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Minori

Allora, parlavamo di Cavalieri di Malta – in particolare di quelli postumi di Sir Walter Scott, ricordate? Ebbene, in coda a quel post, Antonio ha scritto questo:

Non si potrebbero considerare queste opere come quello che sono, esperimenti, abbozzi, sogni non compiuti o compiuti di un autore invece di paragonarli alle opere maggiori? […] Io considero questo genere di opere, “le opere minori”, imprescindibili per raggiungere le opere maggiori ma su di esse sospendo la mia capacità di giudizio.

Picasso2La faccenda è interessante sotto più di un aspetto – principalmente perché le cosiddette opere minori non sono tutte uguali. Ci sono le opere minori che sono per l’appunto ‘prentice work, quelle che conducono verso i capolavori, quelli che l’autore pubblica pieno di entusiasmo – salvo a volte pentirsene anni più tardi. E mi viene in mente Balzac con cose come Les Chouans, che poi avrebbe tanto preferito non dover mettere nella Comédie… Oppure The Golden Cup, opera di uno Steinbeck ventisettenne, radicalmente diversa in concetto e tono da quel che verrà dopo, ma già piena dei semi dello stile maturo, seppure a uno stato nonnulla brado.  E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perchè scrivere è un’arte che s’impara e si coltiva, andando per esperimenti. È un po’ come vedere le opere giovanili di Picasso, prima che sviluppasse idee e stile tutti suoi: sono opere tradizionali fino all’oleografia, e mostrano l’artista che diventa padrone dei suoi mezzi, che impara a perfezione le regole prima di infrangerle – e di crearne di proprie.BarnabyRudge

Cose di questo genere sono una lettura interessante, a mio timido avviso, perché consentono di vedere lo scrittore in fieri, il formarsi della voce e dello stile, l’acquisizione progressiva della tecnica, gli esperimenti e i tentativi. Provate a pensare ai due romanzi storici di Dickens: da un lato Barnaby Rudge, seminato di cose belle, ma informe e sbilanciato, cresciuto come un fungo su se stesso; e dall’altro – e ben più tardi – Le Due Città, costruito e pianificato in anticipo, tanto più coerente e serrato. Le folle feroci di Barnaby, i temi e l’uso simbolico di un elemento nell’imagery precorrono e promettono quelle di ATOTC – solo che nel frattempo Dickens aveva imparato a tendere assai meglio i suoi archi. E leggere Barnaby fa apprezzare molto meglio certi aspetti di ATOTC.

CharlotteE fin qui ci siamo – ma trovo che la questione sia un po’ diversa quando si tratta di juvenilia ripescati da quaderni e diari mai intesi per la pubblicazione. Come il tema in Francese di Charlotte Brontë – che, considerando date e circostanze, potrebbe nascondere sotto l’apparenza di una storiella morale un bel po’ di amarezza dei confronti del fratello sciagurato. Di certo, tuttavia, non era stato scritto per essere visto da altri che dal professor Heger. Peggio ancora va con i racconti e le poesie faticosamente trascritti dai libricini di Angria e Gondal, cose scritte per gioco dai Brontë ragazzini… È vero che anche in questo si vede il formarsi degli scrittori in erba – ma resta il fatto che si trattava di un gioco del tutto privato tra sorelle e fratello… Non è come se non avessi letto la mia parte di juvenilia, ma ho sempre l’impressione di sbirciare. Arrow

Dopodiché c’è il caso del libro brutto – perché a molti scrittori capita di non essere sempre allo stesso livello. Tutti sapete della mia parzialità nei confronti di Conrad, giusto? Ebbene, non ho la minima difficoltà nell’ammettere che Conrad ha scritto anche un certo numero di libri che non si possono descrivere se non come brutti. Parlo delle collaborazioni con Ford Madox Ford – dalla prima all’ultima – e poi di cose come the Golden Arrow, the Rescue et similia. E questi libri brutti non appartengono a una fase particolare della carriera dell’autore: hanno l’aria di capitare ogni tanto. Scrittore disuguale – e per carità, capita. All’uomo che ha scritto Lord Jim sono disposta a perdonare molte cose e a dire che di alcuni titoli non parliamo.

