Ott 20, 2017 - teatro    No Comments

Esce A Destra Con Un Ghigno Compiaciuto

Una volta, tanti e tanti anni fa… playwright

Oh, right – non poi così tanti. Una volta, tre o quattro anni fa, feci un post in cui si parlava di autori teatrali di fronte alle produzioni dei loro lavori. E poiché allora cominciavo ad avere qualche esperienza in materia, nei commenti si finì a discutere sul grado di controllo che l’autore ha – o tenta di avere – su quel che poi va in scena.

Ne verrà un altro post, dissi – ma poi non venne più. Ebbene, viene oggi: come fa l’autore a (cercar di) controllare quel che di suo va in scena? O, più precisamente, il modo in cui ci va?

Be’, c’è la maniera ovvia – Shakespeare che fa parte della compagnia, e immagino che a un certo punto abbiano cominciato a dargli retta, o Brian Friel che decide di dirigere i suoi stessi lavori (con scarso successo, temo…) – ma naturalmente questo dà modo di controllare un limitato numero di produzioni per un tempo limitato.

L’altra maniera sono le didascalie.

Le didascalie teatrali sono… be’, l’autore che cerca di dirigere i suoi lavori per l’eternità.

Oppure che scrive del teatro fatto per essere letto – ma direi che nella maggior parte dei casi si tratta di entrambe le cose.

SiLRGuardate Shakespeare – ma anche Marlowe, Kyd, Nashe, Fletcher&Beaumont… – e di didascalie non ne troverete quasi, a parte l’occasionale e strettamente necessario enter, exit, dies, drinks the poison, draws, they fight

Ma d’altra parte, questa gente elisabettiana non si preoccupava soverchiamente della posterità. Si scriveva per una compagnia, che acquisiva la proprietà del testo e lo rappresentava ancora, ancora e ancora, ma la regia non esisteva, le convenzioni sceniche erano molto rigorose, la scenografia poco meglio che inesistente e la pubblicazione rara assai. Il teatro era qualcosa di effimero e codificato al tempo stesso. Non c’era bisogno di preoccuparsi di come sarebbe stato messo in scena, e non era destinato ad altri che al pubblico vivo e presente – e le didascalie erano solo funzionali all’azione.

E mentre ciò accadeva in Inghilterra, dalle nostre parti non si scrivevano nemmeno le battute: la Commedia dell’Arte consisteva nell’improvvisare sulla base di un canovaccio costruito combinando personaggi e situazioni codificati…

Va detto però che anche un autore come Goldoni, che passa dalla Commedia dell’Arte al teatro scritto, non è generoso di didascalie. Non ne ha bisogno – come non ne hanno avuto bisogno Shakespeare, Molière, Corneille e Racine, Sheridan e Voltaire e Alfieri…

È con la seconda metà dell’Ottocento che le cose cambiano, quando si afferma la figura del regista e, paradossalmente, il teatro esce dai teatri per essere pubblicato e letto. L’autore sente la doppia esigenza di esercitare qualche controllo sull’interpretazione che delle sue parole viene data e di mettere in scena sulla carta a beneficio del lettore.

ShawRPensate alle elaboratissime didascalie di un G.B. Shaw e di un Pirandello, che descrivono minutamente personaggi, azioni, scene, costumi…

Qui c’è Lady Cecilia da La Conversione del Capitano Brassbound:

La signora è tra i trenta e i quaranta, è alta, molto avvenente, cordiale, intelligente, tenera e spiritosa, vestita con studiata semplicità, non come una donna d’affari, mascolina e con le ghette da turista, ma con l’aria di chi abita nella villa accanto ed è venuta a prendere il tè, con una blusina e un cappello di paglia guarinto di fiori. È una donna di grande vitalità e umanità, usa a intraprendere una casuale conoscenza dal punto che gli inglesi raggiungono abitualmente dopo trent’anni di dimestichezza, sempre che siano capaci di raggiungerlo.
Piomba cordialmente su Drinkwater, che le fa delle smorfie con il cappello in mano, come per esprimerle un sincero benvenuto.*

Visto? La personalità, il costume, i modi del personaggio. l’azione, la mimica… E a seguire, non c’è quasi battuta cui Shaw non appiccichi una didascalia per indicare intenzione, intonazione, mood, sottotesto…

pirandelloabbaPassiamo a Pirandello – L’Amica delle Mogli:

La scena rappresenta l’hall d’un villino, addobbato e mobigliato con finissimo gusto. Stoffe e mobili nuovi. Molti specchi. In fondo, una grande porta vetrata lascia scorgere un salottino untimo, anchesso arredato di mobili nuovi e delicati. In vista, un pianoforte. Oltre il salottino, attraverso un altro uscio a vetri, si scorge una vasta sala da pranzo, splendida. La comune è a destra sul davanti. A sinistra, la parete è interrotta dal vano della scala che conduce alle stanze superiori.

