Dic 11, 2017 - angurie, Poesia    No Comments

Neveneveneve

SnowcNeve, ieri… Neveneveneve.

No, non una follia, ma erano secoli che non ne vedevamo qui – e men che meno così presto in dicembre.

Si è cominciato a vedere qualche piccolo fiocco mentre trotterellavo verso la città per la pomeridiana del Fantasma.

“Oh, fa finta di nevicare,” mi son detta. E invece via, che i fiocchi s’infittivano viepiù. Quando ho parcheggiato davanti al Teatrino, veniva giù qualcosa che cominciava a meritare il nome di nevicata.

“Nevica!” ho annunciato, irrompendo nei camerini. Gli attori mi hanno guardata come fa la gente adulta con gl’implumi – tutti, persino i Non Gemelli che sono implumi per davvero.

“Oh, ma sta già smettendo,” mi ha informata Mrs. F. Con l’aria di sottintendere Del che tu, che poi guidi fino in campagna, dovresti essere contenta. Ma si sa che non ho un briciolo di buon senso – e contentissima non ero. Comunque poi era ora di andare in scena, e non c’è stato più tempo per discutere il meteo.

Yes, well - non è proprio così che guidossi sotto la neve...

Yes, well – non è proprio così che guidossi sotto la neve…

But lo! Quando, un Fantasma più tardi, siamo usciti dal teatro… nevicava ancora! E con un certo impegno. E in effetti, guidossi fino in campagna, per lo più in coda e a velocità di carovana – ma era così bello! E se devo essere sincera, temevo molto che smettesse durante il viaggio – ma no: sono arrivata a casa sotto la neve, cinguettando carole natalizie in tema. Cinguettandole euforicamente…

Lo ripeto: erano anni, forse dieci o dodici, che non si vedeva una nevicata vera e propria dalle mie parti nella prima metà di dicembre. E comunque poi ha smesso, e adesso piove, e le strade sono pulite, e tutto torna alla normalità – ma per qualche è stato magico!

E in celebrazione, poesia, volete? Poesia da tre continenti diversi – a riprova del fatto che il fascino della neve funziona a tutte le latitudini:

La neve

Lenta la neve, fiocca, fiocca, fiocca,
senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca,
canta una vecchia, il mento sulla mano,

La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

(Giovanni Pascoli)
Pensiero segreto

In un paese ove la neve
raramente cadeva nei passati inverni,
da molti giorni nevica.
S’accumula la neve ed ogni cosa
vien ricoperta da un candido manto:
sotto quel manto paiono più belle
tutte le cose più comuni e vane.
Ma nel nostro pensiero c’impaura
il pensier, che domani, con il sole,
la neve sàrà fusa e allor le cose
sembreranno più brutte e più meschine.

(Fuyuhiko Kitagawa)
Era lei, la neve E un mattino
appena alzati, pieni di sonno,
ignari ancora,
d’improvviso aperta la porta,
meravigliati la calpestammo:
Posava, alta e pulita
in tutta la sua tenera semplicità.
Era
timidamente festosa
era
fittissimamente di sé sicura.
Giacque
in terra
sui tetti
e stupì tutti
con la sua bianchezza.

(Evgenij Evtusenko)
The Snow That Never Drifts

La Neve che mai si accumula – La transitoria, fragrante neve Che arriva una sola volta l’Anno Morbida s’impone ora –Tanto pervade l’albero
Di notte sotto la stella
Che certo sia il Passo di Febbraio
L’Esperienza giurerebbe –

Invernale come un Volto
Che austero e antico conoscemmo
Riparato in tutto tranne la Solitudine
Dall’Alibi della Natura –

Fosse ogni Tempesta così dolce
Valore non avrebbe –
Noi compriamo per contrasto – La Pena è buona
Quanto più vicina alla memoria –

(Emily Dickinson)

Dic 8, 2017 - musica, Ossessioni, teatro    No Comments

La Rivoluzione i Figli Suoi Divora…

Andrea-Chenier-prima-Teatro-alla-Scala-Rai-1scala-Stravizzi.com_-218x300Visto l’Andrea Chenier della Scala, ieri sera?

