Feb 10, 2017 - teatro    No Comments

Aspirazioncelle

Questa cosa bella qui sotto viene da una produzione inglese della Tragedia Spagnola di Thomas Kyd:

SpanishTragedy

La posa, le maschere, la luce a piombo che ritaglia i personaggi nel buio, il colore della luce in questione, l’atmosfera densa… che devo dire? Mi piace da matti – e ho aspirazioni in proposito. Aspirazioni che, se piace allo Spirito del Bardo, potrebbero trovare casa ragionevolmente presto.

E visto che stiamo parlando di ispirazioni, c’è quest’altra faccenda qui: JigGlobe

Oppure così:

Jig

Ed entrambi sono Shakespeare al Globe – ma il punto si è che, prima o poi, avrò, avrò e avrò una giga alla fine di qualcosa. Sembro tanto Grisù il Draghetto quando scrivo queste cose, vero? Epperò stiamo a vedere. Ecco.

E buon finesettimana.

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In Timida Lode della Procrastinazione Tattica

ProcrastinITParlavasi di procrastinazione, giusto?

E nei commenti, con L., rimuginavasi di diagnosi, guarigioni e cose così. Il che però mi ha dato da pensare – e oggi bisogna proprio che faccia qualcosa che sembrerà un po’ un’inversione a U. O almeno…

Parliamo di scadenze, volete? Vere o artificiali. Qualche tempo fa, nell’intento di finire una stesura in termini ragionevoli, mi imposi di scrivere 1500 parole di romanzo al dì in mezzo a una certa quantità di altre cose – un numero più che ragionevole per i miei ritmi. E in effetti funzionò, come mi aspettavo perché mi conosco e so di lavorare meglio con una scadenza. E tuttavia…

Il fatto è che passavo un sacco di tempo a spostare virgole, cercare immagini di finestre Tudor, farmi una tazza di tè dopo l’altra, controllare la posta, far piani per quello che avrei scritto fra una stesura e l’altra, consultare il beneamato Historical Thesaurus, eccetera eccetera, fino a che non mi restava meno di un’ora prima delle prove/lezione/appuntamento/ora di cena/… E allora, in quell’oretta scarsa, mi riscuotevo e buttavo giù otto o novecento parole di cui non ero troppo dispiaciuta. E poi ripetevo più tardi – di solito a notte fonda fondissima – e finivo col superare le millecinquecento parole quotidiane, ma sempre a forza di frenetiche orette all’ultimo momento…

Ecco, questa a me piace chiamarla Microprocrastinazione, o meglio ancora Procrastinazione Tattica. E non si può negare che in qualche modo funzioni, anche se questo non lo rende necessariamente il più razionale o il più sano dei metodi. Però che devo dire? Funziona – tanto che faccio così anche a livello strategico. A voi non è mai capitato di avere mesi davanti prima di una scadenza – e ridurvi all’ultima settimana per consegnare? Mi si dice che sia una condizione piuttosto comune. Poi l’umanità si divide tra quelli per cui funziona e quelli per cui produce disastri. Io sono di quelli per cui funziona – e infatti continuo a farlo. Talvolta mi chiedo vagamente: e se invece, per una volta, provassi a usare davvero tutto il tempo di cui dispongo? Talvolta ci provo perfino, ma alla fin fine il fatto è che per lo più lavoro meglio sotto pressione, e quando la pressione non c’è la creo artificialmente. Procrastinando.

E magari è solo un’altra di quelle gradevoli illusioni – come l’utilità immaginaria e il nome di multitasking – con cui rivestire le ore passate a cercare finestre Tudor, ma se invece, dopo tutto, non tuttissima la procrastinazione venisse per nuocere?

 

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Di Dilemmi e Cose Truci

dilemma-676x305Oh, dubbio lacerante! Oh, amletica incertezza! Oh, dilemma bicornuto…!

Insomma, si tratta del romanzo in corso, e la faccenda è così.

C’è questa cosa un po’ truce che accade nel giugno del 1594. Accade davvero, intendo: accadde. È un po’ che ci rimugino su a intermittenza, perché pur non coinvolgendo strettamente il mio protagonista, ha due legami con le sue vicende – uno storicamente documentato e uno, shall we say… psicologico.

Se dico che ci rimugino a intermittenza è perché ogni tanto provo a incastrarla nella storia, e ogni volta giungo alla conclusione che dopo tutto è meglio di no, perché il giugno del ’94 è già un periodo densissimo per il mio protagonista. Gli capita di tutto, povero Ned, e poi ne esce a vele spiegate – in una serie di circostanze in cui le implicazioni psicologiche della Cosa Truce finirebbero per essere di necessità un po’ troppo oppure non abbastanza.

