Giu 26, 2017 - grillopensante, teatro    No Comments

In Fin Della Licenza, Io Piango

Coquelin_dressed_as_Cyrano_de_BergeracSì, lo confesso senza soverchie remore: sul finale del Cyrano de Bergerac  io piango come una fontana. Sempre. Fatemi causa.

È un dato da cui non si sfugge. Amici e parenti tutti lo sanno: sul quint’atto del Cyrano, la Clarina apre le manovre idrauliche. Ho pianto al Fringe Festival di Edimburgo, dove una giovane compagnia anglo-francese lo recitava nel parco di Holyrood Palace (due interruzioni per pioggia, ma al primo raggio di sole, via di nuovo!); ho pianto al cinema sull’edizione di Rappeneau, benché Depardieu non mi piaccia granché in via generale – ma questo film…; ho pianto sulla versione di Proietti; ho pianto seduta in prima fila al Teatrino d’Arco di Mantova (esperienza da fare una volta: si è seduti praticamente sul palcoscenico, come i Viscontini nel Cyrano stesso. Claudio Soldà/Cirano passeggiava giù dal proscenio basso, guardando  in faccia gli spettatori, uno per uno. Io stavo lacrimando…); piango tutte le volte che rivedo l’edizione 1950 con Jose Ferrer; l’unica volta in cui non ho pianto è stato all’Arena di Verona, al galà per i 40 anni di carriera di Placido Domingo, benché si trattasse di Placido Domingo ma, a parte quello, per farla breve e farla parafrasata: in fin del quinto atto, io piango.

cyrano-de-bergerac-1925-1923-silent-film-image-08E ieri sera mi è stato chiesto – e me lo sono chiesta anch’io: che cos’è che mi scioglie in questa maniera ogni benedetta volta? Perché chiariamo: da bambina al cinema ero abbastanza facile alle lacrime. Fosse il dolby o che, al cinema mi commuovevo spesso, ma al di fuori di quello non capitava praticamente mai. Crescendo, poi, ho smesso di fare scene anche al cinema – il che è una buona cosa, considerando quanto detesti piangere in pubblico. E tuttavia, quando Roxane chiede a Cyrano se oggi non fa arrabbiare un poco la sua Suor Marthe, comincio.

Ripeto la domanda: come mai? Perché proprio quella storia? Perché proprio quel momento? Per la morte di Cyrano in sé? Non credo proprio. Per la storia d’amore irrisolta? No davvero. CyranoFerrer

È, credo, il momento in cui, nel chiostro autunnale, nell’ora del crepuscolo, Cyrano guarda indietro alla sua vita, e non vi trova nulla che valesse la pena. “Qui giace Ercole Savignano Cyrano di Bergerac, che fu tutto e lo fu invano”. È questo senso di vita gettata via, di occasioni sprecate, di momenti lasciati sfuggire, di talenti sperperati… Il tema ricorre attraverso tutto il dramma, fin dal I Atto, quando Le Bret rimprovera Cyrano di avere bruciato in una sera tutto il mensile che suo padre gli ha inviato. “Che follia!” brontola Le Bret, e Cyrano di rimando: “Sì, ma che gesto!” Dopodiché tutta la trama è punteggiata di occasioni non colte (un posto di poeta alla corte del gran Cardinale, il momento di svelare a Roxane la verità, la scaramuccia alla porta di Nesle, che nessuno ha visto), di possibilità mancate per un soffio (il discorso sul tenero, la notte di nozze di Roxane e Christian, l’avvertimento del conte de Guiche – un’ora troppo tardi), di parole non dette, non ascoltate o non comprese. Alla fin fine, Christian è morto, Roxane ha amato per quindici anni l’uomo sbagliato, de Guiche si porta dietro “mille piccoli disgusti di sé che tutti insieme non fanno un rimorso”, e Cyrano… Cyrano ha bruciato la sua vita sull’una e sull’altra fiamma, e ne ha avuto solo sconfitta.CYRANO-DE-BERGERAC-OLD-AGE

Sì certo, è una sconfitta eroica, la sconfitta dell’orgoglio e dell’integrità, ma proprio per questo è ancor più infinitamente triste, e anche quel “panache” (che nessuna traduzione italiana potrà mai rendere, perché il senso francese del termine ha delle connotazioni impossibili per la parola italiana pennacchio) che Cyrano richiama con il suo ultimo respiro, è una consolazione fredda e grigia come il crepuscolo di ottobre. E forse non era nemmeno quello che Cyrano voleva – ma lo scopre troppo tardi.

