Riletture

RereadYellowParlavamo qui di riletture, e in un caso di serendipità quasi perfetta, mi è capitato di conversarne proprio ieri e a tutt’altro proposito. E nel corso della conversazione ho detto che il gusto di rileggere è, quand’anche non fosse nient’altro, la dimostrazione di un fatto: non conoscere il finale non è il fattore chiave del piacere di leggere. Ripensandoci, però, forse la faccenda è un nonnulla più complessa e merita che ci si rimugini un po’ su.

Allora, vediamo. Intanto, non tutti rileggono. Mio padre era un rilettore compulsivo: molti dei libri che erano suoi si riconoscono dalle rilegature: hanno visto parecchio servizio. La mia amica C., in compenso, non ha mai riletto un libro in vita sua “perché una volta letto è letto: quel che vale la pena resterà, quel che si dimentica non valeva la pena.” E si dice che nel corso della sua (breve) vita il generale vandeano Henri de la Rochejaquelein non abbia letto e riletto altro che le memorie di non so più quale illustre stratega seicentesco. Forse non conosceva San Tommaso d’Aquino, che trovava un po’ inquietante lo hominem unius libri.

In secondo luogo, non tutto si rilegge. Ci sono libri che diventano gente di famiglia, a cui si torna ancora e ancora in cerca di conforto o di guida; ci sono libri della cui bellezza non ci si stancherebbe mai e allora ogni tanto ci si concede una rilettura nello stesso spirito con cui si torna alla National Gallery ogni volta che si passa per Londra; ci sono libri associati a un momento particolare, che si rileggono per ritrovare un’atmosfera che può essere interna al libro oppure aggiunta da circostanze ormai vecchie di anni*; ci sono storie così buffe o così commoventi che le si riprende in mano per sollevarsi il morale o per piangere un pochino; ci sono esempi così perfetti di trame o personaggi o ambientazioni che ci si ritorna per studiare come diamine sono stati fatti; ci sono capitoli, scene e descrizioni prediletti, ci sono pagine stagionali al limite del rituale; e poi ci sono libri che si sarebbe curiosi di apprezzare più di quanto si sia fatto a una prima lettura.rereadblue

La mia teoria generale in proposito è che anche per il più accanito dei rilettori, anche nel caso della rilettura più perfetta, leggere e rileggere siano due attività profondamente diverse. La prima lettura è un’esplorazione, un incontro e una continua scoperta, una faccenda piena di thrills e di sorprese – e non mi riferisco al non sapere come va a finire. O almeno non solo, perché in realtà è questione di ogni svolta della trama, ogni tratto di caratterizzazione, ogni battuta di dialogo, ogni metafora e ogni aggettivo. È, nei casi più felici, quel genere di sospensione che tiene il lettore alzato per una notte intera, che gli fa divorare pagina dopo pagina dopo pagina, che gli fa aspettare con ansia il momento in cui potrà tornare a leggere. E che, per converso, gli fa rallentare i ritmi mano a mano che le pagine diminuiscono – per timore di finire troppo presto. È una specie di primo amore e, una volta passato non torna più.

La rilettura è un’altra questione. La rilettura è più analitica e più sottile Si ricercano le gioie della prima volta e se ne osservano le ragioni. Si notano gioie nuove, strati più profondi, e particolari minuti che erano sfuggiti la prima volta. Si assapora, si setaccia e si categorizza. Si ricorda e si voltano gli angoli – I mean, le pagine – con la stessa piacevole anticipazione che si sente nel tornare in luoghi conosciuti. La familiarità del paesaggio generale consente di approfondire la conoscenza dettagliata e, se qualche volta si sospira per la perduta fiamma della prima volta, tuttavia ci si conforta con il piacere di scavare ancora un po’. E se il libro è abbastanza complesso e le riletture sono giudiziosamente distanziate, ci sono buone probabilità di trovare ancora qualche nuova sorpresa ogni volta – semidimenticata o solo nascosta dove non era mai capitato di guardare prima.

Alla fin fine, non è poi così diverso dal rapporto con una persona, vero?

7ca158176ce9d91067607e4cece866e0E sì, io rileggo. Rileggo Lord Jim, rileggo Canto di Natale ogni notte di Vigilia, rileggo i racconti di Kipling, rileggo Shaw, Shakespeare, Schiller e Marlowe. Rileggo Durrell nelle giornate nere. Rileggo persino certa Agatha Christie for Englishness’sake. E se un autore ha scritto un romanzo storico in tutto il suo corpus, è quello che vado a rileggere. Rileggo Rostand e certo Burgess, rileggo Graves e Runciman. Rileggo Emi Mascagni, La Freccia Nera o The White Boar attorno a Pasqua. Rileggo il finale de La Cripta dei Cappuccini – e ogni volta mi commuovo. E rileggo poesia – ma quello è un cavallo di tutt’altro colore. E ultimamente ho riletto bocconi e spizzichi di Ronald Blythe, perché avere in mente il favoloso ritmo della sua voce narrante mi aiuta a trovare il mio. E a volte rileggerei di più, poi mi trattengo per il motivo che si diceva: se seguito a farlo, dove troverò il tempo per i libri nuovi?