No, davvero: credetemi se vi dico che ha più senso di quanto sembri dal paragrafo qui sopra. Ma insomma, il fatto è che l’ultimo tentativo con la Cosa Truce l’ho fatto nel corso del finesettimana – e, una volta di più, ho dovuto rinunciarci a malincuore. Suona eccessivo, suona forzato… troppo sale, you know. CosaTruce

“Peccato non poterlo avere a ottobre 1597, quando potrebbe condurre perfettamente al climax…” ho sospirato tra me – e… zzinnnnnng!

Sapete com’è, la scintilla che si accende e illumina all’improvviso un intero paesaggio di concatenazioni che si agganciano le une alle altre con suono di campane?

Oh, gioia! Se a giugno ’94 la Cosa Truce è troppo sale, a ottobre ’97 tende un allascamento che mi rendeva un pochino infelice, e lo trasforma in un arco perfetto. Se avete mai scritto una storia, sapete che sono gran bei momenti.

Solo che…

Solo che questo è durato poco, perché il fatto incontrovertibile resta che la Cosa Truce è accaduta irremovibilmente nel giugno del 1594, e nessuna vaghezza deliberata, nessun gioco di telescopio può spostarla nelle più remote vicinanze dell’autunno del ’97. Fosse un atto unico, non ci penserei due volte – ma questo è un romanzo. Un romanzo in cui tutto il resto è piuttosto accurato, e varie cose dipendono da questa ragionevole accuratezza.

Epperò… è davvero un gran peccato, sapete? La storia ne beneficerebbe in modo enorme, e dopo tutto, come dicevamo, la storia in questione è un romanzo, giusto?

Quindi adesso che ho deciso di trasgredire alle mie stesse regole per una volta, tutto sta nel decidere in che modo pDilemma3referisco farlo. Eccolo qui, il dilemma:

– sposto la Cosa Truce al ’97 e, spiegandolo poi nella Nota dell’Autore?

Oppure…

– Accenno alle implicazioni pratiche della Cosa Truce nel giugno ’94 e poi invento un episodio simile per l’autunno del ’97 e uso le implicazioni psicologiche per i miei biechi fini narrativi? (E probabilmente ammetto anche questo nella NdA?)

E non lo so. Non ancora. È da ieri sera che mi ci dibatto – e forse è solo presto. Devo rimuginarci di più, magari sperimentare con entrambe le possibilità.

Vi farò sapere – e, nel frattempo, o Lettori, voi che ne pensate?

Feb 3, 2017 - scribblemania    2 Comments

Elementi Di Procrastinazione Avanzata

procrastination1ITAnche procrastinare è un’arte. Non parlo del fissare la pagina bianca e vuota, controllare la posta elettronica ogni due minuti o decidere di scrivere 2000 parole dopo avere lavato i piatti  – roba da dilettanti! I metodi davvero raffinati si sviluppano negli anni attraverso una combinazione di serendipità e astuzia inconsapevole. L’aspetto chiave, quello che contraddistingue il procrastinatore neofita dal procrastinatore esperto, è un’ingannevole impressione di utilità. Poi a un certo punto si esce dalla trance, si bada davvero a quello che si sta facendo e si rimane basiti… Ma davvero sto facendo questo invece di scrivere? Perché diavolo sto facendo questo invece di scrivere?

1) Fissare la To Do List come una lepre fissa i fari dell’automobile in arrivo. So benissimo di dover consegnare un lavoro mercoledì, e nel frattempo dovrei preparare una lezione, spedire un progetto e portarmi avanti con un libro da recensire… non è affascinante che debba consegnare un lavoro mercoledì, preparare una lezione, spedire un progetto e portarmi avanti con un libro da recensire…?

2) Ricercare ancora un pochino – solo ancora un pochino. Un’ora e venti orsono avrei potuto benissimo mettere una parentesi quadra al posto dell’autore di un play di cui non sono affatto sicura e procedere. Invece sono seduta sul tappeto in mezzo a pile di libri e volumi d’enciclopedia, e ho tante pagine aperte sul computer che la memoria virtuale geme in sofferenza. L’autore di Soliman and Perseda posso averlo trovato oppure no, ma si vede che non era poi così rilevante, visto che adesso sto cercando di scoprire precisamente dove si esercitavano le milizie cittadine londinesi nei tardi anni Ottanta del Cinquecento…ProcrastIt

3) Fare progetti dettagliati per uscire da questa situazione di blocco. Allora, se oggi scrivo 1200 parole, e se lo faccio tutti i giorni, in un mese avrò scritto 36000 parole. In tre mesi potrei avere completato il romanzo. Se invece scrivessi 2000 parole al dì, mi basterebbe un mese e mezzo, ma considerando che 2000 parole sono un ritmo difficile da mantenere, consideriamo pure due mesi. Questo però comprende Pasqua, quando la casa si riempie di parenti, per cui supponiamo di scrivere 2000 parole al giorno da qui a metà aprile, e poi 1200 al giorno fino alla domenica delle Palme, e poi lasciamo fuori due giorni interi… e com’è possibile che sia già ora di cena e non ho ancora scritto un bottone?