Anthony Burgess dice che la tragedia di Cyrano è quella di chi fallisce per non essere stato capace di conoscere se stesso. O forse di chi ha vissuto inseguendo sogni sbagliati, aspettative sbagliate, ed era tanto impegnato nei suoi voli pindarici, da lasciarsi sfuggire le cose vere… È un peccato che in letteratura – e nella vita? – si paga sempre molto, molto caro.

 

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Giu 23, 2017 - teatro, virgilitudini    No Comments

Virgilio a Virgilio

O meglio – al Museo Virgiliano di Pietole di Borgo Virgilio…

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In qualche modo è giusto e confacente che Di Uomini e Poeti, ovvero Il Testamento di Virgilio, approdi proprio qui, grazie all’associazione Borgocultura e con il patrocinio del Comune di Borgo Virgilio.

Già Dante identificava Pietole con l’antica Andes, luogo natale del poeta – e, benché ci siano altri contendenti per la distinzione, è in tutta probabilità una di quelle cose che non sappiamo più con certezza, o forse che non sappiamo ancora… Ad ogni modo, la tradizione è lunga e accuratamente coltivata negli sforzi archeologici, nelle leggende e nella toponomastica locale, e a Pietole c’è questo piccolo e grazioso museo.

E il museo ha un giardino, ed è lì che venerdì 3o, alle ore 21, l’Accademia Campogalliani metterà in scena il mio atto unico, che evoca il poeta in persona, gli amici che gli sopravvivono e i personaggi dell’Eneide per interrogarsi su eternità della poesia e umana fragilità.

Con la regia di Maria Grazia Bettini e le musiche originali del recentemente scomparso compositore Stefano Gueresi, Il Testamento di Virgilio offre un punto di vista diverso e molte domande sul “nostro” poeta antico e sulla sua opera più celebre.

Se siete da queste parti, e se vi va, vi aspettiamo al Museo Virgiliano – venerdì 30 alle ore 21.

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Giu 21, 2017 - musica, tradizioni    No Comments

Summertime ’17 ♪♪

E rieccoci. Ventuno di giugno. Solstizio. Estate. summertime-7-super-strategies-for-seniors

E di conseguenza qui a SEdS – perché di noi tutto si può dire,  tranne che non seguiamo le tradizioni – è il giorno di…

…Summertime!

Quest’anno nella magnifica versione, datata 1956, di Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald:

Favoloso, vero?

Felice estate, o Lettori.

Giu 19, 2017 - posti    No Comments

Dodici Pillole Maltesi

MaltaColours1. Il colore di Malta a prima vista – dal finestrino dell’aereo: oro pallido i campi coi muretti a secco, verdi le frange d’oleandri e fichi d’india e indaco il mare. Il colore giusto.

2. Sliema di pomeriggio – con le persiane azzurre, i balconi colorati, le bougainvillee che si arrampicano su per le facciate, i gatti che riposano all’ombra e i negozi chiusi – e non un’anima in giro.

3. Una granita al limone, tra sole e vento, sulla terrazza che guarda su Balluta Bay.

Manoel4. La fuga di mura e torri e bastioni e campanili color miele – l’Isola Manoel, Floriana, la Valletta – vista dalla marina di Msida.

5. La nuova porta cittadina della Valletta – opera di Renzo Piano – con la pietra moderna che si fonde così bene con quella antica, con la stessa impressione di forza duratura.

6. La commistione di lingue nelle strade della Valletta – la cantilena araba del Maltese, Inglese, Italiano, e poi Francese, Spagnolo e whathaveyou, come era di certo ai tempi dei Cavalieri.

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7. Il San Giovanni Decollato di Caravaggio nell’Oratorio della barocchissimissima concattedrale di San Giovanni – feroce e meraviglioso, e la luce… oh, la luce!

8. La finestrella delle scale di San Paolo del Naufragio, che guarda su una sagrestia semibuia, con un lampadario a gocce e un armadio scuro in cima al quale una parrucca da giudice inglese se ne sta appollaiata e polverosa come un uccello impagliato.

