Pesca al Libro

RanePescatriciIn questi giorni, insieme a un gruppo di anziane signore, meno anziane signore e ragazzini volonterosi, dò una mano con la pesca  benefica del villaggio. Sposto notevoli quantità di oggetti di vetro e ceramica, batto al computer tabelle excel contenenti lunghe liste di premi e la sera, seminascosta dietro una pianta verde, sto di sentinella alla Posizione Huston*. Un tempo aiutavo con la distribuzione – ma è una cosa che richiede – a parte una combinazione di fermezza, sense of humor e faccia tosta – molta, ma molta più pazienza di quanta io ne possieda. Per cui, da qualche anno in qua, faccio il Risolutore di Problemi, e tutti viviamo più felici. Ogni anno è una settimana abbondante di lavoro a tempo pressoché pieno: è faticosetto, ma ridiamo un sacco e raccogliamo fondi per una buona causa.

Ora, tra i premi c’è un certo numero di libri – bizzarramente assortiti, lo ammetto – e una delle cose divertenti è vedere le reazioni del pescatore medio alla vista di un parallelepipedo di carta. Dal repertorio di ieri sera:

- Quarantenne abbronzatissimo, di fronte a La Ricerca della Felicità: La vacca! Ho vinto un libro? E che cosa me ne faccio, signorina? E poi guardi, sono già fin troppo felice così.

- Madre di famiglia: Me lo cambia, per favore? Con quello che vuole, magari con qualche spugna, che quelle sono sempre utili.

- Anziana signora, di fronte a La Vita di Madre Teresa: Ma non ce l’ha Padre Pio? No? Solo questo? Allora, magari, una vita dell’altro Papa? Ah no? Solo Madre Teresa? Peccato. E della Madonna di Lourdes?

- Giovane coppia in attesa della prima bambina, di fronte a Il Diario di Anna Frank: Oh, che bello, il primo libro per Aurora…

- Giovane madre, davanti a una versione a fumetti de Le Avventure del Barone di Munchausen: Guarda, amore**! Il barone di Mànchiusen!

E il più pittoresco di tutti:

- Signore di mezz’età dall’aria rustica anzichenò (in idioma locale): Be’, e questo che cos’è?!    Fanciullo che gli ha appena messo davanti un libro***: Un libro…

Naturalmente sto tralasciando tutta la gente che invece è felice di vincere un libro, oppure finge in modo più o meno convincente di esserlo, oppure non lo è e non finge, però non protesta – ma quelli non sono pittoreschi.

Chiuderò dicendo che anche noi dello staff compriamo sempre qualche biglietto (sperando di non vincere i premi importanti, perché non farebbe un bel vedere). In fatto di libri, la pesca di mia madre e mia quest’anno è stata magrolina:

- Borges, Il Manoscritto di Brodie. Raccolta di racconti tardi. Forse alcuni li possiedo già – ma non è detto. Se sono fortunata, magari, è una traduzione diversa. Non ho ancora controllato.

- Stout, Un Natale di Paura, se ben ricordo. Ogni tanto un po’ di Nero Wolfe si legge volentieri.

In più c’è un volumetto illustrato dal titolo Annibale Vincitore, più o meno la II Guerra Punica spiegata ai fanciulli. Mi piacerebbe dire che l’ho pescato e che è un chiarissimo segno del destino, ma in realtà le mie adorabili compagne di pesca l’hanno tenuto da parte per me. Dite che sia un brutto segno se metà del villaggio comincia ad essere a conoscenza delle mie ossessioni?

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* As in “Abbiamo un problema…”

** Il mio avvocato dice che adesso i bambini si chiamano tutti Amore. In effetti, ieri sera ce n’erano proprio tanti, di Amore…

*** Dalla Postazione Huston, che – come dicevasi, è parzialmente nascosta dietro un’enorme pianta verde, non sono riuscita a capire di che libro si trattasse – e, interrogato in proposito un po’ più tardi, il fanciullo lapalissiano non ricordava. Per cui non so dire se autore e titolo fossero rilevanti rispetto alla reazione. Peccato…

 

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ago 26, 2016 - gente che scrive    No Comments

Ritratti Per Iscritto – E Altri Disastri

Credo che uno dei modi più efficaci e sicuri di mandare al naufragio vecchie amicizie e inacidire rapporti famigliari sia ritrarre qualcuno per iscritto.

