Passato Remoto Sgradevole

marathon-battle-1Questo , vi avverto, sarà un post di rimuginamenti e confessioni.

Bisogna cominciare dal fatto che, qualche tempo fa, mi si è segnalato questo articolo su Black Gate, il cui autore, M. Harold Page, scrive avventura storica, ucronia e fantasy storico.

Se non avete voglia di leggere l’articolo, il sugo è questo: l’autore, provvisto di tanto senso della storia quanto ne serve per spargere una lacrima sul tumulo di Maratona, fatica a riconciliare la sua commossa ammirazione per i cittadini-soldati che danno il fatto loro ai potentissimi Persiani con dettagliuzzi quali la schiavitù e la condizione femminile nell’Atene del V Secolo…

Quando mi vengono di queste paturnie, dice Page, di solito mi rifugio nella Space Opera o nello Sword and Sorcery, due generi capaci di riprodurre eccitanti ambientazioni storiche senza gli aspetti discutibili. Si può combattere Maratona daccapo – ma con delle tostissime guerriere nei ranghi, e senza schiavi che ci aspettano a casa.

Confesso che nel leggere questa quasi-conclusione sono inorridita un nonnulla. Non solo Page si confessa colpevole di giudicare il passato attraverso sensibilità moderne, ma in risposta immagina un V Secolo fantasy, con le guerriere tostissime e nemmeno uno schiavo in vista… orrore, orror.

Ed è a queMHPagesto punto che ho cercato di capire chi stessi leggendo, e mi sono stupita di scoprire non un autore di fantasy, ma un cultore di scherma d’epoca che scrive narrativa storica. E sia ben chiaro: non nutro l’ombra di un pregiudizio contro il fantasy e i suoi autori in via di principio, ma odds are che l’atteggiamento di un autore di fantasy nei confronti della storia sia diverso dal mio…

Ora, se bazzicate SEdS da qualche tempo, sapete della mia violenta allergia all’anacronismo psicologico con annessi e connessi. Salta fuori, tuttavia, che non posso assumere che Page soffra di Sindrome della Bambinaia Francese. O meglio, magari un po’ ne soffre, a giudicare dall’articolo – ma da quel che leggo sul suo blog e nelle recensioni su Amazon ho qualche remora nell’assumere automaticamente che la condizione si rifletta sui suoi romanzi.

E persino nell’articolo incriminato si riscatta parzialmente ai miei occhi ammettendo che la Maratona originale, brutta, sporca e politically uncorrect, non smette per questo di esercitare il suo fascino…

Insomma, il punto è che alla fin fine, e pur con qualche riluttanza, lo capisco, Page. I secoli passati sono pieni di fascino e di riprovevoli sgradevolezze in parti uguali, e non c’è modo di negarlo. bearbaiting

Ci sono autori che sposano con zelo le riprovevoli sgradevolezze, e riempiono le loro storie con il sudiciume, le pessime abitudini, le torture, le deficienze sanitarie e altre consimili gioie del loro periodo… Devo confessare che di questo genere di accuratezza mi stanco abbastanza presto. A parte tutto il resto, so che le cose stavano così – o quasi così* – e non sento il desiderio di sentirmelo ripetere ad nauseam pagina dopo pagina. E questa magari è una questione tanto di senso della misura quanto di atteggiamento storico – ma resta il fatto che magari, dopo un’immersione nei sanguinolenti dettagli dei combattimenti di orsi e mastini o nelle tecniche predilette di Richard Topcliffe** – e più ancora nell’assoluta normalità di combattimenti e torture – è un gran sollievo leggere un po’ di Josephine Preston Peabody. E badate che JPP non è particolarmente allegra o soleggiata, ma temo che il suo Marlowe idealizzato non sia davvero molto meno fantasy delle tostissime guerriere a Maratona…

E quindi ecco la confessione: in realtà non posso inorridire affatto. In via di principio so che non posso giudicare l’allegra propensione alla crudeltà, i terribili pregiudizi, la giustizia sbrigativa e l’intolleranza degli Elisabettiani secondo le mie sensibilità del XXI Secolo. All’atto pratico, le mie sensibilità del XXI Secolo sono anestetizzate solo in parte dalla prospettiva storica.***

E devo presumere che lo stesso valga, e a maggior ragione, per il lettore. Che cosa cerca davvero il lettore in un romanzo storico?

