Sorprese

compleat female stage beauty, jeffrey hatcherAvete visto un film chiamato Stage Beauty? Ebbene, in principio c’era il play di Jeffrey Hatcher, che s’intitola Compleat Female Stage Beauty, ed è notevole*.

Siamo, dovete sapere, a Londra nel 1661, e il neo-restaurato Carlo II è andato a teatro per un >Otello messo in scena da una compagnia in voga. A sipario chiuso, per dir così, il capocomico Tom Betterton discute i regali commenti con la sua stella, Ned Kynaston, e un paio di ospiti…

BETTERTON […] E il Re mi dice: “Bravo, Betterton, bello spettacolo, brividi e spaventi, sabato torniamo a vederlo. Però vi chiedo: si può fare un po’ più allegro?” “Allegro?” dico io. “Sì,” mi fa Carletto, “Un filo più gaio.” E io m’inchino e gli faccio, tutto mellifluo: “Forse Vostra Maestà preferirebbe vedere una commedia?” E lui: “Oh no, assolutamente Otello – però fatelo allegro.” E io: “Be’, Vostra Maestà, c’è il fatto che Mr. Shakespeare finisce con Desdemona strangolata, Emilia pugnalata, Iago arrestato e Otello che si sbudella. Ci suggerite di cassare tutto quanto?” E lui dice: “Cielo, no! Fateli fuori tutti – solo, fatelo più allegro.” Che vuol dire una critica così?**

E mentre il diarista Pepys se ne esce con l’idea di non far morire Desdemona del tutto, è il Duca di Buckingham a centrare il punto, sostenendo che in realtà il Re ha espresso una teoria registica più che rilevante:

VILLIARS Vuole sorprese. È stato via, e i teatri sono stati chiusi per diciotto anni. Adesso è tornato, i teatri riaprono e che cosa trova? Tutto come allora. La poesia l’approva, le idee le approva, amore e morte e tragedia e commedia vanno bene  – però sorprendetelo!

E ci vorranno due atti prima che Kynaston, Betterton, il Re, la sua amante Nell Gwynne, le prime attrici donne, il pubblico, il Duca e Pepys giungano ciascuno alla propria conclusione in fatto di “sorprese”.

Ma il sugo della faccenda, per quanto riguarda la particolare questione delle sorprese, è già tutto lì, e non si applica soltanto alla regia: il Re non vuole storie diverse – why, non vuole nemmeno la stessa storia modificata***. Vuole la vecchia storia, raccontata in modo originale.iliade, compleat female stage beauty, strutture narrative, temi, narratologia

Perché in realtà la quantità di storie – di strutture – che si possono raccontare, dice Hatcher, è limitata. E infatti, ventotto o ventinove secoli dopo siamo ancora qui a raccontarci di gente che vendica amici caduti in battaglia, individui specializzati nell’ingannare spettacolarmente il nemico e donne per amor delle quali accadono guai su larga scala. Però abbiamo eliminato gli dei impiccioni, meschini e prepotenti, Elena e Briseide mute&passive e i grossi cavalli di legno imbottiti di soldati.

Non è affatto facile, e non è questione di rivestire le vecchie storie in abiti moderni. C’è una ragione se non tutte le regie d’opera attualizzate**** funzionano, e la si trova nel fatto che non basta eliminare scene dipinte, crinoline e pose da monumento in piazza… Il senso della faccenda risiede tutto nell’esplorarle daccapo, queste vecchie storie, e rigirarle per farne uscire significati nuovi. Significati rilevanti per noi – adesso.

eneide, compleat female beauty, jeffrey hatcherQuando George Bernard Shaw e Ursula K. Le Guin riscrivono l’Eneide, ciascuno dei due riprende la storia che Virgilio aveva a sua volta ripreso dai miti precedenti. Però Virgilio ne aveva fatto la celebrazione del fato di Roma, una grandezza così ineluttabile che nemmeno gli dei potevano opporsi, Shaw sposta tutto nei Balcani ottocenteschi per fare della satira sulla retorica della guerra e sulla “buona società”, e Le Guin esplora il punto di vista di una Lavinia che è molto meno un pegno politico di quanto si possa pensare…
Quando Robert Carsen sposta Die Walküre in un Novecento diviso tra paesaggi devastati dalla guerra e i cupi saloni di un’élite in disfacimento, ne fa una storia di conseguenze sfuggite a ogni controllo.