4) Rileggere ed editare. Dunque, vediamo un po’… come si chiamava quell’attore avventizio nel capitolo I? Capitolo I… Oh, guarda, avevo già messo una scena di prove qui… posso metterne un altro nel capitolo VIII? No, perché la funzione è simile. Prove cassate. A meno che non tolga la prima e lasci la seconda? Oh guarda, ho scritto rheardals invece di rehearsals… che poi tutta questa riga – e anzi, tutto questo paragrafo potrebbe andare. Non c’è modo di snellire il passaggio? Mi serve proprio questa scena? E in realtà, se faccio entrare in scena questa gente al capitolo I invece che qui… Cribbio, com’è possibile che il mio wordcount sia diminuito invece di aumentare?

5) Stampare su fogli riciclati. E così, invece di procedere con la revisione, rileggo una prima stesura di un vecchio, vecchio progetto sul verso dei fogli. Salverà anche alberi, ma non fa bene alla salute.

E perché sappiate che non è tutta teoria, ho appena deciso di scriverla domani, quella certa mail...

6) leggere libri, siti o forum sulla procrastinazione. Come in Will Write For Chocolate, quando Mimi si concede una giornata libera in premio per avere deciso di occuparsi seriamente del suo problema di procrastinazione – a partire da domani.

7) Lamentarsi perché si procrastina. Capisci? Non ho scritto una parola in tutti il giorno… Sì, ma voglio dire, non ho scritto, oggi. Non ho proprio scritto. Non so se mi spiego, non ho scritto per niente. E divento pessima quando non scrivo, per cui so benissimo che dovrei scrivere, e invece non scrivo affatto. Nemmeno una parola in tutto il giorno. E invece… Ma mi stai ascoltando o no?

8) Divagare inseguedo altre idee. Perché se non ne prendo nota poi mi dimentico, e mi dispiacerebbe, perché è proprio un’idea carina. Voglio dire, è un sacco di tempo che ho voglia di scrivere qualcosa di questo genere. Chissà se è praticabile. Sì lo so, non c’entra nulla con quello che sto facendo, ma lascia che butti giù una piccolissima lista di personaggi, e un elenchino di scene di massima, e magari una mini-bibliografia di partenza – appena ho preso nota torno al lavoro… oh, e dove avrò messo quegli articoli che avevo tenuto da parte?Procrastination-Cycle

9) Cercare ispirazione visiva. Perché Google Immagini è una china insidiosa e lubrica. Vediamo un po’ se trovo un’immagine della Saint John Priory – magari anche una degli interni, dopo che era stata convertita in Revels Office? Oh guarda che belle uniformi. Chissà se trovo anche una faccia adatta al Lord Sindaco. Oh, questa… no, mi piace di più quell’altra. No, quest’altra è perfetta, e ripensandoci, la prima potrebbe andare bene per il vecchio Burbage. O forse no. Se solo trovassi qualcosa di simile, ma un po’ diverso…

10) Bloggare su metodi e forme di procrastinazione. Er…

Ahimé, povero Mug…

Mug Oh, catastrofe(tta) domestica…!

E, per una volta, non è nemmeno colpa della Terribile Pru*.

Il mio mug shakespeariano ha reso l’anima. O forse non è proprio del tutto vero – ma ha sostenuto danni che lo invalidano à jamais per fare quel che è stato concepito per fare – ovvero contenere tè.

O almeno si suppone, perché…

Lasciatemi spiegare: il mio mug shakespeariano viene da Londra. Dal Globe, per la precisione. Acquistato al bookshop dopo la mia prima visita, insieme a un libro sulle ultime scoperte archeologiche in fatto di teatri elisabettiani e giacobiti.

“Per favore, un incarto robusto,” dissi al giovane commesso, indicando il mug. “Deve volare fino in Italia.” E il ragazzo, con un sorriso da un orecchio all’altro, prese la plastica con le bolle e ne avvolse un acro non solo attorno al mug, ma anche al libro…

E vi racconto questo per spiegare che il mug non può avere subito danni da trasporto – tanto più che quel viaggio periglioso lo fece nel bagaglio a mano, trattato con la tenera cura che di solito si riserva ai neonati. E una volta a casa cominciò ad avanzare serii titoli per la posizione di Mug Prediletto, in fiera competizione con l’altrettanto londinese (e, mi si dice, ormai più o meno introvabile) mug dei libri, proveniente da un negozietto di Covent Garden… D’altra parte è delizioso, you see, interamente coperto di spiritosi disegnini di personaggi shakespeariani…

Finché, questa mattina presto, poco dopo averci versato dentro la mia prima dose mattutina di Earl Grey al latte…

Tinnnng!

