Le Gioie del Freewriting (Parte III)

E niente, questa faccenda è partita per essere un post – e invece sta diventando una serie intera… Oggi continuiamo con le domande di D., ma prevedo almeno un altro post successivo.

Allora: eravamo rimasti al dilemma scrivere a mano/scrivere al computer, giusto? Ebbene…

Ma bisogna farlo proprio tutti i giorni?

everydayEh, sì. Per una serie di ragioni – cominciando dal fatto che scrivere tutti i giorni almeno un pochino è un’ottima cosa per esercitare la muscolatura mentale che serve per scrivere… Il che sembra lapalissiano – e lo è, ma non per questo è meno vero. Considerate un’attività fisica: più spesso la praticate, meglio vi riesce, giusto? Ebbene, lo stesso vale per la scrittura in generale, e per questo esercizio in particolare. Per il primo giorno, e poi anche il secondo, il terzo, e probabilmente il quarto, avrete l’impressione che non succeda granché. Va bene, non importa. Perseverate. Ci vuole un po’ di tempo per sbloccarsi, per imparare a non filtrare troppo – o almeno non tutto il tempo. I benefici sono proporzionali alla pratica. Davvero. Dopodiché, se si salta un giorno non è il caso di sentircisi in colpa, e meno che meno una ragione per smettere. Avete saltato un giorno? Pazienza: domani si ricomincia.

Che vuol dire senza mai fermarsi?

Vuol dire senza mai fermarsi. Ci saranno volte in cui non saprete che cosa scrivere, proprio non ne avrete idea, HorseBetterdetesterete il prompt o proprio non saprete che cosa farvene. Ebbene, cominciate a scrivere che non sapete che cosa scrivere, che detestate il prompt, che non sapete che cosa farvene, che il mattino ha l’oro in bocca… Well, magari quello no – è pericoloso. Ma scrivete perchè detestate il prompt, o perché non avete voglia di fare l’esercizio oggi, o che grilli deve avere per la testa la Clarina per consigliare una pratica così dissennata… l’importante è che scriviate scriviate scriviate, cavalcando lo slancio. Prima o poi qualcosa si sbloccherà. E se non lo fa oggi, lo farà domani – ma non vi fermate.

E servono proprio i prompts?

PrompterDi nuovo: magari no, però aiutano. Perché c’è un certo fattore sorpresa nello scoprire il prompt del giorno un secondo prima di cominciare a scribacchiare – e questo può spingere in direzioni inaspettate, costringere ad esplorare prospettive che altrimenti non si prenderebbero in considerazione, far germogliare idee inattese… Dopodiché si può interpretare il prompt con un minimo di latitudine. Ricordo la volta in cui usavo questa pratica per la prima stesura del romanzo di ambientazione elisabettiana – e mi ritrovai un prompt che mi piazzava in una stanza di motel. Er… Così tradussi “motel” in “locanda”, e avanti così. E poi considerate che è di molto aiuto avere da subito una direzione precisa in cui muoversi. Niente crisi da “e oggi su che cosa scrivo?” Suggerirei di provarci, almeno.

E per oggi ci fermiamo qui. A mercoledì, con l’ultima (I think) puntata.

 

Le Gioie del Freewriting (Parte II)

Oh sì – parlavamo di Freewriting, giusto? E avevo promesso cose pratiche… E giusto perché non me ne dimenticassi, ci ha pensato D. a scrivermi una lista di domande molto sensate. Per cui adesso vediamo di rispondere – e grazie, D.

Perché proprio 10 minuti?

TIMEDWRIn realtà non è scritto da nessuna parte che debbano essere dieci. Dico dieci (oppure tre pagine di taccuino/quaderno) perché è una quantità di tempo ragionevole. In cinque minuti non si va granché da nessuna parte, e quindici o venti magari intimidiscono, o sembrano troppi da dedicare quotidianamente a un esercizio – e di conseguenza lo rendono più facile da rimandare a domani, a domenica mattina, al mese prossimo… Dopodiché, se per caso alla fine del decimo minuto o della terza pagina, siete in piena corsa, non c’è motivo per fermarsi. Niente impedisce di continuare fino ad esaurimento dell’idea in corso.

 

E il timer?

