Mar 4, 2009 - libri e fumetti    1 Comment

Anobii

Anobii è una bellissima idea. Anobii è una di quelle cose di cui t’innamori, dove nei primi tempi di passione trascorri sedici ore al dì, dove vorresti tanto parlare di tutti, tutti, tuttissimi i libri che hai letto…

Poi ti accorgi che, per l’appunto, ci passi sedici ore al giorno, invece di fare altre cose che magari saranno meno affascinanti, ma che devi proprio fare. Allora, se hai buon senso ed equilibrio, ti dài una regolata e cominci ad usare Anobii con giudizio e moderazione. In caso contrario, come la sottoscritta, te ne disintossichi con pari rimpianto e rapidità, e vedi di non tornarci mai più.

Oggi, dopo mesi che bado a ‘non tornarci mai più’, mi giunge notizia di un commento ad una mia recensione. Incuriosita, vengo meno ai miei propositi e vado a vedere chi mai abbia commentato i miei rimuginamenti su “Il Gattopardo” e perché.

Ebbene, ci crediate o no, la commentatrice m’ingiunge severamente di indicare che la mia recensione è uno spoiler. For the life of me, I can’t say what I spoiled. A meno che non sia dove definisco la principessina Concetta ‘sconfitta’. Ad ogni modo, resta il commento: devi dire che contiene spoiler.

Secondo voi ci sono speranze che scherzasse?

Feb 19, 2009 - grilloleggente    2 Comments

Finis Austriae

E dunque credevo di essermi liberata dall’Australiana, ma forse non era del tutto vero, e quindi la lezione su Roth alla UTE l’ho passata cercando di non tossire come un aspirapolvere con l’asma. Cercando con modesto successo, dovrei dire.

 

Tra un rantolo e l’altro, a quanto pare, sono riuscita a farmi capire, ed è già qualcosa. Di sicuro hanno capito che Roth mi piace. Bisogna amarlo, uno scrittore, per andare a parlarne in quello stato! E per fortuna che ho deciso di non leggere ad alta voce il finale de “La Cripta dei Cappuccini”, quando Franz Trotta va a rendere l’ultima visita al suo imperatore morto, e grida “Dio conservi” davanti alla porta chiusa…

 

E’ più forte di me: non riesco a leggerlo senza commuovermi, fin dalla prima volta, in Collegio, chiusa di nascosto in un’aula vuota alle tre del mattino.Solo che piangere da soli in un’aula vuota alle tre del mattino è leggermente più sano che scoppiare in singhiozzi all’Università della III Età…

 

Scherzi a parte, quello che più mi piace in Roth è questo senso d’irreparabilità e di declino, di questa corsa verso il precipizio, in bilico tra la lucidità e l’illusione che si negano a vicenda ad ogni pagina, ad ogni frase, ad ogni aggettivo. E tutto in una scrittura dall’apparenza così semplice e trasparente.

Buona traduzione, anche: Laura Terreni per Adelphi, alla fine degli Anni Ottanta.

Anzi, ora che guardo, proprio nell’Ottantanove. La cosa ha una sua poesia: da una parte il Muro che Cade a Berlino, dall’altra forse il più bel romanzo su come cadono gl’Imperi.

 

D’accordo, invece di diventare maudlin, facciamo buoni propositi: un giorno o l’altro, riprenderò a studiare Tedesco sul serio, non foss’altro che per leggere Roth in originale.

Feb 16, 2009 - lostintranslation    5 Comments

Cavalli di un Altro Colore

Mi hanno commissionato una serie di traduzioni dall’Italiano all’Inglese. Tra l’altro, a proposito di colori e del loro significato culturale.

Parte del fascino della faccenda consiste nella quantità e varietà di significati che lo stesso colore può assumere presso diverse culture, ma quello che mi ha fatto pensare di più sono i diversi modi in cui usiamo i colori nel linguaggio.

 

E di conseguenza nella scrittura.

 

Ci sono associazioni logiche, per lo più legate a fenomeni naturali, che restano un po’ le stesse a tutte le latitudini. Tutti, o quasi, associamo il verde alla rinascita e il nero al buio.

