18/05/2012
L'Escargot Sans Peur
[Tutto questo è, a suo modo, vero. O forse no - fate un po' voi. Ed è per F. & L. E anche per Gabri, con cui non si arriverà mai ad essere d'accordo in fatto di teatro dell'assurdo... ]
III Campanello. Buio in sala.
SIPARIO.
Sono i frenetici minuti che preludono a una serata di prove. Prove d'insieme. Prove in cui cast&crew riuniti si misurano nell'ordine della cinquantina. Il luogo è saturo di gente che parla a voce troppo alta, di costumisti disperati, di bambini che corrono (oh, perché abbiamo voluto bambini in scena?)... E la regista, com'è suo solito è arrivata in ritardo, e l'aiuto-regista è affannata...
F. "Hai ricevuto la mia mail?"
C. "No... il mio account fa i capricci, in questi giorni. Ricevo un messaggio su dieci."
F. "Fantastico. Be', c'era scritto che siamo incasinati con la scena della battaglia navale, ma adesso lo vedi da sola. A volte non so come diamine ti vengano in mente certe cose..."
C. "Si chiama ispirazione. Considerala un complicato, quasi preternaturale processo alchemico. Facciamo un ululato congiunto, vuoi? Qui c'è urgente bisogno di disciplina."
F. "Sì. Però senti, mi ha chiamata G."
C. "Ossignor."
F. "Non ti fai un'idea. Un'ora di telefono. E vuole che ti dica tutto tutto tutto."
C. "Oh. Magari un altro momento, vuoi?"
F. "Ti telefono domani mattina?"
C. "Ssssì... No: mandami una mail."
F. "Una... Ma se hai detto che non le ricevi!"
C. "Appunto."
F. "Anch'io ti voglio bene!"
C. "Magnifico. Ululato al mio tre. Uno... due..."
Buio - quanto basta per un fulmineo cambio di scena.
Una enorme cucina lustra, tutta acciaio e piastrelle, dove una decina di persone si occupa di cucinare una cena vegana-macrobiotica. Lo spettacolo è andato bene, e la scena della battaglia è andata bene, e le notizie di G. sono passate sotto l'uscio, I believe, ma in realtà sono trascorsi alcuni anni, e nessuno se ne ricorda più troppo bene. F. è intenta a cucinare polpette di miglio con gli altri. C. non si azzarda a metter dito e conversa con L.
C. "Ma secondo te, le lumache hanno fegato?"
L. "In che senso?"
VOCE IN QUINTA "Questo non è il mio coperchio!"
C. "In uno di due possibili sensi. Imprimis: le lumache hanno coraggio?"
L. "Sì. Le lumache sono intrepide. Anzi, sono impavide."
VIQ "Non sa di niente! Aggiungici della curcuma. Tanta curcuma."
C. "Impavide, sì. E in secondo luogo: le impavide lumache hanno un organo che faccia le funzioni di quel che chiamiamo fegato?"
L. "Non lo so, ma in fondo la domanda è un'altra: Che Cosa Se Ne Fanno Le Lumache Di Un Fegato?"
C. "Oh, cosa mi fai ricordare..."
Flashback: in un angolo, un occhio di bue s'accende illuminando la cattedra di un'aula di liceo, vent'anni prima. Il Prof. interroga. E. è interrogata.
Prof. "Ma forse è il caso di chiarire una cosa: le lumache ci vedono?"
E. (dopo un istante di riflessione) "No, però sanno dove vanno."
L'occhio di bue si spegne. Flashforward alla cucina macrobiotica.
VIQ "Lo zucchero raffinato è il Male Assoluto..."
C. "Comincio a pensare che le lumache abbiano ben poche necessità."
F. (balza fuori da dietro una quinta d'acciaio e piastrelle e punta un indice accusatore) Ha! Ho sentito tutto!* E adesso tu questa cosa la scrivi, vero?"
C. (cerca di apparire contrita) "Peut-être."
VIQ "Non hanno un'aria molto fritta. Hanno un'aria sciolta..."
F. "E fra una decina d'anni io mi ritrovo a due sere da una prima, a disperarmi con cinquanta persone, l'Uomo delle Luci, pittura color acciaio e costumi da lumaca?"