9. Il cortile medievale di Palazzo Falson,  cartolina di un Medio Evo siculo-normanno-bizantino di fantasia, reimmaginato dal Capitano Gollcher nella magnifica antica capitale Mdina.

Grand Harbour10. Una gloria di campane e colpi di cannone che si rispondono attraverso il Grand Harbour, tra la Valletta, Cospicua, Vittoriosa e Senglea a mezzogiorno.

11. Pastizzi maltesi per pranzo al bellissimo Caffè Cordina in Republic Street.

12. Forte Sant’Elmo, poderoso e opprimente – e in qualche modo desolato persino nella più luminosa e azzurra delle giornate – come ci si aggirassero ancora gli sfortunati difensori del 1565, i cavalieri di San Giovanni, morti dal primo all’ultimo per guadagnare un po’ di tempo ai loro confratelli a Sant’Angelo.

E poi gli autobus sobbalzanti dai tragitti incomprensibili, e gli orafi che lavorano la filigrana nelle botteguzze semibuie, e i magazzini dei fornitori navali lungo il porto, e adesso davvero non so più se a Malta devo assolutamente tornarci o se non devo tornarci mai più per non guastare le memorie felici e piene di luce di questo viaggio.

Bloomsday!

BloomsdayUn rapido post per segnalarvi il fatto che oggi è Bloomsday – il giorno in cui i joyciani-ulissiani si danno convegno a Dublino per discutere di letteratura, assistere a letture drammatizzate, ripercorrere i passi di Leopold Bloom e Stephen Dedalus, bere quantità inordinate di birra e giocare a giochi letterari – il tutto in abiti edoardiani, il tutto ispirato all’Ulisse. E se Dublino è la capitale di questo magnifico e lievemente folle festeggiamento letterario, anche il resto del mondo non scherza.

Anche in Italia facciamo la nostra parte: Trieste, com’è ovvio, ma anche Salerno e una certa quantità di altri posti

james joyce, ulisse, ulysses, bloomsdayPerché tutto ciò? Perché l’Ulisse si svolge tutto in un giorno, appunto il 16 giugno 1904. E perché il 16 giugno? Non è come se non ci si fosse disperati a cercare un significato: il 16 giugno 1904 è la data del primo appuntamento di Joyce con il suo grande amore, Nora Barnacle. Lo stesso giorno, vent’anni dopo, a Ulisse pubblicato, Joyce era in ospedale e annotò sul suo taccuino di avere ricevuto un mazzo di ortensie bianche e azzurre da degli amici. “Oggi 16 giugno 1924 – vent’anni dopo. Chissà se qualcuno si ricorderà di questa data.”

Si direbbe di sì – e d’altra parte si era preso la briga di immortalarla nel suo capolavoro…

Così, cento e tredici anni più tardi, si celebra ancora con grande entusiasmo e altrettanta fantasia. E per quanto debba confessare che in realtà Ulisse non mi piace particolarmente, adoro questa frenesia di celebrazione letteraria.

Concludo segnalandovi la pagina rilevante al Project Gutenberg. Happy Bloomsday!

Giu 12, 2017 - angurie    No Comments

Stagnum Habemus

be3b972893a74ee607920ea8a3c18a60Vi ricordate, o Lettori, del mio stagno letterario?

Non credo – perché sono passati due anni e non ne ho mai più parlato – benché avessi chiuso il post promettendo nuovi episodi in materia…

Ebbene, non ci crederete – e francamente dubito che vi siate rosicchiati le unghie nell’attesa – ma rieccoci qui: Lo Stagno Letterario, Parte II.

Allora, cominciamo col dire che ci sono voluti tempo, pazienza e una certa quantità di fede. Per lunga pezza, nonostante i miei sforzi, lo stagno non ha fatto grandi sforzi per somigliare alle polle e fontane del Giardino Segreto, o alla fontana nella storia delle Tre Melarance – e men che meno alla Serpentine in Peter Pan a Kensington Gardens, alla polla incantata di MacDonald, o al bacile divinatorio e boschivo di Tolkien. Figuriamoci poi alla Polla Sacra di Forster o ai laghetti di Henry James…

