E Stavolta, Pirandello

LocSmallMaggio torna e il PdC rimena…

Yes, well – I know, ma non mi sono trattenuta. E comunque è del tutto vero: torna il Palcoscenico di Carta, e questa volta festeggiamo il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello.

Dal 2 al 16 maggio, alla libreria IBS+Libraccio di Via Verdi a Mantova, leggeremo I Giganti della Montagna, dramma incompiuto a cavallo tra fiaba e teatro nel teatro…

Per il PdC è un altro esperimento: per la prima volta ci avventuriamo  fuori dal repertorio elisabettiano – come d’altra parte ci eravamo sempre ripromessi di fare. Una volta di più, ci saranno gli attori dell’Accademia Campogalliani e quelli di Hic Sunt Histriones, e un’abbondanza di parti, grandi e piccole, per chiunque voglia lanciarsi e leggere con noi.15193449_1104584129658135_891963327258587953_n

Perché questa è l’idea del PdC: leggere teatro ad alta voce, in gruppo, sperimentando in modo diverso testi che non si vedono tutti i giorni…

Volete provare? E allora iscrivetevi usando il form che trovate a questo link. Vi assegneremo una parte e vi manderemo il testo. Se invece volte ascoltare (e magari decidere di provare la prossima volta, perché le parti vengono riassegnate a ogni lettura), dovete solo raggiungerci in libreria – martedì 2, 9 e 16 maggio, appena prima delle 18.

Apr 19, 2017 - Storia&storie    2 Comments

Il Povero Filippo

FilippoTiziano.jpgHo i prodromi di una Crisi da Don Carlos. Un tempo erano crisi semestrali, e come tali si indicavano. Con gli anni si sono ridotte, ma non estinte. Le crisi arrivano quando ne hanno voglia, a intervalli irregolari e non necessariamente per un buon motivo, e si manifestano in ascolti, riletture, visioni, indagini, ricerche…

Magari una volta o l’altra ne parleremo – ma quel che volevo dire oggi è che non c’è nulla da fare: crisi dopo crisi, la mia simpatia va sempre al povero Filippo, el Rey Prudente.

Che posso dire? Trovo che sia uno di quei personaggi storici maltrattati più di quanto sia giusto dalla propaganda ostile, dalla letteratura e dalla posterità in genere.

Perché in fondo… state a sentire.

Filippo II era figlio di Carlo V e nipote di Giovanna la Pazza. Vogliamo chiamarla un’eredità famigliare un tantino ingombrante? Era anche il Re di Spagna, un uomo pio e coscienzioso alla sua maniera, un sovrano efficiente e un amante delle arti.

Era anche il pilastro dell’Inquisizione, il tormento delle Fiandre e l’uomo che tentò di dare una sonora lezione all’Inghilterra – quell’isoletta presuntuosa ed eretica.

Era anche un vedovo plurimo e il padre di Don Carlos – oltre che di altri sette tra figli e figlie, pochi dei quali raggiunsero l’età adulta.

Nel corso della sua vita ebbe modo di diventare una figura simbolo del cattolicesimo controriformista più feroce, e i suoi nemici (soprattutto quelli protestanti – ma non solo) crearono attorno a lui la cosiddetta Leyenda Negra, un raccapricciante catalogo di misfatti che includevano l’eliminazione di Don Carlos per motivi dinastici.

Il povero Carletto - nella versione idealizzata

Il povero Carletto – nella versione idealizzata

Il fatto che Carlos fosse uno psicopatico violento che maltrattava brutalmente i servitori e si divertiva a torturare a morte i cavalli non impedì ai detrattori di Filippo di dipingerlo come uno sfortunato giovinotto dalle buone intenzioni e dall’indole triste e ribelle, soppresso da un padre che temeva di essere detronizzato…

Libellisti fiamminghi e inglesi a parte, questa versione della storia cominciò a farsi strada assai presto in letteratura. Nei primi Anni Settanta del Seicento la troviamo nella Nouvelle Galante et Historique dell’Abate di Saint-Réal, secondo il quale Carlos, sventurato ragazzo, non solo è incompreso dal suo gelido e crudele padre, ma ha anche la sfortuna di innamorarsi della sua giovanissima matrigna, la francese Elisabetta di Valois.

La faccenda è ripresa pari pari pochi anni più tardi dal drammaturgo inglese Thomas Otway, che essendo un tragediografo secentesco, calca la mano sulla crudeltà omicida di Filippo, a tutto beneficio degli sfortunati e casti amanti.

Perché la costante è questa: Carlos e la bella regina si amano da lontano, sospirano, scambiano sguardi, ma non infrangono mai de facto i vincoli coniugali di lei. Di solito questo avviene più per l’animo elevato di Elisabetta che per il buon senso di Carlos, ma non sottilizziamo – e tanto più perché, al contrario, il gelosissimo e sospettosissimo Filippo tradisce la sua tenera consorte con la principessa di Eboli, bella e amorale quanto si può esserlo.