Ne parleremo. Intanto, la mia confessione l’avete avuta. Ho peccato – magari non in parole o in opere – ma in pensieri, in letture e nell’occasionale omissione. Si direbbe che, se si tratta di lapidare bambinaie francesi, non sia in condizione di scagliare il primo tomo di enciclopedia.

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* In realtà sull’igiene dei secoli passati gira anche un buon numero di pittoreschi pregiudizi. Sulla crudeltà il discorso è diverso.

** Granted: Richard Topcliffe, torturatore al servizio della Grande Elisabetta, era uno psicopatico sadico e crudele, che sarebbe stato orribile in qualunque epoca, per cui magari l’esempio non è dei più calzanti.

*** Per quanto poi salti sempre fuori qualcuno pronto a credere che pregiudizi, crudeltà e disinvolture, siccome li racconto, io debba condividerli… ma questa è un’altra storia e ne abbiamo già parlato.

 

 

 

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Giu 28, 2017 - teatro    No Comments

Scuola di Teatro

scuola_2017Sono aperte le iscrizioni per l’anno accademico 2017-2018 della Scuola di Teatro dell’Accademia Teatrale Francesco Campogalliani.

Anno Primo, Anno Secondo e, novità di quest’anno, un corso per ragazzi dagli undici ai quattordici anni.

Per gli adulti le materie sono Recitazione, Dizione, Lettura interpretativa, Improvvisazione e Tecniche Teatrali, insegnate dai favolosi attori, registi e tecnici dell’Accademia. In più, da quest’anno, si aggiunge – ed è qui che entro in gioco io – un ciclo di lezioni di scrittura teatrale.

Inoltre, la Scuola offre due notevoli particolarità: da un lato, oltre alla recitazione, s’impara il backstage – illuminotecnica, costumi, scenografia e direzione di palcoscenico; dall’altro, per gli allievi si apre la possibilità di mettere in pratica le materie di studio partecipando attivamente alla vita della compagnia.Actor

E per i ragazzi? Il curriculum è a grandi linee lo stesso, perché l’Accademia Campogalliani, con la sua vocazione per il teatro di parola, dà grande valore all’impostazione – ma, come si conviene a dei giovanissimi aspiranti attori, la tecnica viene insegnata attraverso un metodo ludico e dinamico.

Per grandi e piccoli, i corsi durano da ottobre a maggio, a cadenza settimanale, e si concludono con la rappresentazione di un saggio al Teatrino d’Arco.

Insomma, non vi pare un bel modo di accostarsi sul serio al teatro – condividendo conoscenza, quinte e palcoscenico con una storica compagnia di solida tradizione e grande successo?

Per saperne di più, trovate informazioni, contatti e moduli per l’iscrizione sul sito dell’Accademia.

Vi aspettiamo!

Giu 26, 2017 - grillopensante, teatro    No Comments

In Fin Della Licenza, Io Piango

Coquelin_dressed_as_Cyrano_de_BergeracSì, lo confesso senza soverchie remore: sul finale del Cyrano de Bergerac  io piango come una fontana. Sempre. Fatemi causa.