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, juliet barker, george richmondPerché in teoria l’idea di ritrovarsi in un romanzo può sembrare lusinghiera, ma in pratica nessun personaggio è sospeso nel vuoto e lo scrittore medio ha questa sciagurata tendenza a modellare i suoi ritratti sulle necessità narrative. Prendere con equanimità le proprie caratteristiche e intenzioni ritagliate per accomodare il gioco di contrappesi e funzioni all’interno di un romanzo è un esercizio che richiede sense of humour e sicurezza di sé in dosi industriali. Dosi non diffusissime, a quanto pare, nell’Inghilterra di Charlotte Brontë…

Ma d’altra parte, possiamo anche dire che Charlotte (di cui, tra parentesi, quest’anno ricorre il bicentenario della nascita) possedeva un talento raro per questo genere d’incidenti – un talento coltivato per tutta la sua carriera di scrittrice con una pervicacia che dà davvero da pensare.

All’inizio probabilmente era una combinazione di candore e fiducia malriposta negli pseudonimi. Sapete che Jane Eyre vide la luce sotto lo pseudonimo semi-maschile di Currer Bell, e per qualche tempo i critici scandalizzati attribuirono il tutto a qualche ineducato giovanotto del nord, magari un operaio con notions above his station.

Poi un giorno la servetta di casa Brontë se ne arrivò paonazza e scombussolata, con la notizia che il villaggio era in tumulto, scosso dalla notizia che Miss Charlotte su alla canonica aveva scritto Jane Eyre!

Charlotte cadde nel panico – e non aveva tutti i torti. All’improvviso parecchia gente di Haworth, Keighley e dintorni si scoprì con scarso divertimento tra le pagine del libro, per non parlare della scuola di Cowan Bridge, ritratta in modo assai men che lusinghiero sotto il nome di Lowood School. Fu un mezzo scandalo, seppur di portata locale. Saluti tolti, chiacchiere, lettere furibonde… tutte cose che Charlotte non era fatta per ignorare allegramente.

Verrebbe da pensare che dovesse imparare la lezione – e invece no. charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, william thackeray, juliet barker, george richmond

In realtà, la dedica della seconda edizione di JE fu senz’altro un incidente, ma bastò a surgelare sul nascere la sua nuova amicizia con William Thackeray. Thackeray, scrittore che Charlotte ammirava enormemente, aveva fatto del suo meglio per introdurre in società la timidissima nuova stella letteraria. Il successo era stato men che moderato, ma Charlotte era grata – e per dimostrarlo gli dedicò la seconda edizione di JE.

Peccato che anche Thackeray avesse una moglie pazza e rinchiusa – come Bertha Mason, se si esclude il fatto che tutta Londra lo sapeva. E tutta Londra pensò che Charlotte si fosse ispirata a Mrs. Thackeray per Bertha. E poi tutta Londra, con una certa dose di malignità, fece qualche genere di duepiùdue: ma allora, se Thackeray era Mr. Rochester, e Charlotte era Jane…

Ops.

Imbarazzo sesquipedale per tutti quanti, nonché raffreddamento artico dei rapporti con il dedicatario e la sua famiglia. E se è vero che Charlotte poteva non saperne nulla, viene da domandarsi a che cosa pensasse il suo editore George Smith, quando le permise di aggiungere la dedica senza spiegarle perché non era una buona idea…

Ma forse Charlotte era più tetragona di quanto pensiamo, perché due anni dopo, con Shirley, rieccola lì a recidivare. Probabilmente, se non fosse morta durante la stesura, Emily non avrebbe avuto nulla da ridire sull’adorante ritratto idealizzato che Charlotte le aveva dedicato nella protagonista – anche se, trattandosi di Emily, non si sa mai… Chi ci rimase male fu l’amica d’infanzia Mary Taylor, al cui padre era ispirato l’industriale Hiram Yorke. Né si divertirono particolarmente i curati dei dintorni, satirizzati con velenosa sottigliezza sotto il trasparentissimo velo di un cambio di nomi.

