24/05/2013
Il Tesoro Di Attila
Ogni tanto mi capita di lamentare la sconsolante prosaicità dell'immaginario mantovano. Niente folletti, niente fate, una misera manciatina di fantasmi...
Siamo gente quadrata, siamo.
Però ho scoperto di recente una storia notevole proprio nei pressi del mio villaggio.
Allora, qua attorno, sperduta in mezzo alla campagna, trovavasi un tempo una specie di elevazione del terreno. Un'inesplicabile montagnuola. Un tumulo, se volete - non fosse che non c'è tumulato nessuno. Però, scavandoci attorno, si rinvenivano punte di freccia, monete, ferri di lancia, cocci ed altre archeominutaglie.
E che potevano mai essere, questi relitti - quel che avevamo in luogo di rovine? Ebbene, dovete sapere che, secondo tradizione, a Governolo, nel 452, Papa Leone Magno avrebbe fermato Attila e i suoi Unni. E sì, lo so, non c'è nulla di certo, e né Paolo Diacono né Flavio Biondo possono considerarsi inappellabili, e ci sono altre ipotesi almeno altrettanto valide, e in tutta probabilità non lo sapremo mai - ma vi secca, per il momento, appendere la vostra incredulità? A noi di qui piace tanto dire che è successo nel nostro angolo di mondo, e di sicuro ci credevano fermamente i nostri avi nel Seicento, quando l'inesplicabile montagnuola cominciò ad apparire nelle mappe col nome di Forte d'Attila. 
Perché, è chiaro come il giorno, distruzione = Unni - e non ci piove.
Oddio, vero è che nulla di Unnico è mai emerso, nemmeno per sbaglio, dal supposto forte. Medievalia, sì; romanitudini, anche; roba dell'Età del Ferro, in copia & abbondanza - ma gli Unni... E tuttavia il toponimo è rimasto e vige tutt'ora, e per di più si è portato dietro una storia.
State a sentire.
N
arrasi dunque, che che una volta ogni secolo - o giù di lì - la gente dei paraggi ricevesse la visita di un misterioso sconosciuto dalla barba bianca, in abiti di foggia un nonnulla strana. Costui arrivava a un'osteria, chiedeva del vino, si guardava attorno, poi chiamava da parte l'oste e gli chiedeva l'assistenza di due persone dabbene. Persone di coraggio e d'onestà. Ad essere saldi d'animo e di principi, c'era da diventare ricchi...
Erano pochi gli osti capaci di resistere alla prospettiva e così, sul far della mezzanotte, lo sconosciuto si ritrovava a condurre per i campi bui l'oste e un compagno - in genere qualche ragazzo sveglio del contado. E quale non era la sopresa dei due nel raggiungere il Forte d'Attila e trovarci, invece dell'inesplicabile montagnuola, un gran palazzo, che sembrava splendere nel buio per la dovizia di torce, candele e bracieri con cui era illuminato. 
Lo sconosciuto conduceva i nostri due per saloni parati a figure mai viste, scaloni di marmo e corridoi lunghissimi, fino a una gran sala sfavillante. Nel centro del pavimento c'era un enorme mucchio d'oro.
"Io sono il tesoriere di Attila," rivelava allora lo sconosciuto. "Questi sono i tesori che il mio re ha razziato in queste terre e, una volta ogni cento anni, ho licenza di tornare qui per riparare ai miei peccati cercando di restituirne un po' alle genti del luogo. Tutto quello che dovete fare è camminare lenti lenti intorno al tesoro per dodici volte. Compiuto il dodicesimo giro, e non un istante prima, potrete gettarvi sul mucchio - e tutto l'oro che riuscirete a coprire con il vostro corpo vi apparterrà."
Pur un nonnulla scombussolati, l'oste e il garzoncello non se lo facevano ripetere e, tenendosi per le falde del vestito, cominciavano a camminare in cerchio. Un giro, due giri... Ciascuno dei due dubitava tra sé, cercando di tenere d'occhio il compagno.