È un dato da cui non si sfugge. Amici e parenti tutti lo sanno: sul quint’atto del Cyrano, la Clarina apre le manovre idrauliche. Ho pianto al Fringe Festival di Edimburgo, dove una giovane compagnia anglo-francese lo recitava nel parco di Holyrood Palace (due interruzioni per pioggia, ma al primo raggio di sole, via di nuovo!); ho pianto al cinema sull’edizione di Rappeneau, benché Depardieu non mi piaccia granché in via generale – ma questo film…; ho pianto sulla versione di Proietti; ho pianto seduta in prima fila al Teatrino d’Arco di Mantova (esperienza da fare una volta: si è seduti praticamente sul palcoscenico, come i Viscontini nel Cyrano stesso. Claudio Soldà/Cirano passeggiava giù dal proscenio basso, guardando  in faccia gli spettatori, uno per uno. Io stavo lacrimando…); piango tutte le volte che rivedo l’edizione 1950 con Jose Ferrer; l’unica volta in cui non ho pianto è stato all’Arena di Verona, al galà per i 40 anni di carriera di Placido Domingo, benché si trattasse di Placido Domingo ma, a parte quello, per farla breve e farla parafrasata: in fin del quinto atto, io piango.

cyrano-de-bergerac-1925-1923-silent-film-image-08E ieri sera mi è stato chiesto – e me lo sono chiesta anch’io: che cos’è che mi scioglie in questa maniera ogni benedetta volta? Perché chiariamo: da bambina al cinema ero abbastanza facile alle lacrime. Fosse il dolby o che, al cinema mi commuovevo spesso, ma al di fuori di quello non capitava praticamente mai. Crescendo, poi, ho smesso di fare scene anche al cinema – il che è una buona cosa, considerando quanto detesti piangere in pubblico. E tuttavia, quando Roxane chiede a Cyrano se oggi non fa arrabbiare un poco la sua Suor Marthe, comincio.

Ripeto la domanda: come mai? Perché proprio quella storia? Perché proprio quel momento? Per la morte di Cyrano in sé? Non credo proprio. Per la storia d’amore irrisolta? No davvero. CyranoFerrer

È, credo, il momento in cui, nel chiostro autunnale, nell’ora del crepuscolo, Cyrano guarda indietro alla sua vita, e non vi trova nulla che valesse la pena. “Qui giace Ercole Savignano Cyrano di Bergerac, che fu tutto e lo fu invano”. È questo senso di vita gettata via, di occasioni sprecate, di momenti lasciati sfuggire, di talenti sperperati… Il tema ricorre attraverso tutto il dramma, fin dal I Atto, quando Le Bret rimprovera Cyrano di avere bruciato in una sera tutto il mensile che suo padre gli ha inviato. “Che follia!” brontola Le Bret, e Cyrano di rimando: “Sì, ma che gesto!” Dopodiché tutta la trama è punteggiata di occasioni non colte (un posto di poeta alla corte del gran Cardinale, il momento di svelare a Roxane la verità, la scaramuccia alla porta di Nesle, che nessuno ha visto), di possibilità mancate per un soffio (il discorso sul tenero, la notte di nozze di Roxane e Christian, l’avvertimento del conte de Guiche – un’ora troppo tardi), di parole non dette, non ascoltate o non comprese. Alla fin fine, Christian è morto, Roxane ha amato per quindici anni l’uomo sbagliato, de Guiche si porta dietro “mille piccoli disgusti di sé che tutti insieme non fanno un rimorso”, e Cyrano… Cyrano ha bruciato la sua vita sull’una e sull’altra fiamma, e ne ha avuto solo sconfitta.CYRANO-DE-BERGERAC-OLD-AGE

Sì certo, è una sconfitta eroica, la sconfitta dell’orgoglio e dell’integrità, ma proprio per questo è ancor più infinitamente triste, e anche quel “panache” (che nessuna traduzione italiana potrà mai rendere, perché il senso francese del termine ha delle connotazioni impossibili per la parola italiana pennacchio) che Cyrano richiama con il suo ultimo respiro, è una consolazione fredda e grigia come il crepuscolo di ottobre. E forse non era nemmeno quello che Cyrano voleva – ma lo scopre troppo tardi.