Ma le opere del declino? Di The Siege of Malta si è detto: opera ultima di uno Scott malato e angosciato, abbandonata senza mai tentare di pubblicarla mentre l’autore era ancora in vita. Oppure Weir of Hermiston, che Stevenson scrisse quando era già in pessima salute – ed era intenzionato a farne il suo capolavoro, ma quel che resta non è terribilmente incoraggiante. D’altra parte, è incompiuto, e di conseguenza non è certo come l’autore avrebbe voluto presentarlo al pubblico. Come Edwin Drood, ultima fatica di Dickens… E allora è giusto esporre l’autore colto in un momento in cui non era ancora pronto?  E forse addirittura – come nel caso di Scott – era consapevole di non poterlo più essere?

eneideUn caso estremo è quello dell’Eneide, che Virgilio, morendo, chiese di distruggere perché troppo incompiuta, e poi Augusto la volle vedere pubblicata ugualmente, così com’era. Come Virgilio non avrebbe voluto… Emily Brontë, sentendo la fine vicina, bruciò tutti i suoi manoscritti – cosa che addolorò molto Charlotte, ma forse fu una mossa saggia. Non c’è nessuna certezza che gli amici rispettino i desideri di uno scrittore defunto – figurarsi i posteri! Dubito che Emily conoscesse la storia dell’Eneide, ma di certo conosceva sua sorella, e la sua incapacità di comprendere cose come un desiderio di riservatezza.

Insomma, le opere minori non sono tutte uguali. Ci sono opere di formazione e opere di declino, opere strappate all’oblio, opere pubblicate per accanimento letterario e opere frutto di un cattivo periodo o di un’idea malconsiderata… Oggetti che, per un motivo o per l’altro, orbitano nella penombra, a qualche distanza del centro luminoso dell’artistry di un autore. Confesso di avere spesso un debole per queste anatre zoppe. Mi dico che è solo perché quel che succede dietro le quinte mi interessa quasi più della storia stessa – ma, soprattutto con le opere tarde, incompiute o rifiutate dall’autore, o altrimenti non intese per la pubblicazione, non riesco mai a leggere senza qualche remora – senza l’impressione di fare qualcosa di indiscreto.

 

 

 

E Altri Specchi Convessi

massysQuando, in un commento a questo post, Artiglio mi ha fatto scoprire il quadro di Quentin Massys “L’Usuraio e Sua Moglie”, mi è venuta voglia di andarmene a caccia di specchi convessi dipinti.

E così ho scoperto che Van Eyck è solo il capostipite di una lunga, lunga discendenza di pittori di specchi convessi. Considerando quello che era riuscito a fare, non è sorprendente. Le potenzialità stilistiche e simboliche di un arnese del genere ne fanno un elemento molto interessante da inserire in un quadro, la specularità affascina da sempre artisti e bambini, gatti e osservatori casuali alike, e la prospettiva incurvata nella superficie di vetro è quel genere di virtuosismo che non può non attrarre un pittore…-campin

E così avevo pensato di dedicare questo post a una galleriola di specchi convessi attraverso i secoli… poi ho scoperto che qualcuno l’ha già fatto – e molto bene. E allora, perdonate la pigrizia agostana,* credo che vi metterò un link a questo bellissimo ed esauriente post su Didatticarte. All’inizio, in realtà, troverete un po’ di teoria, le sculture riflettenti di Anish Kapoor e qualche anamorfosi e poi, a partire dal nostro Jan Van Eyck, una lunga, magnifica cavalcata attraverso la storia dell’arte, inseguendo gli specchi convessi.

Troverete un sacco di meraviglie. Personalmente ho un debole per gli specchi fiamminghi (Campin!) ma non dico che, se me lo permettessero, non porterei a casa anche cose come lo specchio rotondo di George Lambert o Lo Specchio di Orpen…

FurtenagelE a questo punto ho ben poco da aggiungere, se non questo quadro qui a sinistra: Il Pittore Hans Burgkmair e Sua Moglie Anna, di Lukas Furtenagel – anno 1525.

 

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* In realtà è per modo di dire, perché qui si lavoralavoralavora senza sosta. Non c’è sabato né domenica, e non ho fatto vacanza nemmeno il giorno di Ferragosto. Adesso, se volete, potete sospirare: “Oh, povera Clarina…”

Al Tempo in cui la Peste Filava

Rant ahead, vi avverto.

O forse non è nemmeno un rant – più che altro una sconsolata considerazione…

anno-nuovoA volte capita che vi augurino un prosperoso anno nuovo – e voi, considerando i chiletti che avete messo su durante le feste, siete tentati di domandarvi se l’auguratore stia facendo dello spirito… E invece no, nella maggior parte dei casi è solo che l’auguratore non distingue fra “prosperoso” e “prospero.”