A me piace tanto, l’Andrea Chenier… Musica e libretto – un giovanissimo Giordano e Luigi Illica at his most (melo)dramatic. D’altra parte, con il suo intreccio di amore, morte, patriottismo e redenzione mancata* sullo sfondo del Terrore, è una vicenda perfetta per l’opera. Chissà perché mi ero convinta che il libretto  venisse da uno di quei drammoni francesi, you know – e invece no, o almeno… Il libretto riporta questa piccola Nota dell’Autore:

Da H. de Latouche, Méry, Arsène Houssaye, Gauthier e J. ed E. de Goncourt ebbe la idea di drammatizzare pel Teatro di Musica il personaggio di Chénier e attinse dettagli di verità d’epoca. (L’A. del libretto – L.I.

Tantalizing, vero? Mi sa che qui s’imponga qualche ricercuzza…

Ma intanto, ieri sera. Niente affatto male, nel complesso. Mi è piaciuta molto Anna Netrebko, ed Eyvazov è bravo, anche se non impazzisco per il suo timbro. Aspettavo soprattutto di vedere la regia di Martone, che ho trovato discontinua anzichenò: cose davvero belle (l’intero III Quadro con il “processo”), cose così così (l’intero II Quadro, con le pareti a specchio), cose un po’ gratuite, direzione dei personaggi un po’ approssimativa, folla per lo più molto bella a vedersi – ma non era come se la regia televisiva aiutasse affatto – bei costumi e belle, ma belle luci.

Ad ogni modo è stato un piacere vedere un Andrea Chenier in una produzione come si deve, e Chailly è sempre una garanzia.

Che ne dite di due piccoli video?

Questo accosta musica e immagini un po’ così, ma mette bene in risalto movimento, schema di colori e luci contro lo sfondo nero – meglio di quanto si sia apprezzato nella diretta, francamente…

E questo invece offre un bellissimo sguardo dietro le quinte, a prove, preparazione e allestimento:

E lasciatemi concludere con un momento à la Grisù: un giorno lavorerò backstage a un’opera… un giorno lavorerò backstage a un’opera!

Ecco. Felice Immacolata, o Lettori.

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* No, per dire: secondo voi che ne è di Carlo Gerard una volta chiuso il sipario?

Bugiarda, Ipocrita – e Impaziente

JaneLiarSi era a lezione e si discuteva dei motivi che spingono un autore a scrivere una specifica storia. A un certo punto…

Allieva – Per raccontare la propria esperienza umana, per comunicare ciò che si ha dentro.

Io (che sono cinica) – Sì, anche questo. Soprattutto qui da noi, dove impera l’autobiografismo narrativo.

Un’altra Allieva – All’estero non è così?

Io – Nel mondo anglosassone, per esempio, da meno a molto meno.

Allieva – Ah, ma questo è perché gli Inglesi sono ipocriti!

Ecco che ci risiamo

Ho levato un sopracciglio e chiesto se allora solo l’autobiografia è sincera e tutta la narrativa non autobiografica è per sua natura menzognera e ipocrita. L’allieva cui non piacciono gli Inglesi non è stata molto chiara in proposito, e degli altri, qualcuno era decisamente contrario all’idea, qualcuno dubbioso. Poi purtroppo la discussione ha virato in altra direzione, e siamo passati oltre.

Però, reitero: ecco che ci risiamo, con l’idea che scrivere consista nell’aprirsi le coronarie e versare il contenuto sulla pagina. E quando non è così, allora si scrivono bubbole irrilevanti nella migliore delle ipotesi, e deliberate menzogne nella peggiore.

Qui, a dire il vero, eravamo a mezza strada: lo scrittore che “inventa” le sue storie è (britannicamente) ipocrita. Non so se riuscirò ad approfondire la faccenda – e potrei sbagliarmi – ma per ora sono costretta ad assumere che l’ipocrisia consista nel nascondere la propria vera natura dietro uno schermo di finzione non autobiografica…?

Il che, in teoria, non incide sulla qualità della narrativa in questione. Ora, di nuovo, non ho indagato – ma dubito che la signora in questione voglia sostenere che tutta la narrativa anglosassone (e/o non autobiografica) sia inferiore a quella italiana (e/o autobiografica). O almeno lo spero vivamente. E, una volta chiarito questo, riecco la sciaguratamente radicata idea che l’autobiografia goda di qualche genere di superiorità morale, di un grado di sincerità preclusa all’invenzione narrativa.

JaneEyreConfessione (autobiografica!): questo piccolo scambio mi ha riportata indietro di qualche decennio, all’asilo – dove, nelle rare occasioni in cui mi azzardavo a coinvolgere qualche altro implumino nei miei make-believe o a raccontare qualcuna delle storie che immaginavo, le suore mi punivano perché ero bugiarda. E sì, ricordo almeno un’occasione alla Jane Eyre, in cui fui piazzata in piedi in mezzo alla stanza. “La vedete? Lei dice le bugie!”