Più o meno è quello che succede anche nel Filippo di Alfieri che, come dice il titolo, si concentra sulla ferocia del tiranno: il padre snaturato elimina sistematicamente qualsiasi ombra di affetto o di amicizia attorno a Carlos, e gode nel farlo, non tanto perché veda nel figlio un rivale politico, ma per intrinseca malvagità. Il re di Alfieri è grandioso e tragico, ma del tutto privo di sfumature: non un personaggio vero e proprio, ma un simbolo della tirannide più bieca.

Bisogna aspettare Schiller perché al povero Filippo venga riconosciuta qualche ragione. Il Re in salsa romantica è duro per necessità, sacrifica ogni cosa alla Spagna, ma se stesso prima degli altri. Non ama suo figlio perché non ci riesce – non perché non voglia, ed è molto angosciato dalla scarsa affidabilità di Carletto come successore. In compenso si affeziona subito al giovane marchese di Posa (peccato non avere lui per figlio!), nonostante le perniciose idee quasi protestanti del ragazzo. Alla fine avrà il cuore spezzato in parti uguali dal possibile tradimento della regina e dal tradimento certo del marchese – ed entrambi per amore di Carletto!

DKNousétionsfrèresI librettisti di Verdi sono molto pronti a cogliere questo aspetto e al diavolo l’eponimia! Si può discutere su chi sia il vero protagonista di Schiller, ma nell’opera non c’è da dubitare: è Re Filippo a prendere il centro della scena. Duro, angosciato, paterno, incapace di farsi amare, risentito, costretto a soffocare ogni slancio del suo animo sotto i dettami della fede e della ragion di stato, Filippo è quello per cui dispiacersi. Quando si affanna perché la regina non ricambia il suo amore, quando il figlio di sangue lo sfida stupidamente a ogni passo, quando il figlio d’elezione lo inganna e tradisce, quando il Grande Inquisitore gli forza la mano, quando la vendetta inconsulta gli lascia l’amaro in bocca – è con il Re che la musica ci conduce a identificarci. Anche Verdi, come i suoi predecessori, calca sulla veneranda età di Filippo: in realtà il Re aveva trentadue anni quando prese in moglie la principessa di Francia, ma dipingergli un “crin bianco” aggiunge all’infelicità della giovane Elisabetta e, di rimbalzo, alla sua…

Per cui, avanti pure. Il Filippo di Schiller e di Verdi è ancora il tiranno della Leyenda Negra, ma è anche quello che si trova nelle vere sale del vero Escorial: quello che amava i pittori fiamminghi delle scene luminose e quotidiane, quello che si faceva preparare un salone dalle cui finestre potesse guardare il tramonto con i suoi figli, quello che riempiva i suoi palazzi di opere d’arte, quello che si appassionava ai problemi architettonici. E se, tra un ritratto tizianesco, un’orazione e un concio di pietra, ha fatto eliminare figlio e moglie… oh well, ci sussurrano tragediografo e compositore, sono particolari che ne fanno una figura ancor più tragica e possente.

 

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Apr 17, 2017 - Poesia    No Comments

Alexandros

Head ofE siccome è festa, oggi poesia, o Lettori. Ed è molto ma molto Pascoli, e quindi in teoria non dovrebbe essere il mio genere – ma che posso dire? ha qualcosa… qualcosa. Fu una piccola folgorazione quando la scoprii privatamente sul tomo di Letteratura in IV Ginnasio. Una folgorazione che imparai a memoria per conto mio, e che dopo quasi tra decenni ricordo ancora, e ancora s’intrufola – a scampoi e a luccichii – in occasioni inaspettate. Si capisce: il fatto che vi si parli di storia e di rimpianti aiuta…

Oh, Clarina, che cosa allegra da propinare al prossimo il Lunedì dell’Angelo, quando si dovrebbe pensare alle scampagnate, alle quiches agli asparagi, alle biciclette e a pomeriggi di letture vacanziere! E insomma, invece oggi va così. Vi accontentate, o Lettori, degli auguri e di una poesia piuttosto blu?

I

 – Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!

Non altra terra se non là, nell’aria,

quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

 o Pezetèri: errante e solitaria

terra, inaccessa. Dall’ultima sponda

vedete là, mistofori di Caria,

 l’ultimo fiume Oceano senz’onda.

O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,

ecco, la terra sfuma e si profonda

 dentro la notte fulgida del cielo.

   

II

 Fiumane che passai! voi la foresta

immota nella chiara acqua portate,

portate il cupo mormorìo, che resta.

 Montagne che varcai! dopo varcate,

sì grande spazio di su voi non pare,

che maggior prima non lo invidïate.

 Azzurri, come il cielo, come il mare,

o monti! o fiumi! era miglior pensiero

ristare, non guardare oltre, sognare:

 il sogno è l’infinita ombra del Vero.