IMG-20160809-WA0004Il fatto si è che, per prima cosa e per quanto mi sforzassi, non c’era verso di sigillare in modo soddisfacente il buco nella vasca di terracotta, e lo stagno perdeva sempre. Ma con quello mi ero decisa a convivere, e i problemi erano decisamente altri. Tutti gli stagni, mi si dice, vanno attraverso cicli di acqua torbida e verdastra – e poi tornano limpidi, e poi tornano torbidi, e via dicendo. Il mio… mica tanto. E sì che ho provato, credete: ho aggiunto piante ossigenanti e giacinti d’acqua, mi sono procurata l’apposito chiarificante… Ma nulla da fare: tra le ninfee, i giacinti e le lenticchie d’acqua, lo stagno restava torbidiccio e non straordinariamente bello a vedersi.

“Prova a metterci dei pesci,” mi si diceva. “Mettici qualche pescetto e vedrai che lo stagno trova il suo equilibrio.”

Consiglio saggio, I’m sure – ma i gatti? Ci sono due gatti, qui – una anzianotta e, sospetto, ormai disinteressata, ma DSCN1175l’altra invece è provvista d’istinto venatorio in abbondanza e per di più affascinata dallo stagno persino quando è disabitato… figurarsi se ci fossero dentro dei pescetti!

E poi le ninfee… Oh, le ninfee. Non so, ma io mi aspettavo che le ninfee fiorissero. E invece no. Per due anni non han fatto che produrre foglie, foglie, foglie – ma nemmeno l’ombra di un fiore. Confesso che alle volte, just for colour’s sake, baravo e mettevo a galleggiare sull’acqua qualche zinnia decapitata…

Sigh.

Poi…

Dovete sapere che l’inverno passato lo stagno è rimasto all’aperto – il che è vero della maggior parte degli stagni, ma non avrebbe dovuto esserlo del mio, piccoletto e smantellabile nei mesi freddi… sennonché qui per anni di mesi freddi non ce ne sono stati, e smantellare lo stagno è una seccatura, e io sono pigerrima, e così ho continuato a procrastinare lo smantellamento finché il freddo non è arrivato per davvero e lo stagno si è ghiacciato irreparabilmente.

Hic jacet, mi sono detta, incerta se riprovarci a primavera. Dopo tutto era stato uno stagno un pochino deludente, giusto? Torbido, verdognolo, infiorente… diciamolo: bruttino.

20170612_094917Ma a primavera, ecco la sorpresa: giacinti e lenticchie e piante ossigenanti avevano reso l’anima – ma le ninfee e una delle piante da bordo erano ancora vive… Non ho avuto il coraggio di lasciarle morire. Mi sono procurata un’altra vasca – meno bella ma senza buchi – e delle nuove piante ossigenanti*, ho suddiviso, rinvasato e fertilizzato le ninfee, e…

E non lo so. In qualche modo devo avere fatto qualcosa di giusto, o devo avere compiaciuto la divinità delle polle domestiche: lo stagno prospera, e non è mai stato così bello. Acqua limpida, foglie vigorose e, soprattutto… fiori! La ninfea che vedete nelle foto è l’ultimo esempio – il terzo a partire dall’inizio della stagione e non l’ultimo, a giudicare dai boccioli. Bellino, non trovate?20170612_094923

Eugè.

Non so troppo bene che cosa ho fatto per meritarlo, ma finalmente ho uno stagno dall’aria quanto meno burnettian-melarancese. Di questo passo, forse, nel giro di un altro annetto o due, possiamo aspirare a qualcosa di forsteriano?

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* Avrei voluto anche dei nuovi giacinti, ma non ne ho trovato uno a prezzo d’oro. Qualcuno ha idea di dove possa trovare qualche giacinto d’acqua in quel di Mantova?

Burgess100 – 1917-2017

BurgessSiccome mi si accusa di occuparmi di anniversari letterari solo se sono elisabettiani, oggi dimostriamo che si tratta di una calunnia parlando di Anthony Burgess, nato a Manchester cent’anni fa.

E magari tutti conosciamo Burgess più che altro per Arancia Meccanica, ma lasciate che vi dica che non era soltanto l’uomo delle distopie feroci. In fact, era poeta, linguista, commediografo, traduttore, critico letterario, compositore (scrisse la sua prima sinfonia a diciotto anni), autore di libretti d’opera e romanziere abbastanza versatile da scrivere dozzine di romanzi diversissimi tra loro. Uno di questi – e decisamente il mio prediletto – è A Dead Man In Deptford , pubblicato nel 1993, in occasione del quattrocentesimo anniversario della zuffa fatale chez Mrs. Bull.