Inutile dire che in quell’asilo non rimasi a lungo – e che ne dite? magari sono i postumi di questo trauma infantile a rendermi così spinosetta e reattiva sull’argomento?

Perché devo confessare: in realtà, se la discussione che dicevo si è arenata è stato per colpa mia. “Spero di non sconvolgere nessuno dicendo che gli scrittori inventano,” ho detto, con più sarcasmo di quanto fosse il caso. Il che ha divertito la maggior parte della classe, ma non è stato dialetticamente carino da parte mia. Avrei dovuto invece argomentare che in realtà nessuno scrive a prescindere da se stesso e che, specularmente, la sincerità assoluta non esiste da nessuna parte, men che meno in narrativa – ma non l’ho fatto.  E ho sbagliato.

Cercherò di riparare alla prima occasione, riprendendo la discussione se appena sarà possibile e se i tempi ristretti del corso lo permetteranno – perché è giusto e perché l’argomento merita di essere discusso sul serio, non risolto con una battuta.

 

 

Dic 4, 2017 - libri, libri e libri    No Comments

La Saga Della Saga

erlandsson-7Ieri sarebbe stato il compleanno del mio babbo – e mi è tornata in mente questa storia…

Come mio padre avesse perso la sua prima copia della Saga di Gösta Berling non lo so. In fatto di libri, il Colonnello era una strana commistione di venerazione gelosa e noncuranza… Ma insomma, in qualche modo il libro andò perso. 

Quel che so è che ne ritrovai una copia al Parnaso, incantevole libreria di seconda mano in vicolo Teodolinda, a Pavia. C’è ancora il Parnaso? Spero di sì. Luogherello felice, dove si scovavano tesori ad ogni visita. Ogni città dovrebbe avere un Parnaso – ma non divaghiamo. Gösta Berling. La saga la ritrovai in un espositore girevole del Parnaso. Una di quelle edizioni tascabili e grigioline della BUR, un pochino mal ridotta. Pagine ingiallite, costa dissestata, copertina un po’ malferma… A spiegare tutto, sul risguardo c’era un ex-libris che dava il volumino salvato da non so che piena del Ticino.

Era giugno, credo – ma era perfetto. Un libro, il libro giusto, e con una storia alle spalle: avevo trovato il regalo di comleanno perfetto per mio padre.

A tempo debito, il librino fu impacchettato insieme al cd della colonna sonora di Lawrence d’Arabia, poi spacchettato, apprezzato, letto e riletto e poi rimase nella libreria per anni.

E forse ci sarebbe rimasto anche più a lungo, se non fosse stato della dimensione perfetta per stare in un bagaglio overnight… E fu così che lessi La Saga di Gösta Berling nel corso di un viaggio in treno: Mantova-Cortona e ritorno. SLGB

E – in uno di quei momenti felici in cui una lettura comune funziona come una chiacchierata che non si può più fare – mi resi conto del perché mio padre fosse stato così dispiaciuto di avere perso il libro. Perché la Saga è una storia di intenzioni tradite, caduta, seconde occasioni, riscatto e (forse) redenzione scritta in un modo vivido, possente e austero al tempo stesso, che colpisce anche in traduzione. È piena d’intensità, di descrizioni scolpite, di personaggi tratteggiati grandiosamente, di luci di taglio. E in più, ha un ritmo epico e tambureggiante che trascina dall’inizio alla fine. Il genere di cose per cui ho decisamente ereditato il gusto dal mio babbo.

E poi d’accordo, della saga nordica ha anche l’occasionale rigidità, una certa cupezza di fondo… non c’è nulla di leggero, in questa storia – ma vale assolutamente la pena – al modo di una passeggiata nella neve: per il gelo, la bellezza e il vigore della faccenda.

Dic 1, 2017 - teatro    No Comments

Il Ritorno del Fantasma

Domani sera torna il Fantasma di Canterville…

Ghost

Ebbene sì: dopo il successo del breve giro di repliche la primavera scorsa,  ecco che Sir Simon con le sue catene, l’irreprimibile famiglia Otis e lo staff di Canterville Chase ritornano al D’Arco – in una versione riveduta e ampliata.