 

III

 Oh! più felice, quanto più cammino

m’era d’innanzi; quanto più cimenti,

quanto più dubbi, quanto più destino!

 Ad Isso, quando divampava ai vènti

notturno il campo, con le mille schiere,

e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.

 A Pella! quando nelle lunghe sere

inseguivamo, o mio Capo di toro,

il sole; il sole che tra selve nere,

sempre più lungi, ardea come un tesoro.

 

IV

 Figlio d’Amynta! io non sapea di meta

allor che mossi. Un nomo di tra le are

intonava Timotheo, l’auleta:

 soffio possente d’un fatale andare,

oltre la morte; e m’è nel cuor, presente

come in conchiglia murmure di mare.

O squillo acuto, o spirito possente,

che passi in alto e gridi, che ti segua!

ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…

e il canto passa ed oltre noi dilegua. –

 

V

 E così, piange, poi che giunse anelo:

piange dall’occhio nero come morte;

piange dall’occhio azzurro come cielo.

Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)

nell’occhio nero lo sperar, più vano;

nell’occhio azzurro il desiar, più forte.

Egli ode belve fremere lontano,

egli ode forze incognite, incessanti,

passargli a fronte nell’immenso piano,

come trotto di mandre d’elefanti.

 

 VI

 In tanto nell’Epiro aspra e montana

filano le sue vergini sorelle

pel dolce Assente la milesia lana.

A tarda notte, tra le industri ancelle,

torcono il fuso con le ceree dita;

e il vento passa e passano le stelle.

Olympiàs in un sogno smarrita

ascolta il lungo favellìo d’un fonte,

ascolta nella cava ombra infinita

le grandi quercie bisbigliar sul monte.

 

Apr 16, 2017 - Poesia    No Comments

Buona Pasqua

Uova_cesto.jpgAuguri, o Lettori. Auguri di serenità, per quanto possibile in questo momento dagli orizzonti così scuri e incerti… E a titolo di augurio, qui c’è una Pasqua gozzaniana, grigia e piovosa, ma rischiarata in modo inatteso. Come trovare mistero, meraviglia e chissà, anche speranza nelle minuzie più quotidiane.

Che è poi quello che fanno i poeti, giusto?

Pasqua

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.
Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.
Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

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Apr 14, 2017 - musica, tradizioni    No Comments

Venerdì

Venerdì santo – e ormai sapete che SEdS segue le tradizioni anche quando non ha poi tutto questo senso…* Diciamo che non tutte le tradizioni hanno bisogno di avere senso?

Diciamolo.

È per via di certe processioni d’infanzia, di tredici anni nel coro parrocchiale (il secolo scorso, quando era polifonico), e per via di quel certo romanzo fiume sulle Guerres de Vendée – che probabilmente non vedrà mai la luce… E perché in fondo, e forse comincio a dirvelo troppo spesso, ciascuno è sentimentale a modo suo.

Ma insomma, eccoci qui: Vexilla Regis, cantata dal Coro della Cappella Sistina diretto da Domenico Bartolucci, attorno al 1959.

Alla peggio, prendetela come atmosfera, volete?

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* Una volta o l’altra vi racconterò di una certa discussione di teologia spicciola e incostanza del meteo, avvenuta ad ore antelucane, una mattina di venerdì santo…

Apr 12, 2017 - scribblemania    4 Comments

Liste

Mail di A.M.:

Cos’è questa faccenda delle liste che ogni tanto tiri fuori? Serve davvero tenere delle liste? E liste di cosa? Io ho una lista di nomi ma non li uso mai, perché quando inizio una storia la prima cosa che so è come si chiamano i miei personaggi (che poi comunque hanno dei nomi molto normali, non sono mica Barbara Cartland che chiamava le sue eroine Shona o Drena*). Ma tornando alle liste: come le fai e a cosa dovrebbero servire?

listieAh, le liste! Mi piacciono tanto le liste, ne ho in ogni dove e di ogni genere. Qualcuna la uso, altre presumibilmente non le userò mai in vita mia, ma mi piacciono tanto lo stesso. Come le faccio? Inizio scegliendo un argomento ed elencando tutto quello che mi viene in mente in proposito, e poi aggiungo mano a mano che trovo pezzi nuovi per la collezione. A cosa servono? A parte il fatto che non sai mai quando ti serviranno un nome bulgaro, un aggettivo che rimi con abside e un’imprecazione medievale, ho constatato che scrivere elenchi stimola le associazioni di idee, produce bizzarri accostamenti, avvia storie potenziali, conduce in luoghi inaspettati, lega ricordi, sviluppa il gusto per le parole, i suoni, le immagini, le sinestesie… Poi a me piace anche solo rileggerle quando ne ritrovo una da qualche parte – ma questo è soggettivo.