Una descrizione da scenografo – che in realtà diventerà significativa quando scopriremo che questa casa tanto elegante e raffinata l’ha arredata Marta per la sconosciuta moglie dell’uomo di cui è innamorata. E quanto ai personaggi…

Clelia è piuttosto bella; in una continua indolenza sorridente, parla molle molle; gli occhi un po’ socchiusi e le mani cascanti; ha assunto la professione di moglie e le pare che non debba ormai far altro, perché il marito faccia a sua volta quella di marito.

Non solo il tipo fisico, ma la voce, il modo di parlare, i gesti, gli sguardi…
Il che naturalmente è piacevolissimo a leggersi, e destinato ad essere ignorato per lo più da registi, attori, costumisti e scenografi.

Leggere Pirandello e Shaw non è diversissimo dal leggere un romanzo – ma registi e compagnie non cercano romanzi. Cercano… be’, in realtà cercano spazi.

Viene in mente Jeffrey Sweet, secondo cui il teatro non è letteratura, e lo scrittore teatrale non deve preoccuparsi d’infilare belle parole, ma di offrire agli attori una serie di occasioni per comportarsi in modo significativo.

ShawVivlingE viene in mente anche Vivien Leigh, secondo cui recitare Shaw è come sedersi in treno e andare dalla partenza all’arrivo, mentre recitare Shakespeare è nuotare nel mare, con tutte le direzioni aperte. E di sicuro non si riferiva alla scarsità o abbondanza di didascalie, ma le didascalie sono espressione di un diverso modo di scrivere teatro, di una diversa volontà di esercitare controllo sull’attore.
E la tentazione di fare à la Pirandello, à la Shaw, di abbondare in avverbi tra parentesi, descrizioni minuziose e sopracciglia levate è forte.

Però poi la maggior parte degli avverbi tra parentesi diventa ridondante se le parole che accompagnano hanno abbastanza forza ed efficacia. E le descrizioni sono destinate a franare davanti alla volontà del regista, al gusto di un’altra epoca e alle necessità della produzione. E per le sopracciglia levate, per lo più, vale la pena di fidarsi degli attori.

E quindi un conto è il teatro destinato ad essere letto – ma quando si tratta di andare in scena il gioco è diverso. È un gioco fatto di spazi – con l’occasionale indicazione che, se è ben pensata, quegli spazi li illumina di taglio, con tutte le profondità e le trasparenze del caso.

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* Traduzione anni Cinquanta di Paola Ojetti per Mondadori.

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La Natura dello Scrittore

writGli scrittori, queste bizzarre creature, sono mostri dalla coscienza atrofizzata in posizione contorta.

O almeno, questa scrittrice è un mostro dalla coscienza atrofizzata eccetera.

Una volta, qualche tempo fa, ero a un funerale, e a un certo punto mi sono sorpresa ad ascoltare solo molto vagamente quello che diceva il sacerdote. Il resto del mio cervello, avendo colto un possibile spunto nella predica, era già impegnato a strologarci sopra una trama. Mi sono sentita davvero orrida, perché sono sinceramente affezionata alla famiglia della persona di cui si stava celebrando il funerale, e non avevo nessuna intenzione di distrarmi o, peggio ancora, di mettermi a scrivere.Writeinoneshead

Scrivere, sì. James Thurber raccontava che sua moglie, quando lo coglieva con lo sguardo assente, durante una cena con gli amici oppure a teatro, sbottava dicendogli “Dannazione, Thurber, piantala di scrivere!”, con questo intendendo (a ragione) che il marito era impegnato a rimuginare trame o giri di frase. E sono certissima che Thurber non faceva apposta, come io non ho fatto apposta durante il funerale: è come se un lembo di cervello rimanesse sempre di sentinella, pronto a cogliere la minima circostanza passibile di sviluppi narrativi e ad elucubrarci sopra. Ci si scopre a farlo mentre si fa la coda all’ufficio postale, mentre si guida, mentre si fa conversazione senza troppo interesse, mentre si sfoglia una rivista, mentre si fa ginnastica, in treno, al ristorante, in chiesa (sigh!), al cinema**… O per la maggior parte del tempo non ci si scopre affatto: lo si fa e basta.

Immagino che faccia parte del gioco. Una volta un vigile del fuoco mi ha detto che, dovunque vada, per prima cosa cerca con gli occhi gl’impianti antincendio e le uscite di sicurezza. È più o meno lo stesso, se si eccettua il fatto che tendono ad esserci molti più spunti narrativi che idranti. Salvo forse in un negozio d’idranti, ma non è detto.