Quando uno scrittore a scelta conduce il suo protagonista attraverso un viaggio inziatico, non fa altro che riprendere una struttura che, nei suoi tratti essenziali, significa per noi quello che significava per la gente che ascoltò per la prima volta la storia di Ulisse…

Dopodiché, se è bravo, lo scrittore a scelta saprà intrecciare attorno alla struttura vecchia come le colline strati su strati di significato, e idee nuove, e sfumature inattese. Saprà girare il prisma in modo che prenda e rifletta la luce in angolazioni che prima non c’erano e che sono significative per i suoi lettori – adesso. Significative e sorprendenti, perché poi è di quello che si tratta. È quello che vuole il Re d’Inghilterra/lettore/spettatore/melomane: ritrovare la vecchia storia e trovarci dentro qualcosa che non si era aspettato di trovarci.

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* Anche il film è tutt’altro che male, sia chiaro. Peccato che i ragazzi del marketing o abbiano pubblicizzato come “il nuovo Shakespeare in Love“. In realtà è anything but

** Traduzione mia.

*** Del che, tutto sommato, penso che riparleremo…

*** Orrida, orrida, orrida parola…

Nov 20, 2017 - teatro, teorie    No Comments

Mito e Psiche: Antigone

AntTutto sommato non ci stupiamo troppo di scoprire che anche nel mito e nella tragedia ci sono figlie e figlie, vero?

Dopo Elettra vendicatrice (sia pure per interposta persona), ecco Antigone, martire della famiglia… e di qualcos’altro.

Povera Antigone, figlia e sorella di Edipo, prediletta di sua madre, se diamo retta a Giocasta  nell’Edipo Re. Ecco, proprio lì, in quel monologo di Giocasta, Eschilo ci lascia intravvedere una stagione serena per i reali di Tebe – quando ancora ignoravano chi e cosa fossero…

Poi tutto crolla, e Antigone, la figlia maggiore, è quella che accompagna nell’esilio Edipo maledetto e cieco. Lo assiste, lo guida, mendica per lui e cerca invano di riconciliare padre e figlio, quando Polinice viene a chiedere appoggio e se ne parte con una maledizione. Solo quando Edipo muore perdonato dagli dei, Antigone ritorna a casa – quella Tebe che un fratello difende e l’altro assedia… E alla tragica fine che si sa – i due fratelli uccisi a vicenda, l’uno onorato in morte, l’altro gettato in pasto ai corvi – Antigone si rivela qualcosa di più e qualcosa d’altro che la fanciulla obbediente e il sostegno di suo padre.

Antigone non solo sfida il decreto di Creonte – tecnicamente legale ma offensivo della pietà umana e familiare – e seppellisce simbolicamente il fratello, ma difende la giustizia della sua disobbedienza fino alle conseguenze più nere.

antigone_hidalgo_lopez_museumE quindi alla fin fine l’irriducible Antigone è una sorellina ideale dell’implacabile Elettra – sacerdotesse entrambe di quelle leggi antichissime del sangue che trascendono tanto gli editti umani quanto i cicli di vendetta degli dei. Solo che, mentre il destino di Elettra si ricompone quando gli dei trovano un equilibrio tra le rispettive offese, Antigone arriva ad incarnare il dilemma umanissimo tra legge e giustizia. Ciò che le leggi consentono è sempre giusto? E a chi va il primo dovere del governante come del suddito? Non è un caso che, in questa storia, il deus ex machina arrivi quando le conseguenze umane sono già passate oltre.

La mia teoria personale è che la tragedia classica ci mostri tante volte un antropocentrismo che sgomita nei confini della teologia – ma venite questa sera alle 21, al Teatrino D’Arco, a vedere il taglio che Mario Zolin dà a questa storia, e a sentire che ne tira fuori il dottor Luciano Negrisoli, di Freudiana Libera Associazione.

La raccomandazione consueta: l’ingresso è gratuito e non si prenota ma, i posti essendo pochini, arrivate per tempo!

Nov 17, 2017 - grillopensante    No Comments

Quel Che Non C’è

OldMissMC’è questa adorabile anziana signorina, tutta dedita al ricamo, al giardinaggio e alle opere di bene. Poi, a riprova del fatto che la gente è piena di sorprese, si scopre che è anche una ferrarista sfegatata e non si perde una serie poliziesca americana, con una predilezione per i gialli procedurali. Più sono truci, più piacciono alla Signorina M.

“Sono più rassicuranti del telegiornale,” mi ha spiegato. “Nei gialli le cose orribili non restano impunite, i criminali pagano per il sangue che hanno versato, gli sforzi della polizia sono raramente inutili e i tribunali emettono sentenze giuste ed efficaci.”

E allora mi è venuta in mente questa citazione di Thomas Berger: Perché gli scrittori scrivono? Per creare qualcosa che non c’è.”