La prima volta che ho fatto fare questo esercizio a una classe di scrittura, mi sono Kitchen timerportata da casa un timer da cucina, uno di quelli a forma di gallina, che suonava con la grazia delicata di un allarme antincendio. Allo scadere del decimo minuto, quando eravamo tutti concentrati e presissimi… Rrrrrrrring! Non v’immaginate i sobbalzi – e persino uno strillo. Quindi capisco che possa non essere il genere di delizia quotidiana che si desidera nella propria vita. Per fortuna esistono timer più gentili, e ormai non c’è più telefono che non offra tutta una serie di allarmi… Detto ciò, confesso che personalmente il timer non lo uso. Ho constatato che tre pagine di quaderno sono una buona quantità, e il mio riferimento è quello, con i caveat che dicevamo. E dico tre pagine, ma si capisce che molto dipende da quaderno, dimensioni e rapidità della scrittura e cose così. Fate qualche tentativo.

Perché proprio a mano?

writtAnche questo non è precisamente inciso nella pietra, però che devo dire? Io trovo che sia d’aiuto. C’è qualcosa nel gesto di scrivere a mano, nella meccanica della faccenda, che funziona bene con la necessità di non pensare troppo, non editare e non censurarsi. Ho provato nell’uno e nell’altro modo, ma trovo che, per questo tipo di esercizio, carta e penna sblocchino meglio. E guardate, non sono di quelli che guardano dall’alto in basso la scrittura su tastiera, che non riescono a pensare con una tastiera… Anzi, se volete, ammetto senza difficoltà che senza questa meravigliosa invenzione, i software di scrittura, non avrei combinato nulla, writing-wise. Detto questo, vi consiglio di procurarvi una penna o due che scrivano fluidamente e un taccuino sulla cui carta le penne in questione scorrano bene, e di provare a farlo a mano. E non una volta sola. Provate per una settimana o due, quotidianamente – e poi fate le vostre considerazioni.

E adesso mi fermo qui (anche perché SEdS sta attraversando una crisi di vapori e mi sta facendo disperare), ma non abbiamo finito. Altre domande di D. e altre risposte in proposito la settimana prossima. Se nel frattempo avete curiosità a vostra volta, ci sono i commenti o, in alternativa, il form di contatto qui sotto a destra.

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Le Gioie del Freewriting

freewritingOh, lasciatemi spendere ancora qualche parola in favore del freewriting… Che poi, a ben pensarci, abbiamo mai parlato sul serio di freewriting qui?

Oh well – se non l’abbiamo mai fatto, è il momento. Se l’abbiamo fatto in altre occasioni, portate pazienza, volete? Perché, come da Buone Intenzioni, ho ricominciato a fare freewriting, e al nono giorno sono già colma di entusiasmo in proposito. Il che non significa che durerò costante – ma non anticipiamo.

Cominciamo invece con due parole per spiegare di che si tratta, e chiariamo che, tutto sommato, è proprio quel che dice l’etichetta: scrittura… libera.

E capirai, direte – ma abbiate pazienza e state a sentire. Funziona così: prendete un tema, vi date un limite di tempo o spazio e cominciate a scrivere, meglio se a mano. E non vi fermate. Non vi fermate più, per nessun motivo, finché non avete raggiunto il limite in questione. Può trattarsi di dieci minuti, di tre pagine di quaderno, quel che volete – ma, finché non ci siete arrivati, andate avanti, avanti e avanti, il più velocemente possibile, senza pensarci troppissimo, senza fermarvi a rivedere, correggere o considerare. Nemmeno se la sintassi periclita, nemmeno se la grammatica scricchiola, nemmeno se lo spelling frana a valle. Avanti, e avanti, e avanti. Dopo tutto non è nulla che mostrerete ad alcunchì, almeno non in questa forma. E quando siete arrivati alla fine… vi fermate. Fine.

“E che si suppone che sia successo in quei dieci minuti o giù di lì, o Clarina?”freewr

Ebbene, in potenza, un sacco di cose. Nella più blanda delle ipotesi, avremo preso qualche lunghezza di vantaggio sul Gendarme Interiore, ed è una buona cosa di per sé. Ma – e questo diventerà tanto più vero e più frequente quanto più persevereremo nell’esercizio – magari avremo trovato idee, immagini, giri di frase, tratti di caratterizzazione, svolte della trama, addirittura storie quasi compiute…

No, davvero. Basta lasciarsi andare un pochino, non pensare troppo, non fermarsi – e le cose saltano fuori. Raramente in una forma utilizzabile così com’è, sia chiaro. È come… estrarre i mattonicini Lego dal sacco? Non so, perché da piccola sono sempre stata una frana con le costruzioni, ma l’idea è un po’ quella: si tirano fuori pezzettini colorati e luccicanti con cui si possono costruire un sacco di cose. Ed è favoloso. E forse la cosa più favolosa di tutte è la duttilità di questo genere d’esercizio, perché può servire a un sacco di cose.