In realtà, e non se siamo spaventosamente sorpresi, non furono pochi i romanzi marloviani pubblicati quell’anno – ma questo… ah, questo!

BurgessDeadManQuesto è pieno di meraviglie e di sorprese, a partire dal linguaggio… pseudoelisabettiano? Semielisabettiano? Metaelisabettiano? Whatever, ma non immaginatevi una di quelle legnose, faticosissime collezioni di calchi, per favore. Au contraire, il linguaggio di Burgess è ricco, vivido, efficace, scintillante, denso… e non so quanto di tutto ciò vada perso se leggete la traduzione – perché, per una volta, la traduzione* c’è: Un Cadavere A Deptford, pubblicato da Garzanti e disponibile su Amazon.it. E poi, linguaggio a parte… be’, non troppo a parte, se vogliamo, in un romanzo a proposito di Kit Marlowe scritto da Anthony Burgess – ma linguaggio a parte, che dire della meravigliosa voce narrante, che esordisce presentandosi come inaffidabile e del tutto incurante della fiducia del gentile (o non troppo) lettore? O della famiglia Marlowe a Canterbury, dapprima così orgogliosa del figlio/fratello destinato a prendere gli ordini, e poi via via dubbiosa, spiazzata e poi scandalizzata da quel che Kit diventa? O della progressione delle illusioni di Kit a proposito di sé stesso, dell’arte, di Tom Walsingham e del mondo in generale? O del dialogo con (forse) Dio nella Cattedrale di Reims?

Ecco, il dialogo con (forse) Dio è una di quelle cose meravigliose che si leggono, rileggono e rileggono ancora, in reverente ammirazione per la combinazione di voci perfette, aerea leggerezza e vertici di acutezza e profondità. Una di quelle pagine che si vorrebbe tanto saper scrivere una volta nella vita…BurgessIT

Ma insomma, si è capito che questo libro mi piace proprio tanto, vero? Naturalmente, il fatto che ci si parli di Marlowe aiuta, ma è davvero una gemma di romanzo storico – magistrale nella narrazione, superlativo nella caratterizzazione dei personaggi e brillante nel linguaggio.

A mio timido avviso, se dovete leggere un solo romanzo e mai più su Marlowe (o, for that matter, sull’Inghilterra elisabettiana), leggete questo.

Ecco, visto? Un anniversario letterario non elisabettiano – a riprova del fatto che qui a SEdS siamo capaci, capacissimi di occuparci di cose non elisabettiane. Che cosa credete, o gente di poca fede? Tsk!

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* E dico che non so che cosa vada perduto perché non la conosco affatto… magari mi documenterò e vi saprò dire.

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La Bambinaia Spagnola?

E questo è il Giovane Inglese di Tiziano - ma è così che ho sempre immaginato Rodrigo.

E questo è il Giovane Inglese di Tiziano – ma è così che ho sempre immaginato Rodrigo.

Discutevasi di Don Carlos, e a un certo punto L. mi dice questo: “Ma tu, che ce l’hai tanto con le Bambinaie Francesi e gli anacronismi psicologici, dimmi una cosa: e il tuo beneamato Marchese di Posa?”

E io sussulto un pochino, perché…

Potrei obiettare che il Marchese di Posa, pur baritono, non è più tanto il mio beneamato Marchese di Posa, e che da anni la mia simpatia va a Re Filippo – ma non non lo faccio. E potrei anche obiettare, con più pertinenza, che ai tempi di Schiller l’anacronismo non era una preoccupazione, e l’idea di anacronismo psicologico nemmeno esisteva – ma il punto che sollevava L. non è questo. Il punto è, immagino, la percezione dal nostro lato: è dunque Rodrigo, Grande di Spagna, Cavaliere di Malta, campione del libero pensiero, amico del cuore dell’ineffabile Carletto e figlio immaginario di Re Filippo, nient’altro che una ur-Bambinaia Francese? Verdi stesso ha tutta l’aria di pensarlo, e lo dice in una lettera – se non mi sbaglio – a Ricordi:

Posa, essere immaginario, che non avrebbe mai potuto esistere sotto il regno di Filippo.