Non so se abbiate esperienza o idea di quanto sia terribilmente musicale il rumore della porcellana che si fessura. Lo strillo di una Clarina che si trova improvvisamente inzuppata di tè bollente lo è assai di meno – ma sono particolari. Il fatto si è che il mug shakespeariano adesso ha una sottilissima fessura che lo divide quasi a metà, e non potrà mai più contenere liquidi caldi o freddi. Mai più, alas and alack…

Ora, siccome dubito che qualcuno produca un mug fatto per non resistere al contatto prolungato con il tè caldo, posso solo immaginare un difetto di fabbricazione o un incidente prima del mio acquisto. O forse gli ha fatto male la lavapiatti? O forse il mug dei libri ha giocato slealmente in qualche modo per liberarsi del rivale? Ma ad ogni modo non è come se il post mortem servisse a qualcosa – se non a farmi dubitare che valga la pena di comprare un altro mug shakespeariano alla prossima occasione londinese.

Però, dopo essermi asciugata il tè di dosso e aver mugugnato un po’ sulla triste sorte dell’arnesetto, ho pensato che ci sono altre cose che un mug può contenere – non tutte liquide. Penne, per esempio, e matite. Sempreché, mi si è fatto notare, la fessura non corra ulteriormente… Così ho telefonato al colorificio di fiducia e ho chiesto come si sigilla una fessura nella porcellana per evitare che sviluppi ambizioni e, dopo un po’ di ipotesi, mi si è detto che, s giuro di non mettere mai più del tè nella porcellana in questione, il Superattack ha buone possibilità di domare la fessura.

Morale? Adesso il mug shakespeariano, rattoppato con la supercolla, se ne sta mogio su uno scaffale, in attesa di diventare un portapenne shakespeariano. È pur sempre una carriera, non vi pare?

 

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* Il vasetto di peperoncini ripieni sott’olio fracassato sul pavimento della cucina ieri sera è un altro discorso…

Gen 27, 2017 - teatro    No Comments

Mai Innervosire la Saggia Atena

odisseaBC’era una volta una piccola e allegra compagnia, che aveva in repertorio una riduzioncella teatrale dell’Odissea, e ogni tanto la portava attorno.

Quella volta che c’era, parve bello alla piccola e allegra compagnia di portare l’Odissea in un Villaggio Lontano Lontano, in occasione di un mercato romano rievocato piuttosto in grande. Peccato che, proprio quel giorno lì, la Regista avesse altri e improrogabili impegni, e decidesse di affidare la direzione della faccenda al suo Aiuto – namely la Clarina che, nell’occasione, doveva anche coprire un’assenza, recitando la parte della Saggia Atena.

Immaginatevi dunque la Piccola&Allegra Compagnia (henceforward PAC), che sbarca nel Villaggio Lontano Lontano, nel bel mezzo del mercato romano – e, per prima cosa, scopre di dover recitare nel bel mezzo di una caotica piazza, senz’altro palcoscenico che un quadrato di moquette. E il quadrato di moquette, di un rosso che interferisce con la navigazione aerea, è stretto tra la strada e una rumorosissima fontana e cosparso di orribili (e leggerissime) colonne di polistirolo dipinto.

Un po’ meno allegra di prima, la PAC studia ingressi e uscite, e si rifugia in un salone municipale. L’intento della Clarina è quello di fare una prova – magari anche due – per a) fissare i nuovi ingressi e uscite; b) far sì che la persona alla consolle si faccia un’idea. Una prova, magari anche due… Lo  sentite questo rumore? È l’eco del Fato Beffardo che sghignazza. E infatti, non appena prova a schierare le sue truppe in fila per tre, la Clarina scopre che mancano tre persone all’appello, di cui una centralissima e una inespertissima – e spaventosamente bisognosa di prove… Una rapida indagine telefonica rivela due dispersi nel traffico e un disperso tout court.

La Clarina ingoia la furia montante e prova a provare con la gente che ha, tra interruzioni continue e strilli all’indirizzo delle ancelle di Penelope, cui non par di dover fare altro che truccarsi come cubiste… In mezzo a tutto ciò, arriva Odisseo.Od3

“Sai,” annuncia, “abbiamo trovato una rastrelliera – e siccome abbiamo con noi, per puro, purissimo caso, le lance e i giavellotti del Somnium Hannibalis, abbiamo pensato di metterli in scena…”

“No,” taglia corto la Clarina. “Nemmeno per sogno. Davvero: non fatelo, perché…”

E in realtà c’è un’ottima ragione per non farlo, ma la spiegazione viene interrotta da richieste di chiarimenti e comunicazioni urgenti. Odisseo si allontana, la Clarina recupera per l’ennesima volta le ancelle, si cerca di riprendere una parvenza di prova.