E voi, o Lettori? Rileggete? Cosa rileggete? Come rileggete? Perché rileggete?

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* E questo è potenzialmente rischioso. A volte lo si fa ed è come tornare in un posto e restarne delusi. Try at your own risk.

Ripassi, Ritorni & Nostalgie

Cover of "The Last of the Wine"

Ho letto The Last of the Wine (tradotto, credo, come Le Ultime Gocce di Vino), di Mary Renault, il cui protagonista, un fittizio giovanotto ateniese di buona famiglia ai tempi della Guerra del Peloponneso, è allievo di Socrate, amico di Platone e Senofonte, nemico di Crizia, soldato con Alcibiade e ribelle contro i Trenta con Trasibulo…

Buone frequentazioni e gran bel libro – di quelli che lasciano un nonnulla di book-lag una volta finiti. Capita, giusto? Ebbene, questo specifico libro però si è lasciato dietro anche qualcosa d’altro: una certa qual nostalgia per la Grecia classica… Quel mondo che ho studiato con un certo impegno e molto gusto per cinque anni quando ero una piccola ginnasiale e poi liceale. Quel mondo che poi ho poco meglio che abbandonato – con l’eccezione dell’occasionale romanzo storico*. Quel mondo che, pur sapendo che non era affatto così, non posso fare a meno di immaginare bianco e soleggiato…

Essì, nostalgia. Che devo dire?

Per fortuna è nostalgia di un genere che si cura facilmente. Intanto ho recuperato, a titolo di antipasto, la Storia dei Greci di Montanelli. Dietro aspettano in fila Plutarco, Tucidide, un dialogo socratico o due e l’Anabasi di Senofonte…

Poi naturalmente sono quei progetti che si fanno, perché il tempo è poco e i libri sono tanti, e le scadenze incombono. Ma insomma, la Grecia antica è lì che aspetta e fa cenni invitanti. Stiamo a vedere come e quanto riuscirò a rispondere. A parte tutto il resto, a suo tempo ho passato cinque anni a studiare la storia, la lingua, la letteratura, la poesia, la filosofia, la vita quotidiana e i miti di questa gente… Sotto più di un aspetto, sarà un po’ come tornare a casa – e in buona parte è stato così leggendo il romanzo: la sensazione di camminare per strade familiari e care. È stato bello passeggiare per questa Atene. Foss’anche solo per questo, grazie davvero, Ms. Renault.

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* E, se vogliamo, un tardo riflesso alla periferia di Annibale…

Feb 20, 2017 - teatro    No Comments

“Assenze” al Teatrino d’Arco

LocSabato sera l’Accademia Campogalliani ha debuttato con il dramma Assenze, dell’americano Peter M. Floyd – prima italiana, nella traduzione di Antonia Brancati.

E cominciamo col dire che si tratta di una faccenda intensa e potente, la cronaca dello sgretolarsi progressivo della coscienza e delle percezioni sotto l’attacco della demenza senile (o forse del morbo di Alzheimer).

La coscienza (così come il punto di vista) è quella di Helen Bastion, donna forte in modi non sempre amabili, ostinatamente aggrappata ai suoi ricordi, anche i più lontani, e a un ferreo controllo di se stessa, della sua vita e del rassegnato marito David. O almeno così vuole e crede – perché fin dal principio la questione centrale è proprio questa: quanto di quello che Helen sa è, è ancora o è mai stato vero?

Il resto è un’acuta e dolorosa narrazione della mente di Helen che frana inesorabilmente, attraverso un susseguirsi tesissimo di monologhi e dialoghi – con il marito, con la figlia che ha passato la vita cercando di sottrarsi al controllo materno, con la nipote adolescente, con il medico… Anzi, con i medici – ma di questo non voglio dire troppo, perché uno degli aspetti più struggenti di Assenze è proprio ciò che succede nella mente di Helen, mentre il tempo, il linguaggio e le certezze scivolano via, ed è qualcosa, credo, che ogni spettatore dovrebbe scoprire da sé. Cattura

E di questo testo asciutto e intelligente la Campogalliani fa meraviglie. La regia di Mario Zolin (anche sensibile interprete di David Bastion) usa con finezza e grande efficacia linee oblique, colori e le musiche di Nicola Martinelli per restituire il distorcersi del mondo di Helen – una magnifica Francesca Campogalliani. Attorno si muovono, bravissimi, la Barb impaziente e vulnerabile di Eleonora Ghisi, la Samantha ribelle e smarrita della giovanissima Margherita Governi, l’umana dottoressa Dalane di Gabriella Pezzoli e il surreale dottor Bright di Stefano Bonisoli.