C. "Non ci era nemmeno passato per la mente, ma adesso che lo dici..." (spicca il balzo ed esce a destra)
F. "Bugiarda! Scrittori, vil razza... Ehi! Stai lontana da quel taccuino...!" (balza all'inseguimento ed esce a destra).
L. (a nessuno in particolare) "Io faccio la parte della lumaca. La lumaca impavida."
VIQ "L'ho già detto che questo non è il mio coperchio -erchio -erchio -erchio...?"
Nuvole di vapore.
Buio.
La VIQ si spegne lentamente. -erchio -erchio -erchio...
SIPARIO
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* Si capisce che nella realtà dei fatti F. non ha ascoltato affatto - men che meno celata - ed è stato necessario ripeterle la conversazione per filo e per segno, ma converrete che tale ripetizione non funzionerebbe mai, da un punto di vista teatrale. Nemmeno in una pétite pièce absurdiste come questa. Anche se forse, ripensandoci... È una seconda stesura che vedo davanti a me?
08:10 Scritto da: laclarina in angurie, teatro, Vitarelle e Rotelle | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: teatro dell'assurdo, lumache, cucina macrobiotica | OKNOtizie |
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16/05/2012
Costruttori Di Ponti
C'è stata una vita precedente in cui la mia ambizione lavorativa era quella di costruire un ponte.
D'accordo, anche un teatro mi avrebbe resa molto felice, ma un ponte era un'altra cosa - ed era tutta colpa di Kipling, per questo racconto che si chiama, appunto, The Bridge Builders.
A dire la verità non credo che sia il migliore racconto di Kipling in assoluto, e la chiusa mi ha sempre lasciata un po' così. Un po' un anticlimax, dopo la sovrannaturale discussione del ponte. Ma soprattutto c'è l'epico lavoro di costruzione del ponte stesso, "brutto come il peccato e solido come una roccia", con questi due ingegneri inglesi e il loro capomastro indiano che domano il Gange a furia di duro lavoro e determinazione...
Oh, d'accordo: oggidì e alle nostre latitudini c'è ben poco da domare, ma la costruzione di ponti rimane, in letteratura e in leggenda, una faccenda ai limiti dell'eroico e carica di significati simbolici, perché per tanta parte della storia è stata tanto difficile quanto fondamentale, e per tutte le connotazioni di superamento, ravvicinamento e trionfo sulla natura che si porta dietro.
Forse per noi è difficile apprezzare l'importanza e difficoltà di un ponte nei secoli in cui un fiume poteva essere una barriera invalicabile al passaggio, ai commerci, a ogni genere di contatto. I ponti erano fondamentali, i ponti allargavano gli orizzonti, i ponti si difendevano a ogni costo, i ponti facevano la fortuna e la ragion d'essere di un centro abitato, i ponti erano un elemento di civilizzazione... Però prima bisognava costruirli.
E non era detto che fosse facile. Al punto che certi ponti particolarmente audaci e/o belli non sembravano potersi spiegare altro che con qualche intervento sovrannaturale. E nemmeno un intervento qualsiasi, visto che per secoli il pontiere privilegiato nell'immaginazione popolare è stato il diavolo in persona.
L'Europa è disseminata di Ponti del Diavolo, in genere archi di pietra a schiena d'asino che scavalcano orridi profondissimi in campate stupefacenti, oppure enormi arnesi fortificati e possenti. E se le guide locali tendono a raccontarli come reliquie romane spiegate con l'intervento diabolico negli ingenui e timorosi secoli bui, in realtà si tratta per lo più di opere medievali o più tarde. Il che è ancora più affascinante, se ci pensate: non si trattava di spiegare col diavolo qualcosa d'incomprensibile, quanto di attribuire all'intervento diabolico qualcosa di utile e bello che però aveva richiesto sforzi sovrumani e, probabilmente, più di una morte sul campo.
Ed ecco fiorire le leggende - così numerose e così diversificate che la Classificazione Aarne-Thompson ne fa una categoria a sé, con un certo numero di varianti: c'è la sfida tra il diavolo e i costruttori di ponti, c'è la sfida tra diversi costruttori - uno dei quali aiutato dal diavolo - c'è il patto con il diavolo tout court... A ricorrere in tutti i casi sono due elementi: il ponte è così importante che si è disposti a far patti col diavolo, e il diavolo vuole essere pagato in anime. Dopodiché, in genere, qualcuno di astuto trova il modo di ingannare il diavolo, che sa fare i ponti ma non è bravo ad esigere i pagamenti e, nella maggior parte dei casi, deve tornarsene all'averno con le pive nel sacco e qualche animale per tutta ricompensa*. E il ponte resta lì, in tutta la sua gloria, audacia e utilità.