Anthony Burgess dice che la tragedia di Cyrano è quella di chi fallisce per non essere stato capace di conoscere se stesso. O forse di chi ha vissuto inseguendo sogni sbagliati, aspettative sbagliate, ed era tanto impegnato nei suoi voli pindarici, da lasciarsi sfuggire le cose vere… È un peccato che in letteratura – e nella vita? – si paga sempre molto, molto caro.

 

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Giu 23, 2017 - teatro, virgilitudini    No Comments

Virgilio a Virgilio

O meglio – al Museo Virgiliano di Pietole di Borgo Virgilio…

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In qualche modo è giusto e confacente che Di Uomini e Poeti, ovvero Il Testamento di Virgilio, approdi proprio qui, grazie all’associazione Borgocultura e con il patrocinio del Comune di Borgo Virgilio.

Già Dante identificava Pietole con l’antica Andes, luogo natale del poeta – e, benché ci siano altri contendenti per la distinzione, è in tutta probabilità una di quelle cose che non sappiamo più con certezza, o forse che non sappiamo ancora… Ad ogni modo, la tradizione è lunga e accuratamente coltivata negli sforzi archeologici, nelle leggende e nella toponomastica locale, e a Pietole c’è questo piccolo e grazioso museo.

E il museo ha un giardino, ed è lì che venerdì 3o, alle ore 21, l’Accademia Campogalliani metterà in scena il mio atto unico, che evoca il poeta in persona, gli amici che gli sopravvivono e i personaggi dell’Eneide per interrogarsi su eternità della poesia e umana fragilità.

Con la regia di Maria Grazia Bettini e le musiche originali del recentemente scomparso compositore Stefano Gueresi, Il Testamento di Virgilio offre un punto di vista diverso e molte domande sul “nostro” poeta antico e sulla sua opera più celebre.

Se siete da queste parti, e se vi va, vi aspettiamo al Museo Virgiliano – venerdì 30 alle ore 21.

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Giu 21, 2017 - musica, tradizioni    No Comments

Summertime ’17 ♪♪

E rieccoci. Ventuno di giugno. Solstizio. Estate. summertime-7-super-strategies-for-seniors

E di conseguenza qui a SEdS – perché di noi tutto si può dire,  tranne che non seguiamo le tradizioni – è il giorno di…

…Summertime!

Quest’anno nella magnifica versione, datata 1956, di Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald:

Favoloso, vero?

Felice estate, o Lettori.

Giu 19, 2017 - posti    No Comments

Dodici Pillole Maltesi

MaltaColours1. Il colore di Malta a prima vista – dal finestrino dell’aereo: oro pallido i campi coi muretti a secco, verdi le frange d’oleandri e fichi d’india e indaco il mare. Il colore giusto.

2. Sliema di pomeriggio – con le persiane azzurre, i balconi colorati, le bougainvillee che si arrampicano su per le facciate, i gatti che riposano all’ombra e i negozi chiusi – e non un’anima in giro.

3. Una granita al limone, tra sole e vento, sulla terrazza che guarda su Balluta Bay.

Manoel4. La fuga di mura e torri e bastioni e campanili color miele – l’Isola Manoel, Floriana, la Valletta – vista dalla marina di Msida.

5. La nuova porta cittadina della Valletta – opera di Renzo Piano – con la pietra moderna che si fonde così bene con quella antica, con la stessa impressione di forza duratura.

6. La commistione di lingue nelle strade della Valletta – la cantilena araba del Maltese, Inglese, Italiano, e poi Francese, Spagnolo e whathaveyou, come era di certo ai tempi dei Cavalieri.

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7. Il San Giovanni Decollato di Caravaggio nell’Oratorio della barocchissimissima concattedrale di San Giovanni – feroce e meraviglioso, e la luce… oh, la luce!