Ora, mi piacerebbe molto dire che le mie liste sono sensate, metodiche, ordinate e facilmente consultabili, organizzate alfabeticamente e suddivise per genere… Mi piacerebbe davvero, ma il fatto è che le mie liste sono sparse tra quaderni, scatole, files in due diversi computer, annotazioni sul kindle, fogli volanti, segnalibri, notes, borsette – e credo di avere reso l’idea.

Nondimeno (a dimostrazione ulteriore del fatto che la gente tende a predicare meglio di quanto razzoli), ecco qualche suggerimento pratico in fatto di liste.

Quali liste tenere?List2

Well, dipende dal gusto personale e dal genere in cui si scrive – ma qui c’è qualche idea:

– Liste di nomi: titoli di coda dei film, necrologi, annuari scolastici, registri parrocchiali, organici delle orchestre, elenchi del telefono e cartelle antispam sono altrettante miniere. Vi ricordate quei giochini di cartone che, bagnandoli, si gonfiavano e diventavano tridimensionali? Per me alle volte funziona così: da un nome un personaggio, dal personaggio la storia…

– Liste di posti: i nomi geografici tendono ad essere belli ed evocativi, a suggerire colori, consistenze, odori… Anche i nomi di posti in cui non si è mai stati. Di Bruxelles non ho mai visto altro che l’aeroporto, ma non posso fare a meno d’immaginarla come una città grigia, ed è per via di una certa qualità fuligginosa del nome.

– Liste di parole: divise per funzione, per genere, per lingua, per ambito, per periodo storico oppure anche solo per suono, per associazioni, per connotazione. Non c’è davvero limite, ma una prima lista che consiglierei di tenere a chi non l’ha mai fatto prima è quella delle parole preferite. Tutti abbiamo delle parole preferite, per un motivo o per l’altro, per significato o per suono: tra le altre cose, un principio di elenco di questo genere tende ad essere significativo.

– Liste di libri: titoli, libri letti, libri che si vogliono leggere, libri amati, libri detestati, libri utili, libri che descrivono un luogo, un’epoca, un’atmosfera, un personaggio, libri scoperti per caso, libri fondamentali, libri iniziati per forza e finiti per incanto, libri deludenti, libri che avremmo scritto diversamente; generi e sottogeneri, personaggi, temi, trame, poetiche distorsioni della realtà, errori clamorosi, finali, promesse non mantenute, sorprese, idee…

– Liste di colori, di sfumature, di accostamenti, di strumenti musicali, di venti, di miti, di stoffe, di sinonimi, di sogni, di momenti particolari, di gesti, di date, di fiori, di scoperte scientifiche, di trattati, di musei, di strade, di imperi, di essenze, di luoghi immaginari…

Credete: una volta che avrete iniziato – sempre che sia davvero la vostra tazza di tè – il difficile è fermarsi.

listmakingCome organizzare le liste?

– Come dicevo sopra, io non organizzo. Sperimento, annoto, butto giù dove capita e dimentico qua e là. E’ pittoresco e dà adito all’occasionale sorpresa, ma non è spaventosamente comodo. Il consiglio che posso dare in proposito non è originalissimo: meglio tenere sempre un notes a portata di mano.

– Conosco gente che usa sistematicamente uno o più quaderni, oppure rubriche, schede o persino registri. Una cosa che mi è parsa sensata sono i raccoglitori ad anelli, che consentono di aggiungere più o meno indefinitamente. Il sistema più bello che abbia mai visto contemplava un raccoglitore ad anelli organizzato con quei divisori di cartoncino, ciacuno provvisto di tag sporgente e lista di liste sul dorso. Magnifico. Ho invidiato molto e cercato d’imitare – senza il minimo successo, naturalmente. Siccome non si può avere sempre al seguito il proprio Libro delle Liste, questa gente metodica e ordinata è anche provvista di notes e foglietti volanti, il cui contenuto poi trasferisce là dove va messo.

– I files elettronici hanno un sacco di vantaggi, primo tra tutti quello di poter ordinare alfabeticamente il contenuto delle liste. La consultazione e l’aggiornamento diventano molto più facili ed è possibile tenere tutto a portata di mouse in un’unica cartella. Anche qui ci vuole un certo grado di dedizione per riportare sistematicamente annotazioni e appunti volanti.

Che farne di preciso?List1

La prossima volta che avete un attacco di Blocco, quando vorrete un’idea per una storia o un personaggio, quando vi sarete scritti in un angolo, quando non saprete come iniziare, potrete tirar fuori le vostre liste e scorrerle in cerca di illuminazione. L’illuminazione tenderà ad arrivare, perché le liste sono mappe, reti, percorsi che la vostra mente ha messo da parte per più tardi, scegliendone gli elementi con molta meno serendipità di quanto possa sembrare.

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* Nota della Clarina: se è vero che Barbara Cartland ha scritto quasi settecento romanzi, immagino che a un certo punto abbia esaurito i nomi normali…

 

Apr 10, 2017 - grillopensante    No Comments

Le Parole Giuste

ShleyC’è un simpatico piccolo libro elettronico di Bill Schley, chiamato The Micro-Script Rules, che analizza la forza degli slogan sulla base di un paio di principi di psicologia cognitiva.