DistractedE poi che cosa si fa con queste schegge? Se ci sono sia il mezzo che la possibilità, le si annota***, spesso e volentieri le si lascia perdere. Qualcuna mette radici, la maggior parte no. Qualcuna si sviluppa, qualcuna torna in mente al momento giusto per combinarsi con qualche altra cosa, qualcuna diventa un racconto, una poesia o un romanzo, magari dieci anni più tardi. La maggior parte si dimentica, o rimane annotata a matita sull’orlo di una pagina o su un biglietto ferroviario: il tasso di sopravvivenza fino a compimento è infinitesimale. E però non per questo si smette di partire per strane tangenti alla minima provocazione, con l’occhio assente e la figuraccia sempre dietro l’angolo: è una seconda natura, anzi una prima natura.

La natura dello scrittore, diciamo a noi stessi, per consolarci quando siamo sorpresi (o ci sorprendiamo da noi) a scrivere nella nostra testa nelle situazioni meno opportune.

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* Giuro di averlo fatto durante una lezione di Sociologia, pur continuando a prendere appunti per tutto il tempo. Ma allora ero molto più giovane, e probabilmente avevo più neuroni per fare del multi-tasking.

** È per questo che sarebbe bene avere sempre un taccuino al seguito. E una penna, ovviamente.

Ott 13, 2017 - teatro    No Comments

Quer Pasticciaccio Brutto…

LocVia Merulana non è più quella che era: un tempo elegante, il quartiere mostra i segni del tempo e dei cambiamenti sociali – ma il N° 219, il “Palazzo degli Ori” secondo i pettegoli locali, resta un isola di sbiadito, placido benessere… Fino a quando un crimine non viene a scompigliare tanta tranquilla mediocrità.

Chiamati a investigare sulla rapina in un appartamento, il Commissario Ingravallo e i suoi uomini si trovano di fronte a una rete di reticenze e contraddizioni nel cuore della media borghesia romana. Tra contesse in disarmo, acide insegnanti e portinaie linguacciute, chi ha visto? Chi ha riconosciuto gli estranei? Chi ha sparato ‘è revorverate?

Quello che sembrava un semplice caso di furto si rivela più complicato del previsto – per poi passare in secondo piano quando un’inquilina dello stesso palazzo viene assassinata brutalmente. Presto le indagini rivelano attorno alla vittima un intrico di vicende familiari in cui nessuno è davvero innocente. Qual è la relazione tra i due crimini? Riuscirà la Polizia a individuare l’assassino tra inquilini ostili, eredi inattesi e uomini senza scrupoli?

A cavallo tra il celebre romanzo omonimo di Carlo Emilio Gadda e l’adattamento cinematografico diretto e interpretato da Pietro Germi, Quer Pasticciaccio Brutto combina giallo classico e studio di caratteri in uno spaccato impietoso della Roma dei tardi anni Cinquanta. Le indagini di Ingravallo, del Commissario Capo Fumi e dei loro uomini svelano non solo la trama omicida, ma anche i segreti, gli squallori e le meschinità grandi e piccole dei personaggi che popolano il 219 di Via Merulana e dintorni.

Il Gadda dell’Accademia Campogalliani debutta domani sera al Teatro d’Arco, con un favoloso cast e la raffinata regia di Mario Zolin – e c’è ancora qualche posto. Prenotate oggi e domani, tra le 17 e le 18.30, al numero 0376 325363, o via mail all’indirizzo biglietteria@teatro-campogallian.it, o direttamente in Teatrino.

Vi aspettiamo!

Ott 11, 2017 - libri, libri e libri    No Comments

In Un Libro

InsideaBookCi sono quei – più o meno rari, più o meno felici – momenti in cui ci si ritrova in una situazione descritta in un libro.

La faccenda può funzionare in due direzioni diverse. La più comune è quella in cui si legge qualcosa, una scena, una descrizione, un tratto di caratterizzazione, e si pensa “oh, anch’io!”: in pratica, si ritrova la propria esperienza narrata per iscritto. In realtà succede in continuazione, al punto che non ci si fa più nemmeno troppo caso, perché lo scrittore tende a descrivere la natura umana e l’umano comportamento in qualche grado di realismo proprio per consentire al lettore di identificarsi con i personaggi. Per lo più, il lettore se ne accorge in due tipi di situazione: quando questa specie di territorio comune manca – per scelta deliberata o per incapacità – e allora la caratterizzazione dei personaggi diventa illeggibile; oppure quando si ritrova descritto qualche tratto o esperienza che si credeva essenzialmente proprio, e invece è lì, scritto e stampato. Il secondo caso non è necessariamente una bella sorpresa: può dare un senso di appartenenza e riconoscimento – oppure… mi viene in mente la scena de La Santa Rossa, di Steinbeck, in cui Henry Morgan scopre che anche i suoi uomini desiderano Panama con la stessa intensità con cui lui la vuole. Morgan non è eccessivamente grato al suo secondo per la rivelazione e, come a lui, a tutti può capitare di storcere la bocca nello scoprirsi un po’ meno unici di quanto si credesse.