8. La finestrella delle scale di San Paolo del Naufragio, che guarda su una sagrestia semibuia, con un lampadario a gocce e un armadio scuro in cima al quale una parrucca da giudice inglese se ne sta appollaiata e polverosa come un uccello impagliato.

9. Il cortile medievale di Palazzo Falson,  cartolina di un Medio Evo siculo-normanno-bizantino di fantasia, reimmaginato dal Capitano Gollcher nella magnifica antica capitale Mdina.

Grand Harbour10. Una gloria di campane e colpi di cannone che si rispondono attraverso il Grand Harbour, tra la Valletta, Cospicua, Vittoriosa e Senglea a mezzogiorno.

11. Pastizzi maltesi per pranzo al bellissimo Caffè Cordina in Republic Street.

12. Forte Sant’Elmo, poderoso e opprimente – e in qualche modo desolato persino nella più luminosa e azzurra delle giornate – come ci si aggirassero ancora gli sfortunati difensori del 1565, i cavalieri di San Giovanni, morti dal primo all’ultimo per guadagnare un po’ di tempo ai loro confratelli a Sant’Angelo.

E poi gli autobus sobbalzanti dai tragitti incomprensibili, e gli orafi che lavorano la filigrana nelle botteguzze semibuie, e i magazzini dei fornitori navali lungo il porto, e adesso davvero non so più se a Malta devo assolutamente tornarci o se non devo tornarci mai più per non guastare le memorie felici e piene di luce di questo viaggio.

Bloomsday!

BloomsdayUn rapido post per segnalarvi il fatto che oggi è Bloomsday – il giorno in cui i joyciani-ulissiani si danno convegno a Dublino per discutere di letteratura, assistere a letture drammatizzate, ripercorrere i passi di Leopold Bloom e Stephen Dedalus, bere quantità inordinate di birra e giocare a giochi letterari – il tutto in abiti edoardiani, il tutto ispirato all’Ulisse. E se Dublino è la capitale di questo magnifico e lievemente folle festeggiamento letterario, anche il resto del mondo non scherza.

Anche in Italia facciamo la nostra parte: Trieste, com’è ovvio, ma anche Salerno e una certa quantità di altri posti

james joyce, ulisse, ulysses, bloomsdayPerché tutto ciò? Perché l’Ulisse si svolge tutto in un giorno, appunto il 16 giugno 1904. E perché il 16 giugno? Non è come se non ci si fosse disperati a cercare un significato: il 16 giugno 1904 è la data del primo appuntamento di Joyce con il suo grande amore, Nora Barnacle. Lo stesso giorno, vent’anni dopo, a Ulisse pubblicato, Joyce era in ospedale e annotò sul suo taccuino di avere ricevuto un mazzo di ortensie bianche e azzurre da degli amici. “Oggi 16 giugno 1924 – vent’anni dopo. Chissà se qualcuno si ricorderà di questa data.”

Si direbbe di sì – e d’altra parte si era preso la briga di immortalarla nel suo capolavoro…

Così, cento e tredici anni più tardi, si celebra ancora con grande entusiasmo e altrettanta fantasia. E per quanto debba confessare che in realtà Ulisse non mi piace particolarmente, adoro questa frenesia di celebrazione letteraria.

Concludo segnalandovi la pagina rilevante al Project Gutenberg. Happy Bloomsday!

Giu 12, 2017 - angurie    No Comments

Stagnum Habemus

be3b972893a74ee607920ea8a3c18a60Vi ricordate, o Lettori, del mio stagno letterario?

Non credo – perché sono passati due anni e non ne ho mai più parlato – benché avessi chiuso il post promettendo nuovi episodi in materia…

Ebbene, non ci crederete – e francamente dubito che vi siate rosicchiati le unghie nell’attesa – ma rieccoci qui: Lo Stagno Letterario, Parte II.

