldati e capitani […] Ed alla fine il Visconti vi perdé si può dire tutto l’esercito, con 34 pezzi di bombarde, forse 50 galeoni, ed altre barche armate, con tutti i i padiglioni, baliste, catapulte, carriaggi, vettovaglie, ed altri armamenti di guerra, con tanti migliaia d’uomini e soldati a piedi ed a cavallo, poiché anche quelli, che si trovarono in luoghi, ove non arrivarono le acque, furono presi e morti.W%20-%20DSC04511b.jpg

 

Lo spettacolo (di cui ho curato testi e regia) è andato in scena nell’estate del 2008, per celebrare l’inaugurazione del restaurato Manufatto del Bertazzolo-Pitentino.

Arte & Mestiere

Più o meno sapevo che questo post avrebbe avviato un principio di dibattito, perché l’argomento tocca corde tese (molto tese) tra l’immaginario collettivo e la cruda realtà, o almeno una certa percezione della cruda realtà.

L’idea generale sembra essere che la scrittura consista nell’aprire il proprio cuore e versare il contenuto sulla carta. Messy, se lo chiedete a me, e del tutto irrealistico, ma profondamente radicato. Per contro, il concetto che scrivere sia un mestiere che s’impara, che ha i suoi principi, le sue teorie, le sue astuzie, le sue tecniche e i suoi strumenti, fa inorridire molta gente. Addirittura, come si evince dai commenti a questo post altrui, l’uso di strategie viene visto come qualcosa di sleale o disonesto.

Credo che sia necessario fare una distinzione: da un lato c’è la tecnica della scrittura propriamente detta, dall’altro c’è il mercato editoriale.

La tecnica è la cosa che, quando abbiamo sedici anni e riempiamo vecchie agende di racconti scritti a biro, ci fa rabbrividire. Non c’è da stupirsi visto che viviamo in una temperie culturale istericamente ansiosa di porre tutta l’enfasi possibile su spontaneità, istinto, ispirazione e natura. Poi qualcuno dovrebbe prendersi la briga di spiegarci, mentre cresciamo, che spontaneità, istinto, ispirazione e natura da soli non bastano. Nemmeno il talento basta, se vogliamo perché, come l’elettricità, se non è incanalato, disciplinato e convogliato attraverso i giusti strumenti, non accenderà mai nessuna lampadina. Qui, badate bene, non stiamo parlando di genio, che segue regole tutte sue e non è classificabile. Parliamo invece di una combinazione di attitudine, gusto e immaginazione, che deve essere educata e disciplinata. Disciplina, altro tabù culturale: guai a dire che la pratica dell’arte richiede disciplina… o meglio, questo non è del tutto vero. E’ generalmente accettato che eseguire lavori altrui richieda applicazione e fatica. Tutti si aspettano grandi quantità di pratica e di sforzo da una ballerina classica o da un pianista, ma quando dall’esecuzione si passa alla creazione, ecco che torna alla ribalta l’immagine dell’artista libero, spontaneo e spettinato che lavora febbrilmente sotto la spinta irresistibile dell’ispirazione. Ebbene, sorpresa: l’immagine è carina, ma fasulla. Narrare una storia è una questione di logica, di causa ed effetto, di conseguenze e di estrema consapevolezza. Narrarla bene, poi, richiede di saper calcolare con accettabile precisione l’effetto di ogni singola parola, figura retorica e frase. E questi sono strumenti che s’imparano. S’imparano leggendo molto, provando a riprodurre, sperimentando strade nuove, leggendo ancora, studiando, scrivendo e riscrivendo, rileggendo ad alta voce, leggendo ancora un po’ studiando ancora di più… E’ il lavoro di una vita, se si fa sul serio. Ma, così come c’è differenza tra chi strimpella il pianoforte per il proprio piacere e chi si esibisce come concertista, allo stesso modo c’è differenza – una differenza nettissima – tra l’impegno richiesto a chi scrive per sé e chi pubblica.

E questo ci porta al mercato. Il mercato è molto, molto competitivo. Il mercato dovrebbe fornire una forma di selezione naturale. Il mercato non sempre funziona come dovrebbe, almeno non dappertutto e non a tutti i livelli. Il mercato non è una sudicia invenzione dei nostri tempi barbari e globalizzati – il mercato è sempre stato recipiente e stimolatore dell’arte, fin dalla prima occasione in cui qualcuno è stato pagato per una creazione artistica. Provate a contare quanti Caravaggio sono stati dipinti su commissione, e quanti perché il pittore si era svegliato in preda una piena alluvionale di spontaneità, istinto, ispirazione e natura.  Ma non divaghiamo e torniamo alla scrittura. Il mercato essendo quello che è, gli scrittori sviluppano strategie che integrano nella scrittura forme, diciamo così, di marketing. I Tre Ganci sono una di queste strategie, e il loro scopo non è quello di costringere con l’inganno l’ignaro lettore-pastorello a spendere i suoi sudati quattrinelli una porcheriola rilegata in brossura, ma di catturare l’attenzione di un potenziale acquirente bombardato da un’enorme quantità di offerte. L’onestà in scrittura è questione dai molteplici livelli, perché se non mi piacesse essere condotta in tondo per un po’, non leggerei romanzi, ma mi aspetto di essere condotta in tondo con finezza, grazie. Tuttavia, è onesto offrire sempre la migliore scrittura che si è in grado di produrre, in termini di struttura e di stile. Ciò detto, però, l’attenzione del lettore va guadagnata e mantenuta. Catturare il lettore, trascinarlo dentro la mia storia, tenercelo fino alla fine e lasciarlo andare desideroso di averne ancora, non è disonesto: è il mio mestiere. Cosa mi fa presumere che il mio stile, per quanto mi sforzi, sia così superiore a quello di chiunque altro da darmi l’incondizionata attenzione del lettore senza nessuno sforzo? Beata ingenuità, direi, e forse un soffio di presunzione.

Insomma, nel momento in cui decido di pubblicare una storia, essa assume una sua forma di vita indipendente da me. Dal punto di vista di questa vita, quanta gente legge la mia storia, quanta gente la legge fino in fondo, quanta gente la apprezza davvero, non sono questioni irrilevanti: sono rilevantissimi numeri che il mio libro dovrà contendere ad altri libri a colpi di molti tipi di superiorità e di appeal. E dunque, se voglio mandarlo Là Fuori, devo anche equipaggiarlo per la lotta.

Apr 29, 2010 - pennivendolerie    2 Comments

Epistolario MetaDickensiano Mignon

Ed ecco Nebbia, Pioggia, Tempeste & Aria Fresca (completo di un naufragio e un interludio svizzero) – Premio Speciale della Giuria a Stagionalia 2010.

Caro Mr. Dickens,

il mio amico Steerforth mi ha consigliato di scriverLe. Dice che, essendo il nostro Autore, Lei può far succedere le cose. Sarebbe di troppo disturbo per Lei farmi tornare a casa con la Mamma? Non è che non mi trovi bene a Salem House (anche se piove sempre, non tutti i maestri sono gentili, e il preside mi fa portare sulla schiena un cartello che dice “Attenti, morde!”), ma…

Il resto della storia è qui

Buona lettura!

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