 

Poi ci sono associazioni di significato di tipo culturale: il rosso, colore “peccaminoso” in Occidente, diventa il colore della purezza in India (e mi domando se la cosa abbia a che fare con le virtù purificatrici del fuoco…); il giallo significa coraggio in Giappone e codardia nel mondo anglosassone; il bianco è il colore delle spose e degli angeli, ma in Oriente significa lutto e morte. E il nero, il nostro colore del lutto, in Cina è associato ai bambini maschi. E’ chiaro che ognuno di questi significati ha ragioni culturali e antropologiche, qualcuna antica come lil fuoco purificatore, altre recenti come i celebri “sorci verdi”.

 

Infine ci sono le associazioni del tutto personali. Per Federico Garcìa Lorca il tramonto ha anche il colore dello zucchero; quando da bambina studiavo pianoforte, mi sono formata la convinzione che l’accordo DO-MI-SOL fosse giallo oro; la nonna di una mia amica diceva che i colori della primavera sono il bianco e il nero, come il petto e il dorso delle rondini.

 

Il che significa che ci sono infiniti modi di usare il colore e i colori per iscritto. Una sfaccettatura in più nella cangianza infinita del linguaggio. Il mare di Omero era color del vino, nel Tamerlano di Marlowe non compaiono altri colori che bianco, rosso, nero e oro; per Dick Heldar, la felicità è vedere l’azzurro nel bianco della neve al chiaro di luna…

 

Per contro, significa anche che ci sono ben pochi modi di sapere quali associazioni il nostro uso dei colori susciterà nel lettore.

Neppure quando scriviamo per lettori della nostra stessa cultura, della nostra stessa lingua, del nostro stesso condominio… Ciascuno, ma proprio ciascuno, ha la sua tavolozza.

Feb 12, 2009 - blog life    No Comments

Eppur si muove

No, non sono morta.

Ok, al momento ho l’influenza, ma sono viva, vivissima. E tra i miei buoni propositi per il nuovo anno c’è quello di occuparmi di più (molto di più) di questo blog.

Anno nuovo? Ma se siamo quasi a metà febbraio!

I know, I know… Però le buone intenzioni ci sono. Clarina sta per tornare, fidatevi. E’ praticamente già qua.

Ott 8, 2008 - scrittura    3 Comments

Chiamatemi Cristoforo

Sono sbarcata in America!

Terzo posto nello Short Story Contest di Literary Magic, rivista elettronica di linguistica.

Who-hoo!

***

(Per chi ha voglia di leggere la storia, una volta nella Home Page, fate click su Contest Results.)

Ott 4, 2008 - editing    2 Comments

Bucato

Su “Il Giornale” di oggi c’è una doppia pagina dedicata alla figura dell’editor.

Non è la prima volta, e un paio di mesi fa anche Benjamin, la rubrica di libri del TG1, aveva dedicato un servizio alla categoria.

Vogliamo dire che ci si stia accorgendo di noi?

Forse. Non è detto che sia un bene assoluto, però, e la doppia pagina de “Il Giornale” mostra molto bene il perché.

L’articolo principale riporta una serie di brevi interviste ad altrettanti editor di punta di grandi Case italiane, tutti intenti ad assicurare (e rassicurare) che la pratica dell’editing non è, per carità, non è assolutamente sinonimo di omologazione supina al gusto delle masse. “Io non dico mai ai miei autori di riscrivere questo o quello”, e “abbiamo fatto solo un leggero editing”, e cose così.

A questo articolo, ne segue un secondo, molto più breve, a proposito dei grandi editor anglosassoni, gente leggendaria come Gordon Lish e Susannah Clapp. Gente, si capisce bene, che adotta (e ammette) metodi un tantino più truci.

Il sugo della giustapposizione non è che ci sia editing ed editing, a seconda del lato dell’Atlantico su cui ci si trova, ma che il mondo editoriale anglosassone è più maturo, oppure più impudente, a scelta. Nessuno si scandalizza scoprendo che Raymond Carver non sarebbe Raymond Carver senza Lish. O che Ezra Pound faceva l’editor.

Da noi è diverso. L’intervento dell’editor dà all’intera faccenda un che di artigianal-commerciale, appanna la mistica della scrittura-arte, suscita reazioni che vanno dal lieve imbarazzo alla negazione violenta.

O, peggio, al rifiuto.