La seconda direzione è quella opposta, molto più nonsense, molto più straniante. Ci si trova in una situazione e, all’improvviso, ci si rende conto di averla già incontrata – in un romanzo. È straniante perché si legge sempre con l’incredulità sospesa, e quindi si distingue sempre ciò che sta tra le pagine di un romanzo e ciò che ci si aspetta d’incontrare nella realtà. Quando capita che le due dimensioni s’intersechino, un minimo di soprassalto è inevitabile.

Per dire, ricordo una lunga camminata per Lavapiés in un tardo pomeriggio caldissimo, in cui il sole madrileno esaltava tutti gli odori, i rumori e le prossimità. La sensazione di essere in un romanzo di Perez-Reverte era straordinariamente forte. Bastava socchiudere gli occhi per ritrovarsi nel Seicento di Alatriste* , uno qualsiasi dei romanzi.

E già che ci siamo, potrei anche confessare che secoli fa, in Collegio, mi sono ritrovata nella corrente di una porta aperta. Indossavo una gonna lunga molto leggera, e l’aria la agitava facendo ondeggiare l’ombra nel quadrato di sole sul pavimento. Ero lì che contemplavo la mia ombra (e mi giravo cercando l’effetto migliore) quando mi sono sentita osservata e, girandomi, ho trovato la rettrice che mi guardava con le sopracciglia sollevate. Avete presente la scena de La Rivolta nel Deserto in cui Lawrence sta ammirando la propria ombra negli abiti arabi che Ali gli ha appena regalato, e viene sorpreso da Auda? Ecco…

Meno imbarazzante è stata la volta in cui, davanti al teatro Pergolesi di Jesi, mi sono ritrovata per la prima volta in mezzo a una compagnia di melomani, gente che si ritrova soltanto all’opera, chiama i cantanti per nome e ricorda la Traviata del ’71 a Parigi, il Lohengrin di Vienna e la Bohème di Torino, quando quel soprano bulgaro sbagliò il mi bemolle. Quando avevo letto Buio In Sala, di Camilla Salvago Raggi, avevo preso la descrizione dell’ambiente con il proverbiale grano di sale – grano di sale esploso con notevole botto a Jesi.

InsideaBook2Ora, tutto ciò non ha necessariamente molto a che fare con l’esperienza pratica: non molti di noi hanno accoltellato un re o persuaso il coniuge a farlo, ma tutti abbiamo familiarità con i terrori notturni, il rimorso, la disperata volontà di convincersi che tutto va bene e il terribile desiderio di poter tornare a un istante prima che le cose cambiassero irreparabilmente. Ergo, se stessimo parlando di tecniche narrative, anche nella più lontana e improbabile delle situazioni, reazioni e comportamenti dei personaggi dovrebbero essere tali da far vibrare in risposta qualche corda dell’animo del lettore – al momento o, semmai, più tardi.

E voi, o Lettori? Mai ritrovati dentro un libro?

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* E tutto sommato bastava riaprirli per decidere che un sacco di cose non sono poi cambiate troppo negli ultimi quattro secoli…

Ott 9, 2017 - grillopensante, musica    2 Comments

L’Orchestra Furiosa

È probabile che gli scrittori siano diversi dal resto della gente.

Il resto della gente, alla domanda “qual è stato il cOrchoncerto della tua vita?” pensano a qualche esecuzione perfetta ed emozionante…Gli scrittori si ricorderanno forse del meraviglioso Requiem di Britten (Santa Cecilia, Pappano, Hampson, Bostridge, soprano…?), ma poi dirottano su un certo concerto per l’anniversario della fondazione dello Stato d’Israele, con Shlomo Mintz nella doppia veste di solista e direttore d’orchestra.

Allora l’orchestra doveva essere, in origine, la Jerusalem Symphony, poi sostituita all’ultimo momento e senza spiegazioni dalla Bersheeba Sinfonietta. Entrano i professori, tutti di mezza età, tutti con aria truce. Non hanno l’aria di essere contenti. Se sono lì perché li si considera più spendibili della JSO in caso di problemi, li posso anche capire.