Il risultato è un’ora e mezza di splendido teatro, uno spettacolo intenso, lucido e toccante* che, raccontando il dramma di una famiglia come tante, solleva una delle questioni più profonde: che cosa ci rende noi stessi?

Una volta di più: well done, Campogalliani!

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* Oh, va bene – confessiamo pure: ho pianto come una fontana… E appartengo al genere che non piange in pubblico.

 

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Gli Sciuani

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineSi parlava di Balzac, e a un certo punto, a dimostrazione della mia teoria secondo cui anche lui aveva le sue giornate così, ho citato Les Chouans – che insomma, diciamolo: è un libro un po’ così.

E allora “Perché, perché, perché,” mi domanda T. “anche quando citi un autore normale, devi andare a pescare i titoli più sciagurati? Che d’è ‘sto Les Chouans, che è un libro un po’ così?”

“Ci faccio un post,” ho detto io. Ed eccoci qui.

Allora, vediamo un po’. Les Chouans ou la Bretagne en 1799. Trattasi di romanzo storico, scritto da un Balzac trentenne, e poi inserito con scarsa convinzione nella Comédie, alla voce “Scene della Vita Militare.”

E gli Chouans, dovete sapere, sono una specie di coda lunga, e bretone, delle Guerre di Vandea. C’erano fin dal 1791: bande di guerriglieri realisti, meno organizzati dei loro omologhi d’oltre Loira. Prendevano il nome da un capo chiamato Jean Chouan (come dire Gianni la Civetta), e li si immaginava tutti torvi e feroci, col cappellaccio e gli scarponi chiodati.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Tra l’autunno del 1793 e la primavera del 1794 si unirono più o meno burrascosamente ai Vandeani fuggiti oltre Loira sotto l’incalzare dei Blu repubblicani, e quando questi se ne tornarono a casa decimati e scoraggiati per firmare un armistizio e concludere la prima Guerra di Vandea, continuarono per la loro strada di scaramucce, imboscate, agguati e tutte quelle tattiche che possono rendere la vita tanto difficile  per un esercito regolare, e tanto più in un paesaggio di acquitrini e nebbie.

Con recrudescenze periodiche, gli Chouans continuarono a infastidire in grande Repubblica, Direttorio e Consolato e Impero fino al 1805, per poi risorgere brevemente (insieme ai Vandeani) nel 1815 e poi nel 1832.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineNel 1799, l’anno in cui Balzac ambienta il suo romanzo, l’Ovest sta attraversando l’ennesima di queste recrudescenze – e stavolta le cose paiono farsi serie, con Chouans e Vandeani riuniti nello sforzo di resuscitare un’altra volta l’Armée Catholique e Royale… Non finirà bene, per le rivalità tra i capi, per una radicata avversione a coordinarsi, per il tiepido aiuto dell’Inghilterra e perché poi arriverà il colpo di stato di Napoleone che, da Primo Console, per prima cosa offrirà agli insorti la libertà religiosa e la dispensa dalla leva, bagnando – per dir così – le loro cartucce nella maniera più efficace.

Ma questo è di là da venire all’inizio del romanzo, quando la bella Marie de Verneuil, duchessa illegittima, vedova di Danton e spia della Repubblica, arriva in Bretagna per nuocere alla Chouannerie in generale e al capo del momento in particolare, il giovane, tormentato e fascinoso marchese di Montauran.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

E indovinate chi s’innamora di chi a prima vista – e viceversa?

Seguono battaglie, tradimenti, gelosie, rivelazioni, ripensamenti, sangue, lacrime e melodramma in dosi industriali. Davvero, a leggerlo senza sapere di che si tratta, non direste mai che sia Balzac. Marie e Montauran sono bellissimi, competentissimi, torturatissimi dalla dura necessità, buonissimi, generosissimi e nobilissimi d’animo – e quando commettono errori (anche della varietà più fatale), lo fanno sempre per troppa buona fede, troppo buon cuore, troppo amore. Per contro, l’aristocratica chouanne Mme du Gua è fascinosissima e perfidissima, il poliziotto blu Corentin è astutissimo e spregevolissimo, gli Chouans sono fanaticissimi e barbarissimi – e il paesaggio è ostilissimo, nebbiosissimo e spettralissimo.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE d’altra parte è in questa luce e in questi superlativi che, nel 1829, si guardava all’Ovest realista e alle sue pittoresche e sanguinose effervescenze. Diciamo pure che Vandea e Chouannerie sembrano fatte apposta per essere romanzate. Una tentazione quasi irresistibile per un romanziere, seppur complicata dai nervi collettivi della Francia, che in proposito sono ancora un po’ scoperti oggidì – figuriamoci nel 1829 . Epperò, francamente, Les Chouans non è il miglior Balzac in cui possiate inciampare.