Perché, come diceva ieri sera alla prova generale la regista Maria Grazia Bettini, “qui tutto è un continuo work-in-progress”… Per cui, anche se avete già visto il Fantasma ad aprile, potreste voler tornare per scoprirne di più sulla Macchia di Canterville, sul metodo scientifico di Washington Otis, sul corteggiamento del Duca di Cheshire, sui gusti artistici di Mrs. Umney…

Sappiamo tutti, nevvero? che parte del fascino del teatro è proprio il modo in cui non esistono due recite uguali. Per quante volte si torni a vedere lo stesso spettacolo, sarà sempre un’esperienza diversa e irripetibile – grazie a quella corrente viva (e non sempre prevedibilissima) che crepita tra palco e platea. Per di più, questa volta ci sono novità e soprese…

E naturalmente c’è lo humour di Oscar Wilde, c’è la brillante regia di Grazia Bettini, ci sono i bravissimi attori della Campogalliani… che ne dite di venire – o tornare – a vederci?

Si debutta domani sera e si replica fino al 21 di gennaio – inclusa la sera di San Silvestro. Informazioni e prenotazioni qui (scorrete fino in fondo alla pagina) – o al numero 0376 325363, dal mercoledì al sabato tra le 17 e le 18.30.

Vi aspettiamo!

Nov 29, 2017 - scribblemania, teatro    2 Comments

Piccolo Bollettino Vittorioso

writingbynightDa cantarsi sull’aria di Han Rubato il Duomo di Milano:

Ho finito stanotte alle tre
Una prima stesura!*

Perché il fatto si è che, quatta quatta, sto scrivendo un play nuovo… Lo sto scrivendo on spec, come usa dirsi a ovest della Manica, ovvero senza sapere troppo che farne – a parte farlo leggere speranzosamente a un paio di persone… Ma l’idea mi piace e, in un modo o nell’altro, mi ronzava in mente da un po’ di tempo. E, conoscendomi, l’avevo inserita tra le buone intenzioni di quest’anno.

E avevo anche cominciato a lavorarci, un po’ vagamente: letture e riletture di documentazione, ricerche qua e là, pagine di appunti sul taccuino, qualche esperimento di struttura… sennonché poi, tra una cosa e l’altra, si era fatto novembre e del play propriamente detto non esisteva altro che un abbozzo di tentativo di esperimento della prima scena del primo atto…

Ed è stato allora che ho deciso: volevo una prima stesura entro la fine dell’anno. Eccetto… dicembre. Voi riuscite a scrivere a dicembre, o Lettori? Io ben poco, tra preparativi natalizi e tutto quanto. Così non restava che abbracciare il principio transoceanico del National Novel Writing Month – una prima stesura entro novembre! – e applicarla a qualcosa che romanzo non è. Sicuramente, se c’è gente che butta giù cinquantamila parole in un mese, io potevo raggiungere quota nove o diecimila, giusto?

curtainE così mi ci sono messa di buona lena… O almeno di ragionevole lena – e la notte scorsa, alle tre, ho spento le luci sul finale del secondo atto. Sipario. Fine. Novemila parole e monetina: una prima stesura.

Vittoria vittoria.

È incompletissimissima, si capisce, piena di orli grezzi, punti interrogativi, particolari da ricercare, voci traballanti e parentesi che dicono [DUE/TRE BATTUTE A SCENDERE] oppure [DISCUTONO ACIDAMENTE DELLE BARRICATE]… Va rimpolpata di un terzo, aggiustata, scossa in forma, passata al Teatro Immaginario e, se tutto va bene, a workshop. E a quel punto poi andrà tirata a lucido. C’è ancora un sacco di lavoro, in realtà – ma intanto la prima stesura è completa e non ne sono troppo terribilmente insoddisfatta.

Per ora, sipario. Se ne riparla a gennaio.

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* Il che coincide molto opportunamente con l’inizio, questa sera, del mio corso di scrittura teatrale all’Accademia Campogalliani… Se l’avessi programmato apposta, non sarebbe riuscito altrettanto bene.

Nov 27, 2017 - grillopensante, teatro    2 Comments

Mito e Psiche: Ifigenia (e un bilancio…)

man_122_01Stasera si concludono i Lunedì 2017 – con qualcosa di diverso: il professor Alberto Cattini parlerà di mito e cinema, mostrando e commentando spezzoni dell’Ifigenia di Cacoyannis (nell’originale Greco, con sottotitoli in Inglese).