È vero, questo può significare una compulsione a raccontare una storia che non è ancora stata raccontata, ma in un altro possibile senso si applica anche alla Signorina M. e all’immemoriale significato della narrativa: i narratori offrono all’umanità modelli morali e cautionary tales, in cui la violazione delle regole di convivenza è punita, e gli errori hanno un prezzo. L’ottica di queste narrazioni ha subito variazioni notevoli nel corso dei millenni, e fiumi d’inchiostro sono stati versati per mostrare i molti modi in cui la punizione delle violazioni può mancare il bersaglio, essere trascurata, manipolata o fraintesa.

E tuttavia secoli e secoli di elucubrazioni filosofiche, sperimentazioni letterarie e occasionali bouts di nichilismo morale non impediscono alle anziane signorine – e a tutti noi, se siamo sinceri fino in fondo – di trovare un senso di appagamento nel vedere l’Assassino arrestato dal Poliziotto, trovato colpevole dalla Giuria e condannato dal Giudice alla giusta pena.

Why do writers write? Because it’s not (always) there.

La Formula Pattison

Story formulaOgni tanto ci s’imbatte in qualche “formula per il racconto perfetto”, come questa dello scrittore e insegnante di scrittura Iain Pattison, ripresa e adattata dal sito inglese Ideas4Writers:

1) Qualcosa d’importante capita a un protagonista interessante con cui il lettore non può non simpatizzare;

2) Di qualsiasi cosa si tratti, è un problema che richiede l’immediata attenzione dell’interessante protagonista.

3) L’interessante protagonista ha qualche remora a lasciarsi coinvolgere, ciò che gli crea un dilemma. Se non bastasse, ecco che emerge qualche notevole guaio che deve essere risolto.

4) La soluzione del problema e il superamento del dilemma si prospettano estremamente difficili…

5) … Ma il protagonista si troverà in guai ancora più grossi se non risolve&supera: è, come suol dirsi, in ballo e gli tocca ballare.

6) Per risolvere il suo problema, il protagonista dovrà riconsiderare e cambiare qualche aspetto di se stesso o della sua relazione con qualcun altro.

7) Se doveste scommettere sulle sue possibilità di risolvere il problema, preferireste non giocarvi granché…

8) … Ma naturalmente il protagonista risolve il problema, con una soluzione tanto ingegnosa quanto inaspettata, che evolve logicamente dal personaggio e dagli eventi della storia.*

ThreeActIn realtà, nessuna sorpresa trascendentale: una variazione sul tema perenne di tutta la narrativa (il Protagonista deve Risolvere un Problema), combinato con un duplice conflitto – interiore ed esterno. E se vogliamo, è di nuovo la buona vecchia struttura in tre atti: I. il Protagonista vive felice finché non sbatte contro un Problema; II. il Protagonista affronta il Problema (e i connessi rovelli); III. il Protagonista risolve il problema e tutti vivono felici e contenti. Siamo sinceri: è dalla notte dei tempi che l’umanità si racconta storie di questo genere. Il dilemma aggiunto (o conflitto di II grado) è un’aggiunta un po’ più recente – ma nemmeno troppo. Segno che funziona – se non altro perché è quel che il nostro cervello occidental-aristotelico è fatto per riconoscere come Una Storia. Detto ciò, la Formula Pattison, come tutte queste cose, non è affatto una formula, ma contiene una serie di utili consigli che, più che con la costruzione della trama, hanno a che fare con la complessità e logica della storia:

a) il protagonista deve essere interessante e attraente;

b) il dilemma (scaturito dalla morale, dalle circostanze o dal passato del protagonista) deve intralciare la soluzione del problema – sennò è troppo facile;

c) il protagonista deve imparare qualcosa** per risolvere i suoi guai;

d) la soluzione deve essere inaspettata ma logica: mai imbrogliare il lettore!

Siamo alle solite: non ci sono ricette, non ci sono istruzioni per il montaggio – però ci sono sensati e pragmatici consigli per dare una forma (più o meno efficace) alle idee.  Nessuno pretende davvero che siano universali, o infallibili, o esclusivi: queste faccende esistono come traccia di base, pronti per ogni genere di esperimento, variazione e gioco… E davvero, dite la verità: non vi punge l’uzzolo di provare a giocarci?