E in effetti, tutto si può dire, ma non che il giovanotto pensi, senta e agisca come un convincente nobiluomo spagnolo di metà Cinquecento. Rodrigo è chiaramente l’alter-ego e portavoce di Schiller, un uomo del tardo Settecento. Lo dice bene H.W. Nevinson, nella sua Life of Friedrich Schiller:

In Posa sembra di vedere prefigurati i grandi leader della Gironda nella Francia rivoluzionaria: come loro è nobile e vocato al martirio, come loro è eloquente ed amabile – e come loro è del tutto inefficace.

Oppure così: Thomas Hampson

Oppure così: Thomas Hampson

E dunque? Un Girondino in farsetto di velluto è o non è l’equivalente settecentesco della Bambinaia?

Nel complesso e dopo accurati rimuginamenti, direi di no. In primo luogo, il grado di storicità del Don Carlos non solo è abissale – ma è anche, in tutta evidenza, l’ultima delle preoccupazioni del giovane Schiller: davvero vogliamo impuntarci sugli anacronismi psicologici in una tragedia che fa coincidere la morte di Carlos (1568) con il disastro dell’Armada (1588) e il fidanzamento della principessa di Eboli con Ruy Gomez (1553)…? Ecco, appunto. Se Schiller avesse avuto il minimo interesse in proposito, forse avrebbe cominciato a leggere un po’ di storia spagnola prima di pubblicare i primi due atti della tragedia su una rivista, giusto? Il che magari ci induce a domandarsi che cosa avesse in testa Goethe, quando fece il diavolo a quattro per procurare al suo amico Fridrich una cattedra di storia all’Università di Jena…

Ma questa è un’altra faccenda: è chiaro che nel Don Carlos Schiller non vuole insegnarci la storia spagnola. Questa Spagna di mezza fantasia – tutta intrighi, giardini e solitudini calcinate dal sole – è uno sfondo perfetto per le idee che gli stanno a cuore e che mette in bocca al suo Spagnolo immaginario.DonCarlos

Spagnolo immaginario che, badateci bene, alla fine soccombe. Con tutti i suoi altissimi ideali, la sua eloquenza appassionata e il suo coraggio, Rodrigo alla fine precipita in una macchinazione goffamente suicida – e del tutto inutile, neutralizzata prima di subito dal supposto beneficiario… E non cominciamo nemmeno a proposito del fallimento in alta politica, e del tradimento della fiducia del re, volete? Per uno che parla per l’Umanità e per i Secoli Futuri, il ragazzo non fa una gran figura…

E infine non dimentichiamoci che il pubblico per cui Schiller scriveva sapeva benissimo a che gioco si stesse giocando, ed era un gioco del tutto diverso: pochi si preoccupavano della mentalità della Spagna filippina, e nessuno andava a teatro aspettandosi d’impararla – ma d’altra parte Schiller non era partito con l’intento deliberato di dare una lettura fuorviante dell’epoca.

Quindi, no: se il carattere distintivo della Bambinaia Francese è quello di un personaggio che l’anacronistico perseguimento di valori “moderni” rende moralmente superiore ai personaggi “period” direi che Rodrigo di Posa, eroe romantico confuso e alla fin fine fallimentare, does not fit the bill. Schiller ci chiede di considerarlo un giovanotto di nobili ideali e scarso senso della realtà, il benintenzionato campione di idee destinate a soccombere. Possiamo commuoverci quando si fa uccidere per salvare il suo amico – ma dobbiamo davvero credere che l’amico in questione sia la speranza della Spagna e delle Fiandre?

E lo ripeto: a Schiller non sarebbe mai passato per la mente di porsi il problema dell’anacronismo psicologico – ma persino noi, in epoca di Bambinaie Francesi, possiamo dire che siamo davanti a un cavallo (spagnolo) di tutt’altro colore.

 

Giu 5, 2017 - angurie    2 Comments

E lo Spirito di Giugno (per non parlar del tè)

TeacupsÈ una ventosa mattina di tarda primavera e la Clarina, tanto per fare qualcosa di originale, siede al computer e traffica su traduzioni, articoli, scene aggiuntive e altre cose che altra gente, altrove, sta attendendo. Per motivi di varia natura, la Clarina sta ascoltando colonne sonore di film shakespeariani di Branagh. Patrick Doyle, avete presente?