Tre giri, quattro giri... E se questo bel tomo di tesoriere volsse turlupinarci? si domandava l'oste.
Cinque giri... Bisogna che badi a saltare bene, pensava il ragazzo. Se son bravo, sposo la mia Ninetta, e poi faccio la dote a mia sorella, e poi compro quel campicello verso Poletto, e poi una mucca - anzi, no: due mucche...
Sei giri... L'oste già s'immaginava padrone di mezzo paese. Purché non fosse tutto un imbroglio.
Sette giri... E a questo punto uno dei due - in genere il ragazzo - cedeva alla tentazione e, a titolo di assicurazione, tentava di mettersi in tasca una manciatella di quelle monete luccicanti.
E si sa come vanno queste cose. Nell'istante stesso in cui lo scervellato allungava la mano... puf! Le luci si spegnevano e tesoro, salone, palazzo e tutto sparivano nel nulla.
I due compagni si ritrovavano a sbattere gli occhi come due civette frastornate nel buio improvviso.
"Ah," sospirava la voce del tesoriere di Attila. "Nemmeno questa volta ci sono riuscito. Dovrò riprovarci da qui a vent'anni - sperando di trovar gente più saggia di voi due!"
E questa è la leggenda, e mi domando se non l'avesse in mente almeno un po' quel Giuseppe Bellini cui, intorno al 1845, un cugino che faceva il meccanico dentista rivelò d'aver trovato il tesoro di Attila. Forse no, dopo tutto - o almeno non ne aveva tratto le giuste conclusioni perché, insieme a un dipendente, si lasciò condurre per i campi di notte fino a un punto segnato con un chiodo in un albero. I tre, accompagnati da un misterioso forestiero, si misero a scavare finché dal terreno emerse una decina di verghe di metallo.
"Oro!" esclamò il cugino dentista. "L'oro di Attila!"
Con la sensazione di essere nel bel mezzo della leggenda, Bellini grattò un truciolo di metallo da una delle verghe e lo diede al cugino, per portarlo a saggiare. Poi nascosero tutto, e l'indomani si precipitarono da un orefice. L'orefice era del tutto in buona fede, ma il cugino dentista, invece di consegnarli il pezzettino di verga, lo sostituì con un frammento di un anello.
"Oro," sentenziò l'orefice. E Bellini pagò sull'unghia al cugino cento bavare in cambio delle verghe - convinto di aver concluso l'affare della sua vita, e senza domandarsi perché al dentista fosse saltato per il capo di metterlo a parte dell'avventura, invece di tenere il tesoro per sé...
Inutile dire che il responso dell'orefice sulle verghe fu ben diverso: ottone e nient'altro che vilissimo ottone. Raggiunto e interrogato, il cugino dentista si dichiarò in buona fede e imbrogliato a sua volta dal forestiero. Dopodiché le verghe d'ottone scomparvero, il forestiero non si trovò più e, una quindicina d'anni dopo, i due cugini andarono a processo. Il dentista fu condannato per truffa - ma sono certa che Bellini dovette sentirsi non poco stupido, certo non meno del ragazzo che, nella leggenda, si rovinava per aver voluto afferrare il tesoro.
Quindi sì, qualche leggenda c'è. Ed essendo da queste parti la gente pratica che siamo, c'è stato chi ha pensato di metterla a frutto...
______________________________________
E se vi pungesse vaghezza di saperne di più sugli strascichi leggendari e tradizionali del passaggio di Attila nel Mantovano, c'è questo bel librino recente di Mauro Calzolari: Papa Leone e Attila al Mincio, il percorso di una tradizione (Sometti, 2013).
08:02 Scritto da laclarina in Storia&storie | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: tesoro di attila, forte d'attila, governolo, mauro calzolari | OKNOtizie |
Facebook
22/05/2013
Gazzellese E Lingua Franca
Quando un liceale gli ha chiesto lumi sul suo modo di riempire di significato poetico ogni genere di parola quotidiana, Seamus Heaney ha risposto che doveva cominciare con le gazzelle.