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* Yes, well – oppure (e questo lo aggiungo io) deve fallire in una maniera che evolve logicamente dal personaggio e dagli eventi della storia. Anche se, allora, potremmo voler modificare di conseguenza il punto 7 migliorando considerevolmente gli odds del nostro protagonista…

** Oppure deve pagare il prezzo per non aver saputo imparare o cambiare – ma questa è un’altra storia.

 

Nov 13, 2017 - teatro    No Comments

Mito e Psiche: Elettra

elettraStasera è la volta di Elettra – la figlia vendicatrice, sacerdotessa terribile delle conseguenze che gli Achei si portano a casa da Troia…

Il mito, Omero, i tragici… la Grecia sapeva bene che la guerra getta ombre lunghe sui vincitori non meno che sui vinti. E così Agamennone, portandosi a casa la povera Cassandra, sigilla la sua sorte, ad opera di Clitennestra furibonda e dell’amante di lei, il cugino Egisto.

Ma ormai lo sappiamo: c’è poco che passi invendicato in queste storie. Agamennone lascia un figlio – mandato lontano mentre Clitennestra ed Egisto si abituavano fin troppo bene all’assenza del re guerriero. Oreste è cresciuto lontano, ma a casa, vestita a lutto e incapace di dimenticare, c’è la figlia, Elettra.

Elettra “non fa nulla, non dice nulla, ma c’è”, presenza risentita e ostile. Non minaccia, pensano Egisto e Clitennestra: che minaccia può mai offrire una ragazza? Se pensano a lei è per maritarla al di sotto del suo rango, toglierle la possibilità di generare un vendicatore di sangue reale, e neutralizzare così il suo odio silenzioso. Perché in realtà madre e patrigno sentono la presenza di Elettra, e non li rende tranquilli.

Leighton_-_Electra_at_the_Tomb_of_AgamemnonQuel che non hanno considerato, è che le ragazze forse non impugnano la spada, ma possono avere memoria lunga, lunga pazienza, e potere di persuasione. E infatti sarà Elettra a infiammare e dirigere la vendetta di Oreste ritornato, come una musa oscura e fiammeggiante alle spalle del fratello e del cugino Pilade*…

Diego Fusari illustra questa tragedia – sangue a fiumi, le Erinni e più di un tocco di follia – attraverso il prisma di tre opere – tre Elettre: Sofocle, Euripide e il moderno Girardoux.

E dopo, come di consueto, gli amici di Freudiana Libera Associazione ci condurranno in una riflessione/conversazione sul destino antico dell’implacabile principessa antica e i riflessi che questa storia getta ancora attraverso i secoli.

L’ingresso è gratuito e s’inizia alle 21 – ma mi raccomando: arrivate in buon anticipo per essere certi di trovare posto a sedere!

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* Che poi Elettra sposerà. E sì, son tutti cugini, qui… Vedere l’albero genealogico disegnato dal dottor Romitti per credere.

Nov 10, 2017 - pessima gente    No Comments

Novembron Novembroni

DaydrNovembron novembroni si va verso la fine d’anno – e, prima di ciò, verso il mese in cui si finisce per non scrivere mai una parola. A meno che non salti su l’ispirazioncella randagia per qualche storia natalizia. O play… but never mind. Novembron novembroni si va, dicevamo, e la Clarina è determinata a finire il play nuovo – o almeno la prima stesura – entro la fine del mese, prima di smarrirsi in natalizietà miste assortite.

Determinata. Molto determinata. Determinatissima.

“Ma se sei così determinata, o Clarina, perché non scrivi affatto, e fissi invece accigliata lo schermo e pensi a tutt’altro?”

(La Clarina sobbalza alto un miglio, si morde la lingua e si sloga la spina dorsale nel voltarsi di scatto. Dietro di lei, of course, appoggiato allo spigolo della scrivania con fare negligente, c’è lo Spirito di Kit.)

C. – Non penso affatto a tutt’altro! E tu sei un delinquente che si diverte a spaventarmi.

SdK – Ma se ho persino aspettato che appoggiassi la tazza di tè! E stai pensando a tutt’altro. Chiaro come il giorno.

C. – Sciocchezze. Sto cercando di capire in che anno si è sposato Perrée.

SdK – E speri che ti giunga un’epifania in proposito, se fissi abbastanza ferocemente le ultime tre battute che hai scritto?

C. – Non sto fissando le battute. Sto cercando di pensare dove posso disseppellire l’informazione – o se posso barare un pochino.

SdK – Da dieci minuti?

C. (digrigna i denti) – Stavo pensando a tutte queste utili cose. Poi mi sono distratta con una rappresentazioncella impromptu delle ultime battute nel Teatro Immaginario.

SdK – Tillyvally. Ci sono passato un momento fa, e il Teatro Immaginario è vuoto, buio e triste.