Ed è già abbastanza doloroso così – e naturalmente non avete cuore di correggere il benintenzionato, così ringraziate e sorridete, ingoiando tant0 l’ilarità quanto la lieve amarezza…

Poi vi capita di riprendere in mano un libro, e di doverne leggere un pezzo ad alta voce in pubblico – e notate per la prima volta che il traduttore (che pure in generale ha fatto un buon lavoro) ci è caduto a sua volta, e a Pera i Genovesi hanno un prosperoso quartiere commerciale.

E lì per lì v’interrompete con un sussulto, e scoppiate a ridere, e fate ridere il vostro pubblico – ma in

Talmente prosperosa che è grande quasi come mezza Città...

Talmente prosperosa che è grande quasi come mezza Città…

realtà ci risiamo, ed è doloroso. Molto più doloroso degli auguri di buon anno, perché un traduttore, cielo benedetto, è qualcuno che con le parole, con la precisione semantica, con la differenza tra una parola e l’altra, ci lavora tutti i giorni, e ci vive, e ci respira. E sì, vi dite che che lo svarione è sempre in agguato, che ci si distrae, che l’originale inglese, prosperous, è un’autostrada a quattro corsie verso il disastro… D’altra parte, il libro è stato tradotto e pubblicato decenni orsono, quando si supponeva che le case editrici (e questa è – o almeno era – una casa editrice seria) facessero passare un testo sotto più di un paio d’occhi professionali prima di mandarlo in stampa… E invece nessuno se n’è accorto, e Pera è diventata un prosperoso quartiere commerciale.

E sì, è una perla editoriale come tante altre – ma per essere sinceri, vi viene la tentazione di mettervi a un angolo di strada trafficato e fermare i passanti e chiedere loro la differenza tra prospero e prosperoso – e avete ogni genere di sconfortanti misgivings in proposito.

Poi vi dite che siete dei terribili snob – e per un po’ vi domandate se questo debba rinfrancarvi, finché non sentite un telegiornalista confondere le file e le fila… E non è come se fosse la prima volta che capita. Sarà pur vero che, a suo tempo, la televisione ha insegnato l’Italiano agli Italiani, ma si direbbe che abbia abdicato un tantino al compito, a giudicare dalla frequenza di gente televisiva

Attenti alla peste...

Attenti alla peste…

cui pare che le file (dell’esercito)* e le fila (della situazione) siano allegramente intercambiabili…  Adesso non mi trattengo dal citare una reminiscenza ginnasiale: “La peste filava tra le strisce dell’esercito imperiale”, disse una volta qualcuno che non avrebbe dovuto dire nulla del genere – ma questo scampolo di glorioso nonsense era chiaramente un lapsus, mentre fila/file è uno scivolamento per disinteresse, temo.

Perché questa – questa è la cosa più dolorosa di tutte. Molto, molto peggio di prospero/prosperoso: la sensazione che a un sacco di gente non interessi poi troppo che le file non siano le fila, e viceversa… Che non valga la pena di scoprire e imparare la differenza. Che sia più o meno lo stesso. Più o meno.

E ve l’avevo detto: è tutto molto sconsolato. È una forma (non letale) di peste che striscia tra le file italofone. O forse fila fra le strisce – in fondo è più o meno lo stesso, giusto?

 

Mag 15, 2015 - considerazioni sparse    No Comments

A Patto di Mangiare Automobili

NightMailDunque, l’altro giorno ho scritto questo post su “le due storie di fantascienza” di Kipling, citando With the Night Mail e As Easy as ABC, ricordate?

Ebbene, mi è stato fatto notare che in realtà di storie di fantascienza Kipling ne ha scritte ben di più – come Wireless, come The Eye of Allah, come in the Same Boat, come Unprofessional, come A Matter of Fact – e probabilmente qualche altra.

Io ho risposto che per me la fantascienza è solo quella con le navi volanti, il che era mostly uno scherzo. E dico mostly perché tutti sapete del mio rapporto complicato con la fantascienza. La cosa funziona così: avendo io paura dei r., non mi metto di sicuro a studiare le varietà, le abitudini e la riproduzione dei r.* E avendo paura della fantascienza, diciamo che non mi metto ad analizzarne la suddivisione in subgeneri. E potrei far notare che qualcuno una volta mi disse che i viaggi nel tempo sono fantascienza, e questo mi aveva convinta di potermi timidamente riconciliare con parte di un subgenere… Fino a quando quel qualcuno ammise di avere mentito in proposito.  Questo per dire che le mie idee in fatto di fantascienza non sono molto più precise di quelle in fatto di r., e si possono riassumere in un istinto a fuggire lontano, accompagnato da un paio di segnali di pericolo: otto zampe, navi volanti, distopie postapocalittiche – e poco altro.