  • Come riscaldamento prima di una sessione di scrittura (raccomandatissimo);
  • per esplorare un’idea, una possibilità, un personaggio;
  • per sperimentare una voce e provare un dialogo;
  • per provare una prospettiva nuova su quel che si sta scrivendo;
  • per raccogliere le idee su un progetto nuovo…

freewE funziona con tutto un po’: narrativa breve o lunga, poesia, non-narrativa, conferenze, presentazioni… Se ha a che fare con le parole (e probabilmente anche con le immagini), è qualcosa cui potete applicare almeno qualche sessione di freewriting. Per dire, al momento sto lavorando su un progetto non-narrativo – francamente l’ultima cosa su cui avrei pensato di fare freewriting. Ebbene, questa mattina ho provato, giusto per vedere che cosa poteva succedere… e ha funzionato in maniera spettacolare. Ha prodotto idee a cestini, immagini, possibilità…

Insomma, s’è capito: adoro questa tecnica. La trovo efficacissima e stimolante, i risultati migliorano meravigliosamente con la pratica, e consiglio vivissimamente di provarci. Il che potrebbe indurvi a credere che la pratichi con quotidiano entusiasmo, giusto? Er… no. È di me che stiamo parlando, e quindi non sono brava e costante nemmeno per  finta. Però ci provo – ancora e ancora e ancora. Deve pur voler dire qualcosa.

Mercoledì magari parliamo un po’ delle vitarelle e rotelle della faccenda, volete?

Gen 6, 2017 - musica, Natale    No Comments

E Infine i Magi

magiUltimo post natalizio, ultima carola per quest’anno. Suitably enough, è lievemente malinconica. È quel che ci vuole, giusto? Non so voi, ma a me la fine della stagione natalizia – con gli alberi da disfare e gennaio che aspetta al varco – mette sempre un’ombra di mooligrubs. Il genere che, alla fin fine, si cura con lavorolavorolavoro, tazze di tè e libri… ma quello è per domani. Oggi… oggi è così.

Comunque, adesso musica. E una carola moderna, per una volta: The Carol of the Magi, di John Rutter.

L’Anno di…

endsy“E come te la caverai, Clarina, adesso che l’Anno Shakespeariano è finito?”

Ed è vagamente possibile che la domanda in questione mi sia stata rivolta con un nonnulla di sollievo… Dopo due anni Shakespeariani (di cui uno anche Marloviano) in rapida successione, you know…

Well, che devo dire? Se proprio volessi, potrei dire che nel Diciassette cade il 430° anniversario del Tamerlano (probabilmente di entrambi i Tamerlani) di Marlowe. E il 420° delle shakespeariane Allegre Comari di Windsor – nonché del primo ritiro dalle scene di Edward Alleyn…

Insomma, se volessi, potrei andare allegramente avanti per la mia strada. E badate, probabilmente ci andrò – almeno un pochino. Però…

Però non sarà tutto e solo Shakespeare&Marlowe. Si dà il caso che il Diciassette sia il 350° anniversario della nascita di Jonathan Swift – del quale, devo confessare, non sono certa di avere tantissimo da dire, ma magari sarà l’occasione per qualche rilettura.

janeE, più significativamente, si dà il caso che sia anche un anno decisamente austeniano: il bicentenario della morte della Zia Jane, nonché della pubblicazione di Nothanger Abbey e di Persuasion, per cui aspettatevi una certa quantità di Jane Austen.

Che altro? Ancora un paio di bicentenari riguardano il Rob Roy di Scott e il Manfred di Byron – ma non è come se stessi promettendo alcunché in proposito.

Per il resto, continueremo a occuparci di teatro, di libri, di storia e di storie, di scrittura . Ci occuperemo ancora del Palcoscenico di Carta. Ci saranno debutti e piccoli bollettini, ed esperimenti ogni tanto, e cose così – con occasionali digressioni in direzioni non necessariamente prevedibili.