Per cui, non è davvero il caso di metterci troppo sotto i riflettori. Apprezziamo l’attenzione, ma lasciateci pure lavorare nell’ombra, grazie.

Set 4, 2008 - scrittura    2 Comments

Dimostrazione Scientifica

Dice Thomas Mann che “Uno scrittore è una persona per cui scrivere è più difficile che per gli altri.”

Quante volte, in occasione del consueto regalo di gruppo al collega che si sposa, vi siete sentiti ingiungere “il biglietto lo scrivi tu!”, con l’implicazione che scrivere meravigliosi, originali, profondi biglietti augurali sia cosa da nulla per lo scrittore (più o meno aspirante) della compagnia?

E poi che succede? Che vi sedete alla scrivania con il dannato biglietto e una penna, fissate il primo e mordete la seconda per tutta la pausa pranzo, cacciate il tutto nella borsa e ci pensate e ripensate, e nulla viene. Poi, nel momento meno opportuno, vi viene in mente qualcosa e lo buttate giù, salvo constatare che non vi piace del tutto e che adesso dovete procurarvi un altro biglietto. Allora cominciate a scrivere in brutta copia su un foglio A4, sostituendo verbi e modificando l’ordine degli elementi della frase, disperandovi a ricordare chi diavolo sia l’autore di quella citazione che potrebbe essere perfetta per l’occasione, cercando il giusto equilibrio tra spirito, affetto e sincerità…

“E allora, hai finito?” chiede ogni tanto qualcuno.

E la risposta è no, e allora comincia la pioggia di battute sulla Divina Commedia, voi v’innervosite, stracciate il foglio A4 in coriandoli molto piccoli e dite agli spiritosi che se lo scrivano loro, il biglietto. Seguono, in ordine sparso, ulteriori frecciatine sul temperamento degli artisti, suppliche e hints al fatto che il matrimonio è tra meno di una settimana.

Allora vi rimettete all’opera, producete tre versioni del biglietto d’auguri e, in un sussulto di buon senso, cassate le due più brillanti perché sono troppo brillanti, troppo letterarie per la vita reale.

Così vi resta quella elegante e semplice e affettuosa, quella che farà piacere agli sposi, quella di cui tutti i vostri co-donatori, nel firmare, penseranno “ero capace anch’io!”

E qualcuno ve lo dirà, anche. Ed è vero: qualcosa del genere lo avrebbero saputo scrivere anche loro, e in un decimo del tempo che ci avete messo voi. Qualcosa del genere; non lo stesso.

 Perché uno scrittore non è chi produce belle parole una dietro l’altra come una gallina d’allevamento scodella uova: lo scrittore cattura, plasma, cesella e intreccia le parole, e tutto senza che la fatica e l’arte siano evidenti nel risultato finale.

Per questo è più difficile.

Ago 28, 2008 - scrittura    1 Comment

Scrittore Nei Paraggi

Il villaggio è di fiera, e io sono stata cooptata nella preparazione della pesca di beneficienza.

Mi sono presentata ieri, col mio portatile sottobraccio, e mi sono ritrovata unica al di sotto dei sessanta in un gruppo di signore che, mancando quest’anno la sovrintendente abituale, giravano un tantino su sé stesse ma con molta buona volontà, seppur non senza divergenze d’opinione.

Il mio compito era di battere al computer una lista dei premi, e non so se abbiate idea della congerie di oggetti che finisce sugli scaffali di una pesca di beneficienza: da una coppia di coniglietti innamorati in resina verde prato, a una favolosa batteria di pentole antiaderenti, con molti, affascinanti passaggi intermedi. Ho contato sei biscottiere di ceramica Anni Settanta, un armadietto per le bambole di bambù intrecciato, trenta (30) scacchiere di vetro, una scatola di ornamenti natalizi di vetro soffiato, uno xilofono proprio di legno, un buono per un maialino (vivo), una tovaglia da ventiquattro fatta all’uncinetto, sette piattini scompagnati di un servizio della vecchia Richard… e poi mi fermo qui, anche se la tentazione di continuare la lista nonsense è forte. Non sembra un esercizio di traduzione dal Tedesco?

La cosa migliore, però, erano le signore organizzatrici, che continuavano a chiedermi cosa ne pensassi di tutto l’ambaradan.