Ora, non ho indagato sul numero di zampe di With the Night Mail e As Easy as ABC – ma di sicuro ci sono navi volanti e una distopia postapocalittica. Ergo, fantascienza – nel mio senso del termine.Kipling, Rudyard, 1865-1936, head-and-shoulder...

E tuttavia no, non sono scappata particolarmente lontano. Ho ricordi di avere letto entrambe le storie una quindicina di anni fa, senza riportarne traumi irreparabili – perché Kipling è Kipling, perché la distopia non è da prendersi particolarmente sul serio, e perché l’insieme non è affatto angoscioso.

Già che ci siamo, con questo sto ammettendo che la mia scififobia è un nonnulla incoerente. Che posso dire? Ne sono perfettamente consapevole. D’altra parte, stiamo parlando della stessa persona che ha il terrore delle farfalle, ma nessuna remora particolare nel prendere in mano i pipistrelli – e avendo detto questo, andiamo avanti.

Quindi, le storie dell’ABC sono inequivocabilmente fantascienza – e su questo siamo d’accordo, giusto? Le altre…

Questo forse è un buon momento per dire che non soffro nemmeno di particolare imbarazzo all’idea che Kipling abbia scritto fantascienza. Una delle cose che ammiro in lui – credo di averlo già detto ad nauseam, ma va detto di nuovo – è l’eclettica varietà dei suoi racconti. Dall’Impero ai fantasmi, dalla storia inglese alla massoneria, dallo humour a San Paolo, dal polo allo spionaggio – il buon Rudyard ha raccontato proprio di tutto, e quindi perché non un po’ di fantasciena.

scifiNon è questione di snobismo letterario, dunque. È proprio un’incapacità a classificare le altre storie in questione come fantascienza. A Matter of Fact è una faccenda di mostri marini – un mostro marino. Nessie non è fantascienza, giusto? The Eye of Allah è ucronia. In Wireless (che sono andata a rileggermi perché ne avevo ricordi piuttosto vaghi) gli esperimenti di trasmissione radio servono da sfondo a una faccenda non del tutto dissimile da The Finest Story in the World, con il commesso di farmacia che conosce Keats senza averne mai sentito parlare. Unprofessional e In the Same Boat immaginano bizzarre influenze sulle afflizioni del corpo e della mente**… Che devo dire? Sto provando, adesso mentre scrivo, a considerarle fantascienza – e proprio non ci riesco. Niente navi volanti, niente distopie, niente apocalissi recenti…

Il che, mi si è anche detto, non rende queste storie qualcosa di diverso dalla fantascienza – non più di quanto il mio rifiuto di considerarlo un manuale possa rendere il manuale d’istruzioni della mia automobile un ricettario.

E tuttavia, se io mangiassi automobili? Questo renderebbe il manuale l’equivalente di un ricettario, giusto? E siccome, dal punto di vista della fantascienza, si può dire che io mangi automobili, trovo che a suo modo la faccenda non faccia l’ombra di una grinza: a patto di mangiare automobili, Kipling ha scritto due storie di fantascienza.

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* Ho un vago ricordo di una storia in un libro di lettura delle medie: un aracnofobo che, per vincere la sua fobia, faceva un viaggio in cerca di… Right, mi fermo qui perché la sola idea mi mette la pelle d’oca.

** E in proposito mi viene in mente un’altra storia abbastanza simile – ma con un finale molto meno consolante – di cui al momento non ricordo il titolo.

 

 

 

 

 

Di Nuovo… Con Ragione ♫

mimosaSì, lo so: ho già postato questa canzone un po’ di mesi fa…

Ma lo faccio di nuovo perché mi sembra una buona domanda da porre e un buon tipo di augurio da fare. Non solo alle donne, e non solo per l’otto di marzo, si capisce, ma quando si sentono al telegiornale servizi come quello di ieri, secondo cui le ragazze sono ancora attivamente scoraggiate dall’intraprendere carriere scientifiche, e quando si considera che Christine de Pisan, già all’inizio del Quattrocento, sospirava “Oh, Signore – perché non mi hai fatta nascere maschio? Allora tutto quel che faccio sarebbe a tua maggior gloria, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto – come gli uomini dicono di essere…”

Be’, vedendo tutto ciò si ha l’impressione che ci si debba ancora lavorare un po’, vero?

E allora…

Buon Otto di Marzo.

A Rendere Tutto Facile

History“Ah, be’, tu appartieni a un’altra generazione. Per quelli della mia età non c’è stata Internet, a rendere tutto facile…” mi disse una volta un autore americano con cui avevo avuto da dissentire in fatto di… be’, diciamo in fatto di elisabettianerie.