Ed ecco arrivare il fido porcaro Eumeo, partner in crime abituale di Odisseo. “Sai che abbiamo una rastrelliera per le lance?” domanda con aria innocente. “Io dico che in scena farebbero un gran bel vedere…”

“No!” sbotta la Clarina. “Non potete mettere le dannate lance in scena, perché altrimenti…”

OdAtenaAnasEd è qui che le pecore smarrite arrivano, e bisogna ricominciare tutto daccapo, e non si fa in tempo a fare nemmeno un quinto di prova, e la Clarina si cambia al volo nel suo peplo arancione che pare una divisa dell’ANAS, ed è ora di correre in piazza. A questo punto la Clarina è già un po’ più che idrofoba, tanto che nessuno si azzarda a dirle che ha un occhio truccato per le grandi distanze e uno… no. Tuttavia Odisseo&Eumeo si azzardano ad avvicinarsi per un attacco a tenaglia.

“Perché non vuoi le lance in scena, Clarina? Un po’ di colore antico…”

“Sempre meglio di quelle colonne del cavolino sauté che ci hanno appiccicato…”

È un bene che gli sguardi non possano incenerire sul serio, perché altrimenti O&E sarebbero ridotti a un toast.

“Nnnnnno!” ringhia la Clarina. “Vi ho detto di no. Altrimenti quando…”

E di nuovo il Fato Beffardo interrompe nella persona del tecnico in prestito, che ha ogni genere di lamentele dell’ultim’ora, e la Clarina galoppa a fingere di dargli retta.

“Niente lance in scena!” ordina da sopra la spalla. Odisseo ed Eumeo fanno cenno di sì – e la Clarina (quale candore!) si illude che abbiano recepito e intendano agire di conseguenza.

Poi si comincia, ed è il disastro, perché i microfoni non funzionano se non per raccogliere ogni gorgoglio della dannata fontana, e nessuno ha pensato ad avvertire che alle quattro le campane suonano per cinque minuti solidi, e quindi occorre surgelarsi in posa mentre il vento abbatte le colonne di polistirolo una dopo l’altra… E comunque tutti e ciascuno sembrano avere obliato il concetto di entrata e di uscita, e Telemaco è ridotto a mimo da un malfunzionamento, e le ancelle vagano truccatissime e vaghe per la scena, e… e… e…

Homer, The Odyssey. Ulysses (Odysseus) killing the Suitors of his wife Penelope on the island of Ithaca Homer, blind Greek poet, c. 800 - 600 BCE, Trojan War, epic; illustration after Flaxman (Photo by Culture Club/Getty Images)

E poi giunge il momento in cui Odisseo si rivela con il suo terribile arco, e i Proci cominciano ad agitarsi in cerca delle armi, le armi, le armi per difendersi…

Ed è allora che l’affannata e furibonda Clarina le vede. Lì, in scena, in piena vista: sei lance, una spada e un giavellotto appoggiati alla maledetta rastrelliera.

L’hanno fatto, i delinquenti.

“Adesso,” pensa la Clarina, sull’orlo dell’autocombustione, “Adesso balzo in scena in tutta la mia gloria arancione, e punto un dito verso la panoplia. Ecco le armi, o Proci! grido. Armatevi e macellate Odisseo e il suo fido porcaro, che hanno osato disobbedire a me, la Saggia Atena! Adesso lo faccio – tanto, peggio di così…”

E ha già i muscoli tesi per balzare in scena… Ma poi il pensiero della Regista assente si affaccia prepotente, per non parlare del fatto che i Proci potrebbero gelarsi a guardarla basiti anziché agire. Il momento è perso e Odisseo stermina i Proci, beatamente ignaro di quanto sia stato sull’orlo di un finale alternativo. Il Destino Beffardo si rotola per terra in una crisi di cachinni.

E, se piace agli dei, giunge la fine – e gli applausi miserelli sono, francamente, più di quel che la PAC abbia meritato anyway.

Od2“È stato bello avervi qui,” mormora l’organizzatore, mentre la PAC raccoglie armi e bagagli (soprattutto armi) e si avvia verso casa  mogia e un po’ avvilita. Vale la pena di notare che tutti girano un po’ in punta di piedi attorno alla Clarina dalle narici frementi e dal singolo occhio dipinto…

E qui finisce la storia – ma ancora oggi la Clarina si domanda: che sarebbe accaduto se avesse ceduto all’impulso ardente e subitaneo e avesse dato all’Odissea un finale rivisitato? Dite la verità, non sarebbe stato epicamente pittoresco?