Nondimeno, a suo tempo il romanzo ebbe la sua dose di successo, rinnovato quando venne incluso nella Comédie. Ogni tanto viene ripubblicato – spesso, specie in anni recenti, con copertine d’ispirazione più vandeana che chouanne.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per dire, Fallois piazza in copertina capi vandeani come Jacques Cathelineau o Henri de la Rochejaquelein (cui in realtà, secondo me, Montauran è largamente ispirato), mentre Folio passa dal principe di Talmont – bretone di nascita ma generale dei Vandeani – a un paio di truci fantaccini vandeani ritagliati dal ritratto di la Rochejaquelein… La sentinella sulla copertina dell’edizione Le Mat è dubbia, perché il quadro di Loyer va variamente sotto il nome di Breton montant la garde devant une église o Vendéen montant la garde…, per cui va’ a sapere. L’edizione Flammarion forse è l’unica che prenda la faccenda sul serio, perché credo (e ripeto: credo) che il personaggio in copertina sia Jean Jan, chouan vero e proprio.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE in Italia? Come tutta la Comédie, anche Les Chouans ci arrivò, per la prima volta nel 1927, in una traduzione di Tiziano Ciancaglini, pubblicata da Corbaccio e intitolata Gli Sciuani.* Poi ci fu un’altra traduzione (anonima) nel 1964, e nel frattempo non fa meraviglia che, nel 1940, Nicola Daspuro ne avesse tratto un’opera lirica. Mai storiellona gonfia, improbabilità miste assortite e personaggi di cartone furono più adatti a diventare libretto…honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per cui non vi sto consigliando particolarmente di leggere Les Chouans, a meno che non siate cacciatori di bizzarrie letterarie, o magari curiosi di vedere come se la cavava il primo Balzac. Non so, ma alle volte, specialmente quando si è nel bel mezzo di una di quelle crisi da come-ho-mai-potuto-pensare-di-saper-scrivere-non-prenderò-mai-più-in-mano-una-penna, si può trovare consolazione e incoraggiamento nel constatare che anche Balzac non è sempre stato meraviglioso. Curiosità o terapia, trovate il testo originale qui. Se volete la traduzione, invece, vi toccherà cercare per biblioteche. Qua e là si trova – e quasi di sicuro sarete i primi a prenderla in prestito da decenni a questa parte.

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* Visto che il titolo del post aveva una ragione? Cominciavate a dubitarne, vero? Gente di poca fede.

Feb 15, 2017 - Storia&storie, teatro    2 Comments

Matilde di Canossa È Passata di Qui

P4210013.JPGUna certa sera di piena estate di qualche anno fa, con Hic Sunt Histriones, ci trovammo a rappresentare Matilde, Donna e Contessa, di Gabriella Motta, davanti alla magnifica pieve romanica di Pieve di Coriano – fondata proprio da Matilde nell’Undicesimo Secolo.

Era un caso di posto perfetto e, per di più, era una sera perfetta – con tanto vento quanto basta a muovere i (numerosi) mantelli senza interferire con i microfoni – e avevamo un bravissimo tecnico alle luci… Insomma, una di quelle rappresentazioni felici in cui tutto va bene, tutto è bello a vedersi, e gli applausi sono numerosi.

Per cui, a spettacolo finito e pubblico defluito, ce ne stavamo a gramolare ghiaccioli alla menta e guardare la bella facciata romanica mentre i tecnici smontavano le luci – stavamo lì con quel lieve spirito proprietario che viene dall’aver recitato in un posto*.

Dovete sapere che all’epoca HSH se ne andava in giro alternando questa Matilde al mio Somnium Hannibalis, ed è per questo che, a un certo punto, “Guarda,” mi disse G. la Regista, indicando con fare da sibilla. “Il tuo Annibale non si è lasciato dietro nulla del genere.” Han

Il che, come ammisi allora e non ho la minima difficoltà ad ammettere adesso, è del tutto vero. Annibale non si è lasciato dietro nulla di nessun genere, in fatto di mattoni e pietra. That is, con la possibile eccezione della città di Artashat, che forse disegnò per un re d’Armenia – e io spero che la storia sia vera, perché mi piace immaginarmi Annibale che, nel suo esilio, disegna città – ma se anche fosse, ormai dell’antica Artashat resta meno che un cumulo di rovine.