Nel caso specifico, non ero straordinariamente incline a commuovermi, perché le elisabettianerie in questione sono di pubblico dominio e disponibili su carta da molti decenni, e non si può interessarsi all’argomento e ignorarle – men che meno scrivere un play in proposito vantando ricerca originale e poi trascurare documenti che sono riprodotti per intero in ogni biografia degna del nome.* A parte questo, però, capisco perché il signore over the Pond dicesse così: non c’è quasi limite a quel che il romanziere storico d’oggidì può trovare in rete – soprattutto, va detto, se scrive di storia inglese o americana,  ma non solo.

Checché ne dicesse il mio interlocutore transoceanico, ho l’età per avere costatato la differenza di persona. Una ventina d’anni fa, quando ho deciso che avrei scritto romanzi storici, Internet era già in circolazione – solo che io non ne avevo idea. Così un’estate sono partita per la Francia** e ho gironzolato per Bretagna, Poitou e Vandea per una dozzina di giorni – di campo di battaglia in magione di campagna, di cittadina in museetto, di castellotto in libreria – e me ne sono tornata a casa con un enorme zaino pieno di libri che in Italia non avrei mai trovato. Piacevole viaggio, non lo nego , ma il guaio è che non sempre all’inizio sappiamo tutto quel che ci servirà come documentazione. Non so dire quante volte mi siano mancati particolari, informazioni e conferme – ma che potevo fare? Tornarmene in Francia ogni volta?

Adesso… well. Voglio un’enorme e navigabile mappa della Londra elisabettiana? Un elenco delle stazioni di posta e dei giorni di partenza dei trasportatori via terra e via fiume? le date di una serie di transazioni commerciali registrate a metà Cinquecento?  Tappe, mezzi e tempi di un precipitoso viaggio dalla campagna polacca a Marsiglia alla fine dell’Ottocento?*** Ebbene, posso mettermi a caccia dal mio studio e, la maggior parte delle volte, trovare quel che cerco. E questo è ancora più meraviglioso quando si abita in un paesino sperduto tra le verdi campagne e i fiumi sinuosi… Internet

Il che non significa che sia facile. Il fatto che lo sia molto di più che viaggiare in treno una notte e mezza giornata e scapicollarsi su e giù per l’Ovest della Francia, non significa che basti digitare qualche paroletta nella casella di ricerca e fermarsi al primo risultato. Magari sembra ovvio, tanto che non perderei tempo a farlo notare se non fosse per una serie di esperienze men che felici con alcuni presunti nativi digitali. È dura convincerli che le gioie di Internet applicate agli studi non si riducono al copia&incolla da Wikipedia e all’inqualificabile Yahoo Answers. Forse sono capitata male, ma perché deve essere così impervio convincerli a confrontare sempre più di una fonte? A leggere le dannate didascalie prima di scegliere la prima immagine che capita? A valutare l’attendibilità di quel che trovano? A cercare i documenti originali, oltre alle fonti secondarie? A sfruttare almeno un po’ le infinite possibilità invece di sedersi su quella in cima alla pagina – spesso senza nemmeno leggerla?

Perché in realtà è proprio questo il punto, o Implumi Digitali e Drammaturgo Transoceanico: Internet non ha reso tutto più facile. Niente affatto. Più comodo, questo sì – ma solo nel senso che ha reso infinitamente più comodo accedere a una quantità infinitamente maggiore di informazioni. Informazioni da ricercare, confrontare, analizzare, scartare se è il caso…

Tutt’altro che facile – non vi pare?

 

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* No, non sono di quelle persone che si divertono a contattare gli autori per far notare uno svarione a pagina 15… Vi assicuro che aveva cominciato lui.

** Allora andava così…

*** Chiaramente questo non ha nulla a che fare con il progetto in corso – ma è capitato.

Gen 5, 2015 - considerazioni sparse    3 Comments

January Blues

JanBluesMa a parte tutto, a voi gennaio piace?

Perché io devo confessare di detestarlo un pochino, gennaio.

Venendo come viene dopo tutta l’attesa decembrina, gennaio è una specie di enorme lunedì mattina cosmico – e a chi è che piace il lunedì mattina?