Non nobis, Domine Domine… ♫

Ecco, così.

Entra R. stage left e…

R. – Ti sei già procurata un secondo tè?

la Clarina (vaghissima e distratta) – Eh?

R. – Ti sei già procurata un secondo tè?

C. (dedicando qualche neurone in più alla faccenda – ma non molti…) – Se mi sono già procurata un “secondo me”? In che senso?

R. – No, non un “secondo te”, un secondo tè. Tazza di tè. Quella cosa che si beve, you know. Che tu bevi serialmente…

La Clarina collassa sulla tastiera in una crisi di cachinni. In realtà il secondo tè l’ha già preso, ma non ha né la forza né la volontà di fermare R. che interpreta la reazione a modo suo e parte per procurare altro tè. In fondo il concetto di “troppo tè” non ha nulla a che fare con la realtà come la conosciamo, giusto?

SdKE mentre la Clarina cachinna, odesi voce disincarnata.

Lo Spirito di Kit – Ma guardati! Guarda in che condizioni. Ed è solo giugno… I primi di giugno.

C. (guarda su) – Giugno…?

SdK – Sì, quel mese che viene quando maggio finisce completamente.

C. – So che cosa è giugno, grazie.

SdK – E allora? Ti eri persa qualche giorno?

C. – Può essere. Giugno, dear me. Di già. E il mission statement. E gli articoli. E le scene aggiuntive. E il piano del corso, e la recensione, e il gruppo di scrittura…

SdK – E il romanzo…

C. – E il romanzo!

SdK – E hai per caso controllato se è uscito il bando per il concorso della Historical Novel Society?

C. – Uh… no!

SdK – E nel caso, ce l’avresti un racconto pronto?

C. – No…

SdK – E i due plays e mezzo che hai in coda?

C. – Oh povera me…

SdK – E magari qualcosa che porti in scena me, anziché lo Spirito del Bardo? Perché noto che per mettere in scena lui il tempo l’hai trovato…

C. – Oh, fa silenzio. A te non scrivo mai nulla, vero? Solo… what? Tre racconti, tre romanzi, un play e mezzo e un quarto*, un monologo, una traduzione…

SdK – Ay well, in uno dei romanzi non sono nemmeno il protagonista, uno l’hai abbandonato definitivamente e l’altro è fermo a metà da… quant’è, due anni? E comunque non divagare. Il punto è che sei indietro sul ruolino di marcia. Indieterrimo, considerando che l’estate è dietro l’angolo e–

C. – In realtà è già qui… Ti ho mai parlato delle mie stagioni personali che non hanno nulla a che fare con solstizi&equinozi – o almeno non molto? E, a ben pensarci, ci ho mai postato su?

SdK – Reitero il concetto: non divagare. Sono i primi di giugno, hai oceani interi di cose da fare e guarda come sei messa: ti perdi i mesi, ti dimentichi tutto, non capisci quel che ti si dice…

C. – Non esageriamo, vuoi? È solo… Probabilmente è una situazione momentanea dovuta alla carenza di tè. teac

Right on cue, entra R., stage left.

R. – Secondo me non è il secondo tè – ma ecco qui.

La Clarina domina un secondo convulso d’ilarità, prende il suo terzo tè e R. esce. Nel frattempo lo Spirito di Kit è uscito dal fondo, come (fortunatamente) ha l’abitudine di fare ogni volta che arriva qualcuno. Tuttavia, prima di sparire del tutto…

SdK (offstage) – E hai bisogno di ascoltare proprio questa musica?

C. – Da domani, Boito & Gounod, vuoi?

E siccome il Mefistofele e il Faust son tratti da Goethe, lo SdK non si degna nemmeno di rispondere – e possiamo considerarlo definitivamente uscito. La Clarina sorseggia tè e intanto scrive con una mano sola. Il gruppo di scrittura, il piano del corso, la recensione, le scene aggiuntive, gli articoli, il mission statement… Sarà bene che la Clarina si dia da fare, don’t you think?

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* E no, non è la stessa cosa che uno e tre quarti.

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