Quindi, in realtà, il ciclo Mito e Psiche propriamente detto è giunto a termine la settimana scorsa con Antigone – ed è di questo che parliamo oggi: un bilancio di un’esperienza nuova per i Lunedì. Ed è il momento delle confessioni: per dirla proprio tutta, benché questa formula nuova ci intrigasse, non eravamo certissimi della risposta. Le letture drammatizzate ovviamente sono il pilastro dei Lunedì – ma analisi e dibattito a seguire? Ci chiedevamo come potesse prenderla il pubblico che, d’abitudine, non parla volentieri… Se avete mai presentato un libro o tenuto una conferenza, odds are che conosciate quegli imbarazzantissimi momenti che seguono la conclusione: il “Ci sono domande?” di rito cade in un silenzio cavo ed echeggiante, voi guardate il pubblico e il pubblico guarda voi – e il moderatore, se c’è, annaspa, mormora qualcosa su quanto siete stati esaurienti, e poi si affretta a salutare e concludere. Ecco, non è che vada sempre così – anzi! Però succede. E se succede alle conferenze e alle presentazioni, quando si è a teatro potete elevare la possibilità che succeda a potenza indefinita.

E di questo la direttrice artistica aveva avvertito i membri di Freudiana Libera Associazione: non solo poteva succedere – ma non era affatto improbabile che succedesse, e tanto più per l’argomento: le tragedie greche non sono esattamente light and happy fare…

E invece?

Invece! Se siete stati anche a uno solo dei Lunedì in queste cinque settimane passate, avrete constatato che è andata diversamente: il caro, vecchio Teatrino sempre pieno come un uovo, un’attenzione rapita durante le letture, e poi, abilmente stimolato dagli amici di FLA, un dibattito fitto e vivace. Citerò, per tutti, la discussione sulle implicazioni di Antigone – psicanalitiche, sociali, storiche, giuridiche, etiche e filosofiche… una meraviglia!

E quindi possiamo dire che Mito e Psiche ha fatto centro, con la sua combinazione di grande teatro, temi senza tempo e invito a pensare. Di emozioni e di ragione. Di ascolto e di discussione. Credo che lo chiamerò un esperimento riuscito.

E per questo, grazie, o Pubblico. È stato magnifico vedervi così numerosi, entusiasti e partecipi; sentirvi sviscerare ciò che è ancora vero dopo venticinque secoli, e ci parla ancora direttamente… A noi è piaciuto davvero tanto – e speriamo che sia stato così anche per voi.

A questa sera per Ifigenia, allora – e ai prossimi Lunedì!

 

 

Riveduto E Corretto

RestorationTheatre06E dicevamo che, in Compleat Female Stage Beauty, quel che il re vuole non è una storia diversa – ma proprio l’Otello, finale sanguinoso e tutto, con sorprese. Il che è carino e serve bene per quello che Hatcher vuole dire, ma non rispecchia del tutto la mentalità Restoration in fatto di teatro, e di teatro elisabettiano in particolare. Perché in realtà…

Insomma, mettetevi nei panni degli Inglesi post-Restaurazione. Immaginate i teatri che riaprono nel 1660, dopo diciotto anni di guerre civili prima e cupaggine cromwelliana poi. Immaginate di essere assetati di divertimento, di musica, di gaiezza in generale.

E immaginate di ritovarvi per le mani le opere di Shakespeare. Età dell’oro elisabettiana fin che si vuole, ma che diamine: sono passati sessanta, settant’anni, e il gusto è cambiato. Shakespeare, che già cominciava a passare di moda negli ultimi anni della sua vita, a questo punto appare proprio come il relitto di un’era più cruda, più ingenua, più ferrigna…

E allora che si fa? SI rinuncia del tutto e passa oltre? Niente affatto, perché le storie sono notevoli, la poesia a tratti meravigliosa – se solo il tutto fosse un po’ meno antidiluviano in gusto e stile!  Ma a questo c’è rimedio, giusto? In fondo che ci vuole? Basta riscrivere.

Nahum TateE lasciate dunque che vi presenti Nahum Tate, irlandese e futuro Poet Laureate d’Inghilterra. Nel 1681, giovane e già celebre, scopre il Re Lear, e rimane semifolgorato – e la parte operativa è proprio quel “semi”.

Perché, vedete, Tate si accorge subito di essere inciampato in un mucchietto di gemme. Certo sono grezze, queste gemme, e buttate lì a qualche modo – ma così splendenti nel loro disordine che Tate sente l’impellente necessità di rimetterci mano e rimediare ai molti difetti della tragedia. E così ne riscrive una buona quantità, e cassa cosette del tutto secondarie come la parte del Buffone, ma soprattutto riscrive il finale.