BersheebaTant’è. Cominciano con gli inni nazionali. Il nostro. Bene. Il loro. Non so se avete presente: Ha Tikva è una melodia che strappa il cuore, e loro la suonano come se fosse l’ultima volta. Tutti ci predisponiamo a una serata notevole. Invece poi accompagnano Mintz in un concerto per violino e orchestra di Beethoven. Mintz è in stato di grazia – l’orchestra no. Assente, meccanica, freddina. Quand’è che ce ne andiamo tutti in albergo? Poi è la volta di un paio di salmi musicati da un compositore israeliano: nuova metamorfosi! Partono con un pianissimo degli archi, impalpabile, trasparente, perfetto e continuano divinamente… Ma allora sanno suonare, questi qui! Salvo che poi, con l’Italiana di Mendelsshon, i nostri orchestrali tornano a pensare alla cena. Col trascorrere dei movimenti, Shlomo Mintz si fa sempre meno olimpico, smette di sorridere e guarda i suoi orchestrali come se volesse sgozzarli personalmente uno a uno con il suo archetto. Alla fine, prima di girarsi a raccogliere i (tiepidi) applausi, si china a sibilare qualcosa al primo violino, poi si scusa con il pubblico in Inglese e in Italiano e ricomincia il IV movimento daccapo. Ed è un altro mondo, perché la Bersheeba Sinfonietta si sveglia e la musica torna ad essere viva e brillante. Che diamine…Applausi più convinti, e tutti ce ne andiamo perplessi.Shlomo Mintz

Eppure questo è stato il concerto della mia vita: la volta in cui qualcosa che non so ha scostato il sipario invisibile che divide sempre esecutori e pubblico, mostrando qualcosa d’incomprensibile e affascinante. C’era tutto un sobbollire di malumori e di baruffe lì, di cose non dette e di ripicche – e l’orchestra sbagliata. Per una volta non era solo questione di bella musica, c’era anche una fetta di quella vita che gira attorno alla musica – e musica in tempo di guerra, for that matter. C’era una storia, lì. Una storia che probabilmente non conoscerò mai davvero per come è successa, ma che varrebbe la pena di essere immaginata, ricostruita e scritta. Una storia che si presterebbe a essere interpretata, caricata di simboli e caratteri. Una storia da leccarsi i baffi.

E sì, è davvero probabile che gli scrittori siano diversi dal resto della gente: vanno a teatro in cerca di un buon Beethoven come tutti gli altri, ma poi sono più contenti se possono venirsene via con una buona storia.

E voi, o Lettori? Qual è stato il concerto della vostra vita?

 

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La Fine Del Mondo Come Lo Conosciamo

Kynaston.jpgThe Compleat Female Stage Beauty, di Jeffrey Hatcher, è un’intensa commedia che esplora questioni di identità e sessualità, persona e personaggio, teatro e realtà, arte e bellezza attraverso la vicenda (peraltro reale) di Ned Kynaston, l’ultimo grande interprete di personaggi femminili nella Londra del secondo Seicento*. Addestrato fin da bambino a coltivare in se stesso una femminilità artificiale, Ned ha qualche comprensibile incertezza riguardo alla sua identità, che si traduce in una perenne insicurezza artistica a dispetto dell’enorme successo. Se aggiungiamo il fatto che il suo amante, il Duca di Buckingham, non solo non è per niente d’aiuto, ma è anche in procinto di sposarsi, potremmo credere di avere già conflitto in abbondanza, ma Hatcher ha fatto qualcosa di meglio. In fondo, avrebbe potuto esplorare tutti i temi connessi a questa storia con un altro protagonista: il fatto che non tutti gli attori bambini, crescendo, riuscissero a passare con successo dai ruoli femminili a quelli maschili dovrebbe bastare a rendere notevoli i pochi che ci riuscivano, per esempio Nathan Field… Invece Hatcher ha scelto Kynaston per un motivo preciso: nei primi Anni Sessanta del Seicento cadde la secolare proibizione per le donne di recitare in pubblico, e i ruoli femminili vennero tolti ai cosiddetti boy players. In realtà la cosa non accadde dal giorno alla notte, e si sa che Kynaston, poco più che ventenne all’epoca, recitava già ruoli tanto maschili quanto femminili. Dopo l’avvento delle attrici, continuò per la sua strada per un’altra quarantina d’anni. Hatcher rende tutto più teatrale: Carlo II rivoluziona il teatro con un singolo editto, ammettendo le donne sul palcoscenico e proibendo tassativamente agli uomini di interpretare ruoli maschili. Non è storicamente vero, ma funziona. A rendere interessante la faccenda per il lettore/spettatore è il fatto che Ned si ritrovi improvvisamente disoccupato, umiliato. Il suo mondo, il mondo teatrale in cui è cresciuto e diventato una stella, non esiste più e lui non sa adattarsi al cambiamento – ed ecco che tutti i nodi interiori vengono al pettine. Adesso sì che la posta in gioco è alta. Se la caverà il nostro giovanotto? A che cosa dovrà rinunciare, che cosa dovrà imparare per recuperare il favore del re e del pubblico? Scarlett.jpg