E questo – come allora dissi a G. – teatralmente e narrativamente fa di Annibale il più tragico e il più interessante tra i due.

Voglio dire, a ben pensarci ci sono un sacco di paralleli tra Annibale e Matilde: entrambi nati ai vertici della società, entrambi precocemente eccezionali, entrambi figli di padri notevolissimi persi presto e poi superati in capacità e fama, entrambi perno nello scontro tra due grandi potenze delle rispettive epoche, entrambi morti senza successione….

MatildeSolo che Matilde morì tranquilla, lasciando una ragionevole approssimazione di pace e ogni genere di eredità tangibile, dopo aver regnato per molti anni e compiuto molto di quello che si era prefissa di fare, mentre Annibale morì esule, sconfitto, braccato e tradito, avvelenandosi per non cadere nelle mani di Roma e senza lasciarsi dietro nulla.

Nulla, tranne un nome che persino i suoi acerrimi nemici ammiravano. Nulla, tranne nozioni tattiche che si studiano ancora oggi nelle accademie militari di tutto il mondo. Nulla, tranne – ed ecco un paradosso – la grandezza dei suoi nemici, perché è con la II Guerra Punica, che Roma si laureò grande potenza**.

E  quindi lasciatemi indulgere brevemente al mio personale genere di slancio sentimentale: Matilde era senza dubbio un’ammirevole, energica e capacissima signora, ma il mio cuore e la mia immaginazione restano con l’uomo che, sconfitto e senza monumenti da lasciarsi dietro, è riuscito a scagliare il suo nome attraverso quasi due millenni e mezzo come una scia luminosa, per pura, fiammeggiante, titanica grandezza.

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* E ancor di più dall’averne scritto, ma nel caso specifico questo lato della faccenda non spetta a me.

** E, come dice Polibio, “l’essenza di tutto ciò che di buono o di cattivo accadde tra Romani e Cartaginesi fu un uomo solo, Annibale – tanto grande fu la sua personalità, tanto fervida la sua immaginazione.”

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Feb 10, 2017 - teatro    No Comments

Aspirazioncelle

Questa cosa bella qui sotto viene da una produzione inglese della Tragedia Spagnola di Thomas Kyd:

SpanishTragedy

La posa, le maschere, la luce a piombo che ritaglia i personaggi nel buio, il colore della luce in questione, l’atmosfera densa… che devo dire? Mi piace da matti – e ho aspirazioni in proposito. Aspirazioni che, se piace allo Spirito del Bardo, potrebbero trovare casa ragionevolmente presto.

E visto che stiamo parlando di ispirazioni, c’è quest’altra faccenda qui: JigGlobe

Oppure così:

Jig

Ed entrambi sono Shakespeare al Globe – ma il punto si è che, prima o poi, avrò, avrò e avrò una giga alla fine di qualcosa. Sembro tanto Grisù il Draghetto quando scrivo queste cose, vero? Epperò stiamo a vedere. Ecco.

E buon finesettimana.

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In Timida Lode della Procrastinazione Tattica

ProcrastinITParlavasi di procrastinazione, giusto?

E nei commenti, con L., rimuginavasi di diagnosi, guarigioni e cose così. Il che però mi ha dato da pensare – e oggi bisogna proprio che faccia qualcosa che sembrerà un po’ un’inversione a U. O almeno…

Parliamo di scadenze, volete? Vere o artificiali. Qualche tempo fa, nell’intento di finire una stesura in termini ragionevoli, mi imposi di scrivere 1500 parole di romanzo al dì in mezzo a una certa quantità di altre cose – un numero più che ragionevole per i miei ritmi. E in effetti funzionò, come mi aspettavo perché mi conosco e so di lavorare meglio con una scadenza. E tuttavia…

Il fatto è che passavo un sacco di tempo a spostare virgole, cercare immagini di finestre Tudor, farmi una tazza di tè dopo l’altra, controllare la posta, far piani per quello che avrei scritto fra una stesura e l’altra, consultare il beneamato Historical Thesaurus, eccetera eccetera, fino a che non mi restava meno di un’ora prima delle prove/lezione/appuntamento/ora di cena/… E allora, in quell’oretta scarsa, mi riscuotevo e buttavo giù otto o novecento parole di cui non ero troppo dispiaciuta. E poi ripetevo più tardi – di solito a notte fonda fondissima – e finivo col superare le millecinquecento parole quotidiane, ma sempre a forza di frenetiche orette all’ultimo momento…