Re Lear, lo sapete, è la storia di questo re vegliardo che caccia di casa l’unica figlia che lo ami veramente, ed è prontamente detronizzato dalle altre due figlie malvagie. Seguono guerra civile, accecamenti in scena, lotte fratricide, follia vera e presunta, tradimenti e controtradimenti, crisi di coscienza – e alla fine muoiono tutti. Ebbene, non ci crederete, ma a tutto ciò Nahum Tate riesce ad appiccicare un lieto fine in cui i malvagi seguitano a morire, ma Lear recupera il suo trono e richiama a corte in trionfo la dolce Cordelia, che così può sposare non il re di Francia cui era fidanzata, ma il giovane Inglese di cui è innamorata.

Er… sì.

Ma d’altra parte, tal dei tempi era il costume, e non è che Tate facesse alcunché di inaudito, scandaloso o inusitato… Non solo il tardo Seicento, il Settecento e l’Ottocento traboccano di riscritture creative (per dire, il Macbeth danzante e canterino di William Davenant…), ma la prassi non era nemmeno limitata al teatro, e sconfinava in campo filologico – vedasi Alexander Pope, che nel 1725, nella sua edizione in sei volumi delle opere complete di Shakespeare, non si fa il minimo scrupolo a riscrivere, potare le irregolarità metriche come se si trattasse di un giardino alla francese, cassare un migliaio e mezzo di versi che gli paiono brutti…

Ma non divaghiamo, e torniamo al Re Lear, che la storia è tormentata.

Prima di tutto, bisogna che sappiate che la versione per ottimisti di Tate ha molto successo – tanto da soppiantare quasi completamente l’originale. Quando nel 1755 David Garrick e Spranger Barry si sfidano a colpi di Lear dai rispettivi teatri, in una rivalità tanto accesa e tanto sentita da provocare tumulti nelle strade, non recitavano Shakespeare, ma Nahum Tate.

Barry_002Il che magari rende un po’ strano in quadro di James Barry* che nel 1788 ritrae il finale tragico, ma si sposa perfettamente con la storia di William Henry Ireland che, nel 1794, tra i suoi falsi shakespeariani include un manoscritto “originale” del Re Lear. E anche William Henry non si limita a trascrivere da qualche edizione discesa dal First Folio, ma ci mette del suo – o quanto meno toglie. Toglie tutto lo humour di grana grossa, raffina e purga il Bardo, anticipando i fratelli Bowdler… E la faccenda funziona, perché siamo in piena Bardolatria, e l’Inghilterra Georgiana è ansiosissima di credere al ritrovamento, di scoprire con sollievo che il Cigno di Stratford era più fine e spirituale dei suoi ribaldi curatori postumi.

Allo stesso modo, quando il ferocissimo avvocato e studioso shakespeariano Edmund Malone convince il parroco di Stratford a passare una mano di bianco sull’orrido busto funerario – dipinto a vivaci colori perché tale era il costume nel 1616 – ebbene, quella mano di bianco è il simbolo perfetto dell’atteggiamento dell’epoca: Shakespeare si venera, ma si venera molto meglio riveduto, corretto, intonacato e neoclassico.

E se poi può scapparci il lieto fine, tanto meglio. Erano in tanti a pensarla come il Dottor Johnson, che avendo visto una volta in gioventù il finale tragico, ne era rimasto insopportabilmente sconvolto, e considerava di gran lunga preferibile la versione per ottimisti…

E anche se già Garrick comincia a ripristinare pezzi dell’originale shakespeariano, resinserendo per esempio il Buffone,** bisogna aspettare il 1823 perché Edmund Kean provi a riportare in scena il finale tragico – e comunque non è come se andasse straordinariamente bene. Kean incassa un passabile successo personale nel ruolo, ma nulla di più. Alla fin fine sarà William Charles Macready a spuntarla, ma anche lui – pur con la sua ossessione per il rigore filologico – dovrà provarci due volte, prima nel 1834 e poi, definitivamente, nel 1838.

E quindi, sì: c’è sempre qualcuno convinto di poter fare di meglio – e in definitiva, Shakespeare per primo era un riscrittore sopraffino. Dubito che, considerando le disinvolte pratiche dell’età elisabettiana, si sarebbe stupito o indignato più di tanto sulla sorte del suo Re Lear. Tutto sommato, è perfettamente inutile stupirsi dei ritocchi di Nahum Tate. Semmai, se vogliamo proprio levare un sopracciglio, leviamolo sui 157 anni che l’originale ha impiegato per riprendersi il suo posto – a riprova del fatto che non solo c’è sempre qualcuno convinto di poter fare di meglio, ma è anche del tutto possibile che quel qualcuno trovi ragione presso un sacco di gente, per un sacco di tempo.