Allora, cominciamo col dire che ci sono voluti tempo, pazienza e una certa quantità di fede. Per lunga pezza, nonostante i miei sforzi, lo stagno non ha fatto grandi sforzi per somigliare alle polle e fontane del Giardino Segreto, o alla fontana nella storia delle Tre Melarance – e men che meno alla Serpentine in Peter Pan a Kensington Gardens, alla polla incantata di MacDonald, o al bacile divinatorio e boschivo di Tolkien. Figuriamoci poi alla Polla Sacra di Forster o ai laghetti di Henry James…

IMG-20160809-WA0004Il fatto si è che, per prima cosa e per quanto mi sforzassi, non c’era verso di sigillare in modo soddisfacente il buco nella vasca di terracotta, e lo stagno perdeva sempre. Ma con quello mi ero decisa a convivere, e i problemi erano decisamente altri. Tutti gli stagni, mi si dice, vanno attraverso cicli di acqua torbida e verdastra – e poi tornano limpidi, e poi tornano torbidi, e via dicendo. Il mio… mica tanto. E sì che ho provato, credete: ho aggiunto piante ossigenanti e giacinti d’acqua, mi sono procurata l’apposito chiarificante… Ma nulla da fare: tra le ninfee, i giacinti e le lenticchie d’acqua, lo stagno restava torbidiccio e non straordinariamente bello a vedersi.

“Prova a metterci dei pesci,” mi si diceva. “Mettici qualche pescetto e vedrai che lo stagno trova il suo equilibrio.”

Consiglio saggio, I’m sure – ma i gatti? Ci sono due gatti, qui – una anzianotta e, sospetto, ormai disinteressata, ma DSCN1175l’altra invece è provvista d’istinto venatorio in abbondanza e per di più affascinata dallo stagno persino quando è disabitato… figurarsi se ci fossero dentro dei pescetti!

E poi le ninfee… Oh, le ninfee. Non so, ma io mi aspettavo che le ninfee fiorissero. E invece no. Per due anni non han fatto che produrre foglie, foglie, foglie – ma nemmeno l’ombra di un fiore. Confesso che alle volte, just for colour’s sake, baravo e mettevo a galleggiare sull’acqua qualche zinnia decapitata…

Sigh.

Poi…

Dovete sapere che l’inverno passato lo stagno è rimasto all’aperto – il che è vero della maggior parte degli stagni, ma non avrebbe dovuto esserlo del mio, piccoletto e smantellabile nei mesi freddi… sennonché qui per anni di mesi freddi non ce ne sono stati, e smantellare lo stagno è una seccatura, e io sono pigerrima, e così ho continuato a procrastinare lo smantellamento finché il freddo non è arrivato per davvero e lo stagno si è ghiacciato irreparabilmente.

Hic jacet, mi sono detta, incerta se riprovarci a primavera. Dopo tutto era stato uno stagno un pochino deludente, giusto? Torbido, verdognolo, infiorente… diciamolo: bruttino.

20170612_094917Ma a primavera, ecco la sorpresa: giacinti e lenticchie e piante ossigenanti avevano reso l’anima – ma le ninfee e una delle piante da bordo erano ancora vive… Non ho avuto il coraggio di lasciarle morire. Mi sono procurata un’altra vasca – meno bella ma senza buchi – e delle nuove piante ossigenanti*, ho suddiviso, rinvasato e fertilizzato le ninfee, e…

E non lo so. In qualche modo devo avere fatto qualcosa di giusto, o devo avere compiaciuto la divinità delle polle domestiche: lo stagno prospera, e non è mai stato così bello. Acqua limpida, foglie vigorose e, soprattutto… fiori! La ninfea che vedete nelle foto è l’ultimo esempio – il terzo a partire dall’inizio della stagione e non l’ultimo, a giudicare dai boccioli. Bellino, non trovate?20170612_094923

Eugè.