Ecco, questa a me piace chiamarla Microprocrastinazione, o meglio ancora Procrastinazione Tattica. E non si può negare che in qualche modo funzioni, anche se questo non lo rende necessariamente il più razionale o il più sano dei metodi. Però che devo dire? Funziona – tanto che faccio così anche a livello strategico. A voi non è mai capitato di avere mesi davanti prima di una scadenza – e ridurvi all’ultima settimana per consegnare? Mi si dice che sia una condizione piuttosto comune. Poi l’umanità si divide tra quelli per cui funziona e quelli per cui produce disastri. Io sono di quelli per cui funziona – e infatti continuo a farlo. Talvolta mi chiedo vagamente: e se invece, per una volta, provassi a usare davvero tutto il tempo di cui dispongo? Talvolta ci provo perfino, ma alla fin fine il fatto è che per lo più lavoro meglio sotto pressione, e quando la pressione non c’è la creo artificialmente. Procrastinando.

E magari è solo un’altra di quelle gradevoli illusioni – come l’utilità immaginaria e il nome di multitasking – con cui rivestire le ore passate a cercare finestre Tudor, ma se invece, dopo tutto, non tuttissima la procrastinazione venisse per nuocere?

 

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Di Dilemmi e Cose Truci

dilemma-676x305Oh, dubbio lacerante! Oh, amletica incertezza! Oh, dilemma bicornuto…!

Insomma, si tratta del romanzo in corso, e la faccenda è così.

C’è questa cosa un po’ truce che accade nel giugno del 1594. Accade davvero, intendo: accadde. È un po’ che ci rimugino su a intermittenza, perché pur non coinvolgendo strettamente il mio protagonista, ha due legami con le sue vicende – uno storicamente documentato e uno, shall we say… psicologico.

Se dico che ci rimugino a intermittenza è perché ogni tanto provo a incastrarla nella storia, e ogni volta giungo alla conclusione che dopo tutto è meglio di no, perché il giugno del ’94 è già un periodo densissimo per il mio protagonista. Gli capita di tutto, povero Ned, e poi ne esce a vele spiegate – in una serie di circostanze in cui le implicazioni psicologiche della Cosa Truce finirebbero per essere di necessità un po’ troppo oppure non abbastanza.

No, davvero: credetemi se vi dico che ha più senso di quanto sembri dal paragrafo qui sopra. Ma insomma, il fatto è che l’ultimo tentativo con la Cosa Truce l’ho fatto nel corso del finesettimana – e, una volta di più, ho dovuto rinunciarci a malincuore. Suona eccessivo, suona forzato… troppo sale, you know. CosaTruce

“Peccato non poterlo avere a ottobre 1597, quando potrebbe condurre perfettamente al climax…” ho sospirato tra me – e… zzinnnnnng!

Sapete com’è, la scintilla che si accende e illumina all’improvviso un intero paesaggio di concatenazioni che si agganciano le une alle altre con suono di campane?

Oh, gioia! Se a giugno ’94 la Cosa Truce è troppo sale, a ottobre ’97 tende un allascamento che mi rendeva un pochino infelice, e lo trasforma in un arco perfetto. Se avete mai scritto una storia, sapete che sono gran bei momenti.

Solo che…

Solo che questo è durato poco, perché il fatto incontrovertibile resta che la Cosa Truce è accaduta irremovibilmente nel giugno del 1594, e nessuna vaghezza deliberata, nessun gioco di telescopio può spostarla nelle più remote vicinanze dell’autunno del ’97. Fosse un atto unico, non ci penserei due volte – ma questo è un romanzo. Un romanzo in cui tutto il resto è piuttosto accurato, e varie cose dipendono da questa ragionevole accuratezza.

Epperò… è davvero un gran peccato, sapete? La storia ne beneficerebbe in modo enorme, e dopo tutto, come dicevamo, la storia in questione è un romanzo, giusto?

Quindi adesso che ho deciso di trasgredire alle mie stesse regole per una volta, tutto sta nel decidere in che modo pDilemma3referisco farlo. Eccolo qui, il dilemma:

– sposto la Cosa Truce al ’97 e, spiegandolo poi nella Nota dell’Autore?

Oppure…

– Accenno alle implicazioni pratiche della Cosa Truce nel giugno ’94 e poi invento un episodio simile per l’autunno del ’97 e uso le implicazioni psicologiche per i miei biechi fini narrativi? (E probabilmente ammetto anche questo nella NdA?)

E non lo so. Non ancora. È da ieri sera che mi ci dibatto – e forse è solo presto. Devo rimuginarci di più, magari sperimentare con entrambe le possibilità.