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Gen 25, 2017 - Storia&storie, teatro    No Comments

Vertigini Metashakespeariane

Poster - Julius Caesar (1953)_09È capitato di recente che rivedessi il vecchio Giulio Cesare – Shakespeare secondo Mankievicz, con James Mason, Marlon Brando e John Gielgud. Teatro filmato in grande, per lo più, molto vecchia maniera, con menzione speciale per la prima scena dell’Atto II, che funziona davvero bene con il vento e le torce – ma non è questo il punto, o almeno non oggi.

Il punto è che l’esperienza (ancora in corso) di Shakespeare in Words ha dato un luccichio particolare a quel meraviglioso pezzettino dell’Atto III in cui, dopo aver assassinato Cesare, i congiurati s’inginocchiano per immergere le mani nel suo sangue. È per metà un rituale semibarbarico e per metà la preparazione prima di presentarsi alla folla irrequieta, con le spade e le mani insanguinate, a gridare “Pace e libertà!”

E mentre Bruto e compagnia se ne stanno lì con le mani nel  sangue, Cassio ha uno di quei momenti in cui ci si vede dall’esterno – e nella storia:

In quali età a venire si reciterà questa nostra scena solenne, in nazioni ancor non nate, in lingue mai udite ancora?

Mi sono sempre chiesta se chi compie atti storici se ne renda conto, se si fermi mai a meditare sulla propria JCHowManyAgesnachleben… apparentemente se lo chiedeva anche Shakespeare – e ne ricavò questo favoloso squarcio metateatrale. Non ricordo più dove ne ho letto la definizione come “un evento storico che si immagina scena teatrale all’interno di un’opera teatrale a proposito dell’evento stesso”… E l’ironia naturalmente sta nel fatto che il Cassio di Shakespeare pone la domanda a un pubblico non ancor nato, in una nazione e in una lingua che ancora non esistevano nel 44 avanti Cristo… Anzi, a ben pensarci, lo fa da secoli in nazioni che non esistevano nemmeno nel 1599…

Ma Cassio non ha intenzioni ironiche. Anzi, si prende talmente sul serio che mi domando se non intenda il verbo “to act over” nel senso di “compiere ancora”, piuttosto che in quello teatrale di “recitare”… È possibile che, più che come eroe tragico delle scene future, s’immagini come l’ispiratore di generazioni di tirannicidi a venire? È un’impressione che non posso fare a meno di avere ogni volta che vedo questa scena – almeno fino a quando Bruto non risponde così:

Quante volte dovrà sanguinare su un palcoscenico Cesare, che ora giace come polvere davanti alla statua di Pompeo?

E rieccoci fermamente ricondotti a teatro… E forse m’immagino cose che non ci sono, ma non posso fare a meno di sentire un che di seccato nella replica di Cassio:

Per quante volte sia, sarà sempre per dare a noi il nome di liberatori della patria!

CassiusBrutusA Cassio proprio non va che gli strappino il suo momento di storia – men che mai per darlo al cadavere di Cesare – e, se teatro dev’essere, almeno si riprende le luci della ribalta, per sé e per i suoi compagni, i liberatori di Roma. Il che, badateci, noi vediamo in una tragedia intitolata Giulio Cesare

Dopodiché gli altri congiurati cominciano a innervosirsi, e arriva il messaggero di Antonio, e avanti si va – Cassio e Bruto su binari separati – e la finestra metateatrale è chiusa, con la sua prospettiva vertiginosa di domande che contengono domande, e ironie speculari, e scontri di personalità, e secoli che passano, e complessità stratificate… E tutto questo, nell’originale, in nove versi. Nove.

Capite perché adoro Shakespeare? E perché non posso più andare alle prove senza un’eco di quel luccichio che vi dicevo sul diaframma?

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Gen 23, 2017 - commercials    No Comments

Vecchie Storie, Mele e Detersivi

CaroselloAllora, pubblicità.

E cominciamo col dire che per quest’ultimo Natale passato la Lacrimuccia d’Oro per il miglior ricatto natalpubbliemotivo va allo spot Apple, quello con una creatura à la Frankenstein che giunge nella piazza di un villaggio innevato… l’avete visto? Non passo molto tempo davanti alla televisione, ma mi è parso che lo trasmettessero davvero pochino. Ad ogni modo:

La versione breve omette i preparativi chez Frankie, il carillon, il ritratto e l’arrivo per posta delle lampadine, ma il sugo è esattamente lo stesso: il supposto Pericolo Pubblico in realtà desidera calore umano, appartenenza (e un felice Natale) proprio come chiunque altro. E naturalmente ci vuole l’innocenza di una bambina per dare il buon esempio, e una volta rotto il ghiaccio tutti cantano felici attorno all’albero illuminato, e basta poco ad aprire il cuore, e musica, kleenex, sipario. Oh – e comprate Apple per Natale, si capisce. Carino, fatto e raccontato come un piccolo film, efficace nella sua combinazione di effetto sorpresa, riferimenti all’attualità (“Go home!” grida qualcuno nella folla…) e accessori natalizi. Ruffiano  e spudorato nella manipolazione delle sacche lacrimali  ma d’altra parte quale buona storia di Natale non lo è? Dickens, anyone? O. Henry? Andersen…? Ed è vero che nessuno dei tre contrabbandava un suggerimento di comprare telefonini con la mela – ma qui stiamo parlando dell’arte di raccontare storie, e da questo punto di vista non c’è nulla da dire: Apple merita la Lacrimuccia d’Oro.