C. (contemplando i costi e benefici dello scaraventare quel che resta del tè addosso allo Spirito di Kit) – Oh, piantala. Stavo… Stavo…

Lo Spirito di Kit inclina la testa di lato, leva un sopracciglio e guarda la Clarina annaspare.

C. – Stavo–

SdK – Pensando al Romanzo?

C. (arrossisce furiosamente) – No! Nono. Nonono. Come ti salta in mente? Il romanzo è finito. Finitissimo, perbacco. Devo solo mandare i primi due capitoli a Ms. Darwin ai primi di dicembre… Well, forse dovrò rivedere la sinossi, almeno un pochino, visto com’è andata a Oxford. Ma a parte quello, il Romanzo è finitissimissimo, e nulla potrebbe essere più lontano dai miei pensieri e dalle mie intenzioni…

SdK (si osserva le unghie) – Ah, certo, certo.

C. – Davvero!

SdK – I’m sure.

C. – Ma sì! Davverissimo. Figurati!

SdK – Mi figuro.

C. – Ti dico di sì… Cioè, no: ti dico di no!

SdK – Ma sì, ma no. Non ti salterebbe mai in mente di riprenderlo in mano. Non stai affatto prendendo appunti di nascosto…

(La Clarina non riesce ad evitare uno sguardo colpevole al taccuino.)

SdK – E già che ci sei, non rileggeresti mai i vecchi appunti, tu. Nemmeno morta considereresti la possibilità di risistemare i primi due capitoli prima di mandarli a Ms. Darwin. E magari, visto che hai riaperto la porta, dare un’altra occhiatina alla faccenda del non-proprio-Dottor-Lopez…

C. (scrolla le spalle con finta noncuranza e si produce in una risatella nervosa) – Ma ti pare?

SdK – Oh no, giammai. Non tu, vero? E il finale, il leone… nulla ti indurrebbe a riprenderli in mano, lo so. Lo dicevamo proprio ieri sera con lo Spirito di Ned…

C. (drizza le orecchie) – Lo Spirito di Ned? Nel senso di Ned Ned? È qui anche lui?

SdK (apre la trappola…) – Oh, no! È un bravo ragazzo, lui. Non si sognerebbe mai di venire a infrangere gli involucri mentre tu sei così evidentemente occupata con tutt’altro.

C. (entra a passo di danza nella trappola aperta) – Oh, ma no! Nessunissimo involucro infranto – anzi! Sarei così lieta… – (Chiama in nessuna direzione in particolare) – Mastro Alleyn? – (A Kit, semisottovoce) – Perché in effetti quella teoria dei colori come buccia mi piace davvero tanto, e si potrebbe applicare… e il leone, sì. E in realtà anche l’esecuzione… o meglio, le motivazioni precise dopo l’esecuzione? Ho quattro pagine di appunti e domande in proposito, e vorrei davvero…

(Lo Spirito di Kit inclina la testa dall’altra parte e sogghigna a mo’ di Gatto del Kentshire. )

C. – Oh. Ops.

SdK – Eh…

C. – Ma… No, è che… È che…

SdK (cominciando a svanire) – Tranquilla, lo so benissimo. Non stai ripensando al romanzo. Non hai nessunissima voglia di riprenderlo in mano un’altra volta. Non hai nemmeno la più lontana ombra di nostalgia di noi. Tu, nostalgia? Figurarsi!

(Ciò che resta dello Spirito scompare con un “puf!”)

C. – Aspetta, sciagurato. Torna qui! Kit? Mastro Alleyn… Ned? Siete qui?

(Una risatella echeggia da direzione indistinta)

C. – Kit!

Voce Fuori Campo con Riverbero – Torna a scrivere il tuo play nuovo, o Clarina, che novembre passa e dicembre arriva. Non vorremmo mai e poi mai che Monsieur Maquet e compagnia cantante si rodessero il fegato…

(La Clarina lancerebbe volentieri qualcosa di pesante)

SIPARIO

Perfidi, Cattivi, Malvagi E Delinquenti

Questo sarà un post un tantino sconclusionato. Abbiate pazienza e fate conto che abbia dormito poco e che stia rimuginando per iscritto.Villains

Il fatto è che abbastanza spesso, parlando di libri e personaggi, salta fuori il discorso dei malvagi, questa essenziale popolazione letteraria, questa collezione di gente di assoluta indispensabilità narrativa e, spesso e volentieri, di notevole fascino.

Perché in realtà, se per avere una storia abbiamo bisogno di gente che vuole qualcosa e non riesce ad averla, che ne sarebbe delle storie, a chi interesserebbe degli eroi, se non ci fossero gli antagonisti a rendere tutto complicato e avventuroso?