Vi farò sapere – e, nel frattempo, o Lettori, voi che ne pensate?

Feb 3, 2017 - scribblemania    2 Comments

Elementi Di Procrastinazione Avanzata

procrastination1ITAnche procrastinare è un’arte. Non parlo del fissare la pagina bianca e vuota, controllare la posta elettronica ogni due minuti o decidere di scrivere 2000 parole dopo avere lavato i piatti  – roba da dilettanti! I metodi davvero raffinati si sviluppano negli anni attraverso una combinazione di serendipità e astuzia inconsapevole. L’aspetto chiave, quello che contraddistingue il procrastinatore neofita dal procrastinatore esperto, è un’ingannevole impressione di utilità. Poi a un certo punto si esce dalla trance, si bada davvero a quello che si sta facendo e si rimane basiti… Ma davvero sto facendo questo invece di scrivere? Perché diavolo sto facendo questo invece di scrivere?

1) Fissare la To Do List come una lepre fissa i fari dell’automobile in arrivo. So benissimo di dover consegnare un lavoro mercoledì, e nel frattempo dovrei preparare una lezione, spedire un progetto e portarmi avanti con un libro da recensire… non è affascinante che debba consegnare un lavoro mercoledì, preparare una lezione, spedire un progetto e portarmi avanti con un libro da recensire…?

2) Ricercare ancora un pochino – solo ancora un pochino. Un’ora e venti orsono avrei potuto benissimo mettere una parentesi quadra al posto dell’autore di un play di cui non sono affatto sicura e procedere. Invece sono seduta sul tappeto in mezzo a pile di libri e volumi d’enciclopedia, e ho tante pagine aperte sul computer che la memoria virtuale geme in sofferenza. L’autore di Soliman and Perseda posso averlo trovato oppure no, ma si vede che non era poi così rilevante, visto che adesso sto cercando di scoprire precisamente dove si esercitavano le milizie cittadine londinesi nei tardi anni Ottanta del Cinquecento…ProcrastIt

3) Fare progetti dettagliati per uscire da questa situazione di blocco. Allora, se oggi scrivo 1200 parole, e se lo faccio tutti i giorni, in un mese avrò scritto 36000 parole. In tre mesi potrei avere completato il romanzo. Se invece scrivessi 2000 parole al dì, mi basterebbe un mese e mezzo, ma considerando che 2000 parole sono un ritmo difficile da mantenere, consideriamo pure due mesi. Questo però comprende Pasqua, quando la casa si riempie di parenti, per cui supponiamo di scrivere 2000 parole al giorno da qui a metà aprile, e poi 1200 al giorno fino alla domenica delle Palme, e poi lasciamo fuori due giorni interi… e com’è possibile che sia già ora di cena e non ho ancora scritto un bottone?

4) Rileggere ed editare. Dunque, vediamo un po’… come si chiamava quell’attore avventizio nel capitolo I? Capitolo I… Oh, guarda, avevo già messo una scena di prove qui… posso metterne un altro nel capitolo VIII? No, perché la funzione è simile. Prove cassate. A meno che non tolga la prima e lasci la seconda? Oh guarda, ho scritto rheardals invece di rehearsals… che poi tutta questa riga – e anzi, tutto questo paragrafo potrebbe andare. Non c’è modo di snellire il passaggio? Mi serve proprio questa scena? E in realtà, se faccio entrare in scena questa gente al capitolo I invece che qui… Cribbio, com’è possibile che il mio wordcount sia diminuito invece di aumentare?

5) Stampare su fogli riciclati. E così, invece di procedere con la revisione, rileggo una prima stesura di un vecchio, vecchio progetto sul verso dei fogli. Salverà anche alberi, ma non fa bene alla salute.

E perché sappiate che non è tutta teoria, ho appena deciso di scriverla domani, quella certa mail...

6) leggere libri, siti o forum sulla procrastinazione. Come in Will Write For Chocolate, quando Mimi si concede una giornata libera in premio per avere deciso di occuparsi seriamente del suo problema di procrastinazione – a partire da domani.

7) Lamentarsi perché si procrastina. Capisci? Non ho scritto una parola in tutti il giorno… Sì, ma voglio dire, non ho scritto, oggi. Non ho proprio scritto. Non so se mi spiego, non ho scritto per niente. E divento pessima quando non scrivo, per cui so benissimo che dovrei scrivere, e invece non scrivo affatto. Nemmeno una parola in tutto il giorno. E invece… Ma mi stai ascoltando o no?