In sostanza, il nostro cervello è programmato per selezionare le informazioni che assorbe, e agire utilizzando quelle essenziali. Un micro-script fa leva su questo meccanismo, rendendo un’informazione facile da ricordare – e quindi trattenere. I metodi sono vari: figure retoriche, immagini vivide, rima… suona familiare? Dovrebbe, perché sono artifici retorici utilizzati in letteratura.

Schley parte da proverbi e versetti biblici, passando per slogan politici ed elettorali, fino ad arrivare al marketing. Tutti ci ricordiamo che rosso di sera, bel tempo si spera per una questione di ritmo e rima. Occhio per occhio, dente per dente – è passato attraverso i millenni con la sua duplice ripetizione parallela e l’immagine immediata e cruda. Eran Trecento, eran giovani e forti – e sono morti non è davvero grande poesia, ma è facile, ben ritmata ed energica, e generazioni intere l’hanno ripetuta, anche senza sapere che cosa o di chi fosse, o di che parlasse il resto. Per motivi analoghi Giolitti rimase etichettato come l’uomo del parecchio, tutti ricordano il turatevi il naso di Montanelli, ognun sa che a Natale si è tutti più buoni e che la lavatrice vive di più con Calfort, e alzi la mano chi non ha mandato a memoria che le Alpi Ma con gran pena le reca giù.BSchley

Al cervello umano piacciono questi giocattoli: formule, slogan, rime, filastrocche, e tanto più se contengono un’idea, una nozione, un concetto. Schley fa l’esempio dell’Effetto Domino, le due parole chiave dell’immagine pubblica della guerra del Vietnam – almeno all’inizio. Erano facili da ricordare, trasmettevano un’immagine semplice ed efficace e chiunque poteva ripeterle e usarle in una discussione. Praticamente, un argomento liofilizzato da portare in tasca…

Perché, dice Schley, la forza del micro-script non sta tanto nel fatto che molta gente lo senta, quanto nel fatto che molta gente lo ripeta: la ripetizione è quello che semina le parole (e con quelle l’idea) e le fa passare in larghezza – per diffusione – e in profondità, attraverso le generazioni, i secoli e i millenni. Avete presente Fahrenheit 451, e gli Uomini Libro che trasmettono a memoria il contenuto del loro libro attraverso la ripetizione? Avete presente la tradizione orale, la trasmissione dei poemi omerici e più o meno di ogni singolo corpus mitico? Ecco, il micro-script è una versione ottimizzata di tutto ciò – in pillole.

Consideriamo ciò che è passato attraverso l’umanità in termini di convinzioni, voti, denaro e memoria attraverso queste pillole, e meditiamo sulla vertiginosa potenza del linguaggio…

E se per caso volessimo leggerne di più, qui c’è il libro per intero: TheMicro-ScriptRules.pdf

Limerick!

Edward_lear2.jpgIl limerick è una poesiola in cinque versi (dimetri o trimetri anapestici, a voler essere pignoli) con uno schema di rime AABBA. Ora, perché qualcuno vorrebbe inventare una forma poetica di cinque versi anapestici*? Ma perché qualcuno è inglese, naturalmente. O più che altro irlandese: a parte qualche esempio arcaico (il solito, onnipresente Shakespeare – ma la faccenda è dubbia, e un ecclesiastico seicentesco in vena satirica) l’origine del genere sembra doversi cercare nell’Irlanda settecentesca, dove i cosiddetti Poeti del Maigue si sfidavano a produrne di estremamente licenziosi.

Noi adesso associamo il limerick alla letteratura nonsense grazie a Edward Lear che, nella seconda metà dell’Ottocento, prese la forma e la usò per le sue incantevoli rime assurde, come questa:

There was an Old Lady of Prague,
Whose language was horribly vague,
When they said,”Are these caps?”
She answered “Perhaps!”
That oracular Lady of Prague.

Oppure questa:

There was a Young Person of Smyrna
Whose grandmother threatened to burn her*;
But she seized on the cat,
and said ‘Granny, burn that!
You incongruous old woman of Smyrna!’

E a questo punto è evidente che la prosodia non è precisamente il primo dei problemi nel comporre un limerick: giochinonsense--edward-lear-001 di parole, allitterazioni, assonanze, nomi geografici e bizzarrie di pronuncia** sono i nove decimi del sugo di questo gioco, e al diavolo i trimetri anapestici – anche se, come Lear, si era il professore di disegno della Regina Vittoria. Tra l’altro c’è un che di estremamente appropriato nell’idea che sia stato un eminente vittoriano a… come dire? Ad addomesticare il limerick purgandolo dalla sua componente licenziosa. Voglio dire: era gente che metteva i pantaloni ai pianoforti!