È, se ci pensate, lo stesso meccanismo di Via Col Vento: Rossella ha il suo conflitto personale nel fatto che tutti la corteggiano tranne l’uomo che lei vuole, l’affascinante idiota che sta per sposare un’altra – nonché un conflitto interiore nel divario tra una vernice di buone maniere (povera Mamy!) e una natura selvaggiamente acquisitiva. Interessante? Sssssì, ma… perché non infilare questa ragazza nel bel mezzo di una guerra civile che distrugge l’amatissimo mondo della nostra eroina? Rossella non perde di vista i suoi rovelli amorosi, ma deve farlo mentre tutto ciò che conosce e ama le crolla attorno. Deve rimboccarsi le maniche, sopravvivere, raccogliere i cocci. E, cosa molto rilevante, impiegherà molte, molte pagine a imparare che quel che è perduto non si può avere indietro, per quanto ci si sforzi. In fondo è per questo che a tutti piace Rossella: è egoista, arrogante, manipolatrice, superficiale, ma così umana nella sua lotta contro un nemico molto più grande di lei!

kapuzinergruft.jpgE lo stesso vale per Franz Trotta de La Cripta dei Cappuccini. C’interesserebbe davvero la sua vicenda di buono a nulla in vaga e tortuosa ricerca di se stesso, con il suo matrimonio fallito, le sue tiepide esperienze di guerra e i suoi interminabili pomeriggi nei caffè viennesi, se non fosse per quel che gli capita attorno? Ma Franz è un membro della generazione perduta, uno di quegli uomini che rimpiangono di non essere morti in guerra, aggrappati al relitto di un impero che crolla, alle ombre di un mondo destinato a non tornare mai più. E allora la sua vicenda assume una luce di tragedia e di desolazione insieme, con quel finale che strappa il cuore e l’ultimo Gott erhalte! gridato nel buio della notte viennese.

Quindi, per ricapitolare: il conflitto personale e/o il conflitto interiore vanno benissimo, ma piazziamo il nostro protagonista in un punto di rottura irreversibile, diamogli una fine del mondo, condanniamolo a una perdita irrecuperabile. La sua storia guadagnerà treni merci interi di profondità e complessità.

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* Ne hanno tratto un film, Stage Beauty, con Billy Crudup, Claire Danes e Rupert Everett. A suo tempo era stato pubblicizzato come “il nuovo Shakespeare in love”, uno di quei casi in cui il marketing rende un cattivo servizio, perché SB is anything but e merita attenzione di per sé.

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Gazzellese E Lingua Franca

Seamus5Una conversazione, ieri pomeriggio, mi ha riportato in mente una cosa che diceva Seamus Heaney a proposito dell’apprendimento delle lingue, e del modo in cui ciascuno parla (e scrive) una sua lingua, e delle sovrapposizioni di queste lingue individuali. E, naturalmente, della poesia…

Torniamo a qualche anno fa, all’ultima visita di Heaney a Mantova, e a uno splendido incontro con gli studenti. Quando un liceale gli chiese lumi sul suo modo di riempire di significato poetico ogni genere di parola quotidiana, Heaney rispose che doveva cominciare con le gazzelle.

seamus heaney, poesia, linguaggio, semanticaLe gazzelle che brucano in branco nel Veldt sudafricano. Brucano placide finché, per un motivo qualsiasi, una gazzella smette di brucare e alza la testolina bianca. E allora le altre gazzelle intorno a lei alzano la testa, e poi quelle intorno a loro, e in men che non si dica il movimento si diffonde concentricamente: tutto il branco leva la testa e si mette in ascolto. E mentre il branco agisce così, ogni singola gazzella si sente il branco. Si sente la Gazzella universale.

Ecco, diceva Heaney, per ciascuno di noi c’è una lingua che funziona come un branco di gazzelle. È il linguaggio che non impariamo consapevolmente, quello in cui parole, espressioni e modi idiomatici hanno un senso che è proprio della famiglia, dell’ambiente, del paese o del quartiere in cui si cresce. E non lo si impara affatto. A un certo punto siamo consapevoli di una parola – ed è la prima gazzella. E poi le parole-gazzelle sollevano la testa, una dopo l’altra, finché tutto il branco è in movimento nella nostra consapevolezza. Senza averlo imparato, sappiamo di sapere, parlare e pensare nella nostra peculiare ed unica sfumatura di Gazzellese. È quello che, mi sembra, in Italiano chiameremmo ginzburghianamente Lessico Famigliare. seamus heaney, poesia, linguaggio, semantica

E poi c’è la Lingua Franca, quella della scuola, quella che si standardizza nell’incontro con altri gruppi, quella in cui un topo è un piccolo roditore grigio cui i gatti danno la caccia, e non il mouse del computer, non il cagnolino più piccolo della cucciolata, non un sinonimo di errore di battitura…

Così, per tutta la vita, noi sediamo metaforicamente a cavallo tra Gazzellese e Lingua Franca – per non parlare del fatto che assorbiamo parte del Gazzellese altrui, e che creiamo consapevolmente altri linguaggi con ciascun gruppo di cui facciamo parte. E mi viene da domandarmi se creare un linguaggio via via che si condividono esperienze non sia, per restare in ambito animalier, come allevare alpache? E allora quel che ne esce è Alpachese?

seamus heaney, poesia, linguaggio, semanticaMa sento che mi sto avviando per una brutta china. Torniamo a noi, torniamo a Seamus Heaney, secondo il quale il poeta crea cerniere tra il proprio Gazzellese e la Lingua Franca usando parole quotidiane in posizioni e funzioni che ne segnalano profondità semantiche diverse, parallele o perpendicolari a quelle della Lingua Franca.