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* Magari non sono proprio quei dubbi da dormirci, ma mi sono sempre chiesta: in basso a sinistra, saranno Gloucester ed Edgar con il cadavere di Edmund?

** E prima di commuovervi sulla fedeltà di Garrick al suo Bardo, ricordatevi che Garrick aveva riscritto l’Amleto “per salvare il testo da tutte le assurdità del V atto.”

 

Sorprese

compleat female stage beauty, jeffrey hatcherAvete visto un film chiamato Stage Beauty? Ebbene, in principio c’era il play di Jeffrey Hatcher, che s’intitola Compleat Female Stage Beauty, ed è notevole*.

Siamo, dovete sapere, a Londra nel 1661, e il neo-restaurato Carlo II è andato a teatro per un >Otello messo in scena da una compagnia in voga. A sipario chiuso, per dir così, il capocomico Tom Betterton discute i regali commenti con la sua stella, Ned Kynaston, e un paio di ospiti…

BETTERTON […] E il Re mi dice: “Bravo, Betterton, bello spettacolo, brividi e spaventi, sabato torniamo a vederlo. Però vi chiedo: si può fare un po’ più allegro?” “Allegro?” dico io. “Sì,” mi fa Carletto, “Un filo più gaio.” E io m’inchino e gli faccio, tutto mellifluo: “Forse Vostra Maestà preferirebbe vedere una commedia?” E lui: “Oh no, assolutamente Otello – però fatelo allegro.” E io: “Be’, Vostra Maestà, c’è il fatto che Mr. Shakespeare finisce con Desdemona strangolata, Emilia pugnalata, Iago arrestato e Otello che si sbudella. Ci suggerite di cassare tutto quanto?” E lui dice: “Cielo, no! Fateli fuori tutti – solo, fatelo più allegro.” Che vuol dire una critica così?**

E mentre il diarista Pepys se ne esce con l’idea di non far morire Desdemona del tutto, è il Duca di Buckingham a centrare il punto, sostenendo che in realtà il Re ha espresso una teoria registica più che rilevante:

VILLIARS Vuole sorprese. È stato via, e i teatri sono stati chiusi per diciotto anni. Adesso è tornato, i teatri riaprono e che cosa trova? Tutto come allora. La poesia l’approva, le idee le approva, amore e morte e tragedia e commedia vanno bene  – però sorprendetelo!

E ci vorranno due atti prima che Kynaston, Betterton, il Re, la sua amante Nell Gwynne, le prime attrici donne, il pubblico, il Duca e Pepys giungano ciascuno alla propria conclusione in fatto di “sorprese”.

Ma il sugo della faccenda, per quanto riguarda la particolare questione delle sorprese, è già tutto lì, e non si applica soltanto alla regia: il Re non vuole storie diverse – why, non vuole nemmeno la stessa storia modificata***. Vuole la vecchia storia, raccontata in modo originale.iliade, compleat female stage beauty, strutture narrative, temi, narratologia

Perché in realtà la quantità di storie – di strutture – che si possono raccontare, dice Hatcher, è limitata. E infatti, ventotto o ventinove secoli dopo siamo ancora qui a raccontarci di gente che vendica amici caduti in battaglia, individui specializzati nell’ingannare spettacolarmente il nemico e donne per amor delle quali accadono guai su larga scala. Però abbiamo eliminato gli dei impiccioni, meschini e prepotenti, Elena e Briseide mute&passive e i grossi cavalli di legno imbottiti di soldati.

Non è affatto facile, e non è questione di rivestire le vecchie storie in abiti moderni. C’è una ragione se non tutte le regie d’opera attualizzate**** funzionano, e la si trova nel fatto che non basta eliminare scene dipinte, crinoline e pose da monumento in piazza… Il senso della faccenda risiede tutto nell’esplorarle daccapo, queste vecchie storie, e rigirarle per farne uscire significati nuovi. Significati rilevanti per noi – adesso.

eneide, compleat female beauty, jeffrey hatcherQuando George Bernard Shaw e Ursula K. Le Guin riscrivono l’Eneide, ciascuno dei due riprende la storia che Virgilio aveva a sua volta ripreso dai miti precedenti. Però Virgilio ne aveva fatto la celebrazione del fato di Roma, una grandezza così ineluttabile che nemmeno gli dei potevano opporsi, Shaw sposta tutto nei Balcani ottocenteschi per fare della satira sulla retorica della guerra e sulla “buona società”, e Le Guin esplora il punto di vista di una Lavinia che è molto meno un pegno politico di quanto si possa pensare…
Quando Robert Carsen sposta Die Walküre in un Novecento diviso tra paesaggi devastati dalla guerra e i cupi saloni di un’élite in disfacimento, ne fa una storia di conseguenze sfuggite a ogni controllo.