A quanto pare, all’epoca non si chiamavano neppure limerick, e l’origine del nome è controversa. Pare che il primo uso documentato risalga al 1880 in Canada, per questa strofetta (da cantarsi sull’aria di Will You Come Up To Limerick, il che – pare a me – fa molto per spiegare l’origine del nome…):

There was a young rustic named Mallory,
who drew but a very small salary.
When he went to the show,
His purse made him go
To a seat in the uppermost gallery.

L’importante è presentare un protagonista (spesso in termini geografici) al I verso, descriverne le Edward_Lear_More_Nonsense_87.jpgbizzarrie al II, derivarne conseguenze ancora più dissennate al III e al IV, e raggiungere una conclusione nel V, in un genere di progressione logica inattaccabile nella sua completa illogicità. Insospettabili ed eminenti britannici si sono divertiti un mondo a coniare limerick. Di sicuro non vi stupite se cito Lewis Carrol, ma come la mettiamo con Stevenson? E Joyce? Sì: il Joyce di Ulisse scriveva limerick. Per non parlare poi di Bertrand Russel, non so se mi spiego. Ma d’altra parte, quando si tratta di nonsense, gli Isolani sono pieni di sorprese…*** E in Italia? Be’, il babbo del limerick italiano (talvolta chiamato limericco) è Gianni Rodari che, nella Grammatica della Fantasia, consiglia a chi voglia cimentarsi in questo albionico sport di “Prendere due parole possibilmente molto lontane come campo semantico, ma in rima fra di loro, e lasciarle sbattere fra di loro finché dalla scintille non nasca la prima idea della poesia”. Con questo metodo, Rodari produceva rime siffatte:

Una volta un dottore di Ferrara
Voleva levare le tonsille a una zanzara.
L’insetto si rivoltò
E il naso puncicò
A quel tonsillifico dottore di Ferrara.

E ora, o Lettori, qualcuno vuole provare e cimentarsi a far limerick per diletto?
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* Se volessimo essere spiritosi diremmo che, avendo tre versi con tre piedi ciascuno e due versi con due piedi ciascuno, il limerick è una bestia con tredici gambe… Ecco, questo è il punto in cui potete ridere, se volete.

** Far rimare Smyrna con burn her è possibilissimo, a patto di far cadere la h alla maniera cockney, e pronunciare -er come -ah. Sì, lo so, eppure credetemi: in qualche modo, in Inglese tutto questo ha senso.

*** …e anche i loro cugini d’Oltreoceano. Una volta postai su un forum americano una serie di tre limericks. Mi erano costati una sera di lambiccamenti, ma mi sentivo davvero bravina. Nel giro di dieci minuti, metà del forum aveva risposto in kind, e in via del tutto estemporanea. Er…

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Le illustrazioni sono tratte da A Book Of Nonsense, di Edward Lear – tranne la copertina, che essendone la copertina, naturalmente, non ne è tratta, o almeno non nel senso… oh, avete capito benissimo che cosa intendo.

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Il Vino Color del Mare

ruotacoloriIeri sera, dopo le prove, si scriveva in gruppo… No, non con la stessa gente delle prove. Altro gruppo, altro posto – seppure in rapida successione. E si scriveva, per l’appunto, in gruppo, e il tema contingente erano i cinque sensi. Esercizi in materia di udito, vista e compagnia cantante.

Naturalmente è venuto il momento dei colori – ma, alas, è venuto tardi, poco prima che dovessimo disperderci nella notte buia e tempestosa…

“Liste,” ho raccomandato oracolarmente a titolo di congedo. “Liste di ogni genere – e anche liste di colori. Col che non intendo giallo, verde, rosso, azzurro, violetto e arancione… Intendo colori particolari, sfumature o combinazioni che significhino qualcosa per voi, nomi belli ed evocativi*…”

Perché, a dire il vero, mi  vado convincendo viepiù che la percezione dei colori sia una faccenda complessa e stratificata – con un aspetto fisico, uno culturale e uno individuale, at the very least – e trasmetterla per iscritto è un mestiere molto più intricato che scrivere “il mare è azzurro”…Omero

Che poi, a ben vedere, il mare non è nemmeno sempre azzurro – o blu, o verde, o grigio. O non sempre lo è stato, se dobbiamo dar retta a Omero. Vi siete mai imbattuti in οίνοψ πόντος? Il mare dall’aspetto di vino, il mare che a vedersi è come il vino, il mare color del vino**… Che cosa intendessero davvero i Greci omerici con questo bizzarro accostamento, è oggetto di pensieri, dibattiti e rimuginamenti da almeno quattro secoli.