Esiste anche un altro tipo di ponte leggendario - ponti sovrannaturali che, se debitamente attraversati, conducono in altri mondi dove l'eroe ha accesso a una vasta gamma di rivelazioni, prove iniziatiche, incontri e svolte climatiche della trama. Molto conveniente, ma meno diffuso. 
E poi entrambi sono passati in letteratura. Provate a pensare a Il Ponte sul Fiume Kwai (e sì: prima di David Lean c'era anche un romanzo del francese Pierre Boulle), dove per il Colonnello Nicholson il ponte è una questione di principio, e per il Colonnello Saito una questione di necessità: entrambi vengono a patto con qualche tipo di diavolo - Nicholson di fatto aiuta il nemico e Saito deve cedere di fronte all'inflessibilità dei suoi prigionieri. On the other hand, Il Ponte per Therabithia, di Katherine Paterson, ricade nella seconda categoria, con un ponte "magico" che conduce in un regno immaginario inventato da due ragazzini solitari. Ma la costruzione del ponte vero e proprio arriva solo alla fine, ed è parte del processo di maturazione del piccolo protagonista, che attraverso il lutto impara a connettere il suo mondo immaginario alla realtà.
Il Ponte sulla Drina, di Ivo Andriç è un po' l'uno e un po' l'altro: costruito per volere di un vizir di origine serba per unire la Serbia all'Impero, nasce tarato per la ribellione dei costruttori maltrattati, e per secoli sarà via di passaggio nel bene e nel male: amicizia e guerra, idee e sradicamento, progresso e decadenza - tutto passerà per il ponte.
Il Ponte di Waterloo che dà il titolo al dramma di Robert Sherwood** non si costruisce in scena, però è significativo: simboleggia la perdizione di Myra - da ballerina a prostituta - ma anche la sua possibile redenzione, quando Roy la ritrova e le chiede di sposarlo nonostante tutto.
All'inizio di We, the Living, l'eroina di Ayn Rand, la giovane borghese Kira, si iscrive alla facoltà d'ingegneria - scelta eterodossa per una ragazza - decisa a costruire ponti. Il sogno di un ponte di alluminio "leggerissimo, tutto bianco", per Kira rappresenta la liberazione dalle chiusure e meschinità del sistema sovietico. 
E ci sono i ponti iniziatici: Robin Hood deve provare il suo valore agli Allegri Compagni aprendosi il passaggio sul ponte - in singolar tenzone con Little John, e adesso non trovo assolutamente il riferimento, ma mi par di ricordare qualcosa di equivalente nel ciclo arturiano.
E poi c'è il già citato Kipling, il cui ponte sul Gange rappresenta un trionfo della volontà umana sulla natura (e sull'ottusità della burocrazia) - non senza il passaggio iniziatico dell'ingegnere inglese, che doma il Gange solo dopo avere capito con che cosa ha a che fare, e sviluppato il debito rispetto.
E comunque i ponti in realtà abbondano in tutta la letteratura, come postazioni da difendere fino all'ultimo uomo, come strutture da minare, come luoghi per le imboscate e gli omicidi, come ostacoli e passaggi obbligati, come passerelle di corda che bruciano e cedono al momento giusto per creare suspense, come arnesi che crollano sotto gli zoccoli del destriero al galoppo, come trappole e come difficili vie di salvezza - e citerò soltanto il sorvegliatissimo, impassabile ponte di Stirling, l'ultimo ostacolo che David Balfour e Alan Breck devono attraversare prima di raggiungere le sospirate Lowlands... E ci vorrà tutta l'astuzia di Alan, perché un ponte non è mai una conquista facile o un elemento decorativo. Un ponte, varcato o costruito, ha sempre un prezzo.
E sì, alla fine il ponte l'ho costruito. Magari ponte è una parola grossa, e passerella pedonale sarebbe più appropriato - ma non sottilizziamo: era (è) una struttura ad arco destinata all'attraversamento di un corso d'acqua. A tutti gli effetti pratici, sono una costruttrice di ponti anch'io.