E detto questo, salpiamo, volete? La rotta tracciata non sembrerà particolarmente audace, ma andiamo a vedere se, dopo tutto, non possiamo trovare qualche sorpresa su e giù per queste rotte dall’aria consueta.

Vento in poppa, calma di mare (o forse non proprio), e felice traversata!

Gen 2, 2017 - tradizioni    No Comments

Gennaio un’Altra Volta…

janPerché da queste parti è gennaio, sì… Anche da voi?

Gennaio e lunedì mattina per di più. Il primo lunedì mattina dell’annuale Lunedì Cosmico.

Ugh.

Eppure… Eppure, quest’anno i January Blues mi sembrano un pochino meno blu di altri anni. Che, alla mia tenera età, stia diventando saggia?

Sarebbe bello, ma non credo – o almeno, non particolarmente. In realtà è solo che, never mind che cosa dice il calendario, non è tecnicamente proprio gennaio fino a dopo l’Epifania. L’Epifania è una specie di ultimo bastione di dicembre, e… be’, ne riparliamo dopo il 5 sera.* jan17

Ma mi albeggia un mente un pensiero: intanto che va così, sarà bene approfittarno per le Buone Intenzioni, non credete? Meglio adesso che nella profonda bigitudine di Gennaio Propriamente Detto.

E allora, cominciamo dall’anno passato.

  • Volevo finire il romanzo in tempo per Oxford e il convegno della HNS, e l’ho fatto. Che poi Oxford abbia mostrato che era un po’ meno finito di quanto credessi, è tutta un’altra faccenda – e quindi questa la considero un’intenzione portata a compimento.
  • Volevo darmi da fare in fatto di teatro – e anche questa è andata bene, direi – considerando il Progetto F a buon punto, Shakespeare in Words scritto, prodotto e rappresentato, la riscrittura di Di Uomini e Poeti (tornato a sua volta in scena) e un certo adattamento/traduzione di cui sentirete parlare presto.  Me lo dico da sola: not bad at all.
  • Volevo fare freewriting e meditazione. Ecco, su questo fronte… er. Diciamo subito che, per quanto riguarda la meditazione, è stato un disastro completo. Col freewriting è andata leggermente meglio – ma non moltissimo. Che di entrambe le pratiche abbia sperimentato l’efficacia più e più volte, non è bastato a vincere la mia pigrizia, alas. Ad ogni modo…

resolDue su tre. Diciamo che poteva andare peggio? E che di fare assai meglio non dispero? E quindi, Diciassette, a noi due:

  • Intendo condurre in porto il romanzo. Un porto dell’Isoletta, si capisce. Completarlo sul serio, trovarmi un editor inglese e poi magari un agente o un editore… Stiamo a vedere.
  • E, ça va sans dire, intendo continuare con il teatro. Il Progetto F, e almeno altri due plays già in fase di progettazione.
  • Intendo anche uscire un pochino dai binari. Almeno una volta. Almeno qualcosa. Non che voglia abbandonare il mio genere – dininguardi! – ma, una volta ogni tanto, scrivere un po’ in una direzione nuova. Fuori dalla mia zona di sicurezza, you know. Un tempo avevo un mentore che mi spingeva continuamente a fare queste cose… Adesso non più – ma nondimeno.

E tre. Poi ho un paio di intenzioni che non hanno nulla a che fare con la scrittura – come fare più movimento e riordinare sul serio la casa e intraprendere il mio apprendistato in fatto di illuminotecnica… in teoria mi piacerebbe molto anche imparare un po’ di giardinaggio, ma siamo realistici, volete?

Ecco, io sono più che a posto per un anno piuttosto fitto. E voi, o Lettori? Che intenzioni avete per questo Diciassette tutto bianco, aperto davanti a noi come un quaderno nuovo?

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* Il 6 stesso non vale. Il 6 è quando il bastione cede alle truppe di gennaio e… er. No, d’accordo. Mi fermo. Però, a ben pensarci… è un’idea che vedo davanti a me?