E dapprima ci fu chi scrollò le spalle dicendo che dopo tutto Omero era cieco, poor fellow: che ne sapeva lui di che colore avessero il mare e il vino? Ma noi, gente smalizata, sappiamo che il Vecchio Aedo Cieco è faccenda leggendaria, Né siamo troppo disposti a credere che la pietra macinata che all’epoca si aggiungeva al vino potesse renderlo bluastro – perché il vino, quando compare di per sé nell’Iliade e nell’Odissea, è descritto rosso o nero. Quanto all’idea che un’invasione d’alghe o delle ceneri vulcaniche potessero rendere rossiccio qualche tratto di mare, è plausibile in sé – ma si tratta di possibilità molto locali e temporalmente limitate: quella mezza dozzina di οίνοψ πόντος avrebbe davvero attraversato i millenni se avesse avuto senso soltanto per i quattro gatti che avevano visto il mare rossiccio per una stagione? E nemmeno la teoria di un daltonismo diffuso presso i Greci omerici è terribilmente convincente – però è la prima a ipotizzare che, in qualche modo, quei Greci vedessero i colori in modo diverso da noi…

Gladstone2A elaborarla per primo fu William Gladstone***, notando il limitato numero di colori nei poemi omerici e il loro curioso uso, e immaginando che la percezione cromatica fosse una faccenda evolutiva: più avanzata è la civiltà, più colori riconosce e nomina. I Greci al dì d’Omero, semplicemente, non erano ancora arrivati al blu.

Il che è interessante, ma non ancora abbastanza.

Una quindicina d’anni fa, Michel Pastoureau suggerì, in sostanza, che ai Greci di Omero mancasse la categoria concettuale del Blu: in fondo, in natura, non è che se ne trovi molto al di fuori del cielo e del mare – il che non è poco, ma entrambi potevano essere percepiti come vuoti. Hence, il blu non era un colore, ma un vuoto.

Ma la spiegazione più completa e più affascinante dei colori d’Omero l’ho trovata imbattendomi nel lavoro di Mark Bradley, che insegna Storia Antica a Nottingham, e che sostiene che la percezione cromatica di Omero non è arretrata – è del tutto diversa. Omero non ragiona, come facciamo noi da Newton in qua, in termini di colori teorici. Per “lui” i colori sono la buccia esterna delle cose. Il tavolo non è marrone, ma color legno – e, cosa ancor più affascinante, il colore del legno si porta dietro connotazioni non visive che partecipano della natura del legno stesso: consistenza e solidità, ad esempio.

Una sorta di… credete che possiamo chiamarla sinestesia concettuale? WineDarkSea

Ed ecco che il mare ha il colore del vino: entrambi sono scuri e di colore intenso, e traslucidi all’occasione; entrambi sono liquidi; entrambi sono tanto attraenti quanto pericolosi – e mortali se ci si spinge oltre limiti non chiaramente identificiabili… οίνοψ πόντος non ha poi molto a che fare con la ruota dei colori: è una faccenda di idee, attrazioni, consistenze, paure. Una faccenda sofisticata e intricata. Una di quelle cose che non sappiamo più in senso stretto – ma possiamo intuire attraverso i millenni.

Perché il passato è un paese differente, dove fanno le cose in un altro modo. E hanno, si direbbe, colori differenti.

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* Perché ammettiamolo: come resistere a nomi come cinabro, cremisi, oltremare, ocra, verderame…? Il retro di una scatola di colori è una lettura.

** Wine-dark sea, tradusse, a mio avviso molto felicemente, Henry Liddell – il babbo dell’Alice originale. Non so, ha il ritmo e il colore giusto, non vi pare?

*** Sì, quel Gladstone. Primo Ministro inglese – e grecista di tutto rispetto nel tempo libero.

 

I Falò Dell’Armada

Vi va, per oggi, una piccola storia di come storie, leggende e luoghi comuni scendano giù pei secoli – e a volte assumano strane forme?
766px-Invincible_Armada.jpgAllora, cominciamo col dire che in Inghilterra il 1588 fu l’Armada Year, perché si temeva e aspettava l’attacco spagnolo via mare, e l’attacco arrivò. Come misura d’allarme, fu rimesso in uso l’antichissimo ed efficace sistema dei beacons, sorta di ur-fari costituiti da pile di legna cosparsa di pece, ciascuno con il suo guardiano pronto ad incendiarlo. I beacons erano sparsi per buona parte della costa occidentale dell’Inghilterra, ciascuno visibile dal precedente e dal successivo. Quando la flotta spagnola fece davvero la sua comparsa all’orizzonte, il primo guardiano che l’avvistò dalla Cornovaglia accese il suo beacon, seguito dai suoi immediati vicini non appena questi videro le sue fiamme, e poi via così, fino a che la notizia non giunse a Londra. Prayer.png

Dopodiché, nel giro di qualche mese, una combinazione di abilità marinaresca inglese, tempeste e puro caso fece polpette del grosso dell’Armada, e l’immagine delle navi spagnole disalberate che bruciavano alla deriva si confuse, nell’immaginario degli Isolani festanti, con le fiamme dei beacons d’allarme. Memorialisti e scrittori dell’epoca riportano i brindisi nelle taverne, le preghiere d’occasione (una delle quali attribuita addirittura alla Grande Elisabetta in persona), le ballate e le poesie estemporanee che celebravano la vittoria e i beacons, segno della vigilanza e dell’indomabile bellicosità inglesi.