E non so se sia una deformazione molto allarmante, ma non so fare a meno di pensare che sarebbe possibile raccontare a lungo di un Innominato non convertito – mentre Renzo&Lucia, senza l’Innominato &. C. a metter loro i bastoni tra le ruote, sarebbero interessanti come il piano di un tavolo di formica.

Per contro, quando è promosso a protagonista, il Villain tende ad occupare la scena con irresistibile prepotenza. Avanti, così al volo, ditemi chi sono i “buoni” in Riccardo III o ne L’Ebreo di Malta o nel Filippo… Nella migliore delle ipotesi dovete pensarci su – e forse non siete nemmeno certi che i “buoni” ci siano affatto.

Bisogna dire che, occupati ad essere magnanimi, candidi come ermellini e di gran cuore, per secoli i Buoni si sono trovati preclusi tutti quegli interessanti sentieri come ambizione, vendetta*, omicidio, arroganza, propensione all’intrigo, sete di potere, avidità o pura e semplice malevolenza – con tutti i tormenti annessi.

QuilpAncora a metà Ottocento, un relativamente inesperto e affannato Dickens se la cavava creando distribuzioni manichee che nemmeno all’opera, e non è che i lettori lo rincorressero nelle strade per riavere i loro soldi. Il nano Quilp è di una malvagità quasi barocca nella sua gratuità, nerezza e magniloquenza, ma ai nostri cinici occhi d’oggidì c’è un che di redeeming quality nel suo accanimento contro l’angelica, mite e moritura Little Nell. E non riusciamo biasimare del tutto Fagin e Sikes perché vogliono disfarsi dell’impenetrabilmente candido Oliver Twist, vero?

Or at least, I can’t. E quando dico queste cose alle conferenze le anziane signore in prima fila cominciano a guardarmi male, ma resta il fatto che Quilp e Fagin, pur non essendo il genere di malvagi con cui si simpatizza, sono personaggi più vividi, più interessanti e di molte spanne più divertenti dei rispettivi piccoli protagonisti. Il gusto con cui Dickens li ha scritti è evidente in ogni parola, a dispetto della semi-burattinesca bidimensionalità di un Quilp.

Nel caso di Fagin magari la faccenda è un po’ più complessa, ma di sicuro Dickens non stava facendo nessuno sforzo per rendere simpatico il personaggio – di certo non più di quanto Shakespeare volesse fare lo stesso con Riccardo III (che pure ha un suo notevole fascino), o Daphne Du Maurier con la terribile Mrs. Danvers. felipeii

Lo sforzo di comprendere il punto di vista del Villain è tutta un’altra faccenda. Mi verrebbe da citare il passaggio di Filippo II dal nigerrimo tiranno filicida e sadico di Alfieri al sovrano tormentato di Schiller, ma si potrebbe legittimamente sostenere che, se a Filippo cresce un’anima, è perché per Schiller (e ancora di più per Verdi all’opera) la vera malvagità va cercato all’indirizzo della Santa Inquisizione.

Comunque Filippo è tecnicamente un antagonista per il quale siamo autorizzati – se non addirittura invitati – a dispiacerci: un Atlante triste che porta sulle spalle il peso della Spagna tutta, un padre e marito con molte ragioni di dolersi, e guardate come va a finire la prima volta che si concede un affetto… Sarà anche un riprovevole e cieco tiranno, ma è un riprovevole e cieco tiranno in buona fede.

E c’è il fatto che narratori e lettori si smaliziano: da un lato si affermano gli eroi imperfetti e gli antieroi, al centro le distinzioni morali si fanno nebulose e dall’altro lato il Malvagio Perché Sì non basta più. Averla a morte con l’eroe e/o voler conquistare il mondo diventano manifestazioni di motivi più a monte e nuovi clichés si cristallizzano attorno all’antagonista. Trauma infantile, tragica vedovanza, guerra nel Vietnam, famiglia sterminata, rivalsa sociale, a volte anche le migliori intenzioni…

BarabasMurrayAbrahamQualche tempo fa, in un articolo sul Telegraph, Philip Hensher lamentava la scomparsa del buon vecchio Villain tradizionale, quello che trovava un gran gusto nell’essere malvagio, quello per il quale nuocere all’eroe era uno scopo sufficiente in sé stesso, quello cui la nobiltà d’animo del protagonista dava travasi di bile e/o crisi di cachinni.

Oh dove, si domandava Hensher, dove sono finiti i Richard, i Barabbas, gli Jago, i Quilp, le Mme de Merteuil? E si rispondeva che la genia è estinta, sepolta sotto valanghe di umana comprensione e political correctness…

Mah, non saprei.