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Giochi di Società

56e780e494772b943c932190ce191be0 Mi è sempre piaciuto da matti il modo in cui, in Canto di Natale, alla cena natalizia a casa del simpatico, squattrinato e felice nipote Fred, si fanno giochi di società. E non è solo a casa di Fred: era (e forse è ancora, ma non ne sono certa) una radicata tradizione anglosassone, quella di dedicare le riunioni familiar-amicali delle feste a giochi di parole che coinvolgevano tutte le generazioni. Ce n’è ampia documentazione narrativa e cinematografica: pensate alla Alcott, ad Agatha Christie, da Jane Austen ad Antonia Byatt… Si  va da cose complicatissime – come i quadri viventi e le sciarade animate – ai giochi di memoria e di citazioni…

Posto che una volta nella mia vita mi piacerebbe proprio tanto giocare ai quadri viventi, ammettiamo pure che non è né semplice né comodo e, nella maggior parte dei casi, dopo lunghi preparativi e abbondanti degustazioni, non si ha voglia di nulla di troppo strenuo… Però non è nemmeno detto che si debba  invariabilmente scegliere tra il monopoli e la tombola, giusto?

E allora, visto che di feste ce ne sono ancora a venire, qui ci sono alcuni giochini di società storico-letterari, di quelle cose per passare il tempo in due o più, senza bisogno di dadi, tabelloni, carta o matita – persino più semplici e ubiqui della battaglia navale. Alcuni sono adattamenti di giochi classici, altri invenzioni estemporanee di gente stramba, uno o due sono stati copiati da libri o film.19c5c289941e4651e8990a6d039fd07b

Alfabeto: si sceglie un tema e poi, a turno, bisogna nominare qualcosa di inerente in ordine alfabetico. Se il tema è “libri”, il primo giocatore dirà Arancia Meccanica, il secondo Brat Farrar, il terzo Cime Tempestose, e così via. Una volta raggiunta la Z si ricomincia daccapo. Non si può ripetere un titolo già detto, e chi non ha la risposta è eliminato. Vince, ovviamente, l’ultimo che resta in gioco. Si può rendere più o meno difficile scegliendo con cura il tema. Gli articoli non si contano (L’Eleganza del Riccio vale come lettera E), a meno di voler rendere tutto davvero difficile. “Libri” è un tema facile, tutto sommato, ma con altre cose più criptiche uno dei divertimenti sta nelle dispute che nascono sulla pertinenza o meno di una risposta.

Who By Fire: questo è bizzarro – e anche un pochino macabro. Ne ho già parlato qui. C’è questa canzone di Leonard Cohen che elenca tutta una serie di cause di morte. Per ognuna, a turno, bisogna nominare un personaggio storico o letterario che sia morto in quel modo. Who by fire – Giovanna d’Arco; Who by water – Shelley; e via dicendo. Anche qui nascono discussioni, e parte dell’abilità consiste nell’interpretare ogni verso nel senso più lato e metaforico possibile.

96dc4e6cf4eaf5355994a2e25cbf3481History: Geography è un classico gioco da macchina per bambini, in cui il primo giocatore dice il nome di un posto, per esempio Roma, e il secondo risponde con il nome di un altro posto, che inizi con la lettera finale del nome precedente – in questo caso, per esempio, Ashkelon, a cui ri risponde con New York, e via di seguito. History è una variante che ammette personaggi storici, invenzioni rivoluzionarie, avvenimenti, battaglie, trattati… L’unica condizione è che, qualsiasi cosa citi, devo essere pronta a giustificarne la rilevanza storica (richiesta che avviene più di frequente con i nomi geografici). Si procede per eliminazione finché non rimane solo il vincitore. Il meccanismo, naturalmente, si può utilizzare con qualsiasi altro tema.

Sciarade: questo è un po’ più complesso e si può giocare con parole singole o frasi, nel qual caso funziona benissimo con i titoli di libri o film, in una specie di via di mezzo tra il gioco dei mimi e il cruciverba. La sciarada è costituita da una serie di definizioni (in genere tre più una) da combinare insieme. Esempio: Il mio Primo congiunge; il mio Secondo determina; il mio Terzo marcia; il mio Intero giganteggia in due continenti. La congiunzione E, l’articolo determinativo LE e il FANTE, insieme, danno la soluzione: ELEFANTE. Se si gioca con i titoli si può decidere di ignorare articoli e congiunzioni. Il sugo consiste nell’elucubrare bene le definizioni, ed è divertente da giocare in due squadre.