Insomma, dicembre è un mese di attesa, di preparazione e preparativi, di luce di candela, di agrifogli, di biscotti con le spezie, di carole, di ricordi… Non so voi, ma io non riesco a non investire dicembre di un senso di sipario che si taglia col coltello. Solo che in realtà il sipario non si chiude affatto (e per fortuna!), e poi arriva gennaio, e si resta con l’albero da disfare, le carole da togliere dall’iPod e tutto da ricominciare daccapo. Al freddo. Dopo avere preso quel genere di cattive abitudini che fanno tanto presto a stabilirsi nel corso della più breve delle vacanze…

E poi non è nemmeno questione di vacanze che finiscono. Da diversi anni in qua, a ben vedere, una volta scremati i preparativi, i parenti eccetera, le mie vacanze si riducono a un paio di giorni di letturaletturalettura, prima di tornare al lavoro. Tecnicamente non ho nemmeno più il tempo di prenderle, le cattive abitudini…

E tuttavia.

Un anno nuovo, tutto intero, tutto bianco… Ho detto che è come uscire nel gelo il lunedì mattina, ma c’è anche un po’ di sindrome della pagina bianca. E adesso da dove comincio? Mi dà i brividi il sol pensiero. E allora si fanno buoni propositi, e s’inizia un taccuino nuovo, e ci si compra un maglione rosso, e si spera che nevichi. Ecco, se nevica va bene persino gennaio. Se nevica va bene tutto. Credo di avervi già raccontato di come, all’epoca del mio primo vero e proprio run – un giro di repliche di Di Uomini e Poeti, back nel 2011, una serie di nevicate avesse costretto la compagnia a rimandare la prima… Ebbene, nemmeno questo era stato sufficiente ad appannare il mio entusiasmo per la neve. Se nevica va bene tutto – ma stiamo parlando del Mantovano, you know, dove le nevicate degne del nome sono un’occorrenza men che equinoziale.

E quindi siamo daccapo: una pagina bianca, di lunedì mattina, al freddo. gennaio,_pattinatori_sul_giacchio

Che poi si sa: una tazza di tè, un’altra, un po’ di duro lavoro ed è fatta. La cosa peggiore è ricominciare. Prima di febbraio non mi ricorderò nemmeno più di questi mooligrubs. È solo questione di rimettersi in moto. Eccetera, eccetera, eccetera.

Certo.

Sicuro.

Come no?

Oh well. Credo che andrò a farmi un’altra tazza di tè.

E chissà, magari nevicherà…

Propositi & Intenzioni

New Year 2015 formed from sparking digits over black backgroundOgni benedetto anno arriva il momento dei propositi e, ho costatato facendo una rapida ricerca, ogni benedetto anno mi propongo di non procrastinare… E il fatto stesso che me lo debba riproporre ad ogni benedetto primo gennaio non depone a favore della mia capacità di mantenere i miei propositi, vero?

Potrei fare battute sul fatto che procrastino di anno in anno la non-procrastinazione. Potrei – ma diciamo piuttosto, e troviamoci qualche genere di consolazione, che ho fatto progressi, e che la tendenza a procrastinare non si sconfigge in un anno. O in due. O in tre… e a questo punto fermiamoci prima che la cosa si faccia deprimente, volete?

Anche perché non posso dire di essermela cavata straordinariamente bene con gli altri due propositi, che riguardavano i blog e l’intenzione di navigare in modo più deliberato. Oh, i blog sono ancora dov’erano – ancora in piedi, ancora in lenta (ri)crescita. Non è successo loro nulla di male, ma se questo doveva essere l’anno della svolta… be’, non lo è stato. E lo stesso vale per la navigazione. Che devo dire? Seguito a navigare a vista.

Meglio assai, giusto per risollevarci lo spirito, è andata con quelle che chiamavo intenzioni e non propositi, e che nel post corrispondente un anno fa avevo annunciato quasi offhand, in un paragrafino di premessa. Volevo scrivere – e per scrivere ho scritto, eccome. I fantasmi abbandonati non li ho ripresi, ma ho messo insieme una discreta quantità di racconti, monologhi, plays. Poi volevo darmi da fare con l’anno Shakeloviano, e… suppongo che non abbiamo eccessivo bisogno di discuterne, giusto? E infine ero intenzionata a farmi rappresentare di nuovo – e oserei dire che L’Uomo dei Sonetti, i Ninnoli di Vetro e Christmas Joy si possono considerare un buon risultato.

Morale: propositi o,5/3; intenzioni: 3/3.

Che mi convenga lasciar perdere i propositi e concentrarmi sulle intenzioni?

Vediamo un po’. Quest’anno intendo scrivere un romanzo. Non un romanzo e nient’altro, ma tra tutto il resto, un romanzo – quel romanzo che vi ho detto. E non solo una prima stesura e poi si vedrà: intendo scriverlo, revisionarlo, finirlo e mandarlo Là Fuori.  Poi intendo pubblicare. As in, autopubblicare in formato elettronico. In Italiano e in Inglese. È inutile dirsi quanto sarebbe carino uscirsene con qualche ebook, e passare l’occasionale oretta a strologar copertine, e poi non farne nulla. Quest’anno intendo agire in proposito. E intendo anche riprendere in mano quante più possibile delle stesure provvisorie sparse tra quaderni e hard disk, finirle e farci qualcosa.