“Ti diverti, vero che ti diverti?”

“Ma cosa vuoi che si diverta? Ci fa un favore…”

“Ma no, che si diverte! Scommetto che ci scrive un libro.”

A questo, ho riso e ho detto che un racconto prima o poi ci scapperà, il che le ha mandate in visibilio.

Questo è successo ieri.

Oggi pomeriggio, nel venirmene via a lista terminata, ho salutato le signore. E due di loro, separatamente, mi hanno presa da parte e chiesto…

“E il racconto, quando possiamo leggerlo?”

 

Ago 26, 2008 - scrittura    5 Comments

Fisse

Once upon a time, si discuteva di libri con un amico (una di quelle anime buone e pazienti che leggevano tutto quello che scrivevo e facevano anche le pulci). Si discuteva di Thomas Bernhard, credo, e io sostenevo che Il Soccombente non è una storia, è un esercizio di stile.

“Non succede un bottone,” dicevo io, “non cambia niente!”

“Tu sei troppo ossessionata dalla fabula,” diceva il mio amico.

Una quindicina di anni più tardi, riflettendoci, posso dire che aveva ragione, almeno in parte: non sono sicura di esserlo troppo, ma di sicuro sono ossessionata dalla fabula. Una storia per me deve avere una trama. Una trama costituita da un arco. Un arco che porta da un punto A ad un punto B, ben definito rispetto al punto A. Sennò che storia è?

All’inizio di una storia deve esserci conflitto. Molto bene.

Anche al centro della storia stessa deve esserci conflitto. E fin qui ci siamo, ma non basta.

Alla fine della storia, qualcosa deve essere cambiato. Qualcunodeve essere cambiato: il protagonista. Deve avere ottenuto quello che voleva, oppure deve avere fallito nel tentativo di ottenerlo, oppure deve avere ottenuto qualcosa di completamente diverso (è contento? è sorpreso? è deluso?). Deve avere imparato qualcosa, oppure deve pagare le conseguenze per non avere saputo imparare, per non essersi saputo adattare a quello che è cambiato intorno a lui.  Sennò, ripeto, dove diamine è la storia?

E quindi sì: sono ossessionata dalla fabula. Mi piacciono gli inizi che aprono molte questioni e i finali che le chiudono tutte in modo soddisfacente; mi piacciono i rapporti di causa ed effetto; mi piace che tutto abbia delle conseguenze; mi piace che ci sia sempre un prezzo da pagare. Mi piacciono le storie.

Che posso farci? Ciascuno ha le sue fisse.

Ago 24, 2008 - Senza categoria    No Comments

Pensando di Traverso

D’accordo, ho già parlato di questo corso, ma devo assolutamente tornarci sopra.

How To Think Sideways, ovvero “Come Pensare di Traverso”, di Holly Lisle, più che un corso di scrittura classico è un modo di riconsiderare molte idee preconcette.

Di lezione in lezione, sto ricevendo una serie di salutari scrolloni al mio modo di lavorare e scrivere. E’ come un negozio di giocattoli: tecniche affascinanti da usare e non sempre ovvie. Si è spinti a pensare in modo diverso dal consueto, si sperimentano metodi un tantino bizzarri e, più di una volta, mi sono ritrovata a domandarmi come diavolo una tecnica che non capisco potesse darmi dei risultati inaspettatamente buoni. E poi c’è una serie di forum in cui discutere con gli altri studenti, il che è d’aiuto nel confrontare punti di vista e metodi di risoluzione dei problemi.

I risultati fino ad ora sono ottimi: sto imparando modi nuovi di sviluppare idee, sto rinegoziando i miei rapporti ragionamento/intuizione, sto rielaborando vecchi progetti in modo più stimolante e sto pensando parecchio. Di traverso e non.

Insomma, per chi conosce bene l’Inglese e vuole provare a rivoltare un poco il suo metabolismo di scrittore, How To Think Sidewaysè un’avventura affascinante e decisamente inconsueta.

Per chi avesse voglia di sperimentarla (alcuni posti saranno in vendita dal 1° al 9 di settembre), o per chi fosse anche solo curioso, questo è il link:

http://howtothinksideways.com/members/?rid=84