8) Divagare inseguedo altre idee. Perché se non ne prendo nota poi mi dimentico, e mi dispiacerebbe, perché è proprio un’idea carina. Voglio dire, è un sacco di tempo che ho voglia di scrivere qualcosa di questo genere. Chissà se è praticabile. Sì lo so, non c’entra nulla con quello che sto facendo, ma lascia che butti giù una piccolissima lista di personaggi, e un elenchino di scene di massima, e magari una mini-bibliografia di partenza – appena ho preso nota torno al lavoro… oh, e dove avrò messo quegli articoli che avevo tenuto da parte?Procrastination-Cycle

9) Cercare ispirazione visiva. Perché Google Immagini è una china insidiosa e lubrica. Vediamo un po’ se trovo un’immagine della Saint John Priory – magari anche una degli interni, dopo che era stata convertita in Revels Office? Oh guarda che belle uniformi. Chissà se trovo anche una faccia adatta al Lord Sindaco. Oh, questa… no, mi piace di più quell’altra. No, quest’altra è perfetta, e ripensandoci, la prima potrebbe andare bene per il vecchio Burbage. O forse no. Se solo trovassi qualcosa di simile, ma un po’ diverso…

10) Bloggare su metodi e forme di procrastinazione. Er…

Ahimé, povero Mug…

Mug Oh, catastrofe(tta) domestica…!

E, per una volta, non è nemmeno colpa della Terribile Pru*.

Il mio mug shakespeariano ha reso l’anima. O forse non è proprio del tutto vero – ma ha sostenuto danni che lo invalidano à jamais per fare quel che è stato concepito per fare – ovvero contenere tè.

O almeno si suppone, perché…

Lasciatemi spiegare: il mio mug shakespeariano viene da Londra. Dal Globe, per la precisione. Acquistato al bookshop dopo la mia prima visita, insieme a un libro sulle ultime scoperte archeologiche in fatto di teatri elisabettiani e giacobiti.

“Per favore, un incarto robusto,” dissi al giovane commesso, indicando il mug. “Deve volare fino in Italia.” E il ragazzo, con un sorriso da un orecchio all’altro, prese la plastica con le bolle e ne avvolse un acro non solo attorno al mug, ma anche al libro…

E vi racconto questo per spiegare che il mug non può avere subito danni da trasporto – tanto più che quel viaggio periglioso lo fece nel bagaglio a mano, trattato con la tenera cura che di solito si riserva ai neonati. E una volta a casa cominciò ad avanzare serii titoli per la posizione di Mug Prediletto, in fiera competizione con l’altrettanto londinese (e, mi si dice, ormai più o meno introvabile) mug dei libri, proveniente da un negozietto di Covent Garden… D’altra parte è delizioso, you see, interamente coperto di spiritosi disegnini di personaggi shakespeariani…

Finché, questa mattina presto, poco dopo averci versato dentro la mia prima dose mattutina di Earl Grey al latte…

Tinnnng!

Non so se abbiate esperienza o idea di quanto sia terribilmente musicale il rumore della porcellana che si fessura. Lo strillo di una Clarina che si trova improvvisamente inzuppata di tè bollente lo è assai di meno – ma sono particolari. Il fatto si è che il mug shakespeariano adesso ha una sottilissima fessura che lo divide quasi a metà, e non potrà mai più contenere liquidi caldi o freddi. Mai più, alas and alack…

Ora, siccome dubito che qualcuno produca un mug fatto per non resistere al contatto prolungato con il tè caldo, posso solo immaginare un difetto di fabbricazione o un incidente prima del mio acquisto. O forse gli ha fatto male la lavapiatti? O forse il mug dei libri ha giocato slealmente in qualche modo per liberarsi del rivale? Ma ad ogni modo non è come se il post mortem servisse a qualcosa – se non a farmi dubitare che valga la pena di comprare un altro mug shakespeariano alla prossima occasione londinese.

Però, dopo essermi asciugata il tè di dosso e aver mugugnato un po’ sulla triste sorte dell’arnesetto, ho pensato che ci sono altre cose che un mug può contenere – non tutte liquide. Penne, per esempio, e matite. Sempreché, mi si è fatto notare, la fessura non corra ulteriormente… Così ho telefonato al colorificio di fiducia e ho chiesto come si sigilla una fessura nella porcellana per evitare che sviluppi ambizioni e, dopo un po’ di ipotesi, mi si è detto che, s giuro di non mettere mai più del tè nella porcellana in questione, il Superattack ha buone possibilità di domare la fessura.

Morale? Adesso il mug shakespeariano, rattoppato con la supercolla, se ne sta mogio su uno scaffale, in attesa di diventare un portapenne shakespeariano. È pur sempre una carriera, non vi pare?

 

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* Il vasetto di peperoncini ripieni sott’olio fracassato sul pavimento della cucina ieri sera è un altro discorso…

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