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, william thackeray, juliet barker, george richmondNon è dato sapere che cosa pensasse di tutto ciò il più scritto e riscritto tra i modelli di Charlotte, l’adorato e immancabile professore belga Constantin Héger. Se Mr. Rochester è un incrocio tra l’eroe gondaliano Zamorna e qualche tratto hegeriano, Louis Moore, William Crimsworth e Paul Emmanuel sono tutti ritratti – da poco a pochissimo adulterati, mano a mano che Charlotte matura oltre la necessità di avere un protagonista maschile bello.

In Villette, poi, la faccenda torna ad assumere proporzioni altamente imbarazzanti. C’è un professore belga piccoletto, fiammeggiante e carismatico – Héger to a tee. Poi c’è la direttrice della scuola, una donna fascinosa e intrigante, decisa a tenere per sé il professore, che pure è innamorato dell’Inglesina autobiografica – e questa è la moglie di Héger, trasformata in strega cattiva. E poi c’è il giovane e bel medico inglese di cui l’Inglesina crede di infatuarsi per un po’ – e qui torna in scena George Smith, il giovane e bell’editore di Charlotte, più che un po’ preso della sua autrice. Forse vi ho già raccontato di come Smith seguisse con trepidazione la stesura di Villette, raccomandando caldamente di far convolare la protagonista e il dottore. E Charlotte? Charlotte tenne il povero Smith sulla corda per mesi, con una serie di lettere che erano capolavori di finta-falsa-timidezza, e con un’abbondanza di tormenti psicologici e ripensamenti della protagonista Lucy Snowe. Poi alla fine mandò il dottore all’altare con un’altra fanciulla di carta, non prima di avere dato a Lucy ottime ragioni per rimanere fedele al (forse defunto) professor Emmanuel.charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, william thackeray, juliet barker, george richmond

E francamente non si stenta a capire perché Smith ci rimanesse men che bene. Chissà se fosse una vendetta per l’incidente Thackeray… Di sicuro, se non era una vendetta deliberata, era una nemesi poetica piuttosto feroce: Smith aveva lasciato che Charlotte s’imbarazzasse pubblicamente per iscritto con Thackeray, ed eccolo rifiutato nella più pubblica delle maniere e presentato a legioni di lettori come un giovanotto fascinoso ma, alla fin fine, egocentrico e fatuo…

E in realtà, agli occhi di noi posteri lettori di biografie, non ne esce troppo bene nemmeno Charlotte, con la sua ossessione più che decennale, a meta strada tra la mania e lo stalking. E davvero, sarebbe interessante sapere che cosa ne pensassero gli Héger, marito e moglie.

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, william thackeray, juliet barker, george richmondComunque, alla fin fine, Charlotte si liberò dei suoi fantasmi belgi – almeno quanto bastava per sposarsi. È bizzarro pensare che lo sposo, Arthur Bell Nichols, curato del reverendo Brontë, era stato forse l’unico personaggio ritratto in Shirley a non prendersela affatto. Anzi, si riportano storie di stentoree risate provenienti dalla sua stanza durante la lettura dei capitoli sui curati… E magari è una di quelle leggende brontiane fiorite grazie alla biografia fantasiosa di Mrs. Gaskell, ma mi piace pensare che sia vero, e che Nichols avesse quella sicurezza e quel sense of humour di cui dicevamo prima.

Forse era quello che ci voleva per sposare una creatura complicata come Charlotte Brontë.

E voi, o Lettori? Scrivete “dal vivo”? E vi piace(rebbe) essere ritratti per iscritto?

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ago 24, 2016 - Vitarelle e Rotelle    No Comments

Non saprei da dove iniziare…

“Non saprei da dove iniziare,” disse Alice.

“Sciocchezze!,” disse la Regina di Cuori. “Non c’è nulla di più semplice: inizia dal principio e, quando sei arrivata alla fine, fermati.”

AliceandtheQueenQuesto è tratto (molto a memoria e, probabilmente, con scarsa precisione) dalle Avventure di Alice, di Lewis Carrol, ed è uno dei più solidi consigli che si possano dare o ricevere in fatto di narrazione. O lo sarebbe, se fosse sempre evidentemente qual è il principio di una storia. Il principio giusto. Invece, il mondo essendo quel che è, iniziare una storia è davvero un patema. Anche ad avere (o credere di avere) ben chiaro il punto preciso da cui si vuole iniziare, avete presente quello schermo bianco, quel cursorino che lampeggia…?