Affascinante idea, non trovate? Perché non c’è fine alle complessità stratificate e versicolori del linguaggio, e perché il poeta non è quello che si apre le coronarie e ne versa il contenuto sulla carta. Il poeta, oltre a molte altre cose, è il genere di persona che riflette e lavora molto sul significato e sulla funzione delle parole – in teoria e in pratica, forgiando e intessendo la lingua in tutta consapevolezza, facendola più fitta, più iridescente e più ricca con ogni verso che scrive.

Ott 2, 2017 - Londra, Shakespeare, teatro    No Comments

Il Globe, Dicevamo…

globe-todayOh sì – Londra.

Avevo promesso di raccontarvi di Londra, nevvero? Del Globe in particolare…

Ah, il Globe!

Al Globe c’ero già stata. L’avevo visitato un paio di volte, il che è una gran bella esperienza di per sé – ma, per un motivo o per l’altro, non c’ero mai stata per vedere uno spettacolo. Be’, uno dei motivi è il clima: bisogna andarci nella stagione giusta, e nella giusta parte della stagione giusta, perché – com’è fin troppo chiaro – non possiedo la robusta costituzione degli spettatori elisabettiani, che potevano starsene fermi all’aperto per le tre ore dello spettacolo senza pregiudizio. Un altro motivo è che non è carino trascinare compagni di viaggio non angloparlanti a sorbirsi tre ore di Shakespeare in originale, né abbandonarli al proprio destino per le tre ore in questione…

Ma insomma, questa volta la stagione era ragionevolmente giusta ed ero in compagnia della genitrice da cui ho ereditato la mia passione per la letteratura inglese, per cui Globe è stato – e in particolare Much Ado About Nothing. Molto Rumor per Nulla, forse la commedia prediletta di entrambe.

Globe+Full+ColourMa cominciamo con il Globe stesso, e una certa qualità da viaggio nel tempo di tutta la faccenda. Si comincia camminando verso il teatro per le vie affollate di Southwark nel primo pomeriggio, in una maniera che, tolte le macchine fotografiche al collo del turisti giapponesi, non può essere troppo diversa da come andavano le cose quattro secoli orsono… È per questo che, alla fin fine, abbiamo scelto Much Ado invece della pur ugualmente attraente alternativa – un King Lear che però, nei giorni rilevanti, andava in scena soltanto di sera.

E invece volevo uno spettacolo pomeridiano, com’erano tutti nell’epoca delle playhouses all’aperto. Così siamo arrivate a teatro, abbiamo aggirato la coda dei groundlings, gli spettatori da un penny che se ne stanno in piedi nella platea, abbiamo aggirato i venditori di nocciole (se ce ne fossero anche di salsicce, arance e birra non li ho visti…) – ma non quelli di cuscini. Ciascuna con un cuscino sotto il braccio, ci siamo arrampicate su per le scale di legno, fino alla seconda galleria, e ci siamo sistemate sulle panche, con i gomiti sulla balaustra per guardare il palco e la calca di sotto… Oh, non avete idea di quanto fosse emozionante già così.

E poi lo spettacolo.

MuchAdo2“Sarà una produzione tradizionalissimissima,” aveva detto N. nel sentire della mia spedizione… In realtà non ci si può più aspettare nulla del genere da quando la direzione artistica è stata affidata a Emma Rice, un’innovatrice se mai ce ne fu una… magari riparleremo di lei e del Globe, perché è una storia interessante – ma per ora limitiamoci a dire che, ben lungi dall’essere una produzione tradizionale, questo Much Ado diretto da Matthew Dunster era ambientato durante la rivoluzione messicana, e quasi un musical, pieno di musica, danze e canzoni.

MuchAdo7Mi domandavo, a dire il vero, come avrebbe funzionato la trasposizione messicana del quintessenzialmente elisabettiano Globe… ebbene, la mia impressione è che funzioni più o meno come avrebbe funzionato ai tempi di Shakespeare, quando per spostarsi ad Atene, in Illiria o a Venezia bastavano un fondale dipinto, un cartello e un verso in bocca a un personaggio. E quando, va detto, cambiare d’ambientazione una storia era faccenda di ordinaria amministrazione.