In realtà l’entusiastico idillio durò poco, ma mentre la Regina e il Consiglio Privato lesinavano paga e cure a reduci e feriti, il mito cominciava già a crescere. Lo ritroviamo, per esempio, descritto allegoricamente in The Faerie Queene di Spenser, e lo ritroviamo nelle pagine di legioni di storici di età Tudor e Stuart e anche Hannover: la piccola e tosta Inghilterra, con pochissime navi e le barchette da pesca, resiste alla poderosa avanzata di una sterminata flotta di enormi e malintenzionatissime navi spagnole, e solo l’ardire di questi cavalieri del mare, ispirati dalla loro regina e guidati da Dio, ricaccia indietro i feroci invasori papisti…

Mica tanto vero, in realtà, perché le forze navali in campo erano pressoché pari, la vittoria inglese non cambiò drasticamente da un giorno all’altro gli equilibri dell’orbe terraqueo, e gli Spagnoli non avevano inteso di colonizzare e ricattolicizzare a forza l’Isoletta e, già che ci siamo, non erano nemmeno stati loro a battezzare la loro flotta La Invencible Armada – il nome era stato partorito dall’ansia degli Inglesi. Macaulay.png

Ma poco importava: la leggenda aveva messo radici abbastanza profonde perché nel 1832 Thomas Babington Macaulay, storico e poeta, dedicasse un poema narrativo ai vincitori dell’Armada – senza dimenticare i beacons che si accendono uno dopo l’altro e scintillano lungo la costa, chiamando alle armi gli Inglesi e lanciando un fiammeggiante monito agli Spagnoli!

ArmadaBeacons.png1888, terzo centenario, ed ecco un’incisione commemorativa di Edward Whymper, in cui si vede il messaggero a cavallo che galoppa in riva al mare con una fiaccola in pugno. Dietro di lui si raduna gente, dietro la gente i guardiani accendono un beacon, e sullo sfondo, giù lungo la costa, ecco il fuoco successivo che brilla già.

Andiamo avanti: 1936, e A. E. W. Mason pubblica il suo romanzo storico Fire Over England, il cui giovane eroe è una spia inglese alla corte di Madrid – ma tornerà in patria in tempo per comandare una delle navi incendiarie a Gravelines. L’anno successivo, 1937, dal romanzo viene tratto un film che FOEMason.jpgdoveva servire a diverse cose: celebrare non so più quale anniversario reale, fare cassetta sull’enorme successo del romanzo (e su Laurence Olivier nel ruolo di Michael/Robin) e proporre all’Inghilterra tutta un’interessante analogia tra la Spagna di Filippo II e la nascente potenza nazista. E qual’è mai l’orgogliosa isoletta che, di mestiere e da sempre, resiste ai tiranni e agli invasori? Inutile dirlo, la scena dedicata all’accensione dei beacons è lunga, elaborata ed epica.

Passano le guerre e passano i decenni, e adesso balziamo avanti, agli Anni Ottanta, quando l’Armada e i suoi fuochi ricompaiono in bizzarra forma. Avete mai giocato con un librogame? Quelle cose narrate in seconda persona singolare, in cui armati di un dado o due e di una matita, siete voi a decidere gli snodi della vicenda? Ebbene, ce n’era game.jpguna limitata quantità di ambientazione storica, e in particolare uno il cui sottotitolo è The Spanish Armada. E il titolo? Quale pensate che sia l’immagine scelta dal dipartimento marketing per risvegliare insieme l’attenzione, la memoria e il senso di romantica avventura del lettore? Ma Blazing Beacons, naturalmente: falò ardenti!

Ultima tappa: Elizabeth – The Golden Age, nel 2007, racconta di necessità la stessa storia (con una discreta quantità di licenze narrative, ma d’altra parte, chi non si è preso licenze con questa storia?), e di nuovo dedica ai beacons una lunga ed emozionante sequenza di fuochi che si accendono una dopo l’altra nel crepuscolo, per diventare la luce che indora i vetri piombati di una trifora alle spalle della regina – giusto in tempo per il punto di non ritorno: “We cannot be defeated”.

E questa mattina eccomi qua che, nel mio piccolo, aggiungo un tratto alla storia – un fuocherello alla fila – raccontandovi tutto questo sulla Rete, e i beacons ne hanno fatti di passaggi: da strumento di comunicazione ottica a motivo di esultanza, a leggenda, a poesia, a pagina nei libri di storia, a romanzo, a film, a gioco, ad esempio di storia della comunicazione… E ciascuna tappa ha acceso la successiva, in un certo senso – e quindi si può dire che la catena continui ininterrotta da quattro secoli e moneta. Non male, don’t you think?

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