Le gazzelle che brucano in branco nel Veldt sudafricano. Brucano placide finché, per un motivo qualsiasi, una gazzella smette di brucare e alza la testolina bianca. E allora le altre gazzelle intorno a lei alzano la testa, e poi quelle intorno a loro, e in men che non si dica il movimento si diffonde concentricamente: tutto il branco leva la testa e si mette in ascolto. E mentre il branco agisce così, ogni singola gazzella si sente il branco. Si sente la Gazzella universale.
Ecco, dice Heaney, per ciascuno di noi c'è una lingua che funziona come un branco di gazzelle. È il linguaggio che non impariamo consapevolmente, quello in cui parole, espressioni e modi idiomatici hanno un senso che è proprio della famiglia, dell'ambiente, del paese o del quartiere in cui si cresce. E non lo si impara affatto. A un certo punto siamo consapevoli di una parola - ed è la prima gazzella. E poi le parole-gazzelle sollevano la testa, una dopo l'altra, finché tutto il branco è in movimento nella nostra consapevolezza. Senza averlo imparato, dappiamo di sapere, parlare e pensare nella nostra peculiare ed unica sfumatura di Gazzellese. È quello che, mi sembra, in Italiano chiameremmo ginzburghianamente Lessico Famigliare. 
E poi c'è la Lingua Franca, quella della scuola, quella che si standardizza nell'incontro con altri gruppi, quella in cui un topo è un piccolo roditore grigio cui i gatti danno la caccia, e non il mouse del computer, non il cagnolino più piccolo della cucciolata, non un sinonimo di errore di battitura...
Così, per tutta la vita, noi sediamo metaforicamente a cavallo tra Gazzellese e Lingua Franca - per non parlare del fatto che assorbiamo parte del Gazzellese altrui, e che creiamo consapevolmente altri linguaggi con ciascun gruppo di cui facciamo parte. E mi viene da domandarmi se creare un linguaggio via via che si condividono esperienze non sia, per restare in ambito animalier, come allevare alpache? E allora quel che ne esce è Alpachese?
Ma sento che mi sto avviando per una brutta china. Torniamo a noi, torniamo a Seamus Heaney, secondo il quale il poeta crea cerniere tra il proprio Gazzellese e la Lingua Franca usando parole quotidiane in posizioni e funzioni che ne segnalano profondità semantiche diverse, parallele o perpendicolari a quelle della Lingua Franca.
Affascinante idea, non trovate? Perché non c'è fine alle complessità stratificate e versicolori del linguaggio, e perché il poeta non è quello che si apre le coronarie e ne versa il contenuto sulla carta. Il poeta, oltre a molte altre cose, è il genere di persona che riflette e lavora molto sul significato e sulla funzione delle parole - in teoria e in pratica, forgiando e intessendo la lingua in tutta consapevolezza, facendola più fitta, più iridescente e più ricca con ogni verso che scrive.
08:05 Scritto da laclarina in Lingue, Poesia, Vitarelle e Rotelle | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: seamus heaney, poesia, linguaggio | OKNOtizie |
Facebook
PBN
Storia di fantasmi.
No, non la storia di fantasmi. Una storia di fantasmi.
Un'altra. Altra epoca, altri spettri, altro mood. Storia talmente tradizionale che è quasi antiquaria. Storia già scritta.
Revisione in corso, nell'intento di mandare tutto all'altro capo del mondo - e stiamo a vedere.
E sembrerà balengo a dirsi, ma la revisione è inceppata su un dubbio di quelli che levati: meglio ambientare una certa scena nella casa padronale o nella casetta dei custodi? Yes, well...
E prima che lo diciate - lo so: sono una delinquente procrastinatrice che trascura i suoi altri fantasmi in tutte le maniere possibili.
Lo so. Che posso farci?
01:33 Scritto da laclarina in scribblemania | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: fantasmi | OKNOtizie |
Facebook