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* Mi sono sempre domandata una cosa: di solito i termini del contratto prevedono l'anima della prima creatura che attraversa il ponte stesso. L'inganno tende a consistere nel far passare un cane o un altro animale. E il diavolo se ne va scornato. Questo implica una credenza nell'anima degli animali, o un buco logico di considerevoli dimensioni? No, perché qualsiasi buon avvocato potrebbe rinfacciare alla gente del ponte il mancato rispetto delle clausole contrattuali, giusto? Il compenso pattuito non è stato versato.
** forse avrete visto il film con Vivien Leigh e... chi? credo Robert Taylor.
08:10 Scritto da: laclarina in grilloleggente, libri, libri e libri | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: ponte del diavolo, kipling, ayn rand, pierre boulle, ivo andriç, r.l. stevenson | OKNOtizie |
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14/05/2012
Il Mestiere Del Romanziere Storico
Secoli fa - troppi secoli fa perché vada a disseppellire il numero in questione - sulla Historical Novel Review comparve un articolo in cui Susan Higginsbotham (credo) strologava sulla questione posta da un lettore: com'è, chiedeva costui, che nessun numero di romanzi storici e film storici è sufficiente a farmi entrare in testa i fatti? Prendiamo Eleonora d'Aquitania, proseguiva il lettore, una signora e un periodo per cui non ho speciale interesse, ma con cui ho avuto a che fare in diverse occasioni: ho studiato i miei libri di scuola come chiunque altro, ho letto qualche romanzo, ho visto qualche film... non dovrei avere le idee più chiare sulla sua storia?
La risposta era "non necessariamente", e per un buon motivo. Sto citando a memoria, ma l'idea generale era che vedere Eleonora alle prese con il suo pessimo marito in The Lion In Winter e con le frenesie crociate/matrimonial/amorose del suo primogenito in The Lute Player non offre molto aiuto nel memorizzare le date della sua vita. Quello che troviamo nel film e nel romanzo non è la storia di Eleonora, ma l'interpretazione della figura di Eleonora di James Goldman e Nora Lofts. Ed è un'interpretazione colorata dalle intenzioni e necessità narrative degli autori, da treni merci di particolari fittizi (la corte natalizia a Chinon e il dilemma parentale di Enrico, Blondel e Anna Apieta...), dall'esigenza di rendere questa gente del tardo dodicesimo secolo comprensibile per il lettore/spettatore odierno.
Essendo Goldman e Lofts ottimi scrittori, entrambe le Eleonore* in questione sono balzachianamente verosimili, ma nessuna delle due è vera. E in questo non c'è proprio nulla di bizzarro o scandaloso. In un mondo ideale, il mestiere del romanziere storico sarebbe quello di raccontare ciò che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo, però in realtà il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo può essere molto labile.
Ci sono scuole di pensiero sul grado di rigore documentario e fedeltà alle fonti cui un romanziere dovrebbe sentirsi vincolato, ma nella maggior parte dei casi non è difficile trovare nel tessuto delle fonti qualche smagliatura grande abbastanza da farci passare una parata di elefanti.
Detto ciò, qual è l'impatto delle parate di elefanti sul lettore medio?
Avete letto La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett? Forse sì e forse no: ai miei tempi era un altro di quei classici per fanciulli - e uno particolarmente grazioso, a mio avviso. Ad ogni modo, c'è questa scena in cui la giovanissima protagonista Sara racconta la storia della Rivoluzione Francese a una compagna di collegio negata per gli studi, e lo fa con flair narrativo, insistendo sulla figura di Mme de Lamballe, confidente e favorita di Maria Antonietta, linciata in strada per non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica. "E misero la sua testa mozzata su una picca e la folla se la passava di mano in mano..." racconta Sara. "Era giovane e bella, e tutte le volte che penso alla Rivoluzione immagino quella testa dai lunghi capelli biondi che ondeggia sopra la folla inferocita." E, ci dice Burnett, persino l'ottusa Ermengarde non dimenticherà più Mme de Lamballe.
E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perché se da un lato Sara ha regalato a Ermengarde un'impressione più vivida della storia, dall'altro ha falsificato un pochino i fatti: nel 1792 la princesse de Lamballe aveva quarantatré anni - un'età che non tante bambine di dodici anni considerano giovanile... Resta da domandarsi chi sia stato a ringiovanire la principessa per amor di dramma**: Sara stessa, Burnett o l'autore del libro che si suppone Sara abbia letto... Ma non è del tutto rilevante, e comunque l'episodio rimane significativo.