E poi, proprio agli antipodi e per nulla natalizia, c’è quest’altra piccola cosa:

Che devo dire? Dalla prima volta mi ha colpita il jingle tanto Anni Cinquanta, con la musichetta saltellante, le rimette baciate servite da apposita apocopina – e persino la diastoluccia Quasar/Quasàr… E che dire dello sciame di scintille quando la fanciulla passa il panno sulla vetrata, e del cartello finale su sfondo blu stellato? Se non ci fosse la reazione del ragazzo attorno a 0.30 ad avvertirci che non si fa sul serio, ci parrebbe di essere tornati a Carosello, nevvero? E intanto l’operazione nostalgia è servita, insieme all’implicazione che siamo davanti a un detersivo “come una volta”. E badate che in fatto di detersivi non c’è nessuna ovvia equivalenza tra buon tempo andato ed efficacia – solo una generica idea di solidità e sorridente affidabilità…

E insomma, ho parlato di due spot agli antipodi – ma forse non è del tutto vero: se lasciamo da parte il fatto che il detersivo è molto più diretto nell’uso dei suoi mezzi, non è sempre questione di risuscitare una vecchia storia per far passare, più o meno direttamente, un messaggio?

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Divina Scrittura

La scrittura essendo stata la pietra miliare che è stata nella storia dell’umanità, non è sorprendente che molte mitologie le assegnino un’origine divina o mitica. Spesso una stessa divinità è associata alla conoscenza e alla scrittura – il mezzo per preservare e tramandare la conoscenza stessa. Altre divinità presiedono alla scrittura e all’arte, ma ci sono anche accostamenti più bizzarri e sovrapposizioni.

Nabu.pngIn Mesopotamia troviamo una certa abbondanza, il che non è sorprendente: a Nidaba, dea sumera della scrittura e dell’insegnamento, scriba e cronista degli dei, protettrice e divina istruttrice degli scribi, che spesso concludevano i loro documenti lodandola, si accosta prima e poi sostituisce il babilonese Nabu, dio della saggezza, oltre che della scrittura, incaricato, tra l’altro, di scrivere il fato di ogni uomo su una tavoletta d’argilla. In una funzione paragonabile a quella delle Moire/Parche/Norne, Nabu decreta la durata della vita di ciascuno, con la differenza che mentre nel mondo greco-romano e in quello germanico il destino individuale è filato, in ambito mesopotamico esso è scritto. Ma ancora non basta. Altro dio, altra sfumatura: i Nabatei, popolo di mercanti, assegnano al loro dio Al-Kutbay la protezione della scrittura, della conoscenza, ma anche del commercio e della profezia.Seshat.jpg

Divinità simili abbondano anche in Egitto, a cominciare da Thot, altro saggio scriba superno, inventore dei geroglifici e, non a caso, interprete della volontà di Ra presso gli uomini, iniziatore di tutte le scienze e delle arti oratorie, protettore della scrittura e della lettura, misuratore cosmico. Anche Thoth, come Nabu, originava da una divinità femminile equivalente e più antica: la protettrice della conoscenza Seshat, che aveva gli stessi attributi e le stesse funzioni, più una: quella di segnare (anche se non propriamente scrivere) la durata della vita del faraone. Ci vollero intere dinastie perché Thoth soppiantasse Seshat, che in seguito venne indicata come sua figlia o consorte.

Queste divinità (o quanto meno le loro versioni maschili) vengono associate in età ellenistica a Hermes/Mercurio o Apollo. Poco importa che Atena/Minerva sia la dea della saggezza e della conoscenza: la creazione della scrittura è attribuita ad altri abitanti dell’Olimpo legati alla poesia, al commercio, ai messaggi, alle menzogne… però, significativamente, a donare la scrittura agli uomini non è nessun dio, bensì il titano filantropo Prometeo, che per emancipare gli uomini li provvede del fuoco e dell’alfabeto. Poi, in ambito greco-romano abbiamo anche divinità specificamente deputate ad occuparsi di letteratura: Calliope per la poesia epica, Euterpe ed Erato per la poesia lirica ed amorosa, Melpomene per la tragedia, Talia per la commedia, ma tra tutte, soltanto Calliope ha tra i suoi attributi uno strumento di scrittura: una tavoletta.