Dopo tutto, il really villain Villain resiste e prospera nella narrativa per ragazzi e in svariati generi. E considerando i torti che subiscono Barabbas e Shylock, considerando la lealtà feroce e mal ripagata di Redgauntlet, o considerando il fratello e la sorella di Mme Defarge, mi sembra difficile vedere nel Malvagio Con Un Buon Motivo qualcosa di diverso dal discendente di una lunga stirpe.

E comunque state leggendo il blog della donna che ha un debole per Richard, per Jago, per Rupert von Hentzau, per il Conte di Luna, per Steerforth, per Silver, per il Satana di Milton – e ha sempre trovato che avessero tutti delle ottime ragioni per quel che facevano. O quanto meno, del tutto plausibili. O, se non sono del tutto plausibili, fa lo stesso. Che diamine, stiamo parlando di letteratura, e i Malvagi, diciamocelo, si dividono in due categorie: gli altri, e quelli con tanto fascino da chiuderci il buco nell’ozono.

E talvolta dirottarci un libro.

E voi? Come vi ritrovate, in fatto di Villains?

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* Be’, quella magari non sempre – ma per secoli i vendicatori non sono andati a finire particolarmente bene, nemmeno quando si supponeva che avessero tutte le ragioni. Amleto, per dire…

Nov 6, 2017 - teatro    No Comments

Mito e Psiche: Chorus!

ChorusCoro, stasera.

Quella gente che se ne sta a margine dell’azione – o nel mezzo. Che vede, osserva, commenta, chiede, racconta, inorridisce… O che sghignazza e provoca nella commedia (come le mie predilettissime Rane – brekekekex koàx koàx!) ma, di qualunque colore e predisposizione sia, fa da tramite tra noi spettatori e ciò che accade in scena – o, parlandosi di ciò di cui parliamo, fuori scena.

Coro tragico, stasera. Coro euripideo: le Troiane travolte dal sangue e dal fuoco in cui è crollato il loro mondo, in attesa che il loro lutto collettivo si sgrani in destini individuali di esilio e schiavitù – e, in qualche caso, altro sangue. Qui il coro non è un osservatore: può non aver combattuto, ma era nella città messa a ferro e fuoco, e ne è stato travolto nel meno fisico e più profondo dei modi. Questo coro di superstiti, di vedove, di madri orbate, di orfane e sorelle, è un’incarnazione del lutto universale. Ciò che la storia, la guerra e l’epica si lasciano dietro.

Meno mito, a ben vedere, e più umanità: fidiamoci di Euripide, per questo genere di cose…

attese2E a questo lamento postapocalittico, Mario Zolin accosta e contrappone la quiete sospesa de Il Marinaio di Pessoa.  Una veglia funebre, un sovrapporsi quieto di voci femminili, l’attesa piccola dell’alba e l’attesa indefinita che ha gli echi di un sogno – e, fuori, il mare per confine.

È un gioco raffinato di specchi e di scatole cinesi, di paure speculari, di attese di tutto e nulla, di passato distrutto e futuro indefinito… e tutto è vissuto in coro: da un lato il coro dolorosamente compatto dell’antico Euripide, fuso insieme come le figure di un fregio; dall’altro il coro sciolto del moderno Pessoa, come una manciata di candele accese in una stanza.

A sipario chiuso, poi, la dottoressa Valentina Melli e il dottor Luciano Negrisoli scaveranno con noi quei temi di coscienza e individualità che sono cambiati così tanto e così poco negli ultimi venticinque secoli o giù di lì.

Al solito – e davvero: venite presto, perché il Teatrino si riempie al volo!

Focus

CreativeWritingNowSiccome sono malsana, quando sono bloccata – invece di andare a fare quattro passi per schiarirmi le idee o fare una torta o telefonare a un’amica – mi metto a gironzolare per la Rete in cerca di scribacchinerie. È così che mi sono imbattuta in Creative Writing Now, un sito curioso sotto molti aspetti. Offre suggerimenti e tecniche più sensati e meno esoterici della media, non spende paginate intere a spiegarvi quanto sono bravi, iperqualificati e superpubblicati coloro che curano il sito e, se tenta di vendervi qualcosa, lo fa con ragionevole garbo… Non male.

A conquistarmi davvero, però, è stato questo suggerimento, che vi passo pari pari, limitandomi a tradurlo:

CONCENTRA LA TUA ATTENZIONE

Dedica una giornata a concentrarti su uno solo dei tuoi sensi – olfatto oppure udito. Oppure, per un giorno, bada non tanto agli oggetti, quanto alle loro ombre e ai loro riflessi. Per un giorno, osserva in dettaglio le mani delle persone, la differenza nell’aspetto, nei movimenti, nel modo di gesticolare. Oppure, nota per una giornata i diversi modi in cui la gente cammina. Concentrare la tua attenzione ti condurrà a nuove scoperte.