Ecco fatto.

Oh, e faccio il tradizionale buon proposito di procrastinare di meno – ma comincio a domandarmi se non sia il caso di aspirare alla non-procrastinazione in via collaterale, come qualcosa di accessorio alla realizzazione delle intenzioni. In fondo, se davvero intendo fare quel che intendo fare, di procrastinare non mi rimarrà il tempo.

E voi, o Lettori? Fatti i buoni propositi?

 

Considerazioni Sparse

tumblr_m0hyaviUSk1r1fzbqo1_500Prima di tutto, dove diamine è finito giugno?

Qualcuno di voi l’ha visto? No, perché dopo il maggio di fuoco, ero assolutamente certa che in giugno avrei approfittato della relativa calma per scrivere un sacco – commissioni,concorsi, esperimenti e intenzioni personali ancora senza uno scopo evidente – e invece che diavolo, è quasi la metà di luglio e non è come se avessi combinato granché…

Mezza estate è già andata – ma dove, di preciso?

E agosto è alle porte, con il corso estivo alla Libera Università del Gonzaghese (ancora Shakespeare & Marlowe – ne riparleremo), con alcune scadenze, con un’antologia e una rivista cui mi piacerebbe mandare qualcosa, e con settembre subito dopo – e tutti sappiamo come funziona settembre – e il mio elenco di progetti è ancora lì. Non proprio intatto – né, a ben pensarci, proprio uguale a com’era alla fine di maggio…

Perché poi c’è sempre la dannata propensione a lasciarsi distrarre dalle idee nuove e luccicanti cui pare bello mettersi di traverso un giorno sì e un giorno no.

“Guardami! Mi vedi bene? Hai notato come luccico? E che bei colori ho? Ed è inutile che tu finga di non notarmi, sai? Ho un talento ineffabile per il luccichio laterale. Più ti volti dall’altra parte, più io luccico al margine estremo del tuo campo visivo. È fastidiosissimo, lo so – lo faccio apposta: tanto vale che tu ceda subito, non dopo giorni e giorni di resistenza a denti stretti. Tanto sappiamo benissimo che finirai per cedere… E non azzardarti a lasciarti distrarre dalle potenzialità narrative di una conversazione con un’idea indebita, sai? Ehi! Non

"La strada che devi prendere dipende da dove vuoi andare..."

“La strada che devi prendere dipende da dove vuoi andare…”

osare! Non osar di osare – no, nemmeno un monologo… ehi! ehi, ho detto di guardare me, me, me, non–”

Ecco, appunto.

Non sto a dirvi lla mezza dozzina di idee narrative che hanno pensato bene di saltarmi addosso mentre scrivevo il paragrafo tra virgolette – né come questo succeda tutto il tempo e si traduca in taccuini su taccuini di appunti, perché Adesso No Ma Non Si Sa Mai, e in diluvii di prime stesure in ogni più riposta piega dell’uno o dell’altro hard disk…

E sto divagando di nuovo, visto? E non dovrei, che diavolo – ma se non altro credo di aver trovato la risposta alla domanda iniziale: dove diamine è finito giugno? Passato al galoppo mentre io divagavo allegrissimamente a diritta e a mancina…

E, di nuovo se non altro, almeno tendo a divagare per iscritto.

 

Nel Frattempo, Alla Fattoria…

Tornata, o Lettori!

E questa volta per davvero.

Mi siete mancati, sapete? Adesso, piacendo alla divinità dei blog, torniamo ai ritmi di pubblicazione normali – cominciando da oggi. E per oggi vediamo di ricapitolare brevemente che cosa è successo in queste tre settimane di naufragio.

Allora, mentre ero spiaggiata, in realtà, non mi sono esattamente annoiata, e anzi: sono successe diverse cosette. Alcune le sapete già, grazie all’occasionale piccione viaggiatore che sono riuscita a mandare this way…

anitagaribaldi3I. Di Aninha, per esempio, sapete qualcosa: nonostante la bonaccia innaturale, tutto è andato bene… o forse non era poi così bonaccia – né, di conseguenza, così innaturale – perché turns out a posteriori che la Primadonna, la bravissima Giulia Bottura, era tesa, agitata, nervosa e terrorizzata come un quarantaquattro gatti cui qualcuno  avesse pestato tutte le code allineate in una volta. Quindi si potrebbe dire che G. ci abbia salvati, immagino… On a personal note, forse vi ho detto che il signore delle luci del teatro Italia è stato così gentile da affidarmi completamente la sua preziosa consolle, consentendomi di giocarci liberamente, e ciò è stato molto bello e istruttivo – anche perché la consolle stessa era una creatura ragionevole e non tanto complicata da intimidire. E l’ho già detto quanto è incantevole il piccolo Italia, gioiellino liberty degli anni Venti, costruito con grazia e buon senso e riguardo per le esigenze di una compagnia piccola… Ah!