Facciamo che eravamo in Messico, e Don Pedro e Leonato erano due capi rivoluzionari, e il fratello malvagio era in realtà Doña Juana, la sorella malvagia… Un pezzo di glorioso make-believe, e lo ripeto: funziona. Funziona in una maniera vivace, colorata, piena di idee, mantenendo l’allegria della commedia e aggiungendoci un filo di famelica malinconia da tempo di guerra.MuchAdo6

Nemmeno del testo abbondantemente riaggiustato sono disposta a lamentarmi. Che Messina diventi Monterrey è quasi obbligatorio nelle circostanze, ma anche le vaste potature e gli aggiustamenti non mi sono parsi terribilmente scandalosi. Di nuovo: non è nulla che le compagnie elisabettiane non facessero praticamente ogni giorno, ed è probabile che quel che ci è arrivato in forma di First Folio non somigli troppo da vicino a quel che andava veramente in scena…

MuchAdoAggiungete ottimi attori (prima tra tutti la favolosa Beatrice di Beatriz Romilly), bei costumi e bella musica, e l’atmosfera specialissima del Globe – e immaginatevi una Clarina felice. Filologico? Nemmeno un po’, ma la filologia sta bene nelle aule universitarie, non sul palcoscenico. A mio timido avviso, il teatro è molto come il diritto internazionale: quel che funziona va bene ed è bello. E Questo Much Ado messicano funziona, eccome.

E io lo sospettavo già da prima, ma adesso lo so con certezza: se fosse appena possibile, passerei felicemente metà della mia vita al Globe, ecco.

 

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Contenere I Danni

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Conosci i Consigli a un giovane conferenziere, di Paolo Rossi?

angellis-pieter-1685-1734-fran-a-market-square-with-a-man-add-1532524No, non li conosco – e dunque seguo il link contenuto nella mail, e raggiungo un vecchio articolo sul sito del Sole 24 Ore, e leggo… e, ad essere del tutto franchi, inorridisco un pochino. O quanto meno mi chino a recuperare il mio mento da terra. O se volete – e potreste volere, ed avreste anche ragione, perché mi piace pensare di essere the un-dramatic type – levo un sopracciglio.

Perché, vedete, questo Decalogo scritto da un attempato studioso per il giovane studioso che va a fare una conferenza o a leggere una relazione a un congresso, insegna proprio questo: a leggere una conferenza.

A leggerla.

A sedersi davanti a una platea con un rigoroso massimo di quindici cartelle da 2000 battute ciascuna, e leggere. A leggere lentamente, a voce alta, senza false civetterie nei confronti del microfono, senza mangiarsi le citazioni e impegando pause sapienti – così che la platea non si addormenti indipendentemente dalla qualità del contenuto.

Se poi si riesce a leggere dando l’impressione di non leggere affatto, tanto meglio – ma questo è qualcosa che solo pochi grandi sanno fare.

Insomma, capite, il distillato della saggezza italiana in fatto di arte di parlare in pubblico, sfornato da uno storico delle idee e proposto quasi con reverenza dall’inserto culturare del Sole, non è altro che un solido, sensato, equanime, garbato e ragionevolissimo esercizio di contenimento dei danni.

Nemmeno un accenno al fatto che in realtà leggere una conferenza dovrebbe essere proprio l’extrema ratio, se per disgrazia non si può fare altrimenti. Che in realtà sarebbe meglio provare, ripetere, sperimentare ed esercitarsi fino ad essere in grado di dirla, la conferenza – e non leggerla.  Perché nulla riesce a dare l’impressione di non leggere come… be’, come non leggere affatto. speaker

E adesso non vorrei sembrare la solita anglomane, ma non so bene come evitarlo: provate a cercare su google qualcosa di equivalente – in Inglese.* Vedrete che ogni singolo decalogo per conferenzieri vi raccomanderà di non leggere, di ripetere e provare finché non riuscite a gestire il vostro materiale come se fosse una conversazione, di sentire la reazione del pubblico e comportarvi di conseguenza – e soprattutto, ancora, di non, non, non leggere.  Perché  siamo sinceri: provate a ripensare all’ultima conferenza cui avete assistito. Odds are che, se il relatore leggeva, vi siate annoiati a morte anche se l’argomento vi interessava.

Sì, vero?

Lo immaginavo.

E poi non è che un relatore che non legge sia garanzia assoluta di una conferenza stellare – quella è tutta un’altra faccenda – e di certo preparare una conferenza così è faticoso, richiede un sacco di lavoro e di tempo in più e un pizzico di senso del teatro… Però tende ad essere infinitamente più interessante sia per chi parla che per chi ascolta, e non avete idea di quanto diminuisca il rischio di incrociare l’occhio vitreo della signora in prima fila e sapere con raggelante certezza che, mentre finge di ascoltare, sta compilando a mente la lista del supermercato.

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* Oppure qui trovate una traduzione dei TED Commandments – spediti a chiunque venga invitato a tenere una conferenza TED. E no, “Non Leggere” non c’è – perché davvero, a nessuno salterebbe in mente di leggere una conferenza TED…

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