E la consapevolezza che l’inizio è fondamentale non è certo d’aiuto. E sì, sappiamo tutti che poi tanto l’inizio è l’ultima cosa che si scrive, che potremo sempre sistemarlo più avanti, che in tutta probabilità lo decapiteremo anyway… Tutti lo sappiamo, tranne la nostra Cinciallegra Interiore, che per tutto il tempo ci saltella su e giù nella testa, cinguettando nervosamente: Avanti, forza: scrivi la parola, la frase, il paragrafo da cui dipenderà il fato di tutto il racconto/saggio/romanzo! E che ci vorrà mai, in fondo?

Ebbene, parlando di solidi consigli, Lazette Gilford, in quel favoloso workshop permanente che è Forward Motion, suggerisce questa tecnica:

DOVE? CHE COSA? CHI? DIALOGO!

Prima di tutto, atmosfera

La luce della piena estate filtrava obliqua e dorata tra le fronde, e l’aria vibrava del brusio delle cicale.

Poi, qualcosa – qualcosa*:

L’ombra non era molto grande, e sarebbe parsa un capriccio della luce pomeridiana, se solo fosse stata ferma. Invece scivolava dietro i cespugli, si allungava dietro i tronchi caduti, sussurrava tra i rampicanti, pareva svanire nel folto degli alberi, e un istante dopo rieccola, agile e scura e liscia, appena giù dal sentiero.

E adesso è davvero ora che compaia qualcuno:

Cappuccetto Rosso ebbe l’istinto di stringersi nella mantellina scarlatta, nonostante il caldo, ma si fermò e scrollò le spalle. Che sciocchezza avere paura del bosco in una giornata così bella, si disse. Strinse più forte il manico del cestino con le frittelle, e riprese il cammino con l’aria più baldanzosa del suo repertorio. Tutt’a un tratto, l’ombra uscì da un cespuglio di nocciolo, dieci passi avanti a lei, e si sedette accanto al sentiero, fissandola con occhi gialli e scintillanti. A Cappuccetto Rosso il cuore balzò fra i denti.little-red-riding-hood-tehrani-anthropology_73840_600x450

Infine, sentiamo qualche voce:

Che diamine, Messer Lupo!” sbottò la bambina. “È la maniera di arrivare addosso alla gente?” Il Lupo si passò la lingua sui denti affilati come rasoi. “Ti ho fatto paura, bambina?” domandò. “Manco un po’!” brontolò Cappuccetto Rosso. Il Lupo fece una smorfia, come se gli fosse andato qualcosa di traverso. “Ah, immagino che solo le bambine coraggiose se ne vadano in giro per il bosco da sole,” disse. Cappuccetto Rosso aprì la bocca per rispondere, e poi la richiuse. Si era appena ricordata che Mamma le aveva raccomandato di non parlare con nessuno. Il Lupo non ebbe l’aria di prendersela, e dondolò pigramente la coda un paio di volte, come per scacciare le mosche. “E chissà dove va di bello, questa bambina coraggiosa?” mormorò, alla maniera di chi rivolge a sé stesso una domanda oziosa. Capuccetto Rosso serrò la bocca ancora più forte, fece una piccola riverenza, perché aveva buone maniere con tutti, e riprese la sua strada.

Ad essere sinceri, mi sono sempre chiesta che bisogno avesse il Lupo di fare conversazione con CR, lasciarla andare, correre dalla Nonna e montare la sciarada che si sa… Ma sorvoliamo su questa spinosa questione e notiamo invece che, senza parere, abbiamo iniziato una storia. Se volessimo fare le cose per bene, finiremmo la scena con qualche abile domanda del Lupo, e con CR che, pur credendo di mantenere la sua consegna del silenzio, si lascia sfuggire la sua destinazione… ma fa lo stesso, credo che il principio sia chiaro, a questo punto: se proprio non si sa da dove iniziare, un posto, un qualcosa**, un personaggio e una chiacchieratina possono servire al caso.

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* Come qualcuno (mi pare che sia il Sergente, ma potrebbe essere anche un soldato) dice al Capitano nordista in The Gray Sleeve di Stephen Crane.