Quando uno scrittore a scelta conduce il suo protagonista attraverso un viaggio inziatico, non fa altro che riprendere una struttura che, nei suoi tratti essenziali, significa per noi quello che significava per la gente che ascoltò per la prima volta la storia di Ulisse…

Dopodiché, se è bravo, lo scrittore a scelta saprà intrecciare attorno alla struttura vecchia come le colline strati su strati di significato, e idee nuove, e sfumature inattese. Saprà girare il prisma in modo che prenda e rifletta la luce in angolazioni che prima non c’erano e che sono significative per i suoi lettori – adesso. Significative e sorprendenti, perché poi è di quello che si tratta. È quello che vuole il Re d’Inghilterra/lettore/spettatore/melomane: ritrovare la vecchia storia e trovarci dentro qualcosa che non si era aspettato di trovarci.

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* Anche il film è tutt’altro che male, sia chiaro. Peccato che i ragazzi del marketing o abbiano pubblicizzato come “il nuovo Shakespeare in Love“. In realtà è anything but

** Traduzione mia.

*** Del che, tutto sommato, penso che riparleremo…

*** Orrida, orrida, orrida parola…

Nov 20, 2017 - teatro, teorie    No Comments

Mito e Psiche: Antigone

AntTutto sommato non ci stupiamo troppo di scoprire che anche nel mito e nella tragedia ci sono figlie e figlie, vero?

Dopo Elettra vendicatrice (sia pure per interposta persona), ecco Antigone, martire della famiglia… e di qualcos’altro.

Povera Antigone, figlia e sorella di Edipo, prediletta di sua madre, se diamo retta a Giocasta  nell’Edipo Re. Ecco, proprio lì, in quel monologo di Giocasta, Eschilo ci lascia intravvedere una stagione serena per i reali di Tebe – quando ancora ignoravano chi e cosa fossero…

Poi tutto crolla, e Antigone, la figlia maggiore, è quella che accompagna nell’esilio Edipo maledetto e cieco. Lo assiste, lo guida, mendica per lui e cerca invano di riconciliare padre e figlio, quando Polinice viene a chiedere appoggio e se ne parte con una maledizione. Solo quando Edipo muore perdonato dagli dei, Antigone ritorna a casa – quella Tebe che un fratello difende e l’altro assedia… E alla tragica fine che si sa – i due fratelli uccisi a vicenda, l’uno onorato in morte, l’altro gettato in pasto ai corvi – Antigone si rivela qualcosa di più e qualcosa d’altro che la fanciulla obbediente e il sostegno di suo padre.

Antigone non solo sfida il decreto di Creonte – tecnicamente legale ma offensivo della pietà umana e familiare – e seppellisce simbolicamente il fratello, ma difende la giustizia della sua disobbedienza fino alle conseguenze più nere.

antigone_hidalgo_lopez_museumE quindi alla fin fine l’irriducible Antigone è una sorellina ideale dell’implacabile Elettra – sacerdotesse entrambe di quelle leggi antichissime del sangue che trascendono tanto gli editti umani quanto i cicli di vendetta degli dei. Solo che, mentre il destino di Elettra si ricompone quando gli dei trovano un equilibrio tra le rispettive offese, Antigone arriva ad incarnare il dilemma umanissimo tra legge e giustizia. Ciò che le leggi consentono è sempre giusto? E a chi va il primo dovere del governante come del suddito? Non è un caso che, in questa storia, il deus ex machina arrivi quando le conseguenze umane sono già passate oltre.

La mia teoria personale è che la tragedia classica ci mostri tante volte un antropocentrismo che sgomita nei confini della teologia – ma venite questa sera alle 21, al Teatrino D’Arco, a vedere il taglio che Mario Zolin dà a questa storia, e a sentire che ne tira fuori il dottor Luciano Negrisoli, di Freudiana Libera Associazione.

La raccomandazione consueta: l’ingresso è gratuito e non si prenota ma, i posti essendo pochini, arrivate per tempo!

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