Mi è tornato in mente l'altra sera quando M. mi ha fatto notare che l'Annibale eponimo di Gisbert Haefs è sempre depresso dopo le battaglie. "Quindi, quando il tuo Annibale dice al Re di Siria di essere stato felice dopo la battaglia di Canne, non era vero..." E per qualche motivo fatico a convincere M. che, per quanto ne sappiamo, la mia interpretazione e quella di Haefs si equivalgono. Non è la prima volta che M. e io abbiamo conversazioni del genere, su qualche chiaroscuro psicologico dell'uno o dell'altro personaggio, sui Romani descritto dal punto di vista cartaginese, sulle figure minori fittizie... e non c'è nulla di strano, perché M., come chiunque non abbia passato anni a leggere le fonti, non ha modo di sapere dove finiscono i fatti provati e dove inizia la danza speculativa del romanziere.
Per cui è saggio concludere che la Storia non s'impara dai romanzi? Mostly not. Non i fatti. Non le date. Né si vede troppo perché dovrebbe essere altrimenti: se volete studiare la Storia, ci sono vagoni di libri scritti per la bisogna. Libri che non sono romanzi. E però, dopo che avete studiato, c'è qualcosa d'altro che potete cercare.
Nel suo The Time Traveller's Guide to Elizabethan England, Ian Mortimer fa notare che una delle difficoltà principali nell'interpretare la mentalità dei secoli passati è che noi diamo per scontati conclusioni e sviluppi di eventi che, all'epoca, erano ancora in fieri, fluidi, spesso incomprensibili, spesso terrificanti. Quando pensiamo all'Armada di Filippo II ridotta a una collezione di relitti fumanti nella Manica, fatichiamo a immaginare il genuino terrore degl'Inglesi che per mesi avevano temuto l'invasione spagnola, o a capire la paranoia anticattolica, la caccia ai missionari gesuiti, il senso d'isolamento dell'Isoletta governata da un monarca femmina e illegittima...
Vero, vero, vero.
Ed ecco dove entrano in scena i romanzi. Perché il romanzo, attraverso gli occhi, le paure, le impressioni e le reazioni dei personaggi, è in grado di restituire al lettore il sobbalzo collettivo dell'Inghilterra all'accendersi dei beacons lungo la costa, la furia collettiva dei Francesi che tirano pietre alla principessa di Lamballe, la frustrazione di Eleonora costretta dissimulare il suo acume tanto superiore a quello di tutti gli uomini che la circondano, l'impazienza di Annibale mentre i suoi alleati italici nicchiano...
E con questo non voglio minimamente condonare errori e (dininguardi!) anacronismi, ma sono disposta ad ammettere che, alla fin fine, l'età della principessa può anche essere un particolare secondario, se siamo capaci di mostrare la Storia in movimento, con la sua complessità, la sua imprevedibilità e iridescenza. Se riusciamo a dare, anche solo per qualche pagina, l'impressione di qualcosa che sta succedendo. Se arriviamo a trasmettere un senso di realtà e vividezza da accompagnare alle date e ai fatti. E allora, per un po', siamo tutti Sara Crewe.
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* E quella di Goldman ha il vantaggio aggiuntivo di essere interpretata da Katherine Hepburn - need I say more?
** E questo mi fa venire in mente l'irresistibile The Talisman Ring, di Georgette Heyer, in cui la giovane émigrée Eustacie passa un sacco di tempo a a romanticizzare il suo scampato pericolo, commuovendosi all'ipotetica immagine di se stessa sulla via della ghigliottina: una giovane fanciulla vestita di bianco, sola nell'orribile carretta... "A parte il fatto che le carrette di solito sono affollate, credo che mi dispiacerebbe altrettanto per qualunque condannato, quali che fossero il suo sesso, la sua età e il colore del suo abbigliamento," replica il suo unromantic cugino (e riluttante fidanzato) inglese. Mi diverte l'idea che Sara sia della stessa scuola di Eustacie...
08:10 Scritto da: laclarina in guardando la storia, romanzo storico | Link permanente | Commenti (6) | Trackback (0) | Segnala | Tag: historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici | OKNOtizie |
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