** Forse vale la pena di specificare che questo qualcosa, in definitiva, corrisponde all’introduzione del conflitto…

ago 22, 2016 - teatro    No Comments

La Maschera di Rame (Atto II)

Untitled 3Ci eravamo lasciati sulla bocciatura della povera maschera veneziana, ricordate? Con G. che vuole una maschera greca e la Clarina che non è per niente d’accordo…

“Il pubblico deve capire che sei un coro greco!”

“Ma è proprio questo, il punto! Non sono affatto…”

Eccetera, eccetera, eccetera.

E, se la prima fiammeggiante reazione è “e allora niente maschera”, poi mi metto a strologarci su. Perché in realtà G. ha ragione, e l’idea della maschera mi piace più di quanto sia disposta ad ammettere. Ma non greca. Semmai voglio una maschera enigmatica, tra l’atemporale e il vagamente elisabettiano… Come si fa in questi casi, mi metto a caccia su e giù per la Rete, e trovo un’infinità di cose bellissime e niente di straordinariamente pratico. Tre conclusioni però le raggiungo: voglio che sia color rame, voglio che copra solo parte del viso (à la Phantom of the Opera) e voglio che sia montata su una bacchetta.

Ed è a questo punto che entra in scena Alchemilla.Untitled 16

Alchemilla, come R., come F., come tutto il mio immediato circolo di amici e famigliari, è una santa. Tutti costoro hanno sopportato con allegra pazienza i mesi di avvicinamento a SiW, gli alti e bassi, le mie crisi di terrore, le prove, i litigi e tutto il resto. Per cui, quando over tea le racconto dei miei guai con la maschera, Alchemilla sa da dove arriviamo. E, meraviglia delle meraviglie, ha le idee più chiare di me su dove andare.

“Una maschera si fa,” mi rassicura. E comincia a meditare di forme, di carte speciali, di colori acrilici… Io annuisco e intanto penso che non ce la farò mai, perché – con la misteriosa eccezione di dicembre – ho la manualità di un paguro. Alchemilla osserva, sorride e viene in soccorso degli afflitti.

Untitled 1“Tu procurati il materiale e cerca qualche immagine,” dice. “Quando torno dalla montagna ti aiuto io.”

E mentre lei sgambetta su e giù pei declivi erbosi, io metto insieme una mascheruolina provvisoria – carta colorata in doppio spessore e una cannuccia ricoperta di nastrino – e comincio a portarmela alle prove, e… Ora, non so se ve l’avessi detto, ma questo per me era un ritorno alle scene dopo molti, molti anni. Fino a qualche anno fa mi capitava ogni tanto di coprire qualche ruolettino minorissimo in caso di necessità, ma poi avevo smesso anche quello – e comunque, ridendo e scherzando, erano vent’anni che non recitavo una parte vera e propria. Per cui ero terrorizzata, malcerta e rigida come un rastrello, e niente affatto certa di non bloccarmi… Ma, nel momento in cui ho cominciato a usare la mascheruola provvisoria, ecco il miracoletto: il Coro trova se stesso, e io comincio a sentirmi più sicura.

Evviva – e nel frattempo  continuo a cercare immagini a diritta e a mancina – nell’idea di accogliere 2-trifaccia-dipinta-maskAlchemilla, al suo ritorno, con delle idee ragionevolmente chiare.  Solo che poi… sappiamo tutti com’è la rete, vero? Quando Alchemilla ridiscende a valle, la mia collezione  comprende una dozzina abbondante di possibilità che più diverse tra loro non potrebbero essere – dalla maschera trifronte alla colombina classica, passando per il Fantasma dell’Opera  e le filigrane… e alla prima manca meno di una settimana.

E… fine dell’atto secondo.

Riuscirà Alchemilla a venire a capo delle incertezze della Clarina? A tradurre i suoi voli pindarici in qualcosa di umanamente realizzabile – mentre il tempo scorre e la prima si avvicina? Non perdete il terzo e ultimo atto de… La Maschera di Rame!

ago 19, 2016 - anglomaniac, angurie    No Comments

L’Ora del Tè

 

Oggi sono in una disposizione d’animo particolarmente nonsense – e non ho avuto nemmeno la metà di una ragionevole quantità di tè…

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“Vuoi ancora del tè, mia cara?”