II. Quel che non sapete, perché non sono riuscita a comunicarlo, è che la sera del 23 il gruppo Ad Alta Voce si è prodotto in un incontro fuori programma, in collaborazione con un gruppo di simpaticissimi scout locali tra i 16 e i 19 anni – membri della Pattuglia Sturm und Drang. Il tema, scelto dai ragazzi, era la libertà – e si è letto un po’ di tutto, dalla Leggenda del Piave ad Allen Ginzberg, da Seneca a Pietro Citati… Interessante esperienza, ed eminentemente ripetibile – magari da rodare un pochino, accendere un po’, oltre al confronto, anche la discussione. Ne riparleremo.

III. Di Pisa un po’ sapete. Quel che non sapete è l’odissea ferroviaria per arrivare fin Laggiù. Mi si dice che incappare in una simile collezione di ritardi personali, ritardi istituzionali, elezioni (proprio non avevo calcolato questa evangelicissima migrazione amministrativa), sconti promozionali e casi misti assortiti non è da tutti – ed è possibile che sia abbastanza vero. Dopo tutto, quattro treni persi in un giorno solo devono essere quasi un record, giusto? Poi però Quieta Movere, il secondo posto e un certo numero di possibili contatti allacciati e sviluppi potenziali hanno giustificato tutto.

IV. Novità nuova è che tra luglio e agosto terrò due incontri shakespearian-marloviani nell’ambito delle Serate in Giardino di Casa Andreasi, organizzate dall’attivissima Associazione per i Monumenti Domenicani di Mantova. Casa Andreasi è un bellissimo luogo, e il giardino è un vero giardino rinascimentale… Se non per sentire me, vale la pena di venire anche soltanto per vedere il posto. Le mie date, ve lo anticipo, sono il 23 luglio e il 2o agosto, ma ve lo ricorderò – oh, se ve lo ricorderò! – e vi darò dettagli sul programma per intero.James Crichton Caption : THE ADMIRABLE CRICHTON.

V. Mercoledì pomeriggio, a Milano*, sono stata ospite delle sorelle Spinelli, nel bellissimo vecchionuovo Atelier Cartesio. Annidato in un bel cortile di Corso Garibaldi, Marina e Grazia hanno creato uno spazio davvero ideale, e hanno anche messo in mostra (gasp!) un tomo dell’edizione ciceroniana di Aldo Manuzio il Giovane… Quella parzialmente dedicata all’Ammirabile Critonio – di cui forse abbiamo parlato in abbondanza e forse no. Ed è qui che sono entrata in scena io per una chiacchierata su James Crichton, Aldo il Giovane, i Gonzaga e una manciatina di altri. Bellissima esperienza destinata ad avere seguito – e vi anticipo che anche di questa gente, e del mio romanzo che ne parla, potete rassegnarvi a leggere ancora in un prossimo futuro.

VI. Ieri sera c’è stato una sorta di pre-debutto di Borgocultura, associazione nuova di zecca, con un sacco di grandi idee e progetti ambiziosi. Riusciremo a realizzare quel che ci prefiggiamo? Lo dirà il tempo… -empo… -empo… Nel frattempo, ieri sera il bravissimo Giacomo Cecchin ci ha incantati tutti con una brillante, coltissima e intelligente conferenza su “Il Marketing del Monaco”, ovvero il modo in cui un’abbondante presenza monastica ha plasmato lo sviluppo urbanistico di Mantova. Anche di Borgocultura sentirete parlare ancora.

E scusate se è poco…

Maggio è stato un mese interessante. Giugno è alle porte  – stiamo a vedere che succede. E voi? Che avete fatto mentre non guardavo?

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* E anche qui, odisseuzza ferroviaria, viaggiando sulla cuspide tra guasti apocalittici alla linea e sciopero dei trasporti. In qualche modo siamo riuscite ad arrivare (in ritardissimo) e a ripartire – il che non era poi del tutto scontato, visto che tutto attorno si cancellavano treni come se piovesse…

 

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