FocusNon so voi, ma sono rimasta folgorata, e voglio, voglio, voglio farlo! È ovvio che osservare i particolari fa parte non tanto del mestiere quanto della deformazione mentale dello scrittore, ma una giornata intera di attenzione focalizzata è qualcosa a cui non avevo mai pensato. Tra l’altro, ciascuno ha il suo campo d’elezione, da questo punto di vista: personalmente tendo a notare molto i suoni, le voci e la musica, mentre sono piuttosto vaga in fatto di immagini e odori. Sono certa che potrei beneficiare molto da giornate visive o olfattive.

Reitero il concetto: voglio, voglio, voglio farlo. Magari in una giornata che non passo chiusa qui dentro e inchiodata al computer – but still.

Ott 30, 2017 - grillopensante, teatro    No Comments

Mito e Psiche: Edipo

E dopo Medea, Edipo.

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Dopo una storia terribile di madri, è la volta di una storia di padri – e di figli. Non meno forte – ma molto diversa.

FireCi sono tragedie che si consumano in un giorno, e altre che invece bruciano lentamente attraverso i decenni e le generazioni. Storie di segreti lentamente rivelati, di menzogne che si scavano lentamente una via verso la luce, di crimini inconsapevoli, di ragione sopraffatta… e sopra tutto il destino e gli dei: può l’uomo sottrarsi, disobbedire, tracciarsi da sé una strada diversa?

Edipo e i suoi ci provano, cercano il modo di aggirare oracoli e maledizioni… Non finisce bene. Non poteva finir bene, una storia così, venticinque secoli orsono – quando gli dei erano vendicativi e il fato irrevocabile, e la ribellione umana prendeva il nome di hybris, combinazione di orgoglio, tracotanza e disobbedienza originaria. Curse

E la prima colpa non è nemmeno quella di Edipo, a ben pensarci. Edipo nasce già maledetto, a causa delle intemperanze di suo padre Laio – che prima si guadagna una maledizione che coinvolge la prole ipotetica, poi sfida gli dei in proposito e poi crede di uscirne con un altro delitto… Avete presente Stevenson, e le storie che iniziano a finir male dalla prima pagina? Ebbene, Edipo inizia a finir male prim’ancora di cominciare – e poi peggiora: parricidio, incesto, fratricidio, stupro, infanticidio, blasfemia, disobbedienza, ribellione… Non c’è legge umana, divina o morale che Edipo e famiglia non infrangano…

Untitled 5Questo mito crudele non poteva sfuggire all’attenzione dei tragediografi, vi pare? E infatti ne scrissero tutti. Eschilo, Sofocle ed Euripide dedicarono una trilogia ciascuno al cosiddetto Ciclo Tebano – solo che non tutto è rimasto. E di quel che abbiamo, ho scelto di fare un collage, una sorta di caleidoscopio tragico, prendendo dall’Edipo Re e dall’Edipo a Colono di Sofocle, dai Sette Contro Tebe di Eschilo, dalle Fenicie di Euripide, da quel che si sa delle tragedie perdute… Il risultato è un succedersi di maledizioni e colpe, orgoglio sfrenato, inganni e vendette e conflitti generazionali che non inizia né finisce con Edipo. La stessa vena di orgoglio, violenza, superbia e irriducibile caparbietà si riconosce in Laio, Edipo e Polinice – ereditata col sangue di padre in figlio, in una simbolica genealogia di ferocia che si snoda sotto gli occhi inorriditi del coro.

A dar vita e voce a tutto ciò saranno Diego Fusari, Nicholas Ghion, Alessandra Mattioli, Loredana Sartorello e Adolfo Vaini, con le musiche originali di Nicola Martinelli e le luci di Giorgio Codognola. E dopo la lettura, il dottor Alberto Romitti, di Freudiana Libera Associazione, analizzerà quei tormenti, impulsi e paure che, da quest’antichissima saga familiare, sono giunti a noi attraverso i millenni.

Che ne dite, vi aspettiamo questa sera al Teatrino? La serata inizia alle 21 – ma vi consiglio vivamente di arrivare per tempo, perché i posti non sono tantissimi e si riempiono presto. L’ingresso è gratuito senza prenotazione.

A stasera – a caccia di quelle cose che non cambiano troppo attraverso i secoli…

 

 

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