“Come posso volerne ancora, se non ne ho avuto affatto?” chiese Alice.

Ecco, non è che non ne abbia avuto proprio affatto – ma rende l’idea.  E quanto mi piacciono le illustrazioni di Arthur Rackham

La Maschera di Rame (Atto I)

Red-Masquerade-Eye-MaskParlando di cappelli, avevo accennato alla maschera, nevvero?

Ebbene, eccoci qui: oggi maschera.

Dunque, dovete sapere che il Coro è una sorta di voce narrante. Una. “Non un coro: il Coro,” mi sono divertita a rispondere a più di un perplesso nel corso degli ultimi mesi.  “Come un Coro Greco ma non un Coro Greco. Un Coro Elisabettiano. Una persona sola.”

È una soluzione  antica e blasonata per la necessità di cucire insieme eventi, tempi o faccende diverse, riassumere e spiegare senza averne troppo l’aria, et caetera similia. E SiW, mescolando fette di almeno tre drammi storici e due sonetti, di un legante aveva proprio bisogno. Non dico che non si sarebbe potuto fare diversamente – ma ho fatto così: un Coro.

E del Coro non sono troppo insoddisfatta. Come poi sia finita a recitarlo io è un’altra faccenda – ma tant’è. E presto, prestissimo, è stato chiaro che volevamo una messa in scena sobria e minimale: tutti in costume rigorosamente nero, con un elemento di colore a distinguere il Coro. Perché il Coro non è un personaggio in senso stretto e, come si diceva, non è qualcuno: è qualcosa. Qualcosa di onnisciente, atemporale e più che un po’ crudele, che osserva, racconta e talvolta muove i personaggi. Quindi andava distinto in qualche modo. p187983_1

Il mio primo pensiero era stato una stola. Una stola color rame, molto lunga, da potersi indossare e usare in molti modi diversi mano a mano che il Coro attraversava le sue varie funzioni… E per un po’ abbiamo provato così, ed è parso che andasse ragionevolmente bene – finché, una sera, G. la Regista mi guarda per bene, aggrotta la fronte e mi chiede che cosa intendo usare come elemento speciale del Coro.

Io alzo una stola e un sopracciglio, e G. storce il naso.

“Quella roba lì da mezza sera? Hmf.”

58f928516d69d368489c0fd4796121b4Ora, tra una cosa e l’altra sono quasi venticinque anni che faccio teatro con G. e ho imparato a non dire quasi mai cose come “Ma se ancora ieri hai detto che andava bene!” Tuttavia mi sono affezionata alla mia stola, e potrei dar voce all’Obiezione Che Non Si Fa, se G. me ne lasciasse il tempo.

Ma non me lo lascia. “No, sai che cosa ti ci vuole? Una maschera. Una di quelle maschere greche meravigliose. Non sei un coro, tu?”

Spiego che no, non sono un coro – sono il Coro. E comunque sono il Coro Elisabettiano, e non un Coro Greco… G. dice “sciocchezze”; io dico “niente affatto”; G. dice “procurati una maschera greca”; io dico “nemmeno per idea”; G. dice che sono sempre stata troppo cerebrale per il mio bene e piena di resistenze (o qualcos’altro allo stesso effetto) e che comunque lei vuole una maschera greca – e le prove non finiscono proprio nello spirito migliore, e me ne vengo a casa di umor ribelle. Una maschera greca – figuriamoci…! Untitled 5

O quanto meno, parto di umor ribelle. Epperò, più guido e sbollisco il nervosismo, più l’idea della maschera mi pare degna di considerazione. Di certo è più significativa di una stola. Rimuginon-rimuginoni me ne arrivo a casa, e dissotterro una bautta comprata a Venezia, mezza bianca e mezza nera. “Ecco il Coro!” penso tra me – e l’indomani ne metto a parte G. per telefono.

“Banale,” è il verdetto. Cercati una maschera greca.” Fuoco e fiamme: sono forse un Coro Greco, io? E qui potete immaginare una ripetizione pressoché verbatim della discussione di due paragrafi più sopra. Una maschera greca, forsooth!

E… Sipario! Fine dell’Atto Primo. Luci di sala, intervallo, brusio, calicetti di vin bianco nel foyer.