Ganesha.jpgNel pantheon indù, la bellissima Saraswati è la dea della conoscenza, della prosa, della poesia e della musica – divinità letteraria se non proprio della scrittura. Suo fratello Ganesha dalla testa d’elefante è il protettore delle lettere, colui che gli scrittori invocano prima di scrivere. Considerando che è anche il dio degli inizi e degli ostacoli, non saprei immaginare divinità più appropriata.

Poi si potrebbero considerare il celtico Oghma, nerboruto ed eloquente creatore di alfabeti, i nordici Odino, dio della conoscenza universale e della poesia, e Bragi, dio dell’eloquenza e della poesia, narratore, bardo, cantastorie, e l’Irlandese Brigid, signora delle fiamme e della poesia… Prometeo.jpg

È affascinante vedere come poesia, conoscenza ed eloquenza siano legate alla tradizione orale nelle religioni nordiche e alla scrittura in quelle mesopotamiche e mediterranee. E ancora più affascinante forse è vedere come solo i Greci, questi magnifici antropocentristi, abbiano fatto della scrittura non un dono degli dei ma una conquista dell’umanità e un passo della sua emancipazione.

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Le Gioie del Freewriting (Parte IV)

Parte quarta, per l’appunto – e, per come pare adesso, ultima. Un’ultima domanda di D. a proposito dei prompts di cui parlavamo lunedì :

E, volendoli usare, dove si trovano questi prompts?

promptsOh, ovunque. Soprattutto in Inglese, devo dire – ma la più superficiale delle ricerche su Google alla voce “writing prompts” produrrà un gazillione di risultati. Dopodiché non tutti sono altrettanto buoni e non tutti saranno adatti a voi. Alcuni saranno troppo dettagliati o specifici, alcuni troppo generici… Può volerci qualche tentativo per trovare quello che fa al caso vostro. Per dire, per errori e tentativi ho scoperto che mi annoio rapidamente di quelli costituiti da una sola parola – che trovo inconsistenti – e che, per quanto possano essere belli, di quelli visivi non so troppo bene che fare… Sì, perché esistono anche collezioni di prompts visivi – e se è così che funzionate, potete trovarne all’infinito su Google o su Pinterest. Ma personalmente, quando vedo un’immagine, sono per lo più indotta a raccontare la storia di cui può fare parte – e non è quel che cerco dalle sessioni di Freewriting. Dopodiché, se invece questo genere di cose è la vostra tazza di tè, go ahead: insisto nel dire che la pratica funziona tanto meglio quanto più la si adatta alle proprie esigenze. Io mi trovo molto bene con A Writer’s Book of Days, di Judy Reeves – che offre un sacco di idee, istruzioni e chiarimenti sul FW, ma soprattutto prompts giornalieri che riescono ad essere vari in natura ed argomento, stimolanti e abbastanza duttili da poter essere adattati a quel che si vuole. E un altro metodo che mi piace è quello di aprire il dizionario a caso e pescarne due parole – per esempio la prima della prima pagina e l’ultima della seconda… Fate voi. Due, non una: sono l’accostamento e le connessioni a produrre possibilità, idee ed eventuali bizzarrie…

E per finire – e ricapitolare – tre domande in una da parte di A.:

Funziona davvero? Funziona sempre? Funziona per tutti?Unicure

Per funzionare davvero, funziona eccome. Per una quantità di cose diverse, dalla prima stesura di una scena agli esperimenti su una voce, un colore o una modalità narrativa, dal riscaldamento prima di una sessione di scrittura, al superamento del blocco dello scrittore – quella cosa che tutti i manuali ci assicurano essere puramente mitologica, epperò capita. E con un’infintà di altri usi in mezzo, comprese – ne sono certa – un sacco di possibilità che non mi è mai capitato o venuto in mente di provare. At the very least, serve da esercizio quotidiano: Nulla dies sine linea, sapete. E il fatto che Plinio il Vecchio parlasse di pittura, non significa che il principio non si applichi anche alla scrittura. Che funzioni sempre, non è detto: non è come prendere un analgesico o infilare la monetina nel distributore automatico. Una cosa però è certa: quanto più lo si fa, tanto meglio funziona. Questione di allenamento, se volete. Quanto al funzionare per tutti… Che devo dire? Probabilmente no. Credo che nulla funzioni sempre per tutti in assoluto – e di certo non necessariamente nello stesso grado. Quello che posso dire è che, quando funziona, i benefici e i risultati sono tali che vale la pena di provarci. Di provarci con qualche impegno, e non una volta sola. Di sperimentare, adattare e cambiare e perseverare. Male di certo non vi farà.

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