Non so troppo bene che cosa ho fatto per meritarlo, ma finalmente ho uno stagno dall’aria quanto meno burnettian-melarancese. Di questo passo, forse, nel giro di un altro annetto o due, possiamo aspirare a qualcosa di forsteriano?

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* Avrei voluto anche dei nuovi giacinti, ma non ne ho trovato uno a prezzo d’oro. Qualcuno ha idea di dove possa trovare qualche giacinto d’acqua in quel di Mantova?

Burgess100 – 1917-2017

BurgessSiccome mi si accusa di occuparmi di anniversari letterari solo se sono elisabettiani, oggi dimostriamo che si tratta di una calunnia parlando di Anthony Burgess, nato a Manchester cent’anni fa.

E magari tutti conosciamo Burgess più che altro per Arancia Meccanica, ma lasciate che vi dica che non era soltanto l’uomo delle distopie feroci. In fact, era poeta, linguista, commediografo, traduttore, critico letterario, compositore (scrisse la sua prima sinfonia a diciotto anni), autore di libretti d’opera e romanziere abbastanza versatile da scrivere dozzine di romanzi diversissimi tra loro. Uno di questi – e decisamente il mio prediletto – è A Dead Man In Deptford , pubblicato nel 1993, in occasione del quattrocentesimo anniversario della zuffa fatale chez Mrs. Bull.

In realtà, e non se siamo spaventosamente sorpresi, non furono pochi i romanzi marloviani pubblicati quell’anno – ma questo… ah, questo!

BurgessDeadManQuesto è pieno di meraviglie e di sorprese, a partire dal linguaggio… pseudoelisabettiano? Semielisabettiano? Metaelisabettiano? Whatever, ma non immaginatevi una di quelle legnose, faticosissime collezioni di calchi, per favore. Au contraire, il linguaggio di Burgess è ricco, vivido, efficace, scintillante, denso… e non so quanto di tutto ciò vada perso se leggete la traduzione – perché, per una volta, la traduzione* c’è: Un Cadavere A Deptford, pubblicato da Garzanti e disponibile su Amazon.it. E poi, linguaggio a parte… be’, non troppo a parte, se vogliamo, in un romanzo a proposito di Kit Marlowe scritto da Anthony Burgess – ma linguaggio a parte, che dire della meravigliosa voce narrante, che esordisce presentandosi come inaffidabile e del tutto incurante della fiducia del gentile (o non troppo) lettore? O della famiglia Marlowe a Canterbury, dapprima così orgogliosa del figlio/fratello destinato a prendere gli ordini, e poi via via dubbiosa, spiazzata e poi scandalizzata da quel che Kit diventa? O della progressione delle illusioni di Kit a proposito di sé stesso, dell’arte, di Tom Walsingham e del mondo in generale? O del dialogo con (forse) Dio nella Cattedrale di Reims?

Ecco, il dialogo con (forse) Dio è una di quelle cose meravigliose che si leggono, rileggono e rileggono ancora, in reverente ammirazione per la combinazione di voci perfette, aerea leggerezza e vertici di acutezza e profondità. Una di quelle pagine che si vorrebbe tanto saper scrivere una volta nella vita…BurgessIT

Ma insomma, si è capito che questo libro mi piace proprio tanto, vero? Naturalmente, il fatto che ci si parli di Marlowe aiuta, ma è davvero una gemma di romanzo storico – magistrale nella narrazione, superlativo nella caratterizzazione dei personaggi e brillante nel linguaggio.

A mio timido avviso, se dovete leggere un solo romanzo e mai più su Marlowe (o, for that matter, sull’Inghilterra elisabettiana), leggete questo.

Ecco, visto? Un anniversario letterario non elisabettiano – a riprova del fatto che qui a SEdS siamo capaci, capacissimi di occuparci di cose non elisabettiane. Che cosa credete, o gente di poca fede? Tsk!

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* E dico che non so che cosa vada perduto perché non la conosco affatto… magari mi documenterò e vi saprò dire.

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