Come andrà a finire? G. e la Clarina troveranno un accordo? Coro Greco o Coro Elisabettiano? Ci sarà una maschera affatto? Non perdete il prossimo appassionante episodio de… La Maschera di Rame.

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ago 15, 2016 - angurie, musica, tradizioni    No Comments

(Tardivamente) Acchiappa una Perseide

CAFSAllora, no – non ero sparita, e nemmeno in vacanza. Almeno non in senso stretto: il fatto si è che, come a volte accade, sono rimasta chiusa fuori dalla Rete per qualche giorno – hence l’assenza.

“Un segno! Un segno!” ha decretato R., e non negherò di averne approfittato per recuperare un po’ di sonno e leggere (gasp!) di giorno… Ma adesso sono tornata e, per prima cosa, onoriamo le buone vecchie tradizioni, perché S. Lorenzo è passato mentre io vagolavo senza rete, giusto?

E allora, quest’anno Catch a Falling Star nella versione molto, molto, molto Sixty-ish di Françoise Hardy:

Che poi, voi le avete viste le Perseidi? Io sì, e tante, nonostante le temperature notturne assai men che stagionali e tanta umidità da nuotarci. Al che probabilmente devo l’incantevole mal di gola in corso. Ah well, passerà.

Intanto buon Ferragosto, o Lettori.

Vita, Letteratura, Letteratura, Vita

Ed ecco un’altra osservazione interessante: rispetto alla letteratura, la vita è molto più irregolare, incoerente, variabile, piena di tediosi dettagli. E adesso un pensiero bizzarro: magari la  vera vita – vale a dire il suo modello di costruzione, l’insieme delle sue unità di misura – è la letteratura, mentre la cosiddetta vita è soltanto un abbozzo, una via d’approccio, uno schema generale e, nella migliore delle ipotesi, una prima stesura. Parola d’onore: a volte la letteratura sembra la bella copia, e la vita una brutta copia – e nemmeno la più utile che si possa immaginare.
Vyacheslav Pyetsukh, The New Moscow Philosophy.

nmp_cover_v10E questa, abbiate pazienza, era la mia traduzione impromptu di una traduzione inglese, perché non mi risulta che VP sia stato tradotto in Italia.

Specificato ciò, il concetto è intrigante, seppure non nuovissimo. Ricordo di avere letto molti anni fa un racconto di Karen Blixen (mi piacerebbe ricordarmi quale, ma è passato davvero tanto tempo e il libro era in prestito) in cui un personaggio sosteneva che l’umanità non è l’oggetto della creazione divina, ma solo un mezzo. Essa esiste perché al suo interno nascano, facciano esperienza, e lavorino poeti e scrittori – il cui mestiere è quello di distillare tutta quella materia informe e caotica in personaggi letterari, prodotto finale della creazione.

letteratura, vyacheslav pyetsukh, karen blixen, balzac, tolkien, tennessee williamsE qui si potrebbero citare in ordine sparso Tolkien, secondo cui gli scrittori sono gente con il complesso della subcreazione; e Balzac con la sua convinzione che la letteratura dovendo essere non vera, ma verosimile, non possa permettersi le bizzarrie, le incoerenze e le coincidenze che abbondano nella vita; e Randy Ingermanson, che definisce il dialogo letterario come pesce già sfilettato – senza parti inappetibili; e Sweet, secondo cui la vividezza dell’arte sbaraglia sempre la realtà; e tutti gli innumerevoli scrittori che ripetono all’infinito come in letteratura non trovino posto la casualità, mancanza di senso e generale insipidezza di quella che Pyetsukh chiama “la cosiddetta vita”.

Lvyascheslav pyetsukh,karen blixen,tolkien,balzac,tennessee williamseggevo di recente di un’autrice alle prese con un dilemma: un personaggio storico di cui le piacevano nome, personalità e occupazione: prese individualmente, le tre cose erano perfette per il suo romanzo – ma non stavano bene combinate insieme. Così ha diviso il signore in questione in due: da un lato nome e occupazione per il protagonista, dall’altra personalità e intolleranza religiosa per un altro personaggio. È un piccolo caso da manuale, perché a differenza della vita, la letteratura non spreca un nome da romanzo per un puritano di mezza età senza la stoffa del protagonista. Il fatto che il nome in realtà appartenesse al puritano? Fa nulla.