Personaggi: semplice semplice ed estremamente addictive. Un giocatore sceglie un personaggio storico o immaginario, e gli altri fanno domande a risposta sì/no fino a quando qualcuno indovina e passa a sua volta a scegliere un personaggio. Si può fare anche con libri al posto dei personaggi. Potrei raccontare storie di interi scompartimenti ferroviari di perfetti estranei coinvolti nel gioco…fd42bd9e8bfaa7ddbbf16d39dd36e526

Botticelli: versione insanamente complicata del precedente. Anche qui un giocatore sceglie un personaggio e ne comunica l’iniziale. Una lettera sola, quella del nome con cui è conosciuto – nel caso di Botticelli chiaramente sarebbe la B, e per Rossella O’Hara la R. Gli altri giocatori, a turno, pensano a loro volta a un personaggio compatibile con l’iniziale indicata, e pongono una domanda in proposito. Supponiamo che l’iniziale sia B, e che io voglia provare di capire se si tratta di James Bond. “Guidi una Aston-Martin?” chiederò allora al primo giocatore. Il Primo Giocatore (henceforward PG) può rispondermi a) “No, non sono James Bond”, nel qual caso il turno passa al giocatore successivo; oppure b) “No, ma non so chi hai in mente,” e allora posso fargli una domanda diretta a risposta sì/no, come per esempio “sei un personaggio immaginario?” E poi il gioco passa al giocatore successivo, che ricomincia come ho fatto io, e via così fino a quando qualcuno indovina – e allora formula la sua domanda in termini inequivocabili (“Hai dipinto Le Tre Grazie e La Nascita di Venere?”), a cui il PG può rispondere soltanto “Sì, sono Botticelli”. Naturalmente, la mia domanda sulla Aston-Martin non è furba; dovrei usare riferimenti meno ovvi, in modo da guadagnare la mia domanda sì/no. Se il riferimento fosse troppo oscuro, il PG può chiedere a un altro giocatore di individuare il personaggio, pena la perdita della domanda e del turno. Se ci fosse un altro personaggio dal nome che incomincia per B e che guida una Aston-Martin, e il PG indicasse quello, la sua risposta sarebbe valida ugualmente e io dovrei passare il turno. Come dicevo, è complicato ma, una volta assimilato il meccanismo, molto divertente.

Storia a Catena: meno competitivo degli altri. Il primo giocatore racconta l’inizio di una storia, il secondo prosegue, poi il terzo… Più è improbabile o sospeso il punto in cui ci si ferma, più è divertente. Mi par di ricordare che le sorelle March e i loro amici ci giochino durante un picnic in qualche capitolo di Piccole Donne Crescono. Con il gruppo giusto sconfina facilmente nel gioco di ruolo estemporaneo.

Et voilà. Posso dire di avere giocato a tutti quanti (a volta nei posti più improbabili), sempre con soddisfazione, e posso garantire che il tempo passa. Poi può capitare d’impuntarsi sull’esatto spelling del Kashmir, di partire per la tangente in discussioni su arte, letteratura e massimi sistemi o di chiedere arbitrato neutrale alla signora dell’ombrellone accanto – ma di sicuro non ci si annoia.

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Dic 26, 2016 - musica, Natale, tradizioni    No Comments

…E Santo Stefano

781a75c49614217d7363fc35bd2ee491Altra tradizioncella musical-natalizia, volete?

E allora ecco qui la carola di Santo Stefano – Good King Wenceslas – cantata da non so chi e non so quando, nel corso di un programma natalizio inglese chiamato A Castle Christmas, di cui non riesco a trovare traccia… Tutto quel che posso dire è che l’ambientazione ha l’aria di essere Regency o giù di lì.

Other than that… buon Santo Stefano, ecco:

Dic 24, 2016 - Senza categoria    No Comments

Campane di Natale

1c94de0f525a46db027d86d6524df9a4Lettori, cari Lettori! Felice Vigilia e, le tradizioni essendo le tradizioni, la Carola delle Campane, questa volta nella deliziosa versione del coro di Saint Paul, con uno sguardo alla vita natalizia dei piccoli coristi…

E Natale è domani, ma oggi si corre, stasera è per le memorie. Vi auguro campane, lucette bianche, bei ricordi vecchi e nuovi e, ancora una volta, felice Vigilia.

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