Fa nulla, perché per tutti gli scrittori – in maggiore o minor misura, più o meno consciamente – vale quello che Tennessee Williams fa dire a Blanche in A Streetcar Named Desire:

Non cerco il realismo, cerco la magia. Sì, sì, ecco che cosa cerco di dare alla gente: la magia. E sì, deformo i fatti, ma io non dico la verità – dico quel che dovrebbe essere la verità.

E d’altra parte, persino il realismo più estremo interviene sulla realtà – non foss’altro che fissandone una visione specifica, in un dato StreetCar Blanchemomento, in date condizioni, attraverso un dato punto di vista. Il che, probabilmente, non vale soltanto per la letteratura, ma per tutte le forme d’arte. Vera vita? Non lo so. Creazione divina indiretta? Poetico e un po’ stiracchiato. Necessità profonda? Absolutely.

ago 8, 2016 - Shakespeare Year, teatro    No Comments

Shakespeare in Images

Eccomi qui, eccomi qui… Non sono stata via a lungo, visto? Che poi in realtà non sono stata “via” affatto – ma questa è un’altra faccenda.

Allora, ho promesso che vi avrei raccontato di Shakespeare in Words – ma in realtà, è andato tutto talmente bene che non ho davvero molto da raccontare. Per parafrasare Tolstoij, ogni rappresentazione infelice è infelice a modo suo, ma tutte le rappresentazioni felici si somigliano – story-wise, e questa è stata una rappresentazione molto, molto, molto felice. E molto applaudita, if I say so myself.

Così ho pensato di fare qualcosa di diverso. Invece di raccontare, vi faccio vedere – grazie alle bellissime fotografie di Flavia Ferrari e Caterina Vaccari.

Cominciamo con il posto – la bellissima Esedra dei Giardini Vecchi, a Ostiglia. Perché la chiamino “esedra”, visto che non è per nulla curva, io non lo so – ma tant’è…*

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E parte del nostro folto pubblico… (Foto CV)

E i Musici: Francesco Borghi alla batteria e Renato Belladelli al contrabbasso.

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Stanno suonando una variazione su una cosa d’epoca shakespeariana chiamata Kempe’s Jig (Foto CV)

E poi la vostra affezionatissima nel ruolo de Il Coro

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“E un regno per scenario, e principi per attori…” (Foto CV)

Notate la bellissima maschera – di cui riparleremo. Adesso la Folla romana, costituita da Luciana Frigeri, Franco Vicenzila nostra regista Gabriella Chiodarelli,  e Achille Cominotti.

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“La miglior parte di Cesare sia incoronata in Bruto!” (Foto FF)

Ora sale ai rostri il nobile Bruto (Claudio Burchiellaro), mentre Antonio (Maurizio Vaccari) non medita nulla di buono:

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“”Ecco il corpo di Cesare, pianto da Marc’Antonio…” (Foto FF)

Spudorato manipolatore di folle…

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“Meglio che non sappiate – meglio che non sappiate che Cesare vi aveva reso suoi eredi…” (Foto CV)

E infatti non andrà a finire terribilmente bene…

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“Che poteva mai farci, Bruto, con la sua retorica da accademia? … Eppure anche Antonio – così abile, così astuto…” (Foto CV)

E poi è il turno di Giovanna, la Pulzella d’Orléans (Gabriella Chiodarelli) – in compagnia con il Delfino di Francia (Claudio Burchiellaro) e Jean Dunois (Luciana Frigeri):

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“Allora sentite! Sentite che cosa ha in mente Giovanna…” (Foto FF)

E per finire…

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“Buonanotte, occhi non ancor nati…” (Foto CV)

Be’, no – ci sono altre cose in mezzo, ma per quelle bisogna venire a vedere Shakespeare in Words, l’Immortalità delle Parole. A ottobre saremo a Mirandola, e ci sono altre rappresentazioni in programma. Vi terrò informati – e siamo aperti alle possibilità. Se qualcuno vuole uno spettacolo shakespeariano, fatemi sapere.

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* Alle luci c’era la gente del Service Pavani, coordinata da Elena Gallio e